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Come si diventa un campione NBA con una statura normale: i folli allenamenti uno-contro-uno di Payton Pritchard, che recluta sfidanti dalle serie minori

“Non posso svegliarmi ed essere Wemby”. Payton Pritchard è cosciente di essere fisicamente “inaccettabile” per l’NBA: è “solo” 1,85 metri, poco per quella lega di giganti. Eppure è uno dei giocatori più importanti dei Boston Celtics, con cui è diventato campione nel 2025, stagione in cui ha anche vinto il premio Sesto Uomo dell’Anno. È frutto del duro lavoro che porta avanti fin dai tempi del liceo. E in una lunga intervista a ESPN ha raccontato la sua routine d’allenamento estiva.

Pritchard da anni recluta giocatori militanti in leghe minori (“sono più affamati” dei professionisti), li invita (a spese sue) nella sua struttura a Cape Cod (Massachusetts), e con loro passa le ore a giocare uno-contro-uno. Lui gioca sempre in attacco e deve riuscire a fare canestro in tutti i modi ai propri avversari, che se riescono a tenerlo sotto il 60% di realizzazione vincono la cena pagata. La sessioni sono durissime: due ore almeno tre volte a settimane, in cui la guardia dei Celtics gioca almeno 150 possessi ininterrottamente – mentre ai difensori è concesso di alternarsi e rifiatare – da tutte le posizioni del campo (angolo, mezzo angolo, post basso, gomito, linea dei tre punti, fondocampo).

“È l’approccio Kyrie Irving” dice Dave Lewis, assistente allenatore dei Celtics, che ai tempi di Cleveland ha avuto modo di vedere la stella NBA allenarsi anche durante la notte in lunghissimi esercizi di uno-contro-uno. “Sono ovviamente diversi, ma nel loro approccio all’uno-contro-uno come forma di sviluppo delle abilità, sono i due giocatori che ho visto farlo di più” spiega Lewis.

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“Persi la memoria e mi ritrovai cerebralmente bambino. Ero al pronto soccorso e ricordavo che papà facesse l’infermiere, ma era morto quando avevo 16 anni”: così Bragagna

Se oggi si chiede a qualsiasi appassionato sportivo chi sia Franco Bragagna, c’è chi lo identificherà come la voce dei successi di Jacobs e Tamberi, chi come la voce più importante della Rai sportiva, chi come la voce delle ultime edizioni delle Olimpiadi (esclusa Milano–Cortina). Se però 35 anni fa lo si fosse chiesto a lui, probabilmente non avrebbe saputo rispondere. Il motivo? Il 5 gennaio 1991 Franco Bragagna, allora poco più che trentenne e giornalista della Rai, rimase vittima di un incidente nella sede di Bolzano, dove cadde dalle scale. Dopo il ricovero in ospedale, si ritrovò con una grave perdita di memoria: non ricordava diversi anni della propria vita, compreso il fatto di essere sposato e di avere un figlio. Anche la morte del padre, avvenuta quando lui aveva 16 anni, era uscita dai suoi ricordi. A distanza di anni, Bragagna ha raccontato le conseguenze di quell’esperienza, descrivendo una condizione nella quale si sentiva tornato bambino, pur avendo già costruito una vita professionale e familiare. Lo ha fatto nel corso del podcast Jeantoneria, di Antonio Giorgino.

“Provvisoriamente la memoria non c’è più, non c’è più. Io mi ritrovo cerebralmente bambino, avevo poco più di 30 anni, 32. Per uno come me sarebbe potuta essere devastante: ricordi molto, molto sfumati, inizialmente terribili perché sono all’ospedale in pronto soccorso e mi ricordo che mio padre faceva l’infermiere all’ospedale di Bolzano. Non mi ero ricordato che era morto quando io avevo 16 anni e lui 42, una cosa che mi segna ancora. Avevo la percezione che io da grande avrei voluto fare il giornalista, cioè uno che raccontasse il mondo, e mi si dice che io faccio il giornalista“, ha esordito Bragagna.

Tra gli episodi che meglio descrivono la perdita di memoria c’è l’incontro in ospedale con Gabriella, sua moglie, che non riconobbe come tale. Bragagna ricordava alcuni aspetti della propria personalità, ma non il rapporto che lo legava alla donna. “Arriva questa persona a conoscermi, lei non sa che io l’ho dimenticata e ho completamente dimenticato… Le dicono: ‘È un po’ confuso‘, e io so che sta arrivando una persona che teoricamente almeno mi è cara e faccio questo ragionamento: non porta il tacco, ma comunque sentivo il tacco che arrivava nel silenzio, rapidissimamente mi sono domandato: ‘Chi arriva adesso? Se non mi piace… Io non sono mai stato con una che non mi piacesse, ma se fosse stato per i soldi?’, Arriva e parte il sollievo perché la guardo e dico: ‘Sei bella‘”, ha proseguito, precisando che ha riconosciuto fosse la moglie.

Un altro episodio significativo avvenne durante la notte, quando ricevette la visita di Ezio Zermiani, collega della Rai. Bragagna sapeva chi fosse, ma non ricordava di avere con lui un rapporto professionale. “Quella notte un episodio scatenante che mi dice: ‘Forse sono arrivato’. Tre di notte, arriva Ezio Zermiani. Sapevo chi era Ezio Zermiani. Viene al mio capezzale, gli do ovviamente, dal mio punto di vista del ‘lei’: ‘Mi prendi per il culo?’, lui a me. ‘No, mi scusi Zermiani‘, ‘Ah, te mi dai anche del lei?’, proseguì. Io non lo conoscevo, non immagino di conoscerlo“.

Per recuperare i ricordi, Bragagna seguì un percorso con una psicologa dell’ospedale di Bolzano, che gli consigliò di non sforzarsi di ricostruire artificialmente gli episodi dimenticati. La memoria riemerse gradualmente, senza però tornare del tutto. “Quando ho cominciato a capire cosa avevo fatto, chi ero, chi non ero, quale fosse il mio mestiere e tutto il resto, con una psicologa dell’ospedale di Bolzano abbiamo fatto un tragitto e lei mi ha raccomandato – altrimenti l’avrei fatto – non si sforzi di provare a ricordare assolutamente una situazione quell’altra, quell’altra, perché in questo caso rischia di rimanere una cefalea cronica che rischia di portarsela avanti per tutta la vita. Io ho eseguito, non sono mai stato lì. E allora piano piano non è tornato tutto, però riaffiorano ricordi, momenti, persone che poi ovviamente ho conosciuto. Si aggiunge materia, cioè…”. Dopo l’incidente, Bragagna proseguì la sua carriera giornalistica, diventando una delle voci più note dello sport italiano, soprattutto per le telecronache di atletica leggera. Ora lavora per Sky Sport, dopo aver terminato il suo rapporto con la Rai a fine 2025.

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Russia ai Mondiali, Julio Velasco applaude: “Le nazionali non sono dello Stato ma del popolo. Lo dice uno che ha vissuto la dittatura in Argentina”

Tra 9 mesi, negli Stati Uniti e in Canada, la Russia tornerà a giocare un Mondiale di pallavolo femminile. L’edizione iridata 2027 – in programma dal 20 agosto al 5 settembre – segna infatti il ritorno della Nazionale di Mosca. Dopo il ban totale dello sport deciso nel 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina, progressivamente il mondo dello sport sta aprendo al ritorno dei russi, nonostante le continue polemiche. Tra i fronti più aperti c’è appunto anche il volley, che ha scelto di accogliere la Russia proprio nell’anno che precede le Olimpiadi di Los Angeles 2028. La finale dei Mondiali di pallavolo femminile si giocherà proprio ad Anaheim, nello stesso stadio che ospiterà poi le partite dei Giochi.

La notizia del ritorno della Russia nel volley è passato un po’ sotto traccia in Italia. Così come le parole pronunciate da Julio Velasco alla Gazzetta dello Sport dopo i sorteggi dei gironi dei Mondiali. Il ct dell’Italvolley femminile si è detto chiaramente favorevole al ritorno della Russia, motivando la sua posizione con queste parole: “Ho sempre sostenuto che appoggio l’Ucraina senza se e senza ma perché è un Paese invaso. Detto questo, ho sempre pensato che le nazionali sportive non siano dello Stato ma del popolo“.

Velasco ha poi spiegato: “Lo dice uno che ha vissuto la dittatura in Argentina. Se mi avessero tolto il Mondiale di calcio del 1978 o quello di volley del 1982 l’avrei vissuto come un’ingiustizia e probabilmente non sarei mai arrivato in Italia“. Il tecnico argentino fa riferimento alla dittatura militare del regime di Videla, che ospitò e vinse i Mondiali di calcio nel 1978 e durò poi per altri cinque anni (Videla fu sostituito nel 1981) fino alla sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvinas contro l’Inghilterra.

Velasco quindi apre al ritorno della Russia, che è stata inserita nel girone F insieme a Giappone, Argentina e Bulgaria. L’Italia, da testa di serie numero 1, è invece nel gruppo A, insieme a Belgio, Colombia e Porto Rico. Il ct ha ora una stagione intera davanti per scegliere la migliore formazione azzurra, dopo l’argento agli Europei e con il pensiero già rivolto anche alle Olimpiadi di Los Angeles: l’Italia di Velasco ci arriverà da campione in carica. Prima però deve difendere il titolo iridato conquistato nel 2025.

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