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Manovra 2027, stop alla rivalutazione delle pensioni: chi perde con quest’ipotesi e quanto

Le pensioni assorbono circa il 15% del Pil e oltre il 30% della spesa pubblica primaria dello Stato, motivo per cui rappresentano uno dei capitoli più dibattuti ogni volta che si avvicina la sessione di bilancio per la Manovra 2027.

Per guadagnare margini di bilancio, il Governo sta immaginando di congelare la perequazione automatica per le pensioni di importo medio-alto. Ecco cosa accadrebbe ai cedolini dei pensionati se l’Esecutivo decidesse di confermare il blocco dell’adeguamento all’inflazione.

Quante pensioni sono coinvolte e quanto si risparmia

Per far quadrare i conti pubblici e reperire coperture finanziarie a stretto giro, l’Esecutivo starebbe valutando di confermare anche per il 2027 la stretta sul meccanismo di adeguamento degli assegni all’inflazione, replicando uno schema già ampiamente sfruttato nelle ultime leggi di Bilancio.

Non si tratta di una riduzione nominale dell’assegno, ma di un mancato adeguamento pieno all’aumento del costo della vita. Una misura che andrebbe a colpire la platea dei trattamenti superiori a quattro volte il minimo Inps, che per il 2026 è fissato a 611,85 euro: la soglia è quindi di 2.447,40 euro lordi al mese. I pensionati che percepiscono importi al di sopra di questo valore rappresentano circa il 45,9% del totale dei pensionati italiani.

Una scelta di questo tipo garantisce allo Stato un gettito di risparmio di diversi miliardi di euro all’anno a scapito del potere d’acquisto della classe media.

Effetti di lungo corso del blocco dell’indicizzazione

La ragione per cui il blocco della rivalutazione rappresenta la leva preferita dai governi risiede nella sua immediata praticabilità tecnica e nella straordinaria efficacia sui saldi di finanza pubblica.

Le cifre contabili evidenziano un risparmio netto per le casse dello Stato così articolato:

  • 2 miliardi di euro incassati nel solo 2023;
  • 4 miliardi di euro all’anno di risparmio strutturato nel triennio 2024-2026;
  • oltre 54 miliardi di euro di risparmio cumulato lordo proiettato sull’arco di un decennio.

Il vero punto di forza contabile per lo Stato risiede nell’effetto trascinamento. Poiché la quota di rivalutazione negata in un determinato anno non viene più reintegrata nella base di calcolo dell’assegno, l’importo della pensione resta permanentemente inferiore rispetto a quello che si sarebbe raggiunto con la perequazione al 100%, generando un beneficio permanente per le casse pubbliche.

Quanto perde il singolo pensionato

Per comprendere l’impatto sulle tasche dei cittadini, basta osservare l’evoluzione di un assegno pensionistico medio-alto nell’ultimo quadriennio. Un pensionato che nel 2022 percepiva 2.000 euro netti al mese, per effetto dei tagli percentuali alla rivalutazione applicati negli anni successivi, percepisce oggi circa 2.260 euro netti.

Se il meccanismo di indicizzazione fosse rimasto integrale e privo di tetto, lo stesso assegno avrebbe raggiunto la soglia dei 2.329 euro netti mensili. La perdita cumulata per il singolo assegno ammonta dunque a circa 69 euro netti al mese, per un danno complessivo al potere d’acquisto pari a 828 euro all’anno.

Flessibilità rinviata e risorse limitate

L’ipotesi di rinnovare la stretta sulle rivalutazioni si inserisce in un quadro di interventi sulla previdenza estremamente contenuto. Con le riforme sulla flessibilità in uscita per provare a superare la Legge Fornero o le nuove formule di Quota sostanzialmente congelate o rinviate al 2027, le risorse a disposizione della previdenza sono ridotte all’osso.

La creazione di un fondo da circa un miliardo di euro previsto in Manovra per gestire le future uscite anticipate conferma la linea di estrema prudenza adottata dal Ministero dell’Economia, che per finanziare le misure a sostegno dei redditi bassi torna a fare cassa sulla fascia intermedia dei trattamenti previdenziali.

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Pensioni, verso una nuova quota 100 e penalizzazioni per chi ha assegni sopra 3mila euro. Le vecchie misure di flessibilità sono già costate 41 miliardi

Quarantuno miliardi e 286 milioni di euro. È il conto cumulato, ad oggi, delle misure di flessibilità nell’accesso alla pensione, a partire da Quota 100, introdotte a partire dal 2019 e poi prorogate. La quantificazione fatta il mese scorso dalla Ragioneria generale dello Stato nel rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico è istruttiva nelle ore in cui il governo Meloni su spinta della Lega si prepara a inserire nella (striminzita) legge di Bilancio pre elettorale un nuovo sistema di uscita anticipata con 64 anni di età e 36 di contributi. Per consentire a Matteo Salvini di dichiarare “superata la Fornero” e strizzare l’occhio agli over 60, che rappresentano un terzo dei votanti, nella manovra che vedrà la luce durante il cdm convocato alle 15 dovrebbe entrate un fondo ad hoc da circa 1 miliardo di euro il cui utilizzo sarà dettagliato a gennaio. Le coperture? Da una nuova “revisione dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione”. In pratica, penalizzazioni per chi riceve assegni superiori a cinque volte il minimo, vale a dire poco sopra i 3mila euro lordi.

Lo scorso settembre il dipartimento del Mef che vigila sulla spesa ha messo in fila quanto sono costate finora, senza considerare gli esborsi futuri, le diverse forme di uscita previste dal decreto-legge 4 del 2019 e dalle successive proroghe. Innanzitutto la Quota 100 del governo gialloverde, che ha aperto la strada alle uscite per chi avesse 62 anni di età e 38 di contributi. Facendo lasciare il lavoro a meno di 500mila persone contro il “milione” previsto da Matteo Salvini, dato che l’adesione comportava anche un assegno più basso. Poi la Quota 102 introdotta con la legge di Bilancio 2022 del governo Draghi, che prevedeva come requisiti 64 anni di età e 38 di contributi, e infine la Quota 103 inserita nella prima manovra di Meloni (2023), con 62 anni di età e 41 di contributi. Nel perimetro rientrano anche Opzione donna, canale riservato alle lavoratrici che avevano maturato entro il 31 dicembre 2018 i requisiti di 58 anni di età (59 per le autonome) e 35 anni di contributi, e il blocco degli adeguamenti alla speranza di vita dei requisiti contributivi per la pensione anticipata, stabilito nel 2019 e poi prorogato fino a fine 2026. Il calcolo considera inoltre gli effetti sul Tfr e sul Tfs degli statali. Considerando solo le quote e il blocco degli adeguamenti, l’esborso ha superato i 36 miliardi. Altri 5,27 miliardi sono legati a Opzione donna.

Misure di flessibilità che, ha sottolineato la Ragioneria, hanno comportato non solo 41,3 miliardi di oneri “con un corrispondente incremento di debito“, ma anche “gli effetti ulteriori di contrazione della crescita economica” perché “comportano la riduzione dei livelli occupazionali e della conseguente crescita potenziale”, con buona pace delle “tre assunzioni per ogni uscita” prospettate all’epoca.

Ora, per consentire al leader leghista di piantare una nuova bandierina elettorale, la maggioranza si prepara a replicare. Ma chi paga per “restituire tre anni di vita” a chi andrà in pensione a 64 anni anziché a 67? Si fa cassa sui pensionati con assegni “alti”. Secondo una bozza riportata dal Sole 24 Ore, nel 2027 la rivalutazione integrale verrebbe confermata per gli assegni fino a quattro volte il minimo e per gli importi superiori a quattro e fino a cinque volte il minimo resterebbe al 90%, ma scenderebbe al 60% tra cinque e sei volte il minimo, al 50% tra sei e otto volte, al 40% tra otto e dieci volte e al 35% oltre dieci volte il minimo. E la percentuale prevista si applicherebbe a tutta la pensione, non per fasce come con il sistema attuale, che rivaluta al 100% fino a quattro volte il minimo, al 90% tra quattro e cinque volte e al 75% oltre cinque volte il minimo. Con un’inflazione 2027 stimata al 2,9%, per un assegno da 3.100 euro lordi al mese la perdita rispetto al sistema attuale sarebbe di circa 441 euro lordi l’anno, su 13 mensilità. Chi prende 4.000 euro mensili dovrebbe rinunciare a 640 euro lordi l’anno, chi ne riceve 5mila a circa 925 euro. Per una pensione da 6.500 euro la differenza arriverebbe a circa 1.245 euro annui. Con effetti che si trascinerebbero anche negli anni successivi.

Il taglio della rivalutazione per contenere la spesa non è certo una novità. Nel 2012-2013 il governo Monti bloccò l’adeguamento degli assegni superiori a tre volte il minimo, per un risparmio di circa 4, miliardi annui. Dal 2014, con Letta, la rivalutazione è tornata in forma parziale e quel regime è stato prorogato fino a fine 2018 dal governo Renzi. Nel 2019 il Conte 1 ha introdotto un meccanismo a sette fasce, scese a sei l’anno dopo. Meloni dal 2023 ha inasprito la stretta per chi prendeva più di quattro volte il minimo: per la fascia tra cinque e sei volte il minimo l’indicizzazione è scesa al 53% dell’inflazione, tra 6 e 8 otto volte il minimo al 47%, tra 8 e 10 volte il minimo al 37% e oltre 10 volte al 32%, percentuale scesa ulteriormente al 22% nel 2024. Per risparmi di spesa stimati in circa 3,5 miliardi lordi nel 2023 e 6,8 miliardi nel 2024.

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Pensioni, nuova Quota 100: la proposta a 64 anni e 36 di contributi. Il nodo delle risorse

Nella quinta Manovra del governo Meloni potrebbe esserci un nuovo strumento per la pensione anticipata. Sappiamo già che il pacchetto previdenziale costerà oltre 1,2 miliardi. La Lega spinge per una nuova Quota 100, quindi per uscire a 64 anni con 36 di contributi, anche per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996. Solo questo però potrebbe arrivare a costare 1,5 miliardi (o anche il doppio rispetto alla dotazione iniziale di 900 milioni di euro).

Il nodo delle coperture fa pensare che l’uscita sarà possibile dalla seconda metà del 2027. Da finanziare ci sono anche l’Ape sociale per disoccupati, caregiver, invalidi e lavori gravosi. Senza provvedimenti scadono a dicembre.

Pensioni: in Manovra ipotesi Quota 100

La Lega rilancia Quota 100 per il 2027. Propone l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni di età con almeno 36 anni di contributi, anche per i lavoratori del sistema misto, cioè quelli che hanno iniziato a versare prima del 1996.

Non si sa se sarà approvata, si tratta di trovare le coperture nella legge di Bilancio. Si tratta di un aspetto rilevante per chi possiede contributi versati prima e dopo il 1° gennaio 1996.

La differenza si nota soprattutto nel confronto con la pensione anticipata contributiva a 64 anni, che è legata interamente al sistema contributivo. La proposta leghista allarga quindi la possibilità anche a chi ha una parte della pensione calcolata con le regole precedenti.

Come funziona Quota 100?

La vecchia Quota 100 permetteva di andare in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi. Si trattava di una forma sperimentale che permetteva l’uscita a chi maturava i requisiti nel periodo tra il 1° gennaio 2019 e il 31 dicembre 2021.

Si rivolgeva ai lavoratori iscritti all’assicurazione generale obbligatoria, alle forme sostitutive ed esclusive della stessa e alla gestione separata. Non poteva accedere il personale delle forze armate, delle forze di polizia e della polizia penitenziaria.

Nello specifico i requisiti per il conseguimento della pensione Quota 100 erano un’età anagrafica non inferiore a 62 anni e un’anzianità contributiva non inferiore a 38. Il requisito contributivo poteva essere perfezionato cumulando tutti e per intero i periodi assicurativi versati o accreditati presso l’assicurazione generale obbligatoria.

Pensioni 2027: da dove arrivano le risorse

Per le pensioni 2027, la legge di Bilancio è alla ricerca di risorse. Secondo Repubblica, la Ragioneria dello Stato e l’Inps starebbero valutando le modifiche al meccanismo di perequazione delle pensioni medio-alte, riducendo in alcuni casi le rivalutazioni all’inflazione proprio per liberare risorse.

Si tratta solo di un’ipotesi, ma potrebbe rendersi necessaria per rinnovare l’Ape sociale, le pensioni minime e l’isopensione che sono in scadenza a dicembre.

Anche la nuova Quota 100 richiederebbe risorse che al momento non sono state specificate, almeno 1,5 miliardi di euro ma che, secondo altre stime, potrebbero arrivare a costare il doppio dei fondi al momento disponibili (900 milioni di euro), quindi circa 1,8 miliardi.

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