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La guerra contro l’Iran e il “terribile potere del denaro”

Netanyahu sta dicendo a Trump che ora deve portare a termine l’opera di distruzione dell’Iran

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Il «Grande Progetto» volto a «mantenere [la civiltà occidentale] al vertice del mondo» (come ha affermato il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio) richiede che gli strumenti per garantire l’obbedienza siano di due tipi: La creazione di un fervore rivoluzionario distruttivo dal basso (oggi definito «cambio di regime»); e, in secondo luogo, l’uso di ciò che Theodore Herzl, in una famosa frase, definì «il terribile potere del denaro di esercitare una pressione irresistibile sulla politica internazionale», al fine di cooptare gli strati dominanti in una rete di potere che promuovesse il «progetto» del Grande Disegno.Questo è ciò che stiamo osservando nella guerra di Trump contro l’Iran.

L’attacco israelo-americano del giugno 2025 era principalmente un attacco di decapitazione volto a neutralizzare sia la leadership politica che quella militare dell’Iran, mentre elementi armati addestrati dal Mossad, il MEK e i separatisti baluchi tra gli altri sarebbero stati infiltrati in Iran per fomentare la rivoluzione dalla base. A quel tempo, il figlio dell’ex Scià – in modo poco plausibile – veniva presentato ai media occidentali come il futuro leader dell’Iran.

Non ha funzionato. E ora Netanyahu sta sostenendo che Israele disponga di «nuove prove» del fatto che l’Iran si stia orientando verso la produzione di un componente bellico nell’ambito del proprio programma nucleare. Sta dicendo a Trump che ora deve portare a termine l’opera di distruzione dell’Iran. E per motivare ulteriormente Trump, il principale quotidiano israeliano Ma’ariv riporta che Israele ha trasmesso direttamente alla Casa Bianca i sondaggi del Likud, secondo cui Netanyahu potrebbe vincere le elezioni israeliane del 27 ottobre. Secondo l’articolo, queste informazioni del Likud (che contraddicono la maggior parte degli altri sondaggi israeliani) hanno spinto Trump a esprimere il proprio pieno sostegno elettorale a Netanyahu.

Allo stesso tempo, i miliardari filosionisti stanno esercitando il «terribile potere del denaro» su Trump: «Non accetteremo nulla di meno della sconfitta dell’Iran. Se continuerà a cercare un accordo, le ritireremo il nostro sostegno finanziario».

Alti funzionari della sicurezza israeliani, sia in carica che in pensione, confutano tuttavia la necessità di un attacco imminente all’Iran e l’affermazione di Netanyahu relativa a nuove prove che l’Iran si stia muovendo verso l’arma nucleare –il Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) Zamir ha dichiarato al Canale 13 israeliano: «Non vediamo la necessità di attaccare l’Iran prima delle elezioni»; Il principale stratega militare israeliano Udi Evental ha messo in guardia: «Una guerra per ostacolare le elezioni e la democrazia, non per ostacolare il programma nucleare dell’Iran. Netanyahu, che si sospetta sia immerso fino al collo in considerazioni politiche e personali estranee alla questione, non è idoneo a prendere una decisione del genere. Non glielo si deve permettere».

Che esistano o meno prove del genere non ha davvero importanza. Probabilmente non esistono. L’affermazione costituisce semplicemente il pretesto con cui si sta esortando gli Stati Uniti ad agire per ‘portare a termine l’opera’ contro l’Iran. Come sempre, Netanyahu ha dichiarato negli ultimi giorni: «L’Iran sta ancora una volta cercando di sviluppare le sue armi di morte… C’è un solo modo per eliminare questa minaccia una volta per tutte: rovesciare il regime in Iran, e questa è la mia direttiva all’IDF, al Mossad e alle agenzie di sicurezza».Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a Drop Site che l’attuale valutazione dei servizi segreti interni di Teheran indica un’elevata probabilità che possano iniziare bombardamenti su larga scala – anche prima delle elezioni israeliane di martedì.

Il punto è che all’Iran non interessa chi vincerà le elezioni di medio termine, né chi conquisterà la presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Per la leadership iraniana è tutto uguale. Comprendono bene il concetto del «Grande Disegno» (come potrebbero non farlo?).In Iran è ben chiaro che il Paese è impegnato in una lunga guerra contro l’intero blocco atlantista: Israele, i suoi servizi di intelligence, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. Non importa se alla Casa Bianca ci sia un repubblicano o un democratico. Gli alti funzionari iraniani ritengono che entrambi i partiti siano stati comprati dal terribile potere sionista del denaro.

Comprendere il «Progetto» significa comprendere che la classe dei finanziatori sionisti non si accontenterà mai di un «accordo o compromesso». Essi sostengono con certezza che l’Iran alla fine verrebbe meno a qualsiasi acconsentimento ipotizzato alle richieste statunitensi. Gli israeliani e i loro alleati della classe dei finanziatori semplicemente non credono (e lo ripetono incessantemente) che l’Iran accetterebbe mai di sottomettersi a Israele, né di accettare il dominio politico e culturale degli Stati Uniti. Potrebbero avere ragione. Perché? Semplicemente perché l’Iran possiede una civiltà profonda, che affonda le sue radici in un complesso di credenze e pratiche specificamente persiano-iraniane risalenti al secondo millennio a.C.: il mazdeismo, una cosmologia del dramma divino, rappresentata dalla lotta continua tra Luce e Oscurità.

Il rinomato studioso, il professor Henri Corbin, ha sostenuto che «l’Iran era situato in una posizione centrale… non essendo solo una nazione o un impero, ma un universo spirituale». Egli concepiva quindi l’Iran come una forza mediatrice, sia geograficamente che metafisicamente.

Per millenni, gli iraniani hanno percepito il mondo come dotato di una chiara dimensione metafisica – e di una storia. È quindi improbabile che possano essere attratti da un atteggiamento materialistico e nichilista di stampo occidentale. Gli Stati civilizzatori, siano essi l’Iran o la Russia, che abbracciano valori contrari non soccomberebbero mai al «Grande Disegno». Di conseguenza, devono essere distrutti.

Cosa significa questa storia metafisica? Significa che l’Iran si sta preparando alla guerra, non a un «accordo». Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e rappresentante personale della Guida Suprema, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, ha affermato che, «Se la domanda è se l’Iran abbia ancora la capacità di proseguire le operazioni con missili e droni [in caso di attacco], la risposta è “sì” … Gli Stati Uniti dispongono di risorse preziose nella regione. In caso di guerra, anche cavi, centri dati e strutture di intelligenza artificiale potrebbero rientrare nel raggio d’azione. Se il conflitto dovesse riprendere, avremo un piano più ampio». «Tutti devono comprendere che un’azione contro l’Iran comporta un costo».

Alti funzionari iraniani ritengono che la guerra sia imminente. L’Iran dispone di piani di ampia portata (in caso di attacco) che coinvolgono anche l’Arabia Saudita e la sua leadership, ha lasciato intendere un alto funzionario iraniano. Karl Miller (dal campo) afferma che, a questo proposito, un quarto della produzione petrolifera saudita è già stato distrutto e che i danni causati dagli attacchi di rappresaglia di AnsarAllah interessano l’intera catena produttiva saudita – «dalla testa di pozzo alla stazione di servizio» – e che l’Arabia Saudita sta colmando il deficit attingendo alle proprie riserve.

Il rapporto di Miller, citato da Larry Johnson, avverte che,«se i canali di esportazione dell’Arabia Saudita dovessero chiudersi, il suo petrolio non avrebbe altra destinazione se non le proprie raffinerie, le proprie centrali elettriche e i propri serbatoi di stoccaggio. Una volta che lo stoccaggio fosse pieno, si raggiungerebbe all’incirca il limite massimo di produzione che l’Arabia Saudita potrebbe mantenere. Se Ras Tanura e Yanbu venissero chiusi contemporaneamente, il Regno sarebbe costretto a chiudere la maggior parte dei propri giacimenti petroliferi. Questo è esattamente lo scenario che la campagna di Ansar Allah contro l’oleodotto, il Mar Rosso e i terminali del Golfo è volta a provocare». «Qualsiasi nuova campagna americana o israeliana contro l’Iran si abbatterà su un sistema energetico saudita che non dispone più di margini per assorbirla», osserva Larry Johnson.

Qualsiasi nuovo attacco all’Iran, per estensione, significherà la fine del Golfo così come lo conosciamo, la fine del petrodollaro e la fine del Golfo come principale fornitore di liquidità per Wall Street e il mondo della tecnologia.

Ciononostante, secondo quanto riferito, Trump avrebbe affermato che gli Stati Uniti non stanno attualmente negoziando con l’Iran e che qualcosa accadrà «molto presto».

Forse. (Ma con Trump tutto si riduce a speculazioni). Se però sta bluffando, non funzionerà, e la sua umiliazione sarà ancora più profonda.

Un uomo che conosce Trump meglio di molti altri (avendo scritto quattro libri su di lui), Michael Wolff, sostiene che se i Democratici vinceranno nelle elezioni di medio termine del 3 novembre –

«Cercheranno di far capire al mondo che è “un nuovo giorno”. Trump, dal canto suo, cercherà di far capire al mondo che è ancora lui a controllare la scena. Ci sarà una serie di eventi di questo tipo (come una presunta invasione di Cuba, ad esempio) di portata superiore a qualsiasi cosa possiamo immaginare. Non si mostrerà umile. Il concetto di umiltà non esiste nell’animo di Donald Trump. Pertanto, farà esattamente il contrario».

«Non ritirarsi, ma attaccare».

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Se il conflitto termina, quale destino per la classe dirigente europea ? La vigilia di un disastro per una elite al potere da una generazione.

In un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d’avorio ed infine a ridefinire un’identità – quella europea – in dubbio da quasi 80 anni.

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Le notizie delle ultime settimane lasciando intravedere spiragli di qualcosa: un qualcosa che è ancora troppo presto per definire, ma in cui molti sperano. Una risoluzione del conflitto che infiamma il fianco orientale d’Europa potrebbe vedere una svolta (si mormora) eppure più tale ipotesi si avvicina, più si percepisce un’ansia generalizzata, come un nervosismo inesprimibile che pervade la classe politica al comando delle istituzioni europee, a tutti i livelli, ma soprattutto a quelli più alti. Lo spaventoso paradosso lo si può articolare in modo assai semplice: c’è paura della pace.

La classe dirigente europea, anzichè remare in direzione di una soluzione definitiva, a lungo termine, del conflitto in Ucraina, al contrario esterna tutta una serie di dubbi e ostilità ad ogni compromesso da far quasi credere nell’esistenza di un avversione a tale pace: in breve, le istituzioni europee nel momento più critico dell’ultimo lustro, esprimono qualcosa di indicibile che di certo non si addice allo spirito dei padri costituenti della comunità europea, votati a edificare una cultura sovranazionale basata sul compromesso, sulla reiezione del nazionalismo e sulla diplomazia. La verità è che siamo di fronte ad un nodo di grandissime proporzioni: il conflitto in Ucraina, sebbene limitato dal punto di vista prettamente geografico, ha effetti geopolitici di grande portata che ridefiniscono gli equilibri di potere ereditati dalla caduta del muro di Berlino. In un contesto come questo, sorgerà una delle domande più difficili: quale destino per l’Europa ? Un continente uscito azzerato dal secondo conflitto mondiale, risorto e fiorito economicamente fino al massimo splendore nelle generazioni post-belliche, pur rimanendo perennemente “monco” ovvero privo di una propria politica di difesa (così come di una propria politica estera indipendente da quella di Washington). I suoi leader si trovano ad affrontare ora qualcosa di mai visto prima nell’esperienza dell’Europa politica, ovvero l’assumersi di una responsabilità storica: in questo caso quella di un insuccesso, nel prevenire e gestire una grande guerra convenzionale ai margini del proprio continente, aver preso decisioni avventate ed ora ritrovarsi messi da parte constatando una propria sconfitta sul campo contro il rivale identificato con Mosca. Per poter comprendere tutto questo occorre tuttavia fare qualche passo indietro e riflettere su cosa sia la leadership europea, cosa rappresenta e come si è formata. Innanzitutto occorre rendersi conto che la classe dirigente europea è forse l’elite più saldamente insediata e meno “sfidata” sulla faccia del pianeta facendo i conti: siedono sul trono di un continente pacificato, vale a dire senza velleità di potenza o nemici naturali da cui doversi difendere, estremamente prospero (a differenza degli USA per 70 anni non ha affrontato vere spese militari), le cui elite sociali di riferimento – anziane e benestanti – non danno problemi particolari. Una torre di avorio unica sul pianeta, che per la prima volta nella sua esistenza ha subito una scossa: la crisi geopolitica che abbiamo visto in questi anni – ancora in corso – primo grande conflitto europeo del XXI secolo (in realtà il primo dal 1945 ad oggi su questo continente) costituisce anche la prima vera sfida alla classe politica europea: quest’ultima in 70 non ha mai dovuto vedersela con un vero nemico, con nulla che potesse mettere alla prova la propria prerogativa al “trono” il loro diritto “sacro” al comando.

Si può dunque dire questo a buona ragione: le circostanze odierne sono un inedito banco di prova per tutti costoro, un momento della verità per tutto l’estabilishment politico emerso in Europa dai tempi dell’ultimo conflitto mondiale in poi (il carosello di forze liberal-democratiche, cristiano-democratiche/democristiane, social-democratiche, ecologiste tipiche del panorama partitico occidentale post-bellico): il cosiddetto “arco costituzionale” europeo consolidatosi nel corso di generazioni con il placet d’oltreoceano ossia con la condizionale delle fedeltà indiscussa alle direttiva politiche di Washington.

Ora, tale classe si è messa in un pasticcio più grande di sè stessa senza rendersene conto: ha sfidato una potenza militare (malgrado tutto, la Russia questo ancora è) con la sicurezza assoluta di un successo nonchè di un grande fratello a stelle e strisce, pronto ora e sempre all’intervento in supporto degli alleati. Questi ultimi, mai si sono resi conto della propria funzione di satelliti rispetto al potente alleato ed ora si ritrovano soli a dover gestire un evento per loro ingestibile: un grande conflitto convenzionale che non possono vincere, il cui insuccesso può essere la miccia di una situazione sociale a casa propria già ai limiti per altre ragioni. Per riassumere in altre parole, la classe dirigente europea che oggi osserviamo, si ritrova per la prima volta sul banco degli imputati (assieme al governo di Kiev): i governanti europei nella propria animosità nei confronti di Mosca, si sono esposti oltre il limite massimo fino a trovarsi ora in un vicolo cieco, considerando che la prova di forza che hanno voluto non può essere vinta, ma al tempo medesimo non si può tornare indietro. L’Europa politica – quella di Bruxelles – si è gravemente compromessa, fomentando nelle proprie opinioni pubbliche paure infondate ed isterismi al fine di creare artificialmente un consenso attorno a prese di posizione antirusse e far accettare un coinvolgimento nel conflitto ucraino costato ai contribuenti centinaia di miliardi di euro, a danno delle proprie economie e pace sociale. Il nodo più inconfessabile è proprio questo: si è voluto inventare un “grande nemico” (in realtà inesistente) cui addossare responsabilità di ogni colpa, di ogni male sociale che affligge l’occidente europeo, per non dover affrontare le proprie di responsabilità; in fondo nulla di strano, un meccanismo esistente da secoli ovvero cercare di convogliare le energie sociali verso l’esterno (dandogli un bersaglio, un nemico) per evitare che queste ultime identifichino il problema del male sociale verso l’interno vale a dire nei propri stessi governanti. La riprova di questo si è manifestata in maniera eclatante tanto in Francia quanto in Italia nelle ultime settimane, sotto forma di una protesta di piazza come non se ne vedevano da decenni, che ha costretto la capitale francese allo stato di emergenza per la prima volta da una generazione a questa parte. In Francia come in Germania si è alle porte del successo di forze non convenzionali, alternative nel contesto politico europeo, come Fronte nazionale (ora RN) oppure Alternative fur Deutschland (AFD) che sono sempre meno contenibili: la classe dirigente di Bruxelles – di matrice liberaldemocratica – di questo ha timore e non vi è modo di arginare la “marea sovranista” se non con una “vittoria contro le autocrazie” che però non può esserci nel mondo reale. La responsabilità storica dell’UE è di aver ceduto ad un idealismo che ignora ogni regola di realpolitik, facendosi tutt’una col mito di una superiorità etica inesistente e non applicabile nella realtà oggettiva: atteggiamento che ha finito col danneggiare e addirittura mettere in pericolo la propria base sociale.

In definitiva sì, la conclusione del conflitto ucraino mette in tensione perchè costringe ad una resa dei conti inedita nella politica interna delle pricipali economie europee: una classe dirigente che verrà soppesata e valutata di fronte all’opinione pubblica, scontando il tutto con una potenziale catastrofe elettorale neigli anni a venire che rischia di sostituirla. Proprio a tale proposito, di recente il sociologo ed editorialista italiano Alessandro Orsini ha lanciato una provocazione direttissima, affermando che la Russia di V. Putin in un certo senso sta contribuendo ad una futura “rivoluzione” europea, dal momento che la socnfitta del regime di V. Zelensky può comportare anche il declino rapido di tutta la corrotta classe al potere a Bruxelles che ha legato le sue sorti all’esito alle sorti dell’Ucraina. Quindi, in un certo senso Mosca sta facendo qualcosa che la società europea non può fare da sola: mettere alle strette la sua classe dirigente, farla venire allo scoperto e ridicolizzarla costringendola a mettersi a confronto coi propri limiti, ad uscire dalla propria torre d’avorio ed infine a ridefinire un’identità – quella europea – in dubbio da quasi 80 anni.

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L’Europa chiamata a pagare il conto ucraino mentre Washington arretra

Il Consiglio europeo del 15-16 ottobre ha reso evidente la nuova realtà finanziaria della guerra: mentre Washington riduce progressivamente il proprio impegno, Kiev presenta all’Europa un fabbisogno aggiuntivo di circa 70 miliardi di euro per il solo 2027.

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Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha avuto il merito, forse involontario, di rendere esplicita una questione che da mesi aleggiava sul futuro del conflitto ucraino: chi continuerà a pagare la guerra se gli Stati Uniti ridurranno ulteriormente il proprio coinvolgimento? La risposta che emerge da Bruxelles è sempre più chiaramente «l’Europa». Ma tra l’affermazione politica secondo cui l’Unione Europea sarebbe pronta a prendere il posto di Washington e la capacità effettiva di farlo esiste una distanza considerevole, che riguarda non soltanto il denaro, ma anche la struttura stessa della potenza europea.

Intervenendo al vertice, Volodymyr Zelens’kyj ha quantificato in 155 miliardi di euro il costo complessivo della guerra per l’Ucraina nel 2027, chiedendo ai partner europei di trovare almeno altri 70 miliardi «per la difesa, per le armi e per la nostra resilienza». Ursula von der Leyen ha successivamente confermato l’esistenza di un divario finanziario dell’ordine di 70 miliardi, precisando che il fabbisogno per il 2026 è invece coperto.

Si tratta di una richiesta che arriva quando l’Unione Europea sta ancora implementando il gigantesco prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026-2027, deciso dal Consiglio europeo nel dicembre 2025 e successivamente tradotto nel relativo quadro legislativo. Di questa cifra, 30 miliardi sono destinati al sostegno macroeconomico e al bilancio dello Stato ucraino, mentre ben 60 miliardi sono riservati alle esigenze militari e allo sviluppo e approvvigionamento delle capacità dell’industria della difesa. Il finanziamento avviene attraverso emissioni di debito dell’Unione sui mercati, garantite dal bilancio europeo, mentre il rimborso da parte ucraina dovrebbe avvenire solo una volta ottenute eventuali riparazioni dalla Russia (ovvero mai).

Il problema è che una somma che alla fine del 2025 appariva enorme si è rivelata insufficiente meno di un anno dopo. Le conclusioni ufficiali del Consiglio europeo del 16 ottobre si limitano a constatare che sono state individuate le risorse necessarie per coprire le esigenze di bilancio e difesa dell’Ucraina nel 2026 e rinviano a una nuova valutazione della Commissione Europea e del Fondo Monetario Internazionale per gli anni successivi. Ma il linguaggio diplomatico non nasconde la sostanza: per continuare la guerra, Bruxelles deve trovare un’altra ingente quantità di denaro, e deve farlo rapidamente.

Già alla vigilia del vertice, il commissario europeo per l’Economia e la Produttività Valdis Dombrovskis aveva spiegato che l’Unione dispone di circa 45 miliardi di euro già previsti per il 2027, ma che la somma non sarebbe sufficiente. Bruxelles punta a coprire approssimativamente due terzi del fabbisogno ucraino, lasciando il restante terzo ad altri partner quali Regno Unito, Norvegia, Canada, Giappone e Svizzera. La stessa Commissione sta valutando di anticipare parte dei fondi già programmati per guadagnare tempo in attesa che altri governi mettano sul tavolo nuove risorse.

Nonostante il possibile contributo di partner esterni all’UE, il cambiamento rispetto ai primi anni del conflitto è comunque notevole. Secondo i dati dello Ukraine Support Tracker dell’Istituto di Kiel, l’Europa ha ormai superato gli Stati Uniti nel volume complessivo degli aiuti militari assegnati all’Ucraina e nel 2025 ha aumentato sensibilmente il proprio contributo nel tentativo di compensare la drastica riduzione delle nuove allocazioni statunitensi. Nel primo semestre del 2026, inoltre, le istituzioni europee hanno ulteriormente incrementato gli stanziamenti attraverso il nuovo prestito da 90 miliardi.

Le istituzioni dell’UE stimano ormai in oltre 220 miliardi di euro il sostegno complessivamente mobilitato dall’Unione e dai suoi Stati membri dall’inizio della guerra, comprendendo aiuti finanziari, economici, militari, umanitari e sostegno ai rifugiati. Una cifra che dimostra come l’Europa sia già diventata il principale finanziatore dell’Ucraina in termini aggregati.

Allo stesso tempo, analizzando i dati emerge una palese contraddizione. Lo stesso Istituto di Kiel rileva che circa il 30% degli acquisti effettuati dai Paesi europei per sostenere militarmente l’Ucraina nella prima metà del 2026 proveniva dall’industria statunitense. Nel meccanismo NATO PURL, destinato a soddisfare le esigenze prioritarie ucraine, oltre il 90% degli armamenti provenienti da scorte esistenti era di origine nordamericana. Lo Ukraine Support Tracker ha sintetizzato il problema sottolineando come l’Europa continui a dipendere dall’accesso ai sistemi d’arma statunitensi, mettendo a nudo le vulnerabilità sia economiche che militati di Bruxelles.

Il problema riguarda soprattutto quelle capacità che non possono essere semplicemente sostituite aumentando uno stanziamento di bilancio: intercettori Patriot, intelligence satellitare, allarme precoce contro i missili balistici, comunicazioni militari satellitari, manutenzione e munizionamento per piattaforme di origine statunitense. Anche gli F-16 forniti da Paesi europei continuano a dipendere in misura significativa da componenti, armamenti e assistenza tecnica nordamericani.

Allo stesso tempo, il progressivo disimpegno dell’amministrazione Trump pone l’UE davanti al problema strategico che per anni è stato rimandato. Gli Stati Uniti, infatti, possono diminuire i trasferimenti finanziari e militari diretti verso Kiev sapendo di possedere comunque alcune delle capacità tecnologiche decisive dalle quali gli alleati continuano a dipendere; l’UE, invece, può aumentare la quantità di denaro impegnata senza acquisire automaticamente la capacità di sostituire Washington nelle funzioni più sofisticate della guerra.

Gli sviluppi delle ultime settimane rendono tale vulnerabilità ancora più evidente. I rapporti tra Donald Trump e Volodymyr Zelens’kyj si sono ulteriormente deteriorati, mentre Washington ha drasticamente ridotto le forniture dirette di armi e ha dato segnali di voler utilizzare alcuni strumenti di sostegno – dall’intelligence ai sistemi satellitari e alle forniture militari – come leve nelle trattative con Kiev e Mosca. Gli Stati Uniti non sono scomparsi dal conflitto, ma il loro ruolo sta cambiando: sempre meno finanziatore incondizionato dell’Ucraina e sempre più potenza esterna che conserva gli strumenti indispensabili per condizionarne le scelte.

A Bruxelles, nel frattempo, rimane soprattutto un salato conto da pagare.

Anche sotto il profilo puramente finanziario, tuttavia, il passaggio di consegne è tutt’altro che semplice. Il prestito europeo da 90 miliardi è stato possibile attraverso un nuovo ricorso al debito comune garantito dal bilancio dell’UE. Il primo ministro estone Kristen Michal ha già indicato apertamente che un nuovo prestito europeo appare la soluzione più probabile per coprire il fabbisogno aggiuntivo del 2027. Ma già il precedente pacchetto era stato approvato tramite cooperazione rafforzata, con la partecipazione di 24 Stati membri e l’esclusione dagli obblighi finanziari di Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia.

In altre parole, persino il consenso sul finanziamento dell’Ucraina è meno uniforme di quanto suggerisca il linguaggio delle dichiarazioni finali.

A questa divisione politica se ne aggiunge una economica. L’Europa si trova contemporaneamente ad affrontare bassa crescita, elevato indebitamento pubblico, costi energetici ancora pesanti per famiglie e industria, aumento delle spese per la difesa e pressioni derivanti dall’invecchiamento della popolazione. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dell’Eurozona di appena l’1,2% nel 2027 e segnala che il debito pubblico medio potrebbe passare dall’88,7% del PIL nel 2025 al 91,2% nel 2027. Alla luce di questi dati, lo stesso FMI chiede a gran parte dei governi europei nuovi sforzi di consolidamento fiscale.

Nasce così una contraddizione politica difficilmente sostenibile all’infinito. Agli Stati membri viene chiesto contemporaneamente di rispettare le regole fiscali, aumentare drasticamente la propria spesa militare, finanziare la transizione energetica e industriale, proteggere sistemi sociali sottoposti a crescente pressione e trovare decine di miliardi aggiuntivi ogni anno per sostenere lo Stato ucraino.

La risposta delle istituzioni europee è che il costo del mancato sostegno a Kiev sarebbe superiore a quello dell’assistenza: una vittoria russa renderebbe l’Europa meno sicura e imporrebbe spese militari ancora maggiori nel lungo periodo. È l’argomento fondamentale utilizzato per giustificare il trasferimento progressivo dell’onere finanziario dagli Stati Uniti al continente europeo. Ma proprio perché tale impegno viene ormai presentato come strutturale e potenzialmente pluriennale, il problema del consenso pubblico diventa inevitabile.

Le tensioni politiche sono già visibili: in Francia, Marine Le Pen ha messo in discussione la possibilità di continuare ad aumentare indefinitamente il contributo francese ai programmi europei per l’Ucraina; in Ungheria e Slovacchia, la resistenza a nuovi impegni è ormai consolidata. E il 2027 sarà un anno elettorale particolarmente delicato in diversi Paesi europei, circostanza che spiega perché alcuni governi vogliano chiudere un nuovo accordo finanziario prima che il tema finisca al centro delle campagne elettorali.

Alla luce delle considerazioni emerse, la domanda, dunque, non è più soltanto chi pagherà per l’Ucraina nel 2027. È fino a quando l’Europa e gli europei saranno disposta a pagare, quanto di quel costo verrà trasferito sui bilanci e sui contribuenti degli Stati membri e quale sarà il prezzo politico di una strategia nella quale Washington conserva buona parte del potere decisionale mentre Bruxelles assume una porzione sempre maggiore degli oneri economici.

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