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Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street

Subito dopo aver reso pubblicamente ufficiale che la Luna prende il posto di Marte come obiettivo primario, Musk annuncia la fusione di SpaceX con xAI, la società di Intelligenza Artificiale dal valore di 300 miliardi di dollari.

L’operazione, che secondo Bloomberg ha una valutazione societaria combinata di circa 1,25 trilioni di dollari, porta sotto un unico ombrello SpaceX, Starlink, Starshield, xAI (con il suo modello Grok45) e la piattaforma X. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire i data center nello Spazio che, alimentati da energia solare, siano capaci di sostenere futuri sistemi di ai con una potenza di calcolo impossibile da ottenere sulla Terra.

La «Starship Enterprise», secondo la brillante definizione del settimanale The Economist, esplicita la convergenza dell’economia integrata nell’ecosistema imprenditoriale di Elon Musk, e ridefinisce le sue priorità attraverso l’integrazione di SpaceX con xAI. Sposta il centro di gravità da Marte alla Luna e alle orbite tra quest’ultima e la Terra, dove realizzare le infrastrutture orbitali per l’ai, mettendo per il momento in secondo piano i sogni multiplanetari, senza però farli scomparire del tutto. Ma per realizzare la «Starship Enterprise» servono miliardi di dollari, e quindi, si passa da Marte a Wall Street nel giro di un batter di ciglia.

Due sono le domande da porsi. Primo: la «Starship Enterprise» dipende, nomen omen, dal successo tecnologico della futuristica astronave, ma crescono i dubbi sul fatto che il razzo più potente del mondo riuscirà mai a superare le sue sfide ingegneristiche. Il dodicesimo volo di prova, avvenuto subito dopo la pubblicazione del prospetto informativo per l’offerta pubblica, è stato descritto da SpaceX come «una missione quasi perfetta» nel pieno rispetto della Retorica narrativa della società. In realtà, si sono verificati guasti ai motori sia nel primo che nel secondo stadio e, secondo il South China Morning Post, il primo stadio – super heavy booster – è entrato nel Golfo del Messico ad alta velocità, mentre la Starship è riuscita a malapena a raggiungere l’area di rientro designata nell’Oceano Indiano. Magari la fonte cinese potrebbe essere considerata faziosa (anche perché gli aspetti positivi della missione non sono certo stati pochi), ma ci ha pensato comunque la Federal Aviation Authority americana a stabilire ufficialmente che, nei fatti, la missione era da considerarsi globalmente non del tutto positiva per cui era necessaria una approfondita analisi investigativa delle cause. L’indagine si è positivamente risolta in un paio di mesi, e SpaceX ha potuto lanciare a luglio il tredicesimo volo di prova della Starship che, per la gioia degli investitori di Wall Street, è stato positivo superando i problemi verificatisi durante il test precedente e aprendo la strada alle missioni più ambiziose.

La seconda domanda da porsi è: di là dalle scommesse tecnologiche descritte sopra, che certo non sfuggono ai mercati finanziari, se la priorità dell’azienda fosse stata ancora solo la colonizzazione di Marte quanto si sarebbero fidati gli investitori a scommettere una tale montagna di denaro? Lasciando al lettore la risposta, ci si sarebbe tranquillamente potuti attendere che la priorità narrativa dell’azienda avrebbe assunto forme differenti. E invece, leggendo il prospetto informativo S-149 che SpaceX ha depositato il 20 maggio 2026 alla sec, la Securities and Exchange Commission statunitense, ci si rende conto che lo schema retorico è incredibilmente dirompente in quanto espressamente ancorato alla Retorica originaria dell’esplorazione multiplanetaria, quasi si trattasse di un racconto di Asimov e non di un documento societario per Wall Street. Nel prospetto si legge che l’azienda prevede di accelerare l’avvio urgente di nuovi mercati da migliaia di miliardi di dollari sulla Luna, su Marte e oltre, e di garantire il florido futuro dell’umanità per far sì che gli esseri umani non condividano la stessa sorte dei dinosauri. Si tratta di frasi difficilmente riscontrabili con qualsiasi altro documento della sec in previsione di una quotazione di borsa.

Il testo introduttivo del prospetto è stato redatto dallo stesso Musk, il quale scrive testuale: «Si tratta di credere nel futuro e di pensare che sarà migliore del passato. Non riesco a immaginare nulla di più esaltante che partire alla conquista dello Spazio e trovarci tra le stelle». E sul suo profilo X rincara la dose: «Voglio permettere a ciascuno di avere la propria Luna o il proprio Marte, perché è ciò che garantisce il futuro della coscienza».

Coscienza, avete letto bene. Ma poi, a leggere bene, si evince che il business planetario su cui si regge l’intera operazione è dato da tre settori: connettività, ai e data center, che poi sono tutti e tre interconnessi tra loro.

Per il grande pubblico, la Retorica si aggiorna guardando alla Luna e mantenendo sullo sfondo Marte e il suo slancio salvifico per l’umanità, mentre Wall Street guarda direttamente al Pentagono. Perché la narrativa lunare implica due incipit contingenti, non esplicitati: in primis Starlink, il sistema di connettività globale che fornirà telecomunicazioni commerciali dagli aerei fino agli smartphone; e, in secondo luogo, il Golden Dome, cioè lucrosi contratti del dipartimento della Guerra.

Non è un caso se nei giorni immediatamente successivi al deposito del prospetto di borsa, SpaceX ha ricevuto due contratti dalla us Space Force per un totale di 6,45 miliardi di dollari: i due appalti fanno parte del programma Golden Dome e prevedono il lancio di migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, sia per la rete di comunicazione centrale, e sia per lo Space-Based Advanced Moving Target Indicator (sbamti), progettato per rilevare e tracciare minacce aeree in movimento quali aerei da combattimento, droni e missili cruise.

Bisogna poi considerare che, di fatto, nel Golden Dome si integra anche il progetto ai e data center nello Spazio, presentato nel prospetto di SpaceX per la borsa. Anche in questo caso l’annessa Retorica è quella del beneficio per il pianeta dovuto allo spostamento oltre l’atmosfera di infrastrutture voraci di acqua per raffreddamento e di energia per il funzionamento, risorse queste – freddo ed energia – disponibili gratis nello Spazio. Ma il non detto sottinteso è che i data center costituiranno pure un futuro potenziale business commerciale, ma in realtà sono anch’essi delle infrastrutture strategiche per il funzionamento dell’intera architettura spaziale di protezione missilistica, e quindi oggetto di altrettanto lucrosi appalti militari.

In estrema sintesi, l’AI orbitale trasforma il sistema di difesa missilistica tradizionale che si basa su «rilevamento-comunicazione-risposta» con satelliti in orbita e centri di comando e controllo a terra, in un sistema del tutto nuovo basato su «rilevamento-reazione-risposta» autonomo e interamente spaziale. Questo è il Golden Dome. Spostare tutto il sistema di allerta, rilevamento e risposta nello Spazio riduce il tempo di reazione da minuti a secondi; ecco perché i data center spaziali sono l’unica architettura computazionale compatibile con questa velocità operativa.

In sintesi, Marte può attendere, Wall Street e (soprattutto) il Pentagono invece no. Elon Musk, grazie ai suoi indubbi successi tecnici, vende una visione del futuro così forte e convincente da spingere gli investitori a perdonargli cose che non verrebbero permesse a nessun altro – come per esempio un prospetto informativo per la quotazione di borsa che assomiglia a un libro di fantascienza.

Così come appaiono futuribili, e finanziariamente enormi, le previsioni di mercato che SpaceX ipotizza: 28.500 miliardi di dollari di cui 1.600 miliardi grazie a Starlink (che oggi genera ricavi per 4,4 miliardi), e 26.500 miliardi nell’ai con servizi dallo Spazio.

Qui la narrazione esageratamente ampia dei dati economici è funzionale a comunicare che l’azienda non punta a un mercato esistente ma a uno che ancora non c’è, e che prenderà forma concreta proprio grazie all’intrapresa industriale dell’iniziativa stessa. Logico quindi che i sogni di salvezza multiplanetaria restino sullo sfondo; essi sono rinviati perché la funzione escatologica del pianeta rosso non è un progetto commerciale, ma una missione di salvezza della specie. E se questa Retorica eleva il discorso al di fuori della portata della critica ordinaria, ciò non funziona proprio (né potrebbe funzionare) con il mercato finanziario.

Volendo trarre delle conclusioni, si potrebbe riassumere che la narrativa dello Spazio, e di Marte in particolare, di Elon Musk rappresenta uno dei più sofisticati esempi di Retorica contemporanea incentrata su un’idea visionaria extraterrestre, che viene sapientemente applicata alla raccolta di capitali, al lobbying politico e alla costruzione di un consenso pubblico globale, indipendentemente poi dal fatto che su Marte ci si arrivi in tempi ragionevoli. Infatti, il sogno marziano viene ex abrupto messo da parte nel momento in cui la Geopolitica terrestre detta vincoli e limiti.

Tratto da “Tra spazio e terra. Retorica e politica della corsa alla Luna” (Paesi edizioni), di Marcello Spagnulo, 18 euro, 144 pagine.

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L’Ucraina vende all’Europa le armi che sviluppa sul campo

La Bundeswehr si prepara a comprare il Bars, un missile da crociera ucraino a basso costo già impiegato contro obiettivi in Russia. È il segnale di un cambio di paradigma: accanto alle armi sofisticate e costose, gli eserciti europei cercano sistemi producibili in massa, capaci di aumentare rapidamente la potenza di fuoco e mettere sotto pressione le difese avversarie.

La Germania si prepara a fare qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare: acquistare missili sviluppati in Ucraina per il proprio arsenale. Secondo il Financial Times, Berlino dovrebbe finalizzare nelle prossime settimane un accordo per una prima fornitura del Bars, un missile da crociera a propulsione a getto con una gittata fino a mille chilometri e una testata fino a 105 chilogrammi, a seconda della versione. La Bundeswehr lo sottoporrà a test tecnici all’inizio del 2027. Se le prove daranno risultati soddisfacenti, l’ordine potrebbe arrivare a diverse centinaia di esemplari.

La notizia va oltre il valore della singola commessa. A cambiare è il modo in cui la Germania pensa di costruire la propria capacità di attacco a lungo raggio: non più soltanto attraverso sistemi sofisticati, costosi e disponibili in quantità limitate, ma anche con armi relativamente economiche, producibili rapidamente e già sperimentate sul campo.

Il contrasto con i Tomahawk americani è evidente. Berlino ha avviato l’acquisizione di questi missili, il cui costo unitario è stimato tra i quattro e i sei milioni di dollari. Ma i prezzi elevati e i vincoli produttivi rendono difficile accumularne rapidamente grandi scorte: le consegne potrebbero slittare agli anni Trenta. Per questo la Germania sta cercando alternative da affiancare ai sistemi di fascia alta, non necessariamente da sostituire.

Oltre al Bars, il governo tedesco intende testare l’Anthem, prodotto dalla startup americana Covenant, che costerebbe circa un decimo di un Tomahawk. Il Bars sarebbe ancora meno costoso. L’obiettivo è disporre di armi differenti per costo e prestazioni, riservando i sistemi più sofisticati agli obiettivi strategici e utilizzando quelli più economici per aumentare il numero di attacchi possibili.

È una logica che riguarda anche il rapporto tra missili e difese aeree. Il capo dell’esercito tedesco, Christian Freuding, ha spiegato che sistemi di questo tipo permetteranno di colpire obiettivi fino a circa 1.500 chilometri di profondità in grandi quantità, saturando le difese avversarie. In uno scenario simile, la capacità di produrre e impiegare molti vettori diventa importante quanto le prestazioni del singolo missile.

Il cambiamento investe anche l’industria della difesa. Il Bars viene già prodotto in Germania da una joint venture ucraino-tedesca nata nell’ambito del programma «Build with Ukraine»: a ottobre, Kyjiv ha ricevuto i primi esemplari realizzati e finanziati in Germania. La nuova commessa, se confermata, estenderebbe la produzione alle esigenze della Bundeswehr. Sarebbe il primo caso noto di acquisto da parte dell’esercito tedesco di un’arma offensiva sviluppata in Ucraina.

Per Berlino significa anche sperimentare un modello di acquisizione diverso da quello tradizionale, dominato da grandi appaltatori e procedure lunghe. L’apertura a startup e produttori più piccoli, con test condotti mentre si definiscono i contratti, punta ad accorciare i tempi tra sviluppo, valutazione e ingresso in servizio.

Secondo documenti del ministero della Difesa tedesco citati da Politico ad agosto, il piano per costruire un nuovo arsenale di armi a lungo raggio potrebbe richiedere quasi 12 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi destinati ai missili da crociera. Le cifre rappresentano fabbisogni previsti, non necessariamente fondi già approvati. Tra i sistemi presi in considerazione figurano Bars, Flamingo, anch’esso ucraino, e Anthem.

Per l’Ucraina, intanto, si apre una prospettiva industriale nuova. La guerra ha costretto le sue aziende a sviluppare e perfezionare armi in condizioni operative reali, mentre la produzione all’estero consente di aumentare i volumi e ridurre l’esposizione agli attacchi russi. L’interesse non riguarda soltanto Berlino: anche Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, mentre l’esercito americano ha ordinato droni da ricognizione Raybird a una controllata statunitense della società ucraina Skyeton.

Il risultato è un mercato europeo in cui l’esperienza maturata sul fronte ucraino diventa un possibile vantaggio competitivo. La Germania non rinuncia ai missili americani né ai sistemi avanzati sviluppati con i partner europei. Cerca di affiancarvi armi più economiche e numerose. Perché la deterrenza non dipende soltanto dalla capacità di colpire lontano, ma anche dalla possibilità di farlo in quantità sufficienti e senza esaurire rapidamente le proprie scorte.

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