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“In piazza contro il governo Meloni e il riarmo”, il vox tra i manifestanti al corteo di Roma: “Il centrosinistra? Non ci rappresenta”

In piazza contro il governo Meloni, reclamando salari e pensioni più alte e misure concrete contro il carovita. In corteo per le strade di Roma per protestare contro la manovra e contro le politiche di riarmo portate avanti dall’esecutivo. Circa 100mila persone secondo gli organizzatori hanno sfilato per la Capitale. Un corteo tra la stazione Termini e il ministero dei Trasporti, poi ancora verso il Colosseo e i Fori imperiali – dove diversi manifestanti si sono accampati – aderendo allo sciopero proclamato dall’Usb e dai sindacati di base, tra cori e slogan scanditi contro la premier e il suo esecutivo. Così come verso il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, accusato per la propaganda sulla legge Fornero, così come per le precettazioni dei lavoratori in sciopero, contestato quando il corteo ha sfilato sotto la sede del suo dicastero. Eppure, nella piazza che contesta Meloni, non sembra esserci fiducia su chi dovrebbe rappresentare un’alternativa di governo: “Il campo largo? Non ci rappresenta“, spiegano in tanti manifestanti. “Quando governava il Pd gli studenti che contestavano venivano manganellati allo stesso modo di oggi”, accusano gli studenti dei collettivi. Ma è soprattutto sul tema degli armamenti che i progressisti non raccolgono consensi tra chi sfila e sciopera. Al massimo, c’è chi aspetta da Pd, M5s e Avs e il fronte progressista fatti concreti: “La posizione contraria sul 5% del Pil sulle spese militari? Lo vedremo alla prova dei fatti“, spiega una manifestante, mentre mette dei fiori su un cannone di cartapesta, così come si diceva negli slogan degli anni Sessanta.
Chi ci mette la faccia in piazza, mentre nelle stesse ore del corteo i leader del centrosinistra decidono di organizzare quell’incontro rinviato per mesi sul programma, sono intanto alcuni parlamentari: “Siamo venuti qui per ascoltare, anche per sentire le critiche“, si difende il dem Arturo Scotto. Che però contesta chi parla di ambiguità sul riarmo: “La nostra posizione è chiara, quella di Elly Schlein e del Pd, come quella dei partiti del fronte progressista”. C’è anche il M5s per le strade della Capitale, con il capogruppo Riccardo Ricciardi che sottolinea: “C’è chi dice che non si sente rappresentato dal nostro campo? Noi come M5s siamo sempre stati chiari contro il riarmo“. Posizione condivisa anche da Elisabetta Piccolotti, in piazza per Avs: “Siamo in piazza con tanti parlamentari. Che ci sia un vertice tra i nostri leader significa che vogliamo raccogliere le richieste di questo corteo. Ora facciamo in fretta il programma, deve essere coraggioso”. La fiducia però non c’è, almeno per ora, tra chi protesta: “Al momento una reale alternativa non la vediamo”.

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“Lavoriamo per 700 euro al mese ma il governo si indigna solo per qualche vetrina rotta”: le voci della piazza di Napoli

A Napoli più di 20mila persone tra studenti e lavoratori hanno partecipato allo sciopero generale indetto dal sindacato Usb contro carovita e spese militari. “In questo momento in tutta Europa – ci dice uno dei manifestanti – c’è una ripresa delle manifestazioni giovanili dappertutto in Francia, in Spagna e in Albania e pensiamo ci sia un vento nuovo di giovani che vogliono lottare per un futuro migliore che questo sistema non può più assicurare. Oggi scioperano i lavoratori ma scioperano anche gli studenti perché c’è la necessità di unire le forze ispirandosi a quello che fu il ’68, un periodo di grande trasformazione della società e di lotta contro un sistema marcio che adesso è più marcio di prima”.

I manifestanti partiti da Piazza Mancini intonando slogan contro il governo hanno tentato di accedere alla Stazione Centrale partenopea, ma l’enorme dispiegamento delle forze dell’ordine ha impedito loro l’accesso. “Oggi in piazza c’è un pezzo di Paese che non è rappresentato – spiega Giuliano Granato portavoce di Potere al Popolo – un pezzo di Paese di cui non si ascolta mai la voce ed è la voce di chi lavora a 700 euro al mese, abbiamo letto editoriali su qualche vetrina rotta ma mai nulla su chi non arriva più nemmeno alla terza settimana del mese e il governo di fronte a tutta questa gente ha risposto solo con la repressione, otto pacchetti sicurezza e nessun decreto sui salari, sul caro affitti e sul costo della vita in generale. Ma – conclude Granato – non è con il manganello che si governa un paese e soprattutto non è con il manganello che si danno risposte a migliaia di cittadini in piazza e alle ragioni profonde che stanno dietro a questa protesta e a questo malessere diffuso che oggi riguarda sia lavoratori che studenti”.

Nel corso del corteo un’immagine raffigurante la premier Giorgia Meloni e la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini è stata data alle fiamme. Il corteo ha poi cambiato percorso per dirigersi verso il porto commerciale mandando di fatto in tilt il traffico cittadino per tutta la mattinata e bloccando i varchi autostradali. Qui un gruppo di studenti ha appiccato il fuoco ad un carro armato di cartapesta e a delle finte banconote da 100 euro proprio davanti alle forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa. “E’ un gesto simbolico – ci spiega una manifestante – per dire che i miliardi che i governi stanno bruciando in armi dovrebbero essere impiegati per i salari, per le scuole e per il welfare”.

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Lo sciopero centra l’obiettivo: “Più di un milione” di lavoratori e studenti in piazza contro carovita e armi. Senza incidenti nei cortei Usb

Cinquantamila a Milano, Roma e Bologna. Oltre ventimila a Napoli. A Livorno, con 15mila persone, anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi Francesca Albanese. Almeno diecimila a Firenze, Genova e Padova. Altre migliaia e migliaia nelle restanti 56 piazze organizzate dall’Unione sindacale di base da nord a sud. “È una stima difficile, ma siamo stati almeno un milione”, annuncia l’Usb quando i cortei iniziano a sciogliersi. Lo sciopero fa strike e fa cadere tutti i birilli d’allarme della vigilia: il rischio scontri, l’assalto alle vetrine, le violenze. Nulla di tutto ciò. A pomeriggio inoltrato, quando i cortei ufficiali sono ormai sciolti lasciando a bocca asciutta i profeti del disordine, resta una giornata in cui si è alzato forte il vento della protesta contro le politiche del governo risaldando un asse nato da qualche anno, rinforzatosi con le proteste per Gaza, e ormai solidissimo: quello tra l’Usb, uno dei sindacati più movimentisti, e i collettivi di studenti. Da ormai oltre un anno, le piazze più piene sono quelle chiamate dai sindacati di base: se nel 2025 il tema era centrato sulla politica estera e sulla questione umanitaria nella Striscia, questa volta l’Usb ha riportato un fiume di persone nelle piazze anticipando lo sciopero generale della Cgil sui temi sociali più caldi.

Per come si arrivava in piazza, dopo gli assalti nel centro di Milano di due settimane fa e la tensione altissima dopo il fermo di Youssef Siher, è stata anche una prova di maturità organizzativa. Le piazze sono state affollate, rumorose, colorate e hanno scandito slogan radicali senza che si arrivasse mai allo scontro con le forze dell’ordine. Si segnalano, per la cronaca, qualche momento di tensione a Torino (due feriti) e Bologna in mattinata, uno spezzone – non più di 300 persone – che a Roma ha lanciato bottiglie di vetro contro i poliziotti vicino al Colosseo, alzando le barricate con i bidoni della spazzatura. Dieci minuti di tensione, o poco più. Nulla in confronto all’onda che ha sbattuto in faccia al governo la rabbia per la situazione: i lavoratori che non arrivano alla fine del mese, stretti dal carovita, proprio nel giorno in cui l’Istat certifica una nuova fiammata dell’inflazione; gli studenti preoccupati dal proprio futuro e i portuali in lotta contro l’ok al transito dai porti italiani delle armi destinate alle zone di guerra, Israele in primis.

Sono stati i primi a montare i picchetti al mattino lungo le banchine di Genova e Trieste. Poi le piazze si sono via via riempite. La gestione dell’ordine pubblico, questa volta, ha funzionato. Il punto di caduta nelle grandi città è stato il via libera a occupare simbolicamente le tangenziali da Milano a Napoli, passando per Torino e Bologna. I cortei sono lasciati passare, a volte dopo lunghe trattative, verso le grandi arterie stradali. Anche per ore. Manifestanti e forze dell’ordine non si sono mai fronteggiati, i serpentoni sono via via defluiti sciogliendosi man mano. In serata, qualche disordine si è registrato a Roma, dove un numeroso gruppo di studenti si è diretto prima verso il ministero dell’Istruzione e quindi ha cercato di raggiungere il Parlamento fronteggiandosi con i poliziotti che hanno respinto il tentativo di raggiungere i palazzi del governo. Gli scioperi dei trasporti precettati dal ministro Matteo Salvini, che si è detto “soddisfatto” per aver evitato la paralisi, hanno forse finito per facilitare la partecipazione senza spostare di un centimetro i disagi che comunque ci sono stati negli altri settori e anche sulla mobilità, visto che le linee di superficie hanno comunque risentito di ritardi e cambiamenti di percorso, senza considerare la chiusura delle tangenziali per ore. Strike.

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Da Genova al Pireo, i portuali bloccano gli scali in tutto il mondo contro il traffico di armi: “Fatta la storia, 22 Paesi uniti contro l’economia di guerra”

Dockworkers do not work for war. “I lavoratori portuali non lavorano per la guerra“, si legge sullo striscione affisso dai manifestanti sul parapetto di ponte Mosca, a Torino. A Genova, 15mila persone sono entrate nel porto da varco Albertazzi, per affiancare i lavoratori che hanno bloccato lo scalo con grandi pneumatici e fumogeni, ribadendo il loro no al riarmo, alla guerra e al carovita. A Livorno, alle 6 di mattina, i presìdi Usb a Ponte Genova, nella zona del porto, erano già affollati. E così anche ad Ancona, Civitavecchia, Gioia Tauro, Carrara, Bari, Ravenna e Trieste. Ma il 30 ottobre la mobilitazione dei lavoratori portuali non ha bloccato solo le banchine italiane, in concomitanza con la giornata di sciopero generale. Sono 113 in tutto i porti coinvolti nella protesta. Ventidue Paesi, in cinque continenti diversi: “Una potente espressione di coordinamento internazionalista e di classe contro lo sfruttamento, l’aggressione imperialista e la guerra”, scrivono i promotori. E questo tipo di collaborazione orizzontale, commentano i manifestanti, “fa paura ai governanti perché i lavoratori mostrano il loro potere, bloccando le armi e la circolazione delle merci”. Secondo le associazioni, lo sciopero ha lasciato a terra 52mila container, per un valore di 2,8 miliardi di dollari.

Il centro della mobilitazione italiana, e non solo, è Genova. Da qui il Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) e il sindacato Usb Mare e Porti chiamano a raccolta il Paese e “tutti i cittadini che si rifiutano di lavorare per la guerra”. “Oggi blocchiamo tutto”, ha commentato José Nivoi, portavoce del Calp del capoluogo ligure. “Il porto dovrebbe essere casa nostra, ma sta diventando sempre più casa dei fondi finanziari, di chi sta in Svizzera, a Singapore o a Taiwan. Dobbiamo cambiare questo Paese e riprenderci la politica in mano – ha aggiunto Nivoi -, perché chi ci rappresenta non ha interesse per il popolo, ma solo per banca e finanza”. E sulla precettazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini: “Non ci interessa, lui non ha capito che si va fino in fondo adesso. Pensa di bloccare lo sciopero attaccandosi al ponte dei Santi e dei Morti, ma non funziona così. Si occupi dei trasporti invece della propaganda politica con i militari a Milano. Prendo i treni tutti i giorni e non ce n’è uno in orario, c’è un disagio continuo. Faccia il suo lavoro o si dimetta”. Nivoi ha quindi richiamato le ragioni complessive della mobilitazione, parlando di un malessere sociale che travalica i confini nazionali, seppur “il governo Meloni abbia aggravato le cose”. “Queste battaglie – ha concluso – uniscono i lavoratori a livello mondiale, in cinque continenti. Siamo tutti nelle stesse condizioni”.

Le notizie dei presìdi arrivano da tutti i principali scali internazionali. In Grecia, le navi sono rimaste ormeggiate in sette porti: al Pireo, circa 3mila portuali e marittimi hanno incrociato le braccia per interrompere le operazioni di movimentazione delle merci e sospendere i traghetti verso le isole. In Francia, la Cgt Ports et Docks ha proclamato 24 ore di astensione dal lavoro. Iniziative anche in Spagna, Germania e Turchia. La protesta ha raggiunto inoltre il Marocco e l’India, dove i sindacati avevano annunciato possibili interruzioni delle attività in una dozzina di porti. Alle astensioni dal lavoro, si sono affiancati cortei e presìdi. I portuali, oltre a voler bloccare il traffico d’armi, chiedono sicurezza per chi naviga nelle zone di guerra. Secondo il sindacato greco Penen – riportato da Reuters -, dall’inizio del 2026 nel Mar Nero si sarebbero verificati 570 attacchi contro le navi, con 40 marittimi uccisi e centinaia di feriti. Nei primi 21 giorni di ottobre, sempre secondo il sindacato, gli attacchi alle imbarcazioni nel Golfo Persico sarebbero stati 28. Dall’India, i rappresentanti della federazione Wtwfi riferiscono di 15 marittimi indiani morti. Per quanto riguarda l’impatto economico, secondo il gruppo No Harbour for Genocide – l’associazione internazionale che chiede di fermare i trasferimenti marittimi di armi, materiale militare e carburante destinati a Israele attraverso i porti -, lo sciopero coinvolge 52mila container, per un valore di 2,8 miliardi di dollari.

“Oggi Genova ha fatto la storia“, commenta infine Nivoi, alla conclusione del corteo nel capoluogo ligure. “Partendo da qui abbiamo coordinato il blocco di oltre 100 porti in cinque continenti, dando vita al più grande sciopero internazionale marittimo della storia, legato a doppio filo allo sciopero generale”. “Il tema delle armi è quello che tiene insieme tutto – ha sottolineato Nivoi -. Il governo sceglie di finanziare gli armamenti sottraendo risorse vitali a ospedali e istruzione. Quando si parla di riarmo i fondi ci sono sempre, mentre per ristrutturare gli edifici scolastici non c’è una lira, al punto che ci sono aule con muffa e soffitti pericolanti dove gli studenti rischiano la salute. È una vergogna: si taglia sui servizi essenziali mentre l’inflazione, il caro benzina e l’aumento del costo della vita impediscono persino a chi percepisce duemila euro di arrivare a fine mese”, conclude.

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Sciopero generale, i portuali di Genova: “Non vogliamo essere complici del riarmo, cerchiamo solo uno stipendio degno”

“I portuali non vogliono più essere complici del riarmo che sta attraversando i nostri porti. Vogliamo portare a casa uno stipendio degno per arrivare a fine mese”. José Nivoi, sindacalista dell’Usb Mare e Porti, riassume così le ragioni dello sciopero generale del 30 ottobre, indetto contro le politiche di riarmo del governo Meloni e il carovita. A Genova, fin dal mattino, i lavoratori del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) hanno bloccato il varco di via Albertazzi. Qui sono confluiti i cortei partiti da Principe e Sampierdarena, con migliaia di lavoratori e studenti. In totale i manifestanti sono circa 10mila, la protesta genovese si inserisce nella mobilitazione internazionale contro il traffico di armi e la militarizzazione dei porti, promossa da una rete di organizzazioni sindacali che coinvolge oltre 110 scali in cinque continenti, con scioperi, blocchi e presìdi.

“I lavoratori portuali non sono più disposti a lavorare per la guerra, né tantomeno a pagarla”, spiega Nivoi, collegando le spese militari alle difficoltà quotidiane: salari bassi, affitti, mutui e prezzi in aumento. “Quando ci dicono che non ci sono soldi per le pensioni, poi i miliardi per riarmare il paese li trovano sempre”. Nel mirino dei manifestanti anche Matteo Salvini, che ha firmato un’ordinanza di precettazione per il settore dei trasporti, decisione ritenuta illegittima dall’Usb, che ha confermato la mobilitazione. “Dovrebbe dimettersi, perché non è in grado di fare il ministro dei Trasporti”, attacca Nivoi. “Dovrebbe ascoltare i lavoratori e capire cosa succede nel mondo del lavoro, invece di criticare chi fa gli scioperi di venerdì”.

“Non è con le precettazioni, non è con i disegni di legge che si può salvare questo paese”, aggiunge Riccardo Rudino del Calp, chiedendo di destinare alla sanità, alla scuola e ai rinnovi contrattuali le risorse impegnate nell’industria bellica. “Gli scioperi generali possono essere anche pesanti, capiamo che il disagio che creano è tanto, ma servono a dare un segnale forte ai governi”. Tra i manifestanti anche Benedetta Scuderi, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra: “Genova è una città simbolo della lotta contro la guerra e contro il genocidio. I portuali stanno facendo un lavoro di mobilitazione dal basso fondamentale”. Intanto il corteo degli studenti si unisce a quello dei lavoratori al grido di “Noi la guerra non la paghiamo”. Nel pomeriggio è prevista una nuova manifestazione che passerà all’interno dello scalo portuale per raggiungere il centro città, il corteo passera davanti alla stazione ferroviaria di Genova Principe e non si escludono altri blocchi.

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Napoli, bruciate le immagini di Meloni e Bernini durante lo sciopero generale

Bruciate le immagini di Meloni e Bernini a Napoli durante lo sciopero generale. Gli studenti e le studentesse del CAU (collettivo autorganizzato universitario), durante il grande corteo regionale indetto dall’unione sindacale di base contro carovita, guerra e carobenzina hanno dato fuoco ad un’immagine rappresentante la premier Giorgia Meloni e la Ministra dell’università Annamaria Bernini mentre stringono le mani del famoso omino simbolo del gioco di società Monopoly.

Gli studenti hanno spiegato le ragioni del loro gesto: “I prezzi dei beni di prima necessità sono triplicati, la benzina è diventata un bene di lusso, i trasporti funzionano sempre peggio, lo stipendio – quando c’è – non basta più, e invece di ricevere risposte concrete dall’attuale governo vediamo solo tappeti rossi alla speculazione edilizia”.

La critica principale mossa dai giovani del CAU è proprio rivolta all’attuale piano di edilizia studentesca voluto dal governo Meloni nel PNRR: “Siamo stufi di continuare ad assistere a politiche di privatizzazione e di definanziamento del settore universitario, paghiamo affitti che raggiungono i 700€ per una camera singola nelle grandi città universitarie e l’unica risposta di questo governo è investire miliardi del PNRR per la costruzione di studentati di lusso privati in cui solo il 30% dei posti è a prezzi calmierati e che coprono meno del 5% del numero di fuorisede in Italia”.

Infine, concludono: “Noi vogliamo una vita degna, una vita bella, chiediamo che il totale degli investimenti PNRR siano destinati alla sola costruzione di studentati pubblici al 100%, un calmiere sui prezzi degli affitti delle nostre città e extra tassazione dei multiproprietari che nelle nostre città posseggono decine di case e le tengono sfitte”.

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