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L’ex ministro Scajola è di nuovo indagato: “Interruzione di pubblico servizio, ha fermato la rimozione di alcuni veicoli”

“Non rompiamo troppo i coglioni alla gente, strappate i verbali“. Secondo le testimonianze raccolte, il sindaco di Imperia ed ex ministro del governo Berlusconi, Claudio Scajola, si è rivolto così agli agenti della polizia locale che, due anni fa, nella città ligure, stavano multando alcuni veicoli, destinati alla rimozione forzata. Per questa ragione, come riporta La Stampa, il primo cittadino è stato raggiunto da un nuovo avviso di garanzia, poiché indagato per interruzione di pubblico servizio. Con lui è coinvolto anche l’ispettore della polizia locale Claudio Benvenuto.

I fatti risalgono al 6 novembre del 2023. Scajola era diretto a Oneglia quando, passando in via del Cantiere, “con toni molto accesi” ha invitato due membri della polizia locale a interrompere la rimozione di alcuni scooter, già caricati sul carro attrezzi. Il divieto di sosta era stato stabilito da un’ordinanza del comandante della stessa polizia locale. Secondo quanto scrive il quotidiano torinese, Scajola ha anche invitato il dipendente della carrozzeria a sospendere il proprio lavoro per tutta la serata. Benvenuto risulta indagato perché, contattato dai due vigili, avrebbe detto loro di seguire le direttive di Scajola.

Non è la prima volta che Scajola finisce nei guai per aver interagito con la polizia locale. Recentemente è stato assolto nel processo che lo vedeva imputato con l’accusa di favoreggiamento per aver ordinato a un comandante di interrompere un sopralluogo in un terreno a Caramagna. “C’è una pubblicità a indagarmi, ma non mi lascio intimorire” ha commentato all’Adnkronos il sindaco di Imperia. “Io sto sempre dalla parte del cittadino – prosegue – erano tre motorini, ho semplicemente detto che potevano lasciarli parcheggiati perché la manifestazione si sarebbe svolta il giorno dopo. L’ho fatto perché era nei miei poteri“.

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Strage di Castel d’Azzano, tre comandanti dei carabinieri indagati per omicidio colposo plurimo

Nell’esplosione morirono tre carabinieri. Ora la Procura di Verona ha deciso di indagare tre ufficiali dell’Arma per omicidio colposo plurimo. Il 14 ottobre del 2025, a Castel d’Azzano, nel Veronese, secondo l’accusa i fratelli Ramponi (Franco, Dino e Maria Luisa, rispettivamente 66, 64 e 60) si barricarono in casa, facendola saltare in aria. Il crollo del tetto provocò la morte dei tre militari.

Da quanto appreso da RaiNews – e poi confermato all’Ansa – la Procura di Verona ha aperto un fascicolo a carico del comandante della compagnia di Villafranca Vincenzo Spataro, del tenente colonnello Antonio Sframeli, allora comandante del reparto operativo, e a carico del colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri di Verona.

Lunedì 26 ottobre è iniziato il processo, intanto, a carico dei tre fratelli Ramponi, che devono rispondere di strage, detenzione di esplosivi e resistenza a pubblico ufficiale. La notte dell’esplosione persero la vita Marco Piffari, 56 anni, comandante della Squadra operativa di supporto del quarto Battaglione carabinieri Veneto, il coetaneo Valerio Daprà, operatore dell’Aliquota di Primo intervento, e il 36enne Davide Bernardello. Altri 25 componenti della task force intervenuti per il sopralluogo nel casolare, tra militari e vigili del fuoco, rimasero feriti. I carabinieri si erano recati nel casolare di proprietà dei Ramponi per eseguire una perquisizione e un’operazione di sfratto. L’ambiente era stato saturato di gas e riempito di bombole e bottiglie molotov.

La notizia della settimana è che la Corte d’Assise di Verona ha rigettato la richiesta di perizia psichiatrica avanzata dalle difese di Franco e Dino Ramponi. L’istanza era già stata rigettata anche dalla gup di Verona Beatrice Marini durante l’udienza preliminare. Nell’ordinanza il presidente Raffaele Ferraro ha precisato che “in questa fase preliminare, prima dell’accertamento dei fatti e dell’assunzione delle testimonianze e delle consulenze, non vi siano elementi sufficienti” per disporre una perizia psichiatrica, né accertare la capacità di intendere e di volere degli imputati al momento dei fatti né per accertare la loro capacità di partecipare coscientemente al processo. “Resta salvo – ha aggiunto il giudice – un’ulteriore valutazione sulla necessità di esperire una perizia psichiatrica nel corso del processo, dopo l’assunzione delle prove”.

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