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Il manifatturiero italiano è il tallone d’Achille della cybersicurezza

30 October 2026 at 03:45

Il manifatturiero italiano è il settore più colpito dagli attacchi informatici nel nostro Paese. Non è soltanto una questione di frequenza: il dato assume un significato particolare se confrontato con la distribuzione globale degli incidenti, dove l’industria manifatturiera pesa molto meno. È uno dei segnali che emergono dall’ultimo rapporto Clusit sulla cybersecurity, dedicato al primo semestre del 2026: mentre il cybercrime cambia bersagli e metodi, la sicurezza informatica diventa sempre più una questione di continuità produttiva e di tenuta del sistema economico.

In sei mesi il Clusit ha censito 4.911 incidenti informatici gravi nel mondo, il numero più alto mai registrato in un singolo semestre. Sono il 105 per cento in più rispetto alla seconda metà del 2025 e il 71 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La media è salita a 819 incidenti al mese, contro i 439 del 2025 e i 171 del 2021. Tra gennaio e giugno è stato raggiunto il 93 per cento del totale degli incidenti censiti nell’intero anno scorso.

Il dato richiede però una precisazione. La crescita si concentra negli episodi per i quali non è stato possibile identificare la tecnica utilizzata: gli incidenti classificati come undisclosed sono passati dai 943 del primo semestre 2025 ai 3.321 del 2026, circa due terzi del campione. Al contrario, gli incidenti per cui la tecnica è nota sono diminuiti da 1.930 a 1.590. Il Clusit parla di un «paradosso della trasparenza»: aumentano le informazioni sugli incidenti, anche per effetto degli obblighi di notifica, ma spesso non emergono dettagli sufficienti per ricostruire le modalità dell’attacco. Il record, dunque, fotografa una crescita reale degli eventi noti, ma non permette di misurare con la stessa precisione l’evoluzione delle tecniche impiegate.

A livello globale il cybercrime è all’origine del 95,4 per cento degli incidenti, pari a 4.683 casi. L’hacktivism, invece, scende a 62 episodi, il 73 per cento in meno rispetto al primo semestre 2025. Tra i settori più colpiti, quello governativo, militare e delle forze dell’ordine è al primo posto con 751 incidenti; il commercio all’ingrosso e al dettaglio sale al terzo, con 467 casi, oltre quattro volte quelli registrati un anno prima.

In Italia la minaccia cambia forma, ma non scompare. Gli incidenti censiti sono 245: meno dei 280 del primo semestre 2025, ma in aumento dell’8 per cento rispetto al semestre precedente. Il peso italiano sul campione globale scende dal 9,5 al 5 per cento. A cambiare soprattutto è la distribuzione degli attacchi. L’hacktivism, che nel 2025 rappresentava il 38,7 per cento degli episodi italiani, scende al 17 per cento; il cybercrime torna a essere la causa prevalente, con circa l’82 per cento dei casi.

Si ridimensionano anche gli attacchi dimostrativi contro le istituzioni. Gli incidenti che riguardano il settore governativo, militare e delle forze dell’ordine passano dal 28,4 all’11 per cento del totale italiano, mentre l’incidenza degli attacchi DDoS scende dal 38,5 al 17 per cento. Il Clusit indica tra le possibili spiegazioni il rafforzamento delle procedure e delle difese, anche in seguito alla legge 90 del 2024 e alla direttiva NIS2, il ripristino più rapido dei servizi e una minore attenzione mediatica. È una tendenza da confermare con i dati dell’intero anno.

Il quadro più preoccupante riguarda però le imprese produttive. Il manifatturiero rappresenta il 18,4 per cento degli incidenti italiani, contro il 5,4 per cento a livello mondiale. Nel primo semestre sono stati censiti 45 episodi nel comparto. Le vittime italiane costituiscono così il 17 per cento di quelle manifatturiere registrate a livello globale, una quota sproporzionata rispetto al peso dell’Italia sul totale degli incidenti. Il dato non dimostra da solo una maggiore vulnerabilità delle aziende italiane: incidono anche la struttura produttiva nazionale, la composizione del campione e la visibilità degli attacchi. Mostra però quanto il settore industriale sia esposto nel panorama cyber del Paese.

Anche le tecniche utilizzate raccontano questo cambiamento. Il malware è tornato a essere la più frequente in Italia, passando dal 22,7 per cento degli incidenti nel 2025 al 43 per cento nel primo semestre 2026. La minaccia non riguarda soltanto la sottrazione di dati: un attacco può interrompere i processi produttivi, bloccare i servizi e propagarsi lungo le catene di fornitura. Per questo il rapporto richiama l’attenzione sul rischio sistemico che coinvolge manifatturiero, amministrazioni pubbliche, infrastrutture critiche e fornitori di servizi informatici.

L’intelligenza artificiale non viene indicata dal Clusit come la causa principale dell’impennata registrata nel semestre. Può però amplificare le capacità degli attaccanti e abbassare la soglia di competenze necessarie per condurre operazioni complesse. Il rapporto segnala inoltre i primi indizi di agentic hacking: sistemi di agenti autonomi capaci, in prospettiva, di coordinarsi, adattare le strategie e concatenare tecniche e vulnerabilità.

La conclusione è meno tecnologica di quanto possa sembrare. Se gli attacchi diventano continui e più accessibili, la sicurezza non può ridursi all’adempimento degli obblighi normativi. Per le imprese, soprattutto quelle manifatturiere, proteggere reti e sistemi significa anche garantire la continuità operativa. E, per un Paese in cui l’industria occupa un ruolo centrale, significa proteggere una parte della propria sicurezza economica.

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Le nomine di Gdf e intelligence agitano Palazzo Chigi

28 October 2026 at 03:45

Il governo sembra orientato a dare altri sei mesi di proroga ad Andrea De Gennaro come comandante generale della Guardia di Finanza. Il suo mandato, già prorogato in primavera, è in scadenza il prossimo 31 dicembre. Ma il governo non sembra aver trovato ancora la quadra.

Tra i potenziali successori ci sono Vito Augelli, alla guida dell’Ispettorato per gli istituti di istruzione del Corpo, Leandro Cuzzocrea, transitato all’intelligence e oggi vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), e Umberto Sirico, a capo dei reparti speciali delle Fiamme gialle. Ma non solo: nei giorni scorsi il quotidiano Domani ha citato Francesco Greco, erede di Augelli al Comando interregionale per l’Italia meridionale, e Giuseppe Arbore, capo di stato maggiore. Lo stesso giornale parla di nuove tensioni, anche su questa nomina, tra il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega all’intelligence e alla cyber, e Guido Crosetto, ministro della Difesa.

La partita al comando delle Fiamme gialle potrebbe incrociare quella ai vertici dell’intelligence: Carlo De Donno, generale dei Carabinieri, e Francesco Paolo Figliuolo sono entrambi in scadenza come vicedirettori rispettivamente all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e all’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise). Il primo, classe 1959, è vicedirettore dall’inizio del 2021 sotto il governo Conte II e ha ottenuto un ulteriore mandato, di due anni, a fine novembre 2024 dal governo Meloni. Il secondo, classe 1961, è vicedirettore da dicembre 2024. Per entrambi, dunque, è già scattata l’età pensionabile (65 anni: per De Donno prima della proroga di novembre 2024, per Figliuolo lo scorso luglio). Ma una proroga è ancora possibile, l’importante è che ci sia continuità di mandato.

Intanto, oggi il Copasir sente il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli. È la terza volta in meno di un mese, con il comitato parlamentare di vigilanza impegnato nell’indagine conoscitiva sulla Cina che, evidentemente, sta fornendo molto materiale da visionare e discutere.

 

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C’è una guerra nell’intelligence americana, e la sta vincendo la Cia

28 October 2026 at 03:45

Il Pentagono vuole costruirsi una rete di spie sotto copertura, e la Central Intelligence Agency non sembra intenzionata a lasciarglielo fare. Dietro il progetto per rafforzare le capacità clandestine del dipartimento della Difesa – della Guerra, sotto l’amministrazione Trump – si intravede una battaglia per il controllo dello spionaggio americano, nella quale Langley sembra avere oggi il vantaggio politico. Ma la vittoria di un’agenzia sulle altre non significa che gli Stati Uniti siano più preparati a raccogliere informazioni in un mondo in cui le coperture tradizionali sono sempre più difficili da mantenere.

Secondo il Washington Post, il Pentagono sta pianificando un programma più ambizioso di nonofficial cover officer (Noc): agenti che operano all’estero senza apparenti legami con il governo americano, fingendosi imprenditori o professionisti del settore privato. L’obiettivo è raccogliere informazioni economiche sulla Cina e sugli altri concorrenti strategici degli Stati Uniti. Il progetto è ancora in fase di pianificazione e il Pentagono contesta la ricostruzione del giornale. A supervisionarlo sarebbe Tom Rakusan, veterano della Agency con 39 anni di servizio, entrato al Pentagono dopo il passaggio al fondo Cerberus Capital Management, cofondato da Steve Feinberg, oggi vicesegretario alla Difesa. L’idea di sviluppare capacità autonome di copertura non ufficiale, tuttavia, tocca un nervo scoperto: Langley considera le operazioni clandestine all’estero una propria competenza fondamentale e vuole che siano coordinate dai suoi capi stazione sul territorio.

La notizia ha alimentato il sospetto che la fuga di informazioni al Washington Post sia stata orchestrata proprio da Langley per bloccare l’iniziativa. Il leak sarebbe, secondo questa lettura, una mossa nella guerra burocratica tra le agenzie e un’altra vittoria di John Ratcliffe, direttore della Agency.

Di certo c’è che il conflitto è plausibile, e il problema operativo che lo alimenta è reale. Costruire una copertura credibile oggi è molto più difficile che in passato: controlli biometrici, tracce digitali e informazioni facilmente accessibili rendono complicato nascondere un’identità o un passato militare. Anche il comportamento di un agente può tradirlo. Il Pentagono, del resto, ha già sperimentato i limiti delle coperture commerciali: in un caso citato dal Post, operatori legati alle forze speciali in Africa si presentarono come dipendenti di una società mineraria senza avere conoscenze adeguate del settore.

E neppure Langley sembra aver risolto il problema. Un rapporto interno risalente al periodo della pandemia segnalava che circa tre quarti dei suoi ufficiali sotto copertura profonda sarebbero arrivatI all’età pensionabile entro la metà degli anni Venti, senza un ricambio e una formazione sufficienti. Un precedente tentativo di rafforzare queste capacità era fallito anche per carenze di addestramento e supervisione. La fonte citata interpreta proprio questa fragilità come la vera questione strategica: gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma di copertura non ufficiale adeguato al contesto tecnologico attuale, ma finora nessuno è riuscito a costruirlo.

La battaglia per il controllo dell’intelligence, intanto, si combatte anche a Washington. Il confronto tra Ratcliffe e Tulsi Gabbard, fino a giugno direttrice l’Intelligence nazionale, ovvero l’organismo che coordina la comunità d’intelligence americana (composta da 18 strutture), ha già compromesso la collaborazione tra le due strutture. A giugno Reuters aveva rivelato che Langley aveva ridotto i propri contributi ad alcune valutazioni dell’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale (Odni), comprese quelle sull’Iran, nel quadro di uno scontro che si trascinava da oltre un anno. La frattura riguardava anche il controllo delle informazioni e il Presidential Daily Brief, il rapporto quotidiano destinato al presidente. Gabbard aveva istituito un gruppo per indagare sulla politicizzazione dell’intelligence; Langley riteneva che aggirasse le procedure di condivisione e declassificazione, mentre l’Odni accusava la Agency di limitarne l’accesso ai dati. Le successive revoche di autorizzazioni di sicurezza a funzionari attuali ed ex, tra cui un ufficiale sotto copertura della Agency, hanno aggravato la crisi.

L’Odni era stato creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per migliorare il coordinamento tra le agenzie e correggere i fallimenti analitici che avevano preceduto la guerra in Iraq. La sua debolezza, però, è strutturale: deve coordinare apparati dotati di proprie capacità operative, culture e interessi, senza disporre necessariamente dell’autorità necessaria a imporsi su di loro. La Cia, al contrario, conserva un peso istituzionale considerevole e un accesso diretto alla Casa Bianca.

Gabbard ha lasciato, ufficialmente per stare accanto a suo marito malato. Dopo di lei è arrivato, ad interim, Bill Pulte, a capo anche dell’agenzia federale per la finanza immobiliare e senza una comprovata esperienza nel settore dell’intelligence; poi Jay Clayton, ex procuratore federale del distretto Sud di New York. È diffusa da tempo, ma con l’amministrazione Trump si è man mano rafforzata, l’idea che l’Odni finisca per legittimare decisioni politiche anziché garantire valutazioni indipendenti. Ciò anche a causa dell’indebolimento dell’ufficio, tra licenziamenti e pressioni sul personale che si occupa di analisi.

Il problema va oltre la rivalità tra agenzie: se l’ufficio incaricato di integrare le informazioni e preservare l’indipendenza dell’analisi perde autorevolezza, l’intero sistema rischia di diventare più frammentato e vulnerabile alle pressioni della Casa Bianca.

In questo quadro, Ratcliffe sembra aver guadagnato terreno: la Cia mantiene il proprio peso mentre l’Odni perde centralità e il Pentagono incontra resistenze nel tentativo di ampliare le proprie capacità clandestine. È una vittoria politica, non una soluzione strategica. La comunità d’intelligence americana deve ancora affrontare la questione decisiva: come reclutare fonti, proteggerle e raccogliere informazioni affidabili in un ambiente tecnologico e geopolitico radicalmente cambiato. Vincere la contesa a Washington non basta a vincere la futura guerra dello spionaggio.

 

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Il caso del presunto ideatore del Movimento 17 ottobre riapre il dossier sulla sicurezza della ricerca

26 October 2026 at 03:45

Il caso di Youssef Siher, il trentenne fermato nell’inchiesta sugli scontri di Milano, riporta al centro una questione che l’Italia non può più rimandare: la sicurezza della ricerca. Siher è ritenuto dagli investigatori la mente del Movimento 17 ottobre, la pagina Instagram e il gruppo Telegram comparsi dopo le proteste e i disordini in città. I messaggi pubblicati dal movimento annunciavano nuove mobilitazioni e attaccavano le istituzioni e il governo. A Siher vengono contestate, tra le altre, le ipotesi di istigazione a delinquere e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; è stata inoltre contestata l’ipotesi di terrorismo. Le accuse sono da verificare e la responsabilità penale dovrà essere accertata.

La vicenda ha chiamato in causa anche l’Ispi, dove Siher aveva svolto uno stage nel 2024 come research trainee nell’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. L’istituto ha precisato che da allora non ha più collaborato con lui. Quell’esperienza, da sola, non dimostra alcuna responsabilità dell’Ispi, né autorizza a trasformare una controversia politica in un giudizio sull’intero sistema della ricerca. C’è però un elemento che merita di essere considerato: prima dello stage, Siher aveva già pubblicato messaggi di apprezzamento per il 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas contro Israele. Non è una prova di terrorismo e non dovrebbe diventare un criterio automatico di esclusione. Ma, in un contesto professionale sensibile, è legittimo chiedersi se quelle manifestazioni pubbliche meritassero uno scrupolo in più e una valutazione contestuale.

La sicurezza della ricerca non significa selezionare studiosi in base alle loro opinioni politiche, né chiedere a università e centri di ricerca di comportarsi come servizi segreti. Significa valutare i rischi legati a finanziamenti, collaborazioni internazionali, accesso a tecnologie, trasferimento di conoscenze e possibili conflitti d’interesse, proteggendo al tempo stesso la libertà accademica.

Il precedente più delicato riguarda proprio l’Ispi. Nel 2023 il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò Natalia Burlinova, fondatrice dell’organizzazione russa Picreadi, di avere agito come agente non dichiarata di Mosca. Secondo gli inquirenti americani, il programma Meeting Russia, presentato come un’iniziativa di diplomazia pubblica, sarebbe servito anche a raccogliere informazioni sui ricercatori occidentali coinvolti, per conto di un ufficiale dell’intelligence russa. Alle iniziative di Picreadi avevano partecipato anche studiosi italiani e l’Ispi aveva collaborato a un evento organizzato a Milano nel 2019. Nulla indica che i partecipanti italiani fossero consapevoli delle presunte attività clandestine, che Burlinova ha contestato. Ma il caso mostra come le relazioni accademiche e gli scambi internazionali possano essere sfruttati per finalità diverse da quelle dichiarate.

È questo il punto di contatto con il caso Siher. Non c’è alcuna prova che le due vicende siano collegate, né che l’esperienza di Siher all’Ispi abbia avuto implicazioni per la sicurezza. Eppure, se non si può chiedere a un istituto di ricerca di escludere una persona per le sue opinioni, è legittimo domandarsi quando manifestazioni pubbliche potenzialmente preoccupanti debbano indurre a una verifica più attenta prima di affidare un incarico, soprattutto in un ambito sensibile. Non per emettere sentenze preventive, ma per adottare procedure di sicurezza della ricerca che oggi non possono più essere considerate un optional.

L’Italia non parte da zero. Il ministero dell’Università e della Ricerca ha elaborato linee guida nazionali per la sicurezza della ricerca, basate però sull’adesione volontaria e sull’autovalutazione. La sfida è trasformarle in procedure, formazione e cultura condivisa negli atenei e negli enti scientifici. Serve anche un raccordo più stretto tra pubblico e privato: le università non possono essere lasciate sole davanti a rischi che coinvolgono la sicurezza nazionale e gli interessi industriali. Le istituzioni devono offrire analisi e indicazioni, le imprese contribuire a individuare vulnerabilità e proteggere le conoscenze.

Il caso Siher non dimostra un’infiltrazione straniera nella ricerca italiana, né prova un collegamento con servizi segreti. Ma aspettare che emerga un caso conclamato per attrezzarsi sarebbe un errore. Proteggere la ricerca non significa chiuderla: significa fare in modo che la sua apertura non diventi una vulnerabilità strategica.

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L’Ucraina cerca una via d’uscita dalla dipendenza da Starlink

24 October 2026 at 03:45

Giovedì, durante i colloqui a Kyjiv con l’omologo finlandese Alexander Stubb, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato una nuova fase di cooperazione bilaterale. I sette documenti firmati, per un valore complessivo dichiarato di 300 milioni di euro, riguardano difesa, logistica ferroviaria ed energia. Ma tra le intese ce n’è una che merita particolare attenzione: il progetto per sviluppare comunicazioni satellitari sotto il controllo di Kyjiv. Il ministero della Difesa ucraino ha firmato una lettera d’intenti con due aziende finlandesi, Iceye e Nokia, per esplorare la realizzazione di una capacità sovrana di comunicazioni satellitari. L’obiettivo è aumentare il controllo ucraino su un’infrastruttura diventata essenziale per le operazioni militari, la trasmissione dei dati e il coordinamento sul campo.

La distinzione è importante. Iceye è nota soprattutto per i suoi satelliti radar ad apertura sintetica (Synthetic Aperture Radar, Sar), capaci di acquisire immagini della superficie terrestre anche in presenza di nuvole e nell’oscurità. Le informazioni raccolte possono essere utilizzate per attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Il nuovo progetto riguarda invece un’altra capacità: trasmettere comunicazioni attraverso una rete satellitare che possa essere controllata direttamente dall’Ucraina.

La cooperazione con Nokia punta a sviluppare un sistema comprendente satelliti in orbita terrestre bassa, infrastrutture terrestri e terminali per gli utenti. I primi satelliti sono attesi nel 2028, secondo le tempistiche annunciate per il programma. Si tratta, dunque, di un progetto di medio periodo, che richiederà ulteriori passaggi tecnici e industriali prima di tradursi in una capacità pienamente operativa. La sua rilevanza strategica è legata alla dipendenza di Kyjiv dalle infrastrutture satellitari commerciali, a partire da Starlink di Elon Musk. Le recenti restrizioni che hanno interessato l’accesso ucraino ai servizi Starshield, la componente di SpaceX destinata alle esigenze governative e militari, hanno riportato al centro una questione fondamentale: chi controlla le comunicazioni può incidere sulla capacità di uno Stato di condurre le proprie operazioni.

Starlink e Starshield non sono servizi intercambiabili, così come una rete ancora in fase di sviluppo non può sostituire immediatamente un’infrastruttura già utilizzata sul campo. Il punto, tuttavia, va oltre la prestazione tecnica dei singoli sistemi. In un conflitto prolungato, la disponibilità delle comunicazioni dipende anche dalle decisioni dell’azienda che gestisce la rete e dalle condizioni politiche che ne regolano l’impiego. Avere maggiori possibilità di controllo significa ridurre almeno in parte questa vulnerabilità.

La lettera d’intenti non equivale però alla realizzazione di una rete ucraina autonoma. Non annuncia un sistema già disponibile per le forze armate, né un sostituto immediato di Starlink. Segna piuttosto l’avvio di un percorso per diversificare le capacità del Paese e rafforzare il controllo su un’infrastruttura critica.

La dimensione satellitare si inserisce in un pacchetto di cooperazione più ampio. Gli accordi con Helsinki riguardano anche locomotive, attrezzature per il settore energetico e risorse destinate alla protezione delle infrastrutture energetiche dagli attacchi russi. Sono interventi che rispondono a necessità più immediate: mantenere in funzione i trasporti, garantire la continuità dei servizi essenziali e contenere gli effetti dei bombardamenti.

I 300 milioni di euro indicati da Kyjiv si riferiscono al valore complessivo annunciato per gli accordi, non a un investimento destinato interamente al progetto satellitare. La distinzione è necessaria per comprendere la portata effettiva dell’intesa.

La cooperazione con la Finlandia si muove così su due orizzonti temporali. Da una parte, sostenere la resilienza dell’Ucraina durante la guerra, proteggendo energia e logistica. Dall’altra, preparare una maggiore autonomia tecnologica per gli anni successivi. Per Kyjiv, la sfida non è soltanto continuare a comunicare durante il conflitto, ma ridurre la dipendenza da infrastrutture sulle quali non esercita un controllo pieno.

 

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Il cloud è il nuovo fronte della sovranità europea

23 October 2026 at 03:45

cloud

L’Unione europea vuole costruire un ecosistema tecnologico meno dipendente dagli Stati Uniti, a partire dalle infrastrutture su cui poggiano l’intelligenza artificiale e i servizi digitali. È l’obiettivo del Cloud and AI Development Act (Cada), la proposta di regolamento presentata dalla Commissione europea il 3 giugno per rafforzare la capacità industriale del continente e introdurre criteri comuni con cui valutare la sovranità dei fornitori di cloud e intelligenza artificiale. La posta in gioco non è soltanto tecnologica: riguarda la capacità degli Stati europei di controllare infrastrutture essenziali per le amministrazioni pubbliche, le imprese e i settori strategici.

Il progetto è uno dei pilastri dell’ambizione europea di rafforzare la propria autonomia tecnologica. La diffusione dell’intelligenza artificiale aumenta la domanda di capacità di calcolo, mentre i grandi fornitori statunitensi occupano una posizione centrale nel mercato globale del cloud. Per Bruxelles, affidarsi eccessivamente a operatori soggetti a giurisdizioni extraeuropee può trasformarsi in una vulnerabilità, soprattutto quando sono coinvolti dati sensibili e servizi critici. Ma ridurre questa dipendenza richiede investimenti, infrastrutture e alternative industriali credibili: non basta cambiare le regole degli appalti.

Più centri dati, meno ostacoli agli investimenti
Il Cada interviene innanzitutto sulla capacità europea. La Commissione punta almeno a triplicare quella dei centri dati dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni, accompagnando l’espansione con procedure autorizzative più rapide e un accesso più agevole a energia, terreni, acqua e finanziamenti.

La proposta prevede che ogni Stato membro individui almeno una zona in cui accelerare la realizzazione dei centri dati, facilitando i procedimenti amministrativi attraverso un punto di contatto nazionale. La Commissione potrà inoltre riconoscere alcuni progetti come strategici, consentendo loro di accedere al sostegno dei programmi e degli strumenti finanziari dell’Unione. Le infrastrutture dovranno rispondere a una domanda crescente di potenza di calcolo, necessaria per addestrare e utilizzare modelli di intelligenza artificiale e sostenere applicazioni industriali sempre più complesse.

Il secondo pilastro riguarda la ricerca e l’innovazione. Bruxelles vuole sostenere tecnologie cloud e AI di nuova generazione, dai sistemi destinati all’intelligenza artificiale avanzata a quelli per l’industria e le applicazioni fisiche. La proposta prevede strategie nazionali per cloud e AI e otto grandi sfide di ricerca, le Grand Challenges, pensate per coordinare gli sforzi europei su obiettivi di rilevanza strategica.

L’ambizione è colmare il divario non soltanto nella disponibilità di infrastrutture, ma anche nella capacità di sviluppare e adottare tecnologie europee. La crescita dei centri dati, infatti, non garantisce da sola l’autonomia: un’infrastruttura localizzata in Europa può continuare a dipendere da software, tecnologie e decisioni aziendali controllati altrove.

Quattro livelli per misurare la sovranità
È sul terzo pilastro, quello dell’autonomia, che il Cada potrebbe avere le conseguenze più delicate per il mercato. La Commissione propone un sistema europeo articolato in quattro livelli di garanzia, attraverso cui riconoscere il grado di sovranità dei servizi cloud. I fornitori potranno chiedere il riconoscimento alle autorità nazionali competenti: per il primo livello è prevista un’autovalutazione di conformità, mentre per i tre successivi servirà una verifica indipendente.

Il livello 1 richiede che i dati siano trattati e conservati su infrastrutture situate nell’Unione. Il livello 2 aggiunge requisiti di indipendenza da Paesi terzi e trasparenza sulla filiera del software. Il livello 3 richiede proprietà e controllo europei e ulteriori condizioni, anche relative alla cittadinanza del personale. Il livello 4 prevede piena trasparenza e controllo della filiera software, senza interferenze da parte di Paesi terzi.

Non si tratta di quattro categorie puramente teoriche. La proposta prevede che le amministrazioni valutino i rischi delle proprie attività e stabiliscano quale livello sia necessario. Per gli appalti relativi ad attività pubbliche che contribuiscono alla conservazione dell’ordine pubblico, compresi gli ambiti critici individuati dalla normativa europea e settori come difesa, sicurezza nazionale e forze dell’ordine, si dovranno acquistare servizi riconosciuti ai livelli 2, 3 o 4. Per gli altri appalti pubblici, il riferimento previsto è il livello 1. Anche alcune imprese private che operano in settori critici potranno essere coinvolte in valutazioni analoghe.

Il sistema non equivale a un’esclusione automatica dei fornitori americani. La valutazione d’impatto della Commissione indica che operatori statunitensi in partnership con aziende europee potrebbero soddisfare i requisiti del livello 2, mentre il livello 3 sarebbe più facilmente accessibile ai fornitori europei. Il punto è stabilire quali garanzie possano offrire le aziende straniere e quanto siano disposte a investire, localizzare attività e condividere il controllo delle proprie infrastrutture in Europa.

La partita con i giganti americani
Il modello francese di S3NS, la joint venture tra Thales e Google Cloud, è uno degli esempi più interessanti di questa ricerca di equilibrio: combina tecnologia americana e una struttura europea progettata per offrire servizi cloud sovrani. Il caso mostra che la presenza di un partner statunitense non esclude necessariamente la possibilità di soddisfare requisiti più stringenti. Ma il Cada dovrà chiarire quali caratteristiche societarie, operative e tecnologiche siano sufficienti per ottenere i diversi livelli di riconoscimento.

La proposta ha implicazioni anche per i rapporti transatlantici. In un’intervista al Financial Times, l’ambasciatore statunitense presso l’Unione europea Andrew Puzder ha avvertito che le imprese europee potrebbero subire ritorsioni «devastanti» se Bruxelles portasse avanti misure volte a limitare l’accesso al mercato europeo per aziende americane. Le sue dichiarazioni riguardavano soprattutto un dossier distinto dal Cada: la proposta europea di riservare parte delle frequenze per le connessioni dirette tra smartphone e satelliti a operatori europei, con possibili conseguenze per SpaceX e Starlink.

Il caso mostra però il clima in cui si svolge il confronto. Washington teme che la sovranità tecnologica diventi uno strumento protezionistico; Bruxelles sostiene invece che diversificare i fornitori e rafforzare le imprese europee sia necessario per ridurre vulnerabilità strategiche. La differenza non è soltanto retorica: se i nuovi requisiti incidessero sull’accesso agli appalti pubblici più importanti, le aziende americane dovrebbero decidere quanto investire e quale grado di controllo accettare per restare competitive.

Il nodo della sicurezza atlantica
A complicare il quadro c’è la cooperazione militare. Ventitré dei ventisette Stati membri dell’Unione appartengono anche alla Nato, che continua a utilizzare tecnologie statunitensi. A fine settembre Amazon Web Services ha annunciato di essere stato approvato per gestire informazioni classificate al livello «Nato Restricted» in tutti i Paesi dell’Alleanza; a febbraio Apple ha comunicato che iPhone e iPad aggiornati erano stati approvati per trattare informazioni allo stesso livello, dopo verifiche dell’agenzia tedesca Bsi.

Il timore di dipendere dalla tecnologia americana è diffuso. E riguarda anche, per esempio i sistemi militari. Palantir ha assicurato che né l’azienda né il governo statunitense possono disattivare a distanza Maven, il sistema di intelligenza artificiale adottato dalla Nato. Louis Mosley, vicepresidente esecutivo della società per Regno Unito ed Europa, ha ribadito ieri a Reuters che il controllo operativo resta nelle mani dei clienti. La rassicurazione arriva mentre in Europa cresce la preoccupazione per le dipendenze tecnologiche dagli Stati Uniti, alimentata anche dal caso Starlink in Ucraina. Germania e Francia, non a caso, hanno scelto di non adottare Maven per le proprie forze armate.

Questi riconoscimenti non sono direttamente comparabili con i livelli di sovranità previsti dal Cada: la certificazione di sicurezza di un prodotto o servizio non coincide con la valutazione del controllo societario e delle dipendenze tecnologiche. Non c’è quindi un’incompatibilità automatica tra le due impostazioni. Resta però una questione politica e industriale: come ridurre la dipendenza europea dalle tecnologie americane senza compromettere interoperabilità e cooperazione con gli alleati?

I prossimi passi
Il Cada è ancora una proposta e il testo dovrà essere negoziato tra governi e Parlamento europeo. Le posizioni degli Stati membri sono diverse: la Francia spinge per un’autonomia più marcata, mentre altri Paesi sono più cauti rispetto al rischio di limitare l’accesso alle tecnologie e agli investimenti americani. Nel mezzo ci sono gli indecisi, tra cui Italia, Germania e Spagna. La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea punta a elaborare un primo testo di compromesso entro la fine dell’anno, ma il percorso legislativo resta aperto.

La sfida, per Bruxelles, sarà trasformare la sovranità digitale in capacità industriale concreta. Più centri dati, procedure rapide e criteri comuni possono creare le condizioni per ridurre le dipendenze, ma non garantiscono che i fornitori europei riescano a competere con i giganti globali per prestazioni, prezzi e scala. Allo stesso tempo, regole troppo restrittive potrebbero aumentare i costi e rendere più difficile l’accesso alle tecnologie già disponibili.

Il Cada mette dunque l’Europa davanti a una scelta che va oltre il cloud: quanto controllo è necessario per proteggere le infrastrutture strategiche e quanto mercato si è disposti a mettere in gioco per ottenerlo? La risposta determinerà non soltanto il futuro dei servizi digitali europei, ma anche il modo in cui l’Unione intende rapportarsi agli Stati Uniti nella competizione tecnologica globale.

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Che cosa c’è nell’accordo Difesa-Università e quali aziende partecipano

22 October 2026 at 03:45

Difesa e università rafforzano la collaborazione sulla cultura della sicurezza, con il coinvolgimento delle principali aziende del settore. Il 20 ottobre, a margine del Forum «Defence Procurement: la prospettiva nazionale per una difesa europea», i ministri Guido Crosetto (Difesa) e Anna Maria Bernini (Università e ricerca) hanno firmato un manifesto d’intenti per avvicinare istituzioni, mondo accademico e industria.

Il documento, che Linkiesta ha visionato, individua tre obiettivi: proseguire lo studio del procurement per la difesa e la sicurezza, anche in collaborazione con gli altri Paesi europei; sviluppare percorsi formativi dedicati alla cultura della sicurezza; condividere le esperienze maturate per contribuire alla costruzione di una difesa europea. Non sono ancora indicati corsi, finanziamenti o scadenze: l’intesa definisce un quadro di collaborazione, senza entrare nel dettaglio delle iniziative da realizzare.

Il progetto coinvolge lo Stato Maggiore della Difesa, la Direzione nazionale degli armamenti e il Centro alti studi per la difesa. Tra gli atenei figurano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Politecnico di Torino e la Luiss. Sul fronte industriale partecipano Leonardo, Fincantieri, Mbda, Rheinmetall, Argotec, Elt Group ed e-Geos, società di Agenzia spaziale italiana e Telespazio. Sono coinvolte anche Aiad, la federazione delle aziende italiane dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, e Navigo, realtà toscana della filiera nautica.

L’accordo si inserisce in un percorso avviato nel settembre 2025 con il primo Forum sul defence procurement e accompagnato da un volume pubblicato da Rubbettino. Il libro affronta le trasformazioni dello scenario geopolitico, le lezioni della guerra in Ucraina, le vulnerabilità energetiche e logistiche e lo sviluppo delle capacità militari nei domini convenzionali, spaziale e cyber, raccogliendo anche i contributi dei vertici di alcune delle principali aziende del settore.

La firma arriva mentre il rapporto tra ricerca civile e difesa è al centro di un confronto anche nelle università italiane. A maggio, il caso del Politecnico di Torino aveva riacceso il dibattito sulle collaborazioni accademiche con il comparto militare e sulle applicazioni delle tecnologie a duplice uso, civile e militare.

È proprio su questo terreno che il manifesto prova a intervenire, promuovendo una collaborazione più stretta tra formazione, ricerca e industria. La sfida sarà tradurre gli obiettivi dichiarati in iniziative concrete, mentre la competizione tecnologica e le esigenze di sicurezza rendono sempre più strategico il contributo delle università allo sviluppo delle capacità nazionali ed europee.

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La prossima campagna elettorale si giocherà anche sui chatbot

20 October 2026 at 03:45

La prossima campagna di influenza elettorale potrebbe non avere come obiettivo principale gli elettori, ma i chatbot che usano per informarsi. Negli Stati Uniti, una rete di siti che si presentano come testate locali è stata costruita per orientare le risposte dell’intelligenza artificiale sui candidati alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non è la prima volta che una campagna di disinformazione cerca di condizionare le informazioni utilizzate dai sistemi di IA. La novità è la precisione con cui questa operazione sembra puntare sulle competizioni elettorali locali.

A ricostruirla è stata VisionHeight, società israeliana specializzata in intelligence sulle minacce informatiche, in un’indagine ripresa e ampliata dal sito americano CyberScoop. I ricercatori avevano inizialmente individuato 37 siti distribuiti in sei Stati americani. Le verifiche successive hanno portato il totale ad almeno 460 pagine online in 14 Stati, dall’Arizona alla Pennsylvania, dal Texas al Wisconsin.

I siti hanno nomi che sembrano quelli di giornali regionali, come Wolverine State Report in Michigan e Peach State Bulletin in Georgia. Alcuni si presentano come testate di cronaca, altri come blog di opinione. Si citano reciprocamente, costruendo una rete nella quale contenuti coordinati possono sembrare confermati da fonti indipendenti. I testi, però, assomigliano poco a veri articoli giornalistici: ripetono giudizi espliciti sui candidati, con formulazioni leggermente diverse a seconda dell’argomento.

Una delle espressioni ricorrenti è «the stronger choice», la scelta migliore, riferita a un candidato per questioni come il costo delle abitazioni o le tasse. Le stesse valutazioni ricompaiono in numerose pagine e in risposte costruite per assomigliare a quelle che un elettore potrebbe rivolgere a un assistente IA.

La struttura dei siti è fondamentale. Quando un utente chiede a un chatbot quale candidato abbia le proposte migliori su un determinato tema, il sistema può cercare informazioni online e utilizzarle per formulare una risposta. Pubblicare pagine che rispondono direttamente a domande politiche aumenta la possibilità che quei contenuti vengano recuperati e citati. La rete individuata da VisionHeight sembra progettata proprio per questo: non tanto per attirare lettori umani, quanto per rendere i propri messaggi facilmente individuabili dai sistemi automatici.

I siti, inoltre, sono configurati per consentire ai principali operatori dell’intelligenza artificiale di raccogliere i loro contenuti attraverso i programmi automatici di esplorazione del web. È una scelta significativa in un contesto in cui molti editori cercano invece di limitare l’accesso dei sistemi IA ai propri materiali.

Un primo riscontro concreto è già emerso. Secondo Nitsan Daniel, cofondatrice e responsabile tecnologica di VisionHeight, Perplexity ha citato uno dei siti della rete, Tarheel State Report, come prima fonte in almeno una risposta. Il dato dimostra che quei contenuti possono entrare nelle risposte di un chatbot, ma non prova che abbiano modificato sistematicamente le sue valutazioni politiche o influenzato le intenzioni di voto.

Anche la scala dell’operazione suggerisce un processo automatizzato. I 37 domini individuati nella prima fase sono stati registrati nella stessa serata, 36 nell’arco di otto minuti. Il 30 settembre la rete ha pubblicato circa 100 mila parole dedicate ai candidati, utilizzando modelli e impaginazioni ricorrenti. Secondo i ricercatori, l’intelligenza artificiale potrebbe aver contribuito a produrre sia i testi sia l’infrastruttura dei siti.

Il metodo non nasce con questa operazione. Nel marzo 2025 NewsGuard aveva documentato come la rete russa Pravda, attraverso milioni di articoli di propaganda e contenuti falsi, cercasse di influenzare le risposte dei chatbot anziché raggiungere direttamente i lettori. In un test su dieci strumenti di intelligenza artificiale, i ricercatori avevano rilevato la ripetizione di affermazioni false provenienti dalla rete nel 33 per cento dei casi esaminati.

Il centro di monitoraggio di NewsGuard ha inoltre censito migliaia di siti che pubblicano contenuti generati dall’AI senza una supervisione editoriale significativa. Il caso americano si inserisce dunque in un fenomeno già osservato: l’inquinamento dell’ambiente informativo dal quale i chatbot attingono. La differenza è che la rete descritta da VisionHeight sembra costruita attorno a specifiche competizioni elettorali, con siti iperlocali, messaggi ripetuti e contenuti formulati per rispondere a domande precise sui candidati.

VisionHeight non ha attribuito l’operazione a uno Stato, a un gruppo politico o a un’organizzazione specifica. Non è quindi possibile stabilire chi ne sia responsabile né quale sia il suo obiettivo finale. Il metodo, tuttavia, potrebbe essere replicato da attori stranieri e nazionali interessati a condizionare le informazioni che i chatbot restituiscono durante una campagna elettorale.

La posta in gioco è il controllo delle fonti. Le operazioni tradizionali cercano di convincere le persone attraverso profili falsi, campagne sui social network e contenuti manipolati. Qui il bersaglio intermedio è il sistema che seleziona e riassume le informazioni per l’utente. Non occorre violare il chatbot: basta tentare di condizionare ciò che trova online.

Resta da dimostrare quanto questa tecnica riesca a modificare le risposte e, soprattutto, se produca effetti sul comportamento degli elettori. L’indagine non prova che la rete abbia cambiato intenzioni di voto. Mostra però come l’automazione possa rendere più economiche e accessibili campagne di influenza anche su collegi e competizioni locali: se le fonti vengono manipolate, anche una risposta apparentemente neutrale dell’intelligenza artificiale può restituire una rappresentazione distorta della realtà.

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La fabbrica cinese del futuro è una stampante 3D

20 October 2026 at 03:45

La prossima grande conquista industriale cinese potrebbe stare su una scrivania. Non è un robot umanoide, né una batteria per auto elettriche: è una stampante 3D. Un dispositivo che fino a pochi anni fa sembrava destinato soprattutto agli appassionati di tecnologia e che oggi, grazie ai produttori cinesi, è diventato un prodotto di consumo accessibile. Ma dietro la produzione di giocattoli, utensili e piccoli oggetti si nasconde una tecnologia con implicazioni ben più importanti: la possibilità di trasformare un progetto digitale in un componente fisico, riducendo tempi, costi e dipendenza dalle catene produttive tradizionali.

Come ha raccontato l’Economist, nel primo semestre del 2026 le esportazioni cinesi di stampanti 3D sono cresciute del 90 per cento. Nell’arco di un decennio, la quota cinese del mercato globale delle macchine per uso personale sarebbe passata dal 19 al 96 per cento, ridimensionando il ruolo dei concorrenti occidentali. A dominare il settore sono quattro aziende di Shenzhen: Creality, Anycubic, Elegoo e Bambu Lab. Quest’ultima, fondata nel 2020 da ex dipendenti di DJI, il principale produttore mondiale di droni, è diventata il simbolo di una trasformazione che combina design curato, facilità d’uso e prezzi difficili da eguagliare.

Una stampante di questo tipo può costare poco più di 500 dollari, mentre modelli occidentali comparabili partono da prezzi più che doppi. Anche l’intelligenza artificiale promette di ampliare il mercato: anziché utilizzare software di progettazione complessi, gli utenti possono cominciare a creare oggetti descrivendoli in linguaggio naturale. La stampa 3D si avvicina così a un pubblico sempre più ampio, mentre le cosiddette printing farm, strutture con migliaia di stampanti da tavolo che lavorano contemporaneamente, cominciano a offrire un’alternativa alla produzione tradizionale di piccoli oggetti.

Il successo non nasce soltanto dalla capacità delle singole imprese. La produzione additiva è entrata da tempo nella strategia industriale cinese, a partire dal piano Made in China 2025, avviato nel 2015 per rafforzare l’autonomia tecnologica nazionale. Pechino ha sostenuto il settore attraverso programmi di ricerca, incentivi e acquisti pubblici, puntando a ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri. La concorrenza feroce tra produttori ha contribuito a migliorare le prestazioni e comprimere i prezzi. Una combinazione che rende sempre più difficile per le aziende occidentali competere sul mercato di massa.

È il quadro ricostruito da David Gardáš, Michal Thim e Filip Urban nel rapporto “Blueprinting the Future: Mitigating the Risks of Chinese Hegemony in Additive Manufacturing”, pubblicato da Sinopsis, progetto di ricerca sulla Cina realizzato in collaborazione con il Dipartimento di sinologia dell’Università Carolina di Praga. Gli autori descrivono un settore sostenuto da piani nazionali, programmi dedicati alla produzione additiva e politiche che favoriscono le imprese locali, la sostituzione delle importazioni e l’integrazione delle filiere. Accanto ai produttori di stampanti consumer come Bambu Lab, citano aziende come Xi’an Bright Laser Technologies e Farsoon, attive nei sistemi industriali avanzati per metalli e polimeri.

La partita, però, non è ancora vinta in tutti i segmenti. Come osserva l’Economist, le aziende cinesi hanno conquistato le stampanti per hobbisti, ma faticano maggiormente a imporsi nel mercato industriale di fascia alta. Le macchine più sofisticate, capaci di lavorare metalli e polimeri per applicazioni aerospaziali e altri settori avanzati, sono ancora fornite soprattutto da imprese americane ed europee e possono costare milioni di dollari. Per chi le acquista, il prezzo non è l’unico criterio: affidare a un sistema connesso progetti riservati e dati di produzione significa anche valutare chi controlla la macchina e le informazioni che la attraversano. 

È qui che la questione industriale diventa un problema di sicurezza economica. Una stampante 3D non gestisce soltanto un modello da riprodurre: può trattare disegni tecnici, specifiche dei materiali, parametri di lavorazione e impostazioni software che condensano anni di ricerca e sviluppo. Se queste informazioni vengono esposte o sottratte, un concorrente può ridurre i tempi necessari per replicare un prodotto, risparmiando parte dei costi e degli errori che accompagnano l’innovazione. La connettività cloud, la telemetria, gli aggiornamenti del firmware e le funzioni di accesso remoto aprono quindi interrogativi che meritano verifiche concrete, soprattutto quando le macchine entrano in ambienti industriali o militari. È uno dei punti centrali del rapporto di Sinopsis: la concentrazione di capacità produttive e competenze nell’ecosistema cinese può aumentare i rischi per la proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico e la riservatezza dei dati.

Il rischio è amplificato dalla natura a duplice uso della tecnologia. Le stesse capacità impiegate per prototipi aerospaziali, dispositivi medici o componenti automobilistici possono trovare applicazione nella produzione di parti per droni, sistemi spaziali e apparati militari. Il rapporto segnala l’impiego di stampanti Bambu Lab nella produzione legata ai droni ucraini e da parte dell’esercito britannico. Sono esempi di come macchine commerciali possano entrare in contesti di difesa, nei quali la sicurezza dei sistemi e la protezione delle informazioni assumono un’importanza particolare. Non dimostrano, di per sé, che le stampanti trasferiscano dati sensibili a Pechino: indicano però perché cloud, accesso remoto e gestione dei progetti debbano essere valutati con attenzione.

La stessa Bambu Lab, intanto, deve affrontare anche controversie sulla proprietà intellettuale: secondo l’Economist, un tribunale statunitense le ha ordinato di pagare 27,6 milioni di dollari per la violazione di quattro brevetti di un’azienda americana. Un promemoria del fatto che la corsa cinese non riguarda solo i prezzi e la capacità produttiva, ma anche le regole che governano la competizione tecnologica.

La stampa 3D non sostituirà dall’oggi al domani le grandi fabbriche. Può però cambiare il modo in cui vengono progettati, testati e prodotti molti componenti, accorciando la distanza tra un’idea e la sua realizzazione. Per l’Occidente la sfida, dunque, non è soltanto difendere le quote di mercato. È evitare che la dipendenza da macchine, software e filiere controllate dall’estero si trasformi in una vulnerabilità industriale e strategica. La Cina ha già conquistato la scrivania degli hobbisti. La partita decisiva si giocherà nelle fabbriche, nei laboratori e nei dati che permettono di costruire ciò che ancora non esiste.

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Il governo non può usare la sicurezza come scudo per sé

19 October 2026 at 03:45

Gli scontri a Milano in occasione della manifestazione contro il caro vita di sabato 17 ottobre (LaPresse)

Le devastazioni di Milano non ammettono ambiguità. Chi aggredisce gli agenti, saccheggia i negozi e distrugge la città non esercita un diritto: commette reati e ne deve rispondere. La solidarietà alle forze dell’ordine viene prima di qualsiasi calcolo politico.

Ma proprio qui comincia il problema di Matteo Piantedosi. Di fronte alle critiche di Beppe Sala sulla gestione dell’ordine pubblico, il ministro dell’Interno ha scelto di liquidare il sindaco come esponente della «sinistra radical chic», incapace di condannare i violenti senza cercare colpe nello Stato. Una risposta muscolare, utile alla polemica ma assai meno a chi ha il compito di garantire la sicurezza.

Il punto non è stabilire chi abbia vinto il duello verbale tra il Viminale e Palazzo Marino. È capire se il dispositivo predisposto per affrontare le manifestazioni fosse adeguato e che cosa si possa fare per evitare che episodi simili si ripetano. Sono domande legittime, alle quali un ministro dell’Interno dovrebbe rispondere nel merito. Non sono un atto d’accusa contro la polizia, né un’assoluzione per chi ha devastato Milano.

Piantedosi sostiene che l’operato delle forze dell’ordine sarà valutato a posteriori. Bene: è esattamente ciò che ci si aspetta. Ma se questa verifica è doverosa, non si comprende perché chi solleva il problema debba diventare bersaglio di attacchi personali. La fermezza non consiste nel respingere ogni obiezione; consiste nel dimostrare che le istituzioni sanno affrontarla senza perdere autorevolezza.

C’è una differenza sostanziale tra difendere le forze dell’ordine e usare le forze dell’ordine per difendere il governo. Nel primo caso si tutelano le istituzioni; nel secondo si rischia di trasformarle in un argomento di propaganda, come se discutere le scelte del ministero significasse schierarsi dalla parte dei teppisti. È una confusione che non giova né agli agenti né alla sicurezza dei cittadini.

Chi governa ha una responsabilità che va oltre la condanna, pur necessaria, dei disordini. Deve assicurare che le piazze siano gestite nel modo più efficace possibile, che gli agenti possano operare nelle condizioni migliori e che gli eventuali errori vengano riconosciuti. È per questo che esistono le responsabilità politiche: non per attribuire al ministro ogni gesto di un manifestante, ma per chiedergli conto delle decisioni prese sotto la sua autorità.

Sala, da parte sua, non è esente da critiche solo perché è stato attaccato da Piantedosi. Ma la replica del ministro non risolve le questioni sollevate: le copre con un’etichetta e le trascina sul terreno dello scontro tra maggioranza e opposizione.

La sicurezza non appartiene a una parte politica. E la credibilità di chi la governa non si misura dalla durezza delle dichiarazioni, ma dalla capacità di garantire risultati, rendere conto delle proprie scelte e correggere ciò che non funziona. A Milano servono responsabilità accertate, non bersagli politici.

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Dopo il flop con Berlino, Parigi punta sul suo aereo del futuro

17 October 2026 at 03:45

La Francia vuole costruire da sola il caccia che sostituirà il Rafale. Dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas/Scaf, destinato a sviluppare il futuro sistema di combattimento aereo europeo, Parigi ha deciso di proseguire su una strada nazionale. L’obiettivo è avere un nuovo velivolo operativo all’inizio degli anni Quaranta, senza escludere collaborazioni internazionali, ma senza renderle indispensabili per la sua realizzazione.

La scelta è stata ribadita mercoledì dal generale Jérôme Bellanger, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e dello spazio francese, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale. Il progetto si chiama ora Avion de Combat du Futur (Acf) e raccoglierà l’eredità tecnologica del programma Scaf, interrotto a giugno dopo anni di contrasti tra Parigi e Berlino, soprattutto sulla ripartizione delle responsabilità industriali e sul ruolo di Dassault Aviation e Airbus. «Procediamo con lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dell’Acf come programma nazionale», ha spiegato Bellanger. La Francia non esclude di collaborare con altri Paesi, ma in forme diverse da quelle immaginate per lo Scaf: le partnership, ha precisato il generale, non saranno strutturali per la nascita del nuovo aereo.

Due programmi per la sesta generazione
La decisione segna una nuova divisione nella corsa europea ai caccia di sesta generazione, destinati a sostituire gli attuali velivoli da combattimento a partire dai prossimi decenni. Il Regno Unito, l’Italia e il Giappone stanno sviluppando il Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto internazionale che punta a mettere in servizio un nuovo sistema di combattimento aereo nella metà degli anni Trenta.

Il Gcap e l’Acf rappresentano due approcci differenti alla stessa sfida.

Il primo nasce dalla condivisione di competenze, investimenti e responsabilità industriali tra tre Paesi. Il futuro del Gcap potrebbe inoltre allargarsi oltre i tre partner fondatori. L’Italia ha aperto alla partecipazione di altri Paesi, tra cui la Germania e l’Arabia Saudita, mentre il Canada è diventato a luglio il primo Paese osservatore del programma. Ottawa potrà approfondire gli aspetti tecnologici e industriali del progetto, senza avere per ora un ruolo decisionale né essere impegnata ad acquistare il futuro aereo. Berlino, dopo il fallimento dello Scaf, sta valutando possibili alternative per il successore dell’Eurofighter, compresa una partecipazione al Gcap, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Il secondo punta invece a preservare il controllo francese sulle tecnologie e sulle capacità operative del futuro caccia. La scelta di Parigi non significa che la cooperazione europea sia destinata a scomparire, ma che sarà organizzata su basi diverse.

La crisi dello Scaf, del resto, non ha cancellato il lavoro svolto negli anni precedenti. Bellanger ha sottolineato che i progressi compiuti sul velivolo, sulla bassa osservabilità radar, sui droni e sui sistemi di connessione potranno essere recuperati. Anche la ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, aveva confermato in Parlamento che i lavori sul percorso tecnologico del nuovo aereo erano proseguiti a livello nazionale, con l’obiettivo di mantenere le scadenze originarie. 

La scadenza del 2040 e il nodo nucleare
La tabella di marcia è legata soprattutto alla deterrenza nucleare francese. L’Acf dovrà poter trasportare dal 2050 il missile nucleare aviolanciato ASN4G, destinato a sostituire l’attuale sistema di generazione precedente. Per rispettare questa scadenza, ha spiegato Bellanger, il nuovo aereo dovrà essere disponibile per le missioni convenzionali già dal 2040.

Prima arriverà il Rafale F5, la versione aggiornata del caccia francese attesa per il 2035. Questo standard dovrebbe introdurre alcune delle tecnologie che saranno poi trasferite sull’Acf, a partire da motore, sensori e armamenti. Tra questi figura lo Stratus RS, destinato a neutralizzare le difese aeree avversarie. Il Rafale F5 servirà quindi anche da ponte tecnologico verso la generazione successiva. 

La scelta nazionale dovrà però fare i conti con una questione concreta: sviluppare un caccia di nuova generazione richiede investimenti ingenti, competenze specialistiche e tempi lunghi. Il vertice di Dassault, Éric Trappier, ha sostenuto che l’industria francese dispone delle capacità necessarie per realizzare il progetto insieme a Safran, responsabile della motorizzazione, e Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa. Resta da dimostrare che il programma possa rispettare tempi e costi previsti.

La cooperazione non è finita
Parigi vuole comunque mantenere aperto un canale di collaborazione con gli altri Paesi europei. Bellanger ha indicato in particolare il combat cloud, la rete digitale che dovrà collegare velivoli, droni, sensori e sistemi di comando. È uno dei pilastri dello Scaf che potrebbero proseguire anche dopo la fine del progetto comune sul caccia.

L’obiettivo è evitare che le forze aeree europee si limitino a combattere una accanto all’altra, senza riuscire a operare come un sistema integrato. La cooperazione, insomma, può sopravvivere al fallimento del programma industriale, ma non necessariamente nella forma immaginata da Francia e Germania nel 2017.

La partita della sesta generazione si giocherà così su due piani: da una parte, la capacità di costruire un aereo avanzato e mantenerne il controllo tecnologico; dall’altra, quella di farlo operare insieme ai sistemi dei partner. Per la Francia, l’autonomia sul caccia è una priorità. L’interoperabilità europea, invece, resta una necessità.

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Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

16 October 2026 at 03:45

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

15 October 2026 at 03:45

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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