Musk ha dimostrato che può decidere il destino di una guerra, ma a pagarne il prezzo è l’America
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La decisione di Elon Musk di limitare le comunicazioni satellitari utilizzate dalle forze armate ucraine rischia di avere conseguenze ben oltre il campo di battaglia. Per dieci giorni, a partire dal 14 ottobre, le restrizioni imposte da SpaceX alla rete Starlink e al servizio militare Starshield hanno compromesso diverse operazioni di Kyjiv, compreso l’impiego di droni intercettori contro i missili e i velivoli senza pilota russi. Ma l’episodio ha soprattutto riaperto una questione strategica per Washington: quanto possono essere affidabili le infrastrutture spaziali americane quando il loro funzionamento dipende dalle decisioni di un’azienda privata?
Il problema non riguarda soltanto l’Ucraina, come racconta Defense One. Gli alleati europei hanno contribuito a finanziare l’accesso alla rete satellitare e si sono ritrovati esposti a una decisione presa senza preavviso. «La Germania paga SpaceX e per questo naturalmente pretendiamo che il servizio funzioni, se lo stiamo pagando», ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul il 16 ottobre. Il primo ministro canadese Mark Carney ha espresso a sua volta preoccupazione per una scelta che ha colpito un Paese impegnato a difendersi dall’aggressione russa.
Anche a Washington sono aumentati i dubbi. In una lettera del 19 ottobre, un gruppo di senatori ha chiesto a SpaceX quando avesse informato il governo tedesco della decisione di limitare il servizio, ricordando gli obblighi contrattuali dell’azienda nei confronti di Berlino. Tre giorni dopo, altri senatori hanno scritto al segretario alla Difesa Pete Hegseth, chiedendo di ampliare il contratto Starshield del Pentagono per garantire all’Ucraina capacità, copertura e affidabilità sufficienti a sostenere le operazioni militari.
La vicenda è resa più complicata dalla distinzione tra i due servizi. Starlink è la rete commerciale di SpaceX, mentre Starshield è la sua versione militare, destinata ai clienti governativi e formalmente sottoposta al controllo del governo americano. Eppure, come hanno ricostruito Simon Shuster e Isaac Stanley-Becker sull’Atlantic, la maggior parte dei terminali utilizzati dalle forze armate ucraine appartiene alla versione commerciale, acquistata anche grazie ai finanziamenti di Paesi come Polonia e Germania. Il servizio militare rappresenterebbe meno dell’uno per cento dei terminali presenti sul territorio ucraino.
Questa zona grigia ha consentito a Kyjiv di utilizzare una tecnologia relativamente economica e facilmente reperibile per pilotare droni, coordinare le unità e mantenere le comunicazioni sul campo. Ma ha anche lasciato il Paese esposto alle condizioni d’uso stabilite da SpaceX. L’Atlantic riferisce inoltre che, quando all’inizio di ottobre funzionari militari americani hanno chiesto spiegazioni sulle interruzioni, l’azienda ha suggerito di passare a un contratto potenziato per ripristinare l’accesso. Una soluzione che avrebbe comportato costi molto più elevati: Starshield può arrivare a costare 25.000 dollari al mese per terminale, contro poche decine di dollari per un abbonamento commerciale.
Non è chiaro se Musk abbia effettivamente cercato di spingere Kyjiv verso il servizio più costoso. Il fondatore di SpaceX ha sostenuto che l’impiego di Starlink per operazioni offensive con i droni violasse le condizioni del servizio, mentre l’Ucraina ha contestato questa ricostruzione. Musk ha anche attribuito al governo americano la responsabilità delle restrizioni su Starshield, affermando che il servizio è controllato dal Pentagono e, in ultima istanza, dal presidente Donald Trump. Il generale in congedo Ben Hodges, già comandante delle forze terrestri statunitensi in Europa, ha detto di ritenere che Musk abbia agito in linea con le aspettative della Casa Bianca, pur precisando di non poterlo dimostrare.
Dopo le proteste e una telefonata di Trump a Musk il 23 ottobre, il servizio è tornato alla normalità. Ma la fiducia è un’altra questione. Per i pianificatori militari, sapere che una capacità essenziale può essere ridotta durante un’operazione introduce un elemento di incertezza nella catena di comando e nelle capacità di risposta. «Crea un ambiente in cui si fanno avanti più concorrenti», ha osservato a Defense One un ex alto funzionario militare americano che si è occupato di spazio e acquisizioni.
È proprio questo il rischio per l’industria statunitense. L’Europa non dispone oggi di un sistema satellitare in grado di sostituire Starlink su scala comparabile e in tempi brevi. Ma l’episodio può accelerare gli investimenti nelle alternative. Eutelsat OneWeb, la rete europea concorrente, ha annunciato l’acquisto di 229 nuovi satelliti entro il 2034. Kyjiv, intanto, ha avviato collaborazioni con la danese GomSpace e con le società finlandesi Iceye e Nokia per sviluppare capacità satellitari sovrane.
Il precedente più significativo risale al 1999, quando gli Stati Uniti negarono all’India l’accesso al Gps durante il conflitto di Kargil con il Pakistan. Quella decisione contribuì a spingere Nuova Delhi a sviluppare un proprio sistema di navigazione satellitare, NavIC. Nello stesso anno l’Unione europea avviò il percorso che avrebbe portato a Galileo, operativo dal 2016.
La diversificazione, dunque, può rendere più resilienti le infrastrutture occidentali, ma riduce anche il vantaggio competitivo americano. E non riguarda soltanto i satelliti: secondo le stime citate dall’Atlantic, circa il 90 per cento della massa portata in orbita a livello mondiale viaggia su razzi SpaceX. Anche i concorrenti europei dipendono quindi, almeno in parte, dalla stessa azienda che ha mostrato quanto possa essere fragile questa relazione.
Musk ha dimostrato che il controllo di un’infrastruttura privata può tradursi in una leva geopolitica e militare. Per gli Stati Uniti, il rischio è che gli alleati traggano da questa lezione una conclusione duratura: non affidare più a Washington, o a un suo imprenditore, una capacità strategica senza avere un’alternativa.
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