
La guerra dei droni sta cambiando anche il mercato delle armi. Non basta disporre di sistemi sofisticati per intercettare i velivoli senza pilota: bisogna poterli abbattere senza spendere centinaia di migliaia di dollari per ogni bersaglio. La Turchia ha individuato in questo squilibrio un’opportunità industriale, mettendo a frutto le competenze maturate nei conflitti degli ultimi anni e una filiera della difesa sempre più integrata.
Il caso più recente è il Korkut, sistema antiaereo sviluppato da Aselsan, la maggiore società turca della difesa per capitalizzazione. Il suo amministratore delegato, Ahmet Akyol, ha dichiarato al Financial Times che il sistema può eliminare un drone per meno di 10.000 dollari. Il Korkut impiega cannoni da 35 millimetri con munizioni programmabili a scoppio in aria, il cui costo è stimato intorno ai mille dollari per colpo. Il confronto è con intercettori come quelli dei sistemi Patriot e Iris-T, che possono costare da centinaia di migliaia a milioni di dollari. Secondo Akyol, il sistema è operativo in nove Paesi e ha già abbattuto centinaia di droni. Tra questi c’è l’Ucraina: l’aeronautica di Kyjiv ha confermato al quotidiano britannico che una propria unità è stata equipaggiata con un numero non precisato di Korkut. Non esistono invece conferme pubbliche di abbattimenti di Shahed a propulsione a reazione, più veloci delle versioni tradizionali. Le prestazioni dichiarate dall’azienda vanno quindi distinte dai risultati verificabili sul campo.
Il Korkut, però, racconta soprattutto la trasformazione dell’industria turca. La sua crescita non dipende da un singolo prodotto, ma da un sistema che combina grandi aziende, fornitori privati, università, centri di ricerca e forze armate. Il vantaggio, secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, è anche la rapidità con cui le tecnologie possono essere sperimentate e aggiornate sulla base dell’esperienza operativa.
Aselsan è uno dei nodi centrali di questa rete. Fondata nel 1975, dopo l’embargo sulle armi imposto dagli Stati Uniti in seguito all’intervento turco a Cipro, sviluppa sensori, apparati elettronici e sistemi di guerra elettronica. Circa il 74 per cento delle sue azioni è controllato da una fondazione legata alle forze armate turche, che detiene partecipazioni anche in altre società strategiche, tra cui il produttore di missili Roketsan.
L’integrazione riguarda anche il settore dei droni. Aselsan fornisce componenti elettronici e sensori a Baykar, il gruppo presieduto da Selçuk Bayraktar, genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il rapporto tra industria e apparato militare consente di provare nuovi sistemi in condizioni operative e di trasferire rapidamente le lezioni apprese alla produzione. La Libia è stata uno dei primi laboratori internazionali: nel 2020 il Korkut fu impiegato a sostegno del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, contribuendo alla protezione di infrastrutture strategiche dagli attacchi dei droni cinesi Wing Loong.
Questa esperienza si inserisce in una più ampia strategia di autonomia tecnologica. L’industria turca può contare su una base manifatturiera estesa, competenze elettroniche sviluppate in ambito militare e una rete di fornitori che permette di produrre e integrare sistemi differenti. Il risultato è un’offerta che comprende droni, missili, radar, guerra elettronica e difesa aerea, con la possibilità di adattare le soluzioni alle esigenze dei diversi clienti.
I numeri danno la misura della crescita. Secondo i dati citati dal Financial Times, la Turchia ha esportato armamenti per 10 miliardi di dollari nell’ultimo anno considerato, con un aumento del 48 per cento rispetto al 2023. Aselsan, la cui capitalizzazione di mercato si aggira sui 32 miliardi di dollari, dichiara un portafoglio ordini vicino ai 30 miliardi. I mercati internazionali rappresentano ormai un quarto dei suoi ricavi, contro l’8 per cento del 2023, e l’obiettivo è arrivare al 50 per cento entro il 2030.
Ankara guarda soprattutto ai Paesi della Nato, all’Europa orientale e al Golfo, diventato un mercato sempre più importante. L’intesa sulla difesa siglata in agosto con Arabia Saudita e Pakistan può offrire ulteriori opportunità commerciali. Akyol punta anche sullo Steel Dome, il progetto turco per integrare radar, centri di comando, cannoni e missili in una rete di difesa aerea modulare, esportabile anche per singoli componenti.
Per la Turchia, dunque, la difesa anti-drone è insieme una necessità militare e un’occasione commerciale. La diffusione di velivoli economici rende sempre più importante contenere il costo delle intercettazioni, ma nessun sistema può risolvere da solo il problema: velocità, saturazione degli attacchi e varietà delle minacce richiedono livelli di protezione complementari. La scommessa di Ankara è che la capacità di sviluppare, testare e produrre rapidamente queste tecnologie diventi un vantaggio competitivo duraturo, oltre che uno strumento di influenza internazionale.
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