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Un elicottero militare è precipitato in Bosnia, morti quattro italiani: due dell’Esercito e due operatori della Croce Rossa. 11 feriti

29 October 2026 at 17:19

Un elicottero militare italiano è precipitato nel pomeriggio di oggi, per cause ancora in corso di accertamento, in Bosnia-Erzegovina. Si tratta di un CH-47 Chinook, impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea. Il bilancio è di quattro morti e undici feriti, tutti italiani. A confermarlo, in serata, è stato il ministro ministro della Difesa, Guido Crosetto. Le vittime sono due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana.

Le vittime sono tre uomini e una donna: “Abbiamo atteso che la drammatica notizia della morte dei loro cari fosse portata alle famiglie e volevamo evitare che altre centinaia di famiglie vivessero ore di angoscia in attesa di conoscere i nomi delle persone coinvolte”, ha detto Crosetto rendendo note le identità delle vittime. Sono: il sergente Simone Ruggia, il sergente Claudio Marchesi (entrambi del comando aviazione dell’Esercito), il tenente del Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana Franco Adriano Zecchillo e la sergente della Croce Rossa Laura Procacci.

“Gli undici feriti stanno ricevendo le cure necessarie e, al momento, nessuno di loro versa in pericolo di vita. La Difesa ha immediatamente disposto l’invio di un’équipe medica italiana per garantire ai feriti il massimo supporto e la migliore assistenza possibile”, ha sottolineato il ministro esprimendo il cordoglio suo e di tutta la Difesa “alle famiglie dei nostri caduti”: “Non esistono parole capaci di colmare una perdita così grande”, ha aggiunto. L’incidente è avvenuto nella zona di Brčko, al confine con la Serbia, durante un’operazione di routine, ha fatto sapere Eufor.

I militari morti nell’incidente erano in servizio al Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo, al primo reggimento ‘Antares’. Secondo quanto si apprende, l’elicottero sarebbe partito ieri mattina da Viterbo e, dopo uno scalo all’aeroporto militare di Pratica di Mare, avrebbe raggiunto la Bosnia. “Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente, che sarebbe avvenuto in fase di decollo dall’aeroporto di Brcko”, ha dichiarato in diretta al Tg4 l’ambasciatrice d’Italia in Bosnia-Erzegovina, Sarah Castellani. “A bordo c’erano in totale 15 persone italiane“, ha spiegato. Le cause della tragedia, informa la Difesa, sono attualmente in corso di accertamento. Sono già state avviate le attività di indagine necessarie a ricostruire la dinamica dell’incidente e a chiarire le circostanze dell’accaduto.

“Ho appreso con profonda commozione la notizia del decesso dei militari occorso nel tragico incidente elicotteristico in teatro operativo bosniaco nell’ambito dell’operazione ‘Althea’. In questa triste circostanza, voglia rendersi interprete presso l’Esercito Italiano e il Corpo Militare della Croce Rossa dei miei sentimenti di cordoglio e di commossa solidarietà al dolore provocato da questo tragico evento, chiedendo loro di esprimere ai familiari delle vittime la mia vicinanza e solidarietà”, scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio al capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano. Anche dal governo e dai partiti di opposizione arrivano i messaggi di cordoglio. “La notizia del tragico incidente che ha coinvolto un elicottero italiano di Eufor in Bosnia-Erzegovina è motivo di profondo dolore“, scrive sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Il mio pensiero va alle vittime, alle loro famiglie e a tutti coloro che, impegnati nella missione per la pace e la stabilità della regione, stanno vivendo ore di angoscia. A loro va la mia più sincera vicinanza e quella del governo italiano”. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, esprime la sua vicinanza “alle nostre forze armate per la tragedia”: “Un pensiero ai familiari delle vittime. Una terribile disgrazia che scuote il cuore di tutti gli italiani”, scrive il vicepremier sottolineando che l’Ambasciatore d’Italia a Sarajevo “si sta già recando a Brčko, luogo dell’incidente” e che il Ministero degli Esteri “fornirà tutto il supporto necessario. Una preghiera per i nostri caduti e i nostri feriti nell’adempimento del dovere”, conclude.

A rendere noto l’incidente era stata la stessa Forza militare dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina: ha parlato di un velivolo della missione precipitato nella zona di Brčko, al confine con la Serbia. In serata l’Eufor conferma in un comunicato che l’elicottero è precipitato durante un’esercitazione di routine. La missione europea aggiunge che non si sono registrati danni a infrastrutture, proprietà o veicoli civili e nessun civile è rimasto ferito nell’incidente. I servizi di emergenza della Bosnia-Erzegovina e il team di collegamento e osservazione dell’Eufor sono giunti sul posto, hanno recuperato il personale coinvolto e lo hanno immediatamente trasportato presso le strutture mediche di Brcko. L’Eufor, aggiunge la nota, sta conducendo un’indagine approfondita e completa per accertare le cause di questo tragico incidente, e pubblicherà le informazioni pertinenti non appena disponibili e verificate. La missione europea si dice inoltre “profondamente addolorata per questa tragica perdita di vite umane ed esprime le sue più sentite condoglianze agli amici e ai familiari di coloro che hanno perso la vita al servizio della pace”.

Eufor ha invitato i cittadini a non diffondere informazioni non verificate e disinformazione e a informarsi sull’incidente esclusivamente attraverso i canali ufficiali. La missione europea è presente in Bosnia-Erzegovina dal 2004, quando subentrò alla forza di peacekeeping della Nato dispiegata dopo la guerra del 1992-1995. Attualmente conta diverse centinaia di militari provenienti da 24 Paesi europei.

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Flávio Bolsonaro scappa negli Usa dopo la sconfitta in Brasile: le ragioni della fuga

29 October 2026 at 14:57

A meno di 48 ore dal responso delle urne che hanno decretato a sorpresa il quarto mandato di Ińacio Lula da Silva, il suo antagonista Flávio Bolsonaro ha preso il largo, diretto negli Stati Uniti dopo aver oltrepassato il confine con l’Argentina, azione di cui Javier Milei ha negato il coinvolgimento. Lo attende Trump, che gli ha concesso il visto d’ingresso.

Il Supremo Tribunale Federale (STF) aveva chiesto il ritiro del suo passaporto e il divieto di espatrio per gravi accuse di complicità in riciclaggio. Per capire meglio i dettagli di questa vicenda su cui si è basata la candidatura di Bolsonaro Jr. alla presidenza del Brasile, bisogna partire dal concetto di immunità parlamentare secondo il sistema giuridico nazionale.

In Brasile, la concessione di un tribunale separato dalla giustizia ordinaria è prevista esclusivamente per politici con incarichi parlamentari, in primis il Presidente della Repubblica Federale e il suo vice, poi nell’ordine senatori, deputati e ministri, durante l’esercizio della loro funzione. Quando ciò accade, il personaggio in questione passa sotto la giurisdizione unica del STF, presidiato allo stato attuale dal giudice Alexandre de Moraes, che sta conducendo l’inchiesta su Bolsonaro Jr.

Anche se i candidati alla presidenza non rientrano in questo privilegio, a prescindere che Bolsonaro fosse già senatore, il codice elettorale concede loro una finestra ante voto di 15 giorni durante i quali non possono essere arrestati, che si protrae fino a 48 ore dalla chiusura dei seggi. Periodo sufficiente al mancato presidente per squagliarsela.

De Moraes è da tempo nel mirino di Trump, che ha fatto di tutto per favorire la campagna elettorale del figlio dell’ex presidente, fino a coinvolgere Meta di Zuckerberg, il quale si sarebbe prestato a oscurare l’account Instagram di Lula, favorendo nel contempo la visibilità del profilo di Bolsonaro. Accusa che il creatore di Facebook ha respinto, attribuendo l’incidente al malfunzionamento temporaneo degli algoritmi. Guarda caso, solo da una parte.

Lo scopo principale di Bolsonaro era quindi di salire al Planalto (il palazzo presidenziale, cioè la Casa Bianca brasiliana) ai fini di usufruire della sospensione di azione penale durante il mandato dei 4 anni per i reati precedenti al voto. Periodo dove potrebbe scattare la prescrizione di cui già aveva usufruito Lula, pur condannato in primo grado per il suo presunto coinvolgimento nell’inchiesta Lava Jato.

Va precisato però che tale condanna era stata già annullata per manifesta parzialità del collegio giudicante di allora, composto dall’ex giudice Sergio Moro (ora governatore dello Stato Federale di Paraná) e dal procuratore di Lava Jato Deltan Dallagnol che perse il rinnovo del suo mandato per via di una legge speciale (A Ficha Limpa) promulgata nel 2010 e applicata dal STF per punire la parzialità riscontrata nel processo a Lula.

Flávio è indagato principalmente per riciclaggio ed evasione fiscale in combutta con il suo socio, l’avvocato Willer Tomaz, il quale è anche sotto lente per il dirottamento di fondi INSS (Instituto Nacional Do Seguro Social, l’Inps brasiliano) nei suoi conti privati.

In particolare, Bolsonaro Jr è accusato di aver utilizzato soldi provenienti dal lavaggio di denaro sporco passati per il Banco Master, ai fini di finanziare la produzione del film Dark Horse dedicato al padre, con l’obiettivo di ripulire la sua reputazione macchiata nell’ordine dalla pessima gestione della pandemia durante la sua presidenza, dal tentato colpo di Stato dopo la vittoria di Lula nel 2022, e infine dal tentativo di fuga; fattori che portarono Jair alla condanna a 27 anni, con il carcere commutato poi agli arresti domiciliari temporanei per motivi di salute.

Quello della fuga è un vizio comune di famiglia, dato che dopo il padre fu Eduardo, fratello di Flavio, a riparare negli Usa, diventando lobbista di Trump che gli concesse asilo politico con lo scopo di sabotare la campagna elettorale di Lula favorendo quella del primogenito.

Tornando all’indagine, secondo il quotidiano O Globo ripreso dalla Bbc Brasil, negli hangar degli aerei dell’avvocato Tomaz gli inquirenti rinvenirono 130 milioni di reais in contanti (circa 22 milioni di euro) provenienti dalle scommesse clandestine, riciclati attraverso il Banco Master.

Anche se Bolsonaro Jr non è ancora apertamente accusato di complicità, gli inquirenti comunque indagano sui 5 viaggi internazionali fatti in 5 mesi dalla famiglia Bolsonaro a bordo dei suddetti aerei di proprietà Tomaz.

Tuttavia il crimine che è valso a Bolsonaro il soprannome Racadinha deriva dall’odiosa estorsione che egli praticava sui suoi dipendenti e su altri impiegati ministeriali, i quali dovevano versare al figlio di Jair una percentuale dei loro stipendi per conservare il posto di lavoro. Ciò non ha però impedito a circa 60 milioni di brasiliani di votarlo, sorpassando nel primo turno Lula. E questo la dice lunga sul cinismo locale, frutto delle disuguaglianze e della corruzione che affligge il colosso sudamericano.

L’arma che ha consentito a Lula di farcela al secondo turno è stata quella del gruppo WhatsApp “Exército do Lula”. 10 milioni di iscritti in pochi giorni, un movimento virtuale di giovani che si è concretizzato in quei voti decisivi per la vittoria, malgrado il sabotaggio dei governatori bolsonaristi che aveva causato ritardi dei trasporti pubblici per ostacolare la folla dei lavoratori diretta ai seggi.

Lo smacco più grande subito da Trump: proprio la chat di Zuckerberg – la più diffusa sul pianeta – ha fatto pendere la bilancia a favore del suo nemico, impedendogli così, senza il Brasile, di completare il suo feudo in Sudamerica con la nazione principale.

Foto © F.Bacchetta

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Turchia, crolla un “camino delle Fate” in Cappadocia: due morti. La frana provocata da forti piogge

29 October 2026 at 14:20

È uno dei simboli della Turchia e, nello specifico, la principale attrazione turistica della Cappadocia. Ed è possibile che siano state le forti piogge che hanno colpito la regione a fare crollare un ‘camino delle fate’ all’ingresso del Museo all’aperto di Göreme. Il governatore di Nevşehir, Hüseyin Kök, ha annunciato che due persone hanno perso la vita e una è stata tratta in salvo ma è ferita. “A seguito di un crollo roccioso innescato da una frana a Göreme, abbiamo recuperato i corpi di due persone. Una persona ferita è stata trasportata in ospedale, dove sta ricevendo le cure d’emergenza. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso”, ha dichiarato Kök, aggiungendo che la frana è stata causata dalle “abbondanti precipitazioni”, riferisce l’emittente Ntv. “Nell’area interessata dal crollo erano presenti delle persone. Sebbene non si tratti di una zona destinata al passaggio dei pedoni – e quindi non particolarmente affollata – vi erano comunque delle persone. Sul posto sono giunte la gendarmeria e le forze di polizia. Sono in corso intensi interventi di soccorso. Le persone vengono allontanate dalla zona per precauzione, dato il rischio di ulteriori crolli”, ha affermato il corrispondente di Ntv sul posto, aggiungendo che la frana si è verificata alle 15 ora locale, le 13 in Italia. In Cappadocia, una delle zone turistiche più note della Turchia, già nel 2024 e nel 2025 erano stati registrate delle frane che avevano portato al crollo di alcuni ‘cammini delle fate’, formazioni rocciose a forma piramidale, ma il cedimento delle strutture non aveva provocato né feriti né vittime.

(immagine tratta da Wikipedia)

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Wall Street Journal: “Via libera di Trump all’arrivo di Bolsonaro negli Usa. È entrato con un permesso umanitario”

29 October 2026 at 13:58

È scappato dal Brasile dopo avere perso le elezioni ed è arrivato in Florida, prima entrando a piedi in Argentina, poi imbarcandosi su un volo per gli Usa dall’Ecuador. Nei giorni scorsi il presidente Usa Donald Trump aveva dichiarato, prima di partire per un comizio in Ohio in vista delle elezioni di midterm, che non si sarebbe intromesso nella vicenda che riguardava la fuga di Flavio Bolsonaro e, pur sottolineando di non volere essere coinvolto, aveva aggiunto che “è stata un’elezione molto strana, questo è certo”. Ma secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, il capo della Casa Bianca sarebbe tutt’altro che estraneo alla fuga del candidato sconfitto da Lula, scappato dopo che il giudice Alexandre de Moraes aveva disposto la consegna dei suoi passaporti nell’ambito di un’indagine per sospetto riciclaggio di denaro, nella quale il senatore nega ogni irregolarità. Il giornale finanziario Usa scrive che il tycoon ha approvato personalmente l’ingresso suo e della sua famiglia negli Stati Uniti e il segretario di Stato Marco Rubio si è attivato per il rilascio dei visti. La famiglia Bolsonaro è comunque entrata negli Stati Uniti con un “permesso umanitario” che consente la permanenza di un anno. Il Wsj, che cita alcune fonti, aggiunge inoltre che dall’esilio Bolsonaro intende continuare la sua attività politica. “Sono io il presidente eletto – ha dichiarato Bolsonaro dopo la fuga negli Usa – e i criminali che hanno rubato le elezioni in Brasile fanno parte di un’organizzazione criminale che ha instaurato una tirannia”, ha scritto il senatore in una dichiarazione pubblicata sul suo profilo X, denunciando una “frode elettorale”. “Da qui guiderò l’opposizione”, ha aggiunto.

Il senatore brasiliano ha ringraziato il presidente argentino Javier Milei, oltre a Trump, per l’accoglienza negli Usa, dove è arrivato con la famiglia il 28 ottobre. In una lettera diffusa dopo l’arrivo a Miami, il figlio dell’ex presidente del Brasile ha denunciato presunti brogli elettorali senza presentare prove e ha chiesto l’annullamento della candidatura di Lula e del suo vice Geraldo Alckmin, accusando le istituzioni brasiliane di persecuzione politica. Bolsonaro Jr ha criticato in particolare il giudice della Corte suprema Cristiano Zanin, contestando la proroga dell’orario di voto fino alle 19, decisa domenica. Secondo il senatore, la misura avrebbe consentito a Lula di ottenere oltre 10 milioni di voti in più rispetto al primo turno.

Il segretario di Stato Usa Marco Rubio e il presidente argentino Javier Milei pare siano state le principali menti dietro alla sofisticata e polemica operazione di intelligence che ha consentito a Flavio Bolsonaro di fuggire dal Brasile. Tra i vari dettagli emersi sulla fuga anche quello riguardante il jet privato utilizzato da Bolsonaro. Il Gulfstream G400 matricola LV-JQW, appartiene infatti alla compagnia privata Baires Fly, legata a sua volta ad uno dei principali scandali di corruzione che coinvolgono attualmente il governo argentino di Javier Milei. La società figura infatti nell’inchiesta sul riciclaggio di denaro proveniente da presunte tangenti negli acquisti di medicinali e forniture dell’Agenzia Nazionale Argentina per i Disabili (Andis). Si tratta dell’indagine condotta dal pm argentino Franco Picardi, che ha individuato nel titolare reale di Baires Fly l’imprenditore Sergio Mastropietro, la mente dietro il “lavaggio di fondi derivanti dai sovrapprezzi applicati agli acquisti effettuati dall’Agenzia”, guidata dall’allora avvocato di Milei, Diego Spagnuolo. Lo stesso Milei utilizzò uno dei velivoli della compagnia per il suo primo viaggio internazionale del 2023 negli Stati Uniti, suscitando polemiche anche perché il volo privato venne finanziato dall’imprenditore Gerardo Werthein, poi nominato ambasciatore dell’Argentina a Washington.

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L’Ucraina prova a smarcarsi da Starlink: lanciato in orbita il satellite Obria Nano

29 October 2026 at 12:11

Si chiama Obria Nano ma, a dispetto del nome, l’Ucraina gli affida un compito da gigante: renderla autonoma nelle comunicazioni satellitari, anche a scopo militare. Non è un mistero che l’esercito di Kiev – impegnato a contrastare la Russia dopo l’invasione subita nel febbraio 2022 – sia rimasto “al buio” appena i servizi offerti dalla rete Starlink e Starshield di Elon Musk sono stati interrotti a metà ottobre.

Una crisi che l’Ucraina non può permettersi. Nell’ambito delle possibili soluzioni, l’azienda Himera e Gomspace (Danimarca) hanno confermato in modo ufficiale che il satellite Obria Nano è stato lanciato il primo ottobre usufruendo di una missione di “ridesharing” Space X Transporter 18; gli ucraini hanno chiesto di avere un posto sul razzo per mandare in orbita il proprio satellite, così da ammortizzare i costi. Gli esperti di Himera ritengono che la fase di test “dovrebbe fornire l’esperienza necessaria per lo sviluppo del progetto e la sua trasformazione in una infrastruttura nazionale ucraina”.

Obria Nano non è l’unica via che sta seguendo l’Ucraina; una settimana fa è stata l’azienda finlandese Iceye, assieme alla Nokia, ad annunciare la firma di una lettera d’intenti con il ministero della Difesa ucraino al fine di verificare le possibilità di costruire una rete a banda larga per le comunicazioni satellitari. Volodymyr Zelensky ha confermato inoltre la firma di sette collaborazioni con la Finlandia – per un valore commerciale di 300 milioni di euro – dopo aver avuto un colloquio con il primo ministro Petteri Orpo: “Abbiamo concordato di sfruttare maggiormente le capacità satellitari della Finlandia, un fatto importante per la nostra difesa e per la resilienza dell’Ucraina”.

Obria Nano però è una produzione nazionale e riveste un significato particolare, come ha confermato Misha Rudominski, amministratore delegato e co-fondatore di Himera: “Per noi non si tratta solo del lancio di una satellite: rappresenta un’opportunità per realizzare una rete indipendente di comunicazioni. Abbiano iniziato a testare le tecnologie in orbita, il nostro obiettivo a lungo termine è sviluppare capacità che rafforzino la sicurezza strategica del Paese e riducano la dipendenza da fornitori di comunicazioni esterni”.

Insomma, Kiev non vuole più trovarsi nella condizione di metà ottobre, quando dagli Stati Uniti è stato spento Starlink con ripercussioni sui sistemi militari e le difese rispetto ai bombardamenti russi che non lasciano tregua, e per farlo si affida ad aziende che hanno già esperienza sul campo: Himera fornisce agli apparati di intelligence le radio G1 Pro e il ripetitore B1, mentre Gomspace ha adottato soluzioni satellitari utilizzate a livello internazionale.

L’esercito ucraino non è l’unico a cercare una via autonoma alle comunicazioni satellitari. Il mese scorso anche la Polonia ha annunciato di avere la stessa esigenza in occasione della 34esima edizione dell’International Defence Industry Exhibition, avviando la collaborazione tra la PGZ (Polska Grupa Zbrojeniowa) e la finlandese Iceye, dopo che tra il governo di Varsavia e Musk i rapporti sono peggiorati.

(Foto GomSpace)

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Israele al bivio: l’autogol dell’opposizione fa il gioco di Netanyahu. E ora l’attacco all’Iran è più vicino

29 October 2026 at 11:20

Scrivo questo post con grande rammarico, ma con una netta consapevolezza del quadro politico israeliano all’indomani di queste elezioni. Pare che una grande fetta dell’elettorato viva consapevolmente accettando la minaccia di un isolamento internazionale, di sanzioni economiche, di un conflitto perenne e di ben sei o sette fronti aperti con i paesi vicini o lontani. Altrimenti l’esito di questo voto non sarebbe spiegabile.

Benjamin Netanyahu – il principale responsabile, come primo ministro, della sciagura del 7 ottobre e del massacro compiuto da Hamas; colui che ha rifiutato qualsiasi commissione d’inchiesta; colui che a due o tre giorni dalle urne ha proposto come soluzione economica il passaggio a un’economia basata sulle criptovalute; colui che alla vigilia del voto ha diffuso un’immagine creata dall’intelligenza artificiale che mostrava Tel Aviv sotto una bomba atomica iraniana – questo leader politico non solo non ha perso il suo potere, ma ha riscosso un ampio consenso.

Che cosa possiamo dedurre da questo esito? A mio avviso, che molti israeliani non comprendono la reale posizione internazionale del proprio paese e, con il loro voto, finiscono per attirare sanzioni, minacce e guerre. Dopo il risultato di martedì notte, Netanyahu si sentirà autorizzato dal suo popolo – che è anche il mio – a sferrare all’Iran quello che definirà un “attacco preventivo”. Se a questo aggiungiamo l’incertezza del quadro politico americano, vediamo come ancora una volta il Medio Oriente rischi di incendiarsi.

L’elettorato di Netanyahu è un fenomeno peculiare. Stanotte, mentre seguivo l’evoluzione dei dati dagli exit poll fino ai risultati reali, mi è tornato in mente un evento storico traumatico che tutti i lettori conoscono bene. Netanyahu vinse le elezioni per la prima volta dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin: si candidò contro Shimon Peres, premio Nobel e statista di caratura mondiale, riuscendo a prevalere a pochi mesi dall’uccisione di Rabin per mano di un terrorista dell’ultradestra.

Perché collego quell’evento al voto di oggi? Perché l’elettorato di Netanyahu ragiona esattamente come la tifoseria di una squadra di calcio: non c’è un’analisi razionale sull’operato del governo, sull’andamento dell’economia, sulla sicurezza reale dei cittadini, sulla qualità del sistema scolastico o sulle pensioni. Nonostante negli ultimi quattro anni tutti questi ambiti abbiano registrato fallimenti, gli elettori non valutano questi aspetti: tifano per Netanyahu a prescindere dal piano politico.

La prova è semplice: solo tre o quattro giorni fa, Netanyahu ha ammesso apertamente che Israele rischia le sanzioni e che gli Stati Uniti stanno cambiando atteggiamento, sostenendo che tali sanzioni si potrebbero aggirare con le criptovalute. Poi ha agitato la minaccia dell’atomica iraniana, dimenticando che solo sei mesi fa dichiarava che gli attacchi preventivi avevano già distrutto ogni capacità nucleare dell’Iran. La logica e la verità sono diventate del tutto opzionali per questo elettorato.

Nella giornata di giovedì terminerà lo scrutinio delle elezioni israeliane. Nel momento in cui scrivo si sta verificando l’esito delle ultime 400.000 buste, ma non è un motivo per sperare in un cambiamento per come lo avevamo immaginato. Adesso il blocco di Netanyahu ha 53% e il blocco di Eisenkot ha 48. I dati ufficiali definitivi non cambieranno questo esito: nelle campagne precedenti le “doppie buste” (il sistema per il voto a distanza o fuori sede) hanno sempre mostrato una leggera tendenza verso la destra.

La parola cambiamento è tornata molto in queste settimane. Se veramente le forze democratiche, che nella società israeliane credono in uno Stato democratico e liberale, vogliono operare un reale cambiamento, allora devono invitare i partiti arabi – che sono i grandi vincitori di quest’ultima tornata elettorale – a governare insieme con il blocco di Eisenkot. Vorrei aggiungere, come israeliano che vive fuori del suo paese, nella cosiddetta “diaspora”, che se nell’establishment occidentale qualcuno avesse osato dire sugli ebrei le cose che i partiti legittimi di governo, ma anche di opposizione, dicono degli arabi israeliani, allora tutti noi ebrei della diaspora grideremmo all’antisemitismo: è ora di finirla con questa retorica e andare verso il cambiamento perché a mio avviso è l’unica strada per il futuro di Israele. Scelte diverse porteranno a un paese boicottato, invischiato in guerre continue con i suoi vicini, senza più alcuna prospettiva di pace.

Ma c’è un’altra questione che va analizzata con pari durezza: anche il cosiddetto “blocco del cambiamento” – i partiti di Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman – ha commesso un errore politico gravissimo e imperdonabile. Rifiutando a più riprese qualsiasi ipotesi di governo con i partiti arabi, hanno ceduto a pregiudizi ideologici e compiuto un autogol strategico clamoroso. Nel tentativo di escludere dall’esecutivo i rappresentanti del 20% della popolazione israeliana, hanno finito per fare il gioco di Netanyahu. Se i partiti che intendono fermarlo si alleassero con i partiti arabi israeliani, avrebbero i numeri per bloccare la formazione di un nuovo governo di destra o di estrema destra.

Il modo in cui è stata trattata la popolazione araba israeliana in questi ultimi anni è intollerabile: un clima di aperto disprezzo e ostilità. La violenza e gli omicidi all’interno di questa comunità hanno raggiunto livelli mai visti prima. E il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha agito deliberatamente in questa direzione, considerando gli arabi israeliani come quinte colonne o collaboratori dei palestinesi. Ogni giorno si assiste a incursioni nei territori e ad azioni alimentate da frange estremiste armate.

Tutto ciò è gravissimo. I partiti arabi hanno ottenuto un’alta affluenza perché i cittadini sono usciti a votare per rispondere alle offese di Ben-Gvir. Rifiutarsi di collaborare con loro solo perché arabi è di una cecità politica inaccettabile per uno Stato che ospita una minoranza così consistente. Gli israeliani devono decidere se vogliono vivere in un paese in cui tutte le rappresentanze politiche legittime possono governare, o se intendono affermare che il 20% della popolazione ha diritto di voto ma non di governo. Agli occhi del mondo, questo è l’ennesimo segnale di una società discriminatoria con venature di apartheid — una deriva che non aiuta Israele e che, al contrario, aumenta i rischi per le comunità ebraiche in tutto il mondo.

L’atteggiamento verso la popolazione araba mi sdegna profondamente anche per un motivo molto concreto, legato al sistema sanitario: oltre il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali israeliani sono arabi, così come quasi il 50% dei farmacisti. Sono loro a curare i nostri anziani, i nostri genitori e i nostri figli, e lo fanno con immensa dedizione.

Una società che affida la propria salute a questi professionisti e poi nega valore politico al loro voto si macchia di un’ipocrisia inaccettabile, riducendoli a semplici servitori utili nel momento del bisogno. E così facendo, ci si consegna nuovamente nelle mani di Netanyahu e dell’estrema destra.

Tuttavia, temo che nei prossimi giorni Netanyahu possa ritenere legittimato un attacco all’Iran. E il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, che prima delle elezioni aveva sollevato forti perplessità evidenziando come l’azione non fosse dettata da reali esigenze di sicurezza nazionale, si troverà ora nell’impossibilità di frenarlo, poiché il voto popolare viene usato per legittimare l’ennesima escalation. A Netanyahu poco importa se l’intelligence americana conferma che non ci sono movimenti o minacce imminenti nei siti nucleari iraniani: gli basterà appagare le aspettative della sua tifoseria elettorale.

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Ucraina, droni russi contro una banchina del treno a Dnipro: “Almeno 13 morti”

29 October 2026 at 11:11

Le forze armate russe hanno attaccato con droni la banchina della stazione ferroviaria di Dnipro, sulla quale si trovava il treno Dnipro-Zaporizhzhya. Almeno “13 persone sono state uccise nell’attacco russo a Dnipro. Almeno cinque i feriti”, ha reso noto il capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipropetrovsk, Oleksandr Ganzha. L’attacco è l’ultima di una serie di raid russi nella regione, dove, nelle ultime settimane, attacchi condotti con droni e aerei da guerra hanno danneggiato edifici residenziali e infrastrutture critiche. La città di Dnipro è stata più volte presa di mira nel corso del conflitto: l’ultima il 25 ottobre, quando le autorità avevano riferito della morte di quattro persone.

“Un orribile attacco russo ha colpito la stazione ferroviaria di Dnipro – ha scritto su X Volodymyr Zelensky -. I russi hanno lanciato un’incursione con droni contro un binario dove si trovavano un treno per pendolari e un treno passeggeri. Purtroppo, al momento, si contano 13 vittime accertate”. “Quanti attacchi terroristici ha sferrato la Russia contro il nostro popolo da quando le sanzioni contro alcuni oligarchi russi e il settore energetico russo sono state revocate, anziché portare a una de-escalation?”, domanda il presidente ucraino riferendosi a Alisher Usmanov e Mikhail Fridman, rimossi dall’Unione europea dalla lista dei miliardari il 22 settembre. Secondo Zelensky “è giunto il momento di adottare nuove e più severe misure sanzionatorie da parte dell’Ue, degli Stati Uniti e del G7”.

(Foto di DSNS Ukrayiny, l’autorità governativa responsabile per la protezione civile)

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Israele, dal Likud accuse di “brogli” e la Commissione chiede di indagare su presunte interferenze del Qatar. La replica delle liste arabe: “Vogliono ribaltare l’esito del voto”

29 October 2026 at 11:04

Meno di due giorni dopo la chiusura dei seggi, in Israele è il momento delle trattative e dei veleni. In un contesto ricco di incognite e di insidie. Ieri, a scrutini avanzati, il premier Benjamin Netanyahu e le forze di estrema destra avevano lanciato accuse di brogli elettorali contro i partiti arabi, vera rivelazione di queste legislative. Oggi il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice della Corte Suprema Noam Sohlberg, ha chiesto al capo dello Shin Bet, David Zini, di indagare su presunte interferenze straniere e corruzione elettorale.

“Sono stato informato di gravi sospetti riguardanti un’influenza indebita sulle elezioni, esercitata attraverso finanziamenti provenienti da entità straniere che agiscono contro gli interessi di Israele“, ha affermato Sohlberg, sottolineando di “non poter confermare la fondatezza di tali sospetti”. Tuttavia, ha aggiunto, “ritengo che, trattandosi di entità straniere, vi sia l’obbligo di condurre un’indagine approfondita“. I risultati dell’indagine devono essere presentati entro una settimana, ha chiesto il capo della Cec allo Shin Bet.

Secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth, lo Shin Bet ha avviato un’indagine con il sospetto di un coinvolgimento del Qatar. Secondo i sospetti, il Qatar avrebbe trasferito “somme di denaro molto ingenti” per influenzare i risultati delle elezioni che si sono svolte martedì.

Il quadro uscito dal voto del 27 ottobre per rinnovare la Knesset è uno stallo in cui nessuna coalizione detiene i 61 seggi per governare, con il blocco di Benjamin Netanyahu in vantaggio (53 seggi) su quello dell’opposizione guidato da Gadi Eisenkot (fermo a 48). Ma il dato più rilevante è il boom delle liste arabe, che questa volta hanno abbandonato il tradizionale boicottaggio e mobilitato gli elettori nella speranza di archiviare il governo Netanyahu. Uno strategia che li ha portati a raddoppiare i seggi, conquistandone 19. Il loro appoggio consentirebbe quindi al blocco anti-Bibi di formare un esecutivo.

Questa opzione, sebbene difficile da percorrere a causa delle resistenze di alcuni esponenti della coalizione, lascerebbe fuori dai giochi l’attuale premier. Ed è per questo che l’estrema destra, con il Likud in testa, già ieri ha scatenato tutta la potenza di fuoco della sua macchina politica. Netanyahu ha parlato di un “governo pericoloso” qualora fossero state coinvolte le forze arabe. Mentre il suo partito ha accusato di “brogli” ed elezioni rubate da chi “sostiene il terrorismo”.

I media israeliani riferiscono che il Likud ha trasmesso alla Commissione elettorale centrale del materiale che, secondo il partito, comprenderebbe “registrazioni dirette di persone appartenenti alla comunità araba che avrebbero ammesso di aver corrotto elettori mediante buoni carburante e denaro contante”. Il dito viene puntato anche in questo caso su presunti finanziamenti arrivati da Turchia e Qatar. “Si tratta si tratta di un attacco alla democrazia volto a portare alla presa di controllo della Knesset da parte di potenze straniere, all’islamizzazione di Israele e al rovesciamento del governo di destra, al fine di provocare la ritirata e la sconfitta dell’Idf su tutti i fronti, in primis l’Iran” sostiene il partito guidato da Netanyahu che ha già soprannominato la vicenda Ra’amgate (dal nome del partito Ra’am).

”In Israele, la parte sconfitta costruisce una calunnia razzista e incita le forze di sicurezza a usare la forza per ribaltare il verdetto popolare” ha replicato su X Sami Abou Shahadeh, leader di Balad, uno dei partiti arabi che formano la Lista Unita. ”Non dobbiamo permettere all’estrema destra di rubare le elezioni o di trascinare il Paese verso una nuova tornata elettorale basandosi su accuse inventate e deliranti”, ha aggiunto in merito alle contestazioni del Likud sulla presunta corruzione elettorale.

Nel frattempo, sono stati arrestati 4 sospettati nell’ambito dell’inchiesta sul presunto pagamento di denaro in cambio di voti a favore del partito Ra’am, dopo i tre arresti avvenuti il 27 ottobre.

Una fonte della sicurezza interna ha specificato alla tv pubblica israeliana Kan che l’indagine per presunta corruzione elettorale era stata avviata prima delle elezioni: “Si tratta di un’indagine aperta nelle ultime due settimane sulla base di informazioni di intelligence attendibili. Sappiamo che c’è qualcosa che non va e stiamo indagando seriamente per fare piena luce sulla questione. Nei prossimi giorni la situazione si chiarirà” ha dichiarato all’emittente.

Il leader del Blocco del cambiamento, Eisenkot, ha detto di essere “in contatto con le autorità competenti” e di ricevere “aggiornamenti in merito ai sospetti di interferenze straniere nelle elezioni”. Allo stesso tempo ha messo in guardia dalla strumentalizzazione politica. “Non si deve permettere a esponenti politici di sfruttare questa situazione per influenzare la data dell’insediamento della 26ma Knesset, il Parlamento israeliano”. Sulla stessa linea il presidente israeliano Isaac Herzog che ha chiesto di “non infangare un’intera comunità che ha cercato di esercitare il proprio diritto di voto e di prendere parte attiva alla democrazia”.

Intanto, sul fronte del conteggio dei voti c’è ancora una variabile da considerare, anche se nelle previsioni non dovrebbe essere determinante: le cosiddette “doppie buste“, con le preferenze di militari, detenuti, diplomatici in servizio all’estero e ad elettori impossibilitati a votare nel seggio. Sono stimate tra le 430mila e 480mila e finora ne sono state scrutinate meno di 30mila. Tra queste schede il partito del premier è in testa, seguito dal movimento Yashar di Eisenkot. Secondo la Commissione elettorale lo spoglio dei voti potrebbe essere terminato entro questo pomeriggio.

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Studente di Foggia esce illeso dal disastro ferroviario in Spagna e rimane per prestare soccorso

29 October 2026 at 09:53

Uscito illeso dal disastro ferroviario in Spagna, è rimasto a prestare aiuto ai feriti. È la storia di Antonio Narciso, studente originario di Foggia, che dopo essere sopravvissuto all’incidente ha deciso di rimanere e aiutare i soccorritori. La notizia è riportata dal Corriere della Sera. Il giovane è infatti un volontario della Protezione civile in Puglia, in particolare dell’associazione Prima Vela di Foggia. “Le ore sono frenetiche e c’è davvero tanto da fare“, ha scritto sui social dopo aver rassicurato amici e familiari sulle sue condizioni.

Narciso ha così deciso di mettere la sua esperienza e la sua formazione al servizio dei soccorsi spagnoli. Sui social ha anche descritto il lavoro intenso che le squadre di recupero stanno svolgendo, restituendo il clima di emergenza e frenesia che una tragedia del genere porta con sé; in particolare, per ciò che concerne gli italiani coinvolti nel disastro ferroviario, attualmente ci sono tre donne disperse, mentre gli altri sei passeggeri che si trovavano a bordo dei convogli sono stati recuperati e sono in condizioni stabili. La situazione è perfettamente riassunta dalle parole di Narciso: “Stiamo dando il massimo unendo le forze“.

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Bolsonaro jr rompe il silenzio dagli Usa: “Sono io il vero presidente, presto mobilitazioni in tutto il Brasile”

29 October 2026 at 09:47

Prima si è autoproclamato “il vero presidente” del Brasile e poi ha corretto il tiro con la parola “leader”. Ha usato anche lo stemma pre 1968, che richiama gli anni della dittatura militare, poi corretto con quello attuale, della Repubblica Federativa do Brasil, comunque riservato alle comunicazioni ufficiali dello Stato secondo la legge federale 500 del 1971. C’è più di una usurpazione – e qualche sbavatura di troppo – nella lettera con cui l’ex candidato presidenziale Flávio Bolsonaro, assistito da ChatGpt, ha deciso di rompere il silenzio dopo la sua fuga negli Stati Uniti, ringraziando gli alleati Javier Milei e Donald Trump, “grande difensore della libertà di espressione”.

“Non era mia intenzione lasciare la Patria, ma so come sarebbe finita. È il classico manuale di qualsiasi colpo di Stato”, ha scritto Bolsonaro Jr, nella lettera diffusa su X, citando anche la vicenda del padre Jair per denunciare una “caccia alle streghe” volta a “silenziare chiunque non sia d’accordo con il regime di eccezione instaurato in Brasile”. Il senatore, a cui sono stati annullati i documenti di viaggio, ha poi ribadito le sue accuse alla Corte suprema diretta dal magistrato Alexandre Moraes, che a suo avviso cercava di renderlo “ostaggio e pedina di scambio per proteggere i magistrati corrotti da un impeachment”. Bolsonaro Jr. si è anche paragonato a figure come Charles de Gaulle e José Martí per poi avvicendarsi agli esempi venezuelani di Juan Guaidó e María Corina Machado. E ribadisce anche la tesi della “frode elettorale” e chiede alla comunità internazionale di “non normalizzare ciò che sta accadendo in Brasile”. L’offensiva di Bolsonaro Jr. prevede anche “una strategia per mobilitare l’opposizione e l’immenso sostegno popolare” a suo favore per “impedire che Lula possa consolidare un regime dittatoriale in Brasile”.

La lettera è stata accolta con perplessità dalla stampa locale, che l’ha definita “golpista” e “senza prove”, come scrive la Folha de São Paulo, ma anche carica di errori e affermazioni false secondo O Globo, Icl Noticias e altri mezzi di informazione. Persino Trump, interpellato dai media statunitensi, sembra smarcarsi – almeno a parole – dalla fuga in avanti di Bolsonaro. “Non commenterà nulla su questo – ha osservato -. Non mi coinvolgerò, ma sono state delle elezioni molto strane sicuramente”. Tuttavia i circuiti Maga, a partire da suo figlio Donald Trump Jr. si schierano apertamente dalla parte di Bolsonaro, inscenando – tramite Meme – l’arresto di Lula, come Nicolás Maduro all’alba del 3 gennaio.

Secondo l’analista politico Daniel Zovatto, la lettera rischia di trasformarsi però in un autogol che con le sue “versioni discordanti” rischia di “minare la credibilità” di Bolsonaro Jr. anche tra i suoi alleati. Reagisce anche il deputato Paulo Pimenta, leader della coalizione governativa alla Camera, denunciando che la lettera “costituisce un atto di tradimento alla Patria, di tradimento al Paese”. Nel frattempo, la Polizia federale brasiliana – su mandato della Corte suprema – ha ufficialmente avviato un’indagine (protocollata Adpf 1178) contro la il network conservatore Rockbridge Network, co fondata nel 2019 dall’attuale presidente Usa J.D. Vance, nel mirino per “ingerenza straniera” e “finanziamento illegale” della campagna presidenziale di Flávio. “Non è ammissibile l’interferenza, diretta o indiretta, di uno Stato straniero”, si legge nella risoluzione, in riferimento agli affari interni del Brasile.

Il caso esplode anche in Argentina, là dove il governo Milei ha facilitato – anche mediante uso improprio dei mezzi dello Stato – la fuga di Bolsonaro. Il deputato Pablo Juliano, del blocco Province unite, ha presentato una richiesta di interpellanza e interrogazione sul ministro degli Esteri Pablo Quirno. “Deve spiegare agli argentini se lo Stato lo ha aiutato a fuggire”. Secondo diverse ricostruzioni, la fuga di Bolsonaro è stata direttamente assistita dal consulente presidenziale Santiago Caputo, presente nella città di Puerto Izagù nelle stesse ore dell’operazione. È giallo anche sulla proprietà del Gulstream G400, matricola LV-JQW, che ha trasportato Bolsonaro Jr., appartenente a Baires Fly S.A., azienda controllata da una rete di imprenditori legata al boss Fred Machado, già sostenitore di Milei, agli arresti negli Usa per narcotraffico, riciclaggio e frode finanziaria.

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Cuba, l’Italia si inchina agli Stati Uniti e si astiene sulla risoluzione Onu che chiedeva la fine dell’embargo

29 October 2026 at 09:06

Ufficialmente i rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump sono ai minimi storici, ma se c’è da piegare la testa a a Washington il governo non si tira indietro. E’ accaduto ieri a New York, dove l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto a larga maggioranza la fine dell’embargo economico statunitense contro Cuba, in vigore da decenni. Tuttavia, un’intensa attività da parte degli Stati Uniti ha spinto diversi paesi a opporsi alla risoluzione o ad astenersi per la prima volta dopo anni. Tra questi c’è stata anche l’Italia. La risoluzione ha ottenuto 130 voti a favore, 25 astenuti e 17 contrari, tra i quali Stati Uniti e Israele. L’anno precedente, i sì erano stati 165, 7 i no e 12 le astensioni.

Stati Uniti e Cuba si sono scambiati accuse durissime nella sala dell’Assemblea Generale, trasformando un dibattito sull’embargo commerciale imposto da Washington decenni fa in un teso confronto verbale tra le due delegazioni. L’ambasciatore Usa Mike Waltz ha accusato il governo dell’Avana di arricchire la propria élite mentre la popolazione comune è alle prese con carenze e difficoltà economiche. Oltre a respingere la definizione di “blocco” utilizzata da Cuba per descrivere le misure di Washington. “Non esiste alcun blocco – ha detto Waltz – Un blocco è un cordone di navi militari attorno a un’isola. Non è questo il caso”.

La delegazione cubana ha interrotto più volte il discorso, costringendo il presidente dell’Assemblea a intervenire per richiamare le parti a rispettare le regole. A un certo punto, Waltz si è rivolto direttamente alla delegazione cubana affermando: “Questa è l’America, queste sono le Nazioni Unite. Non siamo nella vostra dittatura comunista. Non potete mettermi a tacere”. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha replicato accusando Waltz di affermazioni false e di aver mancato di rispetto all’Assemblea: “Sta offendendo la dignità del popolo e del governo di Cuba”, ha sottolineato.

Il voto dell’Assemblea Generale Onu ha un peso politico, ma solo il Congresso di Washington può revocare l’embargo a Cuba, risalente all’epoca della Guerra Fredda. L’Assemblea adotta questa risoluzione ogni anno da oltre tre decenni, con la sola eccezione del 2020, durante la pandemia di Covid. “Sono soddisfatto del fatto che così tanti paesi, tra cui importanti economie come la Corea, la Germania e altri, abbiano cambiato la loro posizione”, ha detto ai giornalisti Waltz dopo il voto. “La diplomazia richiede tempo, ma ora che abbiamo assistito a una triplicazione del numero di paesi che hanno mutato orientamento, ci aspettiamo che questo trend continui a crescere”, ha aggiunto.

“L’Italia, nel ribadire la vicinanza al popolo cubano e la necessità di continuare gli aiuti umanitari, ha scelto di astenersi assieme ad altri paesi alleati come Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia”, ha riferito la Farnesina. In sintesi, si legge nella nota, “l’Italia ritiene che vada accelerato un cambiamento con le autorità cubane: l’embargo economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba ha conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano. La revoca dell’embargo potrebbe rendere più efficaci le riforme economiche e favorire una ulteriore apertura dell’economia cubana, a beneficio del popolo cubano: ma le riforme non arrivano, le decisioni delle autorità cubane sono il motivo della crisi attuale. La mancanza di libertà politiche ed economiche, le debolezze strutturali e le inefficienze di lunga data del sistema economico hanno contribuito in misura significativa alla crisi attuale”.

“Sono necessarie urgentemente riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie sostanziali da parte delle autorità cubane per alleviare le sofferenze del popolo cubano. Le 176 misure economiche e sociali adottate lo scorso giugno dovranno essere attuate rapidamente”, prosegue la nota. L’Italia, sottolinea la Farnesina, “inoltre rimane profondamente preoccupata per la situazione dei diritti umani a Cuba, in particolare dopo gli eventi del luglio 2021, e ribadisce il suo appello al governo cubano affinché rilasci tutti i prigionieri politici. Deploriamo inoltre, si legge, che la posizione di Cuba sulla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina continui a essere incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Cuba ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale Onu del 24 febbraio 2026 che promuoveva un cessate il fuoco e una pace duratura in Ucraina“.

Pazienza se l’Avana dà una grossa mano all’Italia nella sanità pubblica, dove i medici cubani rappresentano una realtà consolidata, in particolare in Calabria. Per far fronte a una cronica e drammatica carenza di personale, la Regione ha siglato un accordo con l’Avana che prevede il reclutamento di quasi 500 camici bianchi. Attualmente, centinaia di specialisti caraibici prestano servizio negli ospedali calabresi, lavorando in prima linea nei pronto soccorso e nei reparti più in affanno. Dopo una prima esperienza emergenziale in Lombardia e Piemonte durante la pandemia del 2020, questa cooperazione è diventata strutturale: l’intesa è stata infatti prorogata fino al termine del 2027 per garantire la continuità dei servizi sanitari essenziali.

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Ue e Canada pronti a un’associazione sempre più stretta

La nuova partnership punta a creare una spazio comune economico e di sicurezza. I legami saranno rafforzati senza però dichiarare Ottawa membro associato come aveva proposto la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen

Nessuna giustizia per i morti in piazza della Tanzania: un anno dopo, il lutto è chiuso in casa

29 October 2026 at 08:34

Oggi in Tanzania si può pregare. Manifestare no. Nelle chiese del Paese i vescovi pregheranno per tutti i ragazzi morti, feriti, rapiti e per le loro famiglie. Fuori dalle chiese, a Dar es Salaam come a Mwanza e ad Arusha, resta in vigore il divieto di comizi e manifestazioni. Nessuna commemorazione è stata autorizzata dagli apparati di sicurezza e la polizia ha messo in guardia politici, religiosi e attivisti dall’organizzare riunioni segrete per mobilitare la popolazione.

La Tanzania ricorda oggi, 29 ottobre, le proteste esplose durante le elezioni generali del 2025 e la repressione che ne seguì. Il bilancio ufficiale provvisorio è di almeno 518 morti, mentre quello reale, stimato dai media, si aggira intorno ai 2.000.

La presidente Samia Suluhu Hassan, l’anno scorso, fu dichiarata vincitrice di una consultazione dalla quale erano stati esclusi i principali candidati dell’opposizione. Non a caso, le manifestazioni spontanee di piazza cominciarono lo stesso giorno del voto e proseguirono nei giorni successivi, tra scontri violenti, arresti e un blocco totale di Internet e dei social network durato diversi giorni.

A segnare questo primo anniversario sono soprattutto la paura della gente e il divieto di manifestare. Già lo scorso giugno il ministro dell’Interno aveva annunciato in Parlamento la sospensione dei comizi e delle manifestazioni politiche in tutto il Paese. Quel divieto è stato formalmente ritirato dalla polizia a fine luglio, ma chi ha provato a mobilitarsi da allora è finito in cella, spesso con l’accusa di terrorismo.

Nel pomeriggio di mercoledì le ambasciate europee hanno diffuso il messaggio di rito: “Si prevede il dispiegamento di un rafforzato dispositivo di sicurezza. In caso di disordini, possono registrarsi, senza preavviso, difficoltà negli spostamenti, nell’accesso a Internet e ai servizi essenziali. Si raccomanda di evitare ogni assembramento e di pianificare con la massima cautela eventuali spostamenti a partire dal 29 ottobre e per i giorni successivi. Si ricorda inoltre che è considerato un reato ‘divulgare immagini o video che possano ledere la dignità altrui’, incluso materiale relativo alle manifestazioni, anche passate”.

Come se fosse una banale routine: da un lato le centinaia di ragazzi ammazzati per le strade e, in parte, probabilmente seppelliti in fosse comuni, secondo una ricostruzione della CNN; dall’altro, i tavoli tuttora imbanditi dei business forum bilaterali di turno. L’ultimo appuntamento in Italia è stato la tappa del road show del Forum Internazionale UE-Tanzania, tenutasi a Cesena lo scorso 1° ottobre.

Mentre si esaltano, cito testualmente, “l’economia della Tanzania in crescita (Pil al 6% nel 2025), la sua posizione strategica per l’Africa orientale, l’enorme potenziale di sviluppo e crescita del settore agricolo, il territorio ricco di risorse naturali”, e si prospettano i soliti finti piani di cooperazione «win-win» (vincente-vincente), ci si scorda che in Tanzania il winner («vincitore») è solo quello che spara per primo sulla folla inerme.

La prima commissione governativa, non indipendente, ha attribuito un ruolo decisivo nelle violenze a gruppi organizzati di manifestanti, senza accertare pubblicamente le responsabilità delle forze di sicurezza. Tanto che, ancora oggi, il rapporto integrale non è stato diffuso.

Amnesty International ha denunciato che, a un anno dalle uccisioni, nessun appartenente alle forze di sicurezza risulta indagato penalmente per l’uso eccessivo della forza. L’organizzazione conferma inoltre gli ormai consueti arresti arbitrari e le sparizioni forzate, accusando le autorità di ricorrere alla legislazione antiterrorismo contro gli esponenti dell’opposizione e chiunque osi criticare Sua Eccellenza la Presidente.

In questi giorni, giusto per far sentire l’immancabile tintinnio di manette, la pressione sull’opposizione ha oltrepassato i confini nazionali. Il 25 ottobre Twaha Salim Mwaipaya, ex coordinatore delle mobilitazioni dell’ala giovanile di CHADEMA, rifugiato in Kenya, è scomparso mentre viaggiava in taxi a Kamulu, alla periferia di Nairobi, rapito da tre uomini armati non identificati.

Il CHADEMA, il partito di opposizione il cui leader Tundu Lissu è in carcere dall’aprile 2025 con l’accusa di tradimento, ha proclamato sette giorni di lutto, da oggi al 4 novembre. Sarà un lutto senza cortei e senza immagini, perché anche diffondere un video delle proteste di un anno fa può essere un reato. Un lutto chiuso in casa, come quello delle famiglie che hanno sepolto i figli senza un certificato di morte. Alla domanda più semplice: “Chi ha dato l’ordine di sparare?”, dopo un anno nessuno ha ancora risposto.

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