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Le strampalate teorie sulla pace in Ucraina, e il ventre molle italiano

26 October 2026 at 06:12

C’è questa bizzarra teoria sulla pace in Ucraina secondo cui la guerra finirà soltanto smettendo di mandare agli ucraini le batterie antimissili che proteggono le città e i civili della nazione aggredita. Il corollario di questa stravagante teoria, che alcuni sostengono sia di sinistra, ma che in realtà è stata già messa in pratica da Donald Trump a maggior gloria di Vladimir Putin, è che dovremmo riprendere i rapporti commerciali, in particolare energetici, con la Russia, che, a quel punto, grazie a questi sedicenti pacifisti, non solo troverebbe i cieli e il terreno liberi per distruggere e avanzare come non gli è riuscito in quasi cinque anni sul campo di battaglia, ma questo avanzamento sarebbe addirittura finanziato dai paesi occidentali.

A dimostrazione che questi non sono pacifisti, ma guerrafondai pro-Russia (grazie, Christopher Hitchens, per la definizione), in effetti è probabile che, seguendo queste idee strampalate, la guerra finisca, ma con essa finirebbe anche l’Ucraina e la difesa dell’Europa (salvo che poi la guerra continuerebbe da qualche altra parte, nel Baltico, in Moldova, in Polonia o altrove, ma dai geopolitici alle vongole che infestano il discorso pubblico italiano non si può pretendere molto di più).

Poi ci sono gli ipocriti, per non dire altro, promotori della soluzione diplomatica e amareggiati per l’assenza dell’Europa in questo processo di pacificazione, i quali, però, dimenticano che la soluzione diplomatica e la presenza europea nel processo di pacificazione sono fallite più volte per il preciso rifiuto russo a partire dal 2014, ma in realtà anche da prima, almeno dal 2008, da quando la Russia ha invaso la Georgia. Il consenso generale, dall’America all’Europa, è stato quello di consentire a Putin di fare più o meno quello che gli piaceva.

Gli stolti, inoltre, dimenticano che ogni giorno, ogni maledetto giorno, da anni, i russi rifiutano tutte le ipotesi negoziali che non siano lo smembramento della nazione ucraina e della sua identità culturale, ancor prima della cessione dei territori contesi.

Dietro la richiesta di nuove iniziative diplomatiche, che i russi peraltro non accettano, c’è un gigantesco e insincero non detto: fin qui la Russia ha rigettato anche le più generose aperture trumpiane, presentategli sui tappeti rossi in Alaska e altrove, anche perché il Cremlino sa – e lavora intensamente affinché ciò accada – che a breve la linea Trump potrebbe prendere il sopravvento anche in Europa, con Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, entrambi filorussi e antieuropei, che a primavera potrebbero contendersi il ballottaggio francese e cambiare la rotta europeista di Emmanuel Macron, il quale peraltro aveva tentato in tutti i modi di far ragionare Putin, usando perfino la famigerata carta del «non umiliare la Russia».

C’è poi l’ascesa dei neonazi e dei rossobruni in Germania. Vedremo se ci sarà un’ondata nera in Spagna, per non parlare del Regno Unito. Arrivano buone notizie – e in controtendenza – dalla Serbia (come già dall’Ungheria e dalla Moldova), dove ieri il governo filorusso di Aleksandar Vučić ha perso le elezioni.

Infine c’è l’Italia, a offrire una grande speranza alla Russia per un 2027 glorioso. Siamo, come al solito, il paese guida della nuova ondata filorussa e rossobruna, con il vicepremier Matteo Salvini che, nel giorno dell’anniversario del patto politico della Lega col partito di Putin, è stato rieletto segretario, promettendo che in Consiglio dei ministri ora si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina.

Una posizione che trova qualche timida accoglienza nel partito del fu «lettone di Putin» e nelle file dei Fratelli d’Italia, minacciati ideologicamente dall’ex generale pro-russo Roberto Vannacci. Per ora, a parole, Giorgia Meloni resiste, anche se un po’ meno nei fatti, ma quanto potrà durare questa posizione sotto costante attacco di Salvini, Vannacci e del centrosinistra a vocazione contiana?

Dall’altra parte, le cose sono speculari e altrettanto deprimenti, con Giuseppe Conte che fece sfilare l’esercito russo lungo le strade italiane durante il Covid, alla guida di una setta anti-occidentale che organizzava viaggi nella Crimea occupata e partecipava festante ai congressi russi del partito unico di Putin.

Conte, come Salvini e Vannacci, con il quale, infatti, vota di conseguenza al Parlamento europeo, si batterà per fermare gli aiuti all’Ucraina assieme alla sinistra-sinistra di Avs e ad alcuni degli aspiranti centristi del campo largo, da Alessandro Onorato a Vincenzo De Luca.

Conte esercita un’egemonia deleteria sulla sinistra, o presunta tale, e costringe sempre più il Partito Democratico ad abbandonare la posizione sull’Ucraina che ha tenuto dal 2022 assieme alla famiglia politica socialista europea, in un’oscena e bizzarra spirale di resa al populismo e alla linea Trump.

Con questo scenario elettorale, che nel 2027 potrebbe smembrare l’Europa e dare il via libera alle mire imperialiste di Mosca, per quale motivo uno come Putin, che finora non ha avuto nessuna intenzione di fermare la guerra, dovrebbe farlo proprio ora, quando la Francia e l’Italia potrebbero facilitargli la strada verso Kyjiv che i suoi carri armati non sono riusciti a percorrere?

La guerra scatenata da Putin si può fermare soltanto in un modo: proteggendo gli ucraini e aiutandoli a respingere missili, droni e scarponi chiodati di Mosca, fino al punto da rendere insostenibile lo sforzo finanziario e umanitario per l’economia e la società russa.

Questa cosa, al momento, la capiscono soltanto i paesi dell’ex Patto di Varsavia, che a ogni elezione democratica spiegano al resto d’Europa di non voler tornare sotto il giogo russo; la Gran Bretagna; i rappresentanti dell’Unione europea; i liberali, i socialisti e i democratici europei; Giorgia Meloni, perfetta a parole, meno con i fatti; e il piccolo ma combattivo spazio politico occupato da Carlo Calenda, Pina Picierno (e in Francia da Raphaël Glucksmann), assieme alla minoranza sempre più martoriata e indebolita del Partito Democratico.

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Schlein fa sul serio, ma le carte le dà ancora Conte

19 October 2026 at 06:04

Elly Schlein in occasione dell’ Assemblea nazionale del Partito democratico al Centro congressi La nuvola, Roma, domenica 18 ottobre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Elly Schlein during the Democratic party's national assembly, Rome, Sunday, October 18, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Sottovalutare Elly Schlein è un errore: potrà piacere o no, ma la segretaria del Pd non è una sprovveduta, come pensano alcuni grandi vecchi del suo partito. Schlein è una seria professionista della politica, brava a farsi scivolare addosso le feroci critiche che riceve dalla destra e a smontare i complotti orditi dentro casa, ma anche pronta a liquidare con una certa spregiudicatezza quel pezzo di partito insoddisfatto dell’addio alla vocazione maggioritaria del Pd.

All’assemblea nazionale di domenica, Schlein ha fatto le sue proposte su sanità, istruzione, ed economia, delineando di fatto il programma del governo di centrosinistra, astutamente senza mai fare cenno a Giuseppe Conte né ad altri fastidiosi ma ininfluenti alleati. La realtà però è leggermente diversa da come l’ha prospettata Schlein davanti ai compagni di partito, perché in questi anni la linea di Conte è stata più egemonica della sua, che al contrario è stata sempre gregaria perché concentrata a tenere insieme i cocci populisti e radicali dell’opposizione.

Alla Nuvola di Roma, Schlein è stata molto abile a trasformare l’improbabile coalizione che vorrebbe guidare fino a Palazzo Chigi in un’alternativa sociale a Giorgia Meloni. Ma non ha fugato i dubbi sulla difesa dell’Ucraina, come hanno sottolineato durante il dibattito Giorgio Gori e qualche altro riformista. Sono rimaste anche le ambiguità su Israele, come ha fatto notare Marco Pierini, così come l’ipocrisia furbetta e truffaldina del “no al riarmo nazionale” e del “sì a quello europeo” come se Schlein non sapesse che l’Europa è una confederazione di Stati e che la difesa (purtroppo) non è materia di competenza di Bruxelles, ma dei singoli paesi membri. Quindi dire di no all’aumento della spesa pubblica sulla difesa e di sì alla difesa comune europea, nel pieno di un attacco russo alle istituzioni democratiche europee, è un modo ingannevole e disonesto per cercare di salvare la rispettabilità europeista del Pd, lasciando però, come imposto dagli alleati di coalizione, che l’Europa resti in balìa delle mire imperialiste russe e degli umori dell’America trumpiana.

Questi dubbi, queste ambiguità, queste ipocrisie nei prossimi mesi dovranno poi confrontarsi con le istanze degli alleati che le alimenteranno ulteriormente, fino a spostare il posizionamento della coalizione di sinistra su territori molto lontani da quello originario e fondativo del Partito Democratico e del socialismo europeo.

È sbagliato sottovalutare Schlein, d’accordo, ma finora a dare le carte è sempre stato Conte, non lei.

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Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari

16 October 2026 at 03:45

La dimostrazione eclatante che la posizione cosiddetta pacifista sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è, quando va bene, ipocrita si è avuta in queste ore di ennesimo e vile attacco di Donald Trump e Elon Musk all’Ucraina, al suo presidente e al suo popolo.

Trump ha stretto un grottesco, inutile, e inapplicabile accordo con Vladimir Putin sul gasolio russo, in violazione delle leggi del suo Congresso e al solo fine propagandistico interno per scaricare sull’Ucraina, e non sulla guerra in Iran, le responsabilità del prezzo alto della benzina a poche settimane dal voto di metà mandato. Inoltre, da Mar-a-Lago, Trump ha ripreso a insultare e a minacciare Volodymyr Zelensky, dopo qualche mese di pausa, e ha smesso di passare agli ucraini parte delle informazioni di intelligence che servono ad anticipare la difesa della contraerea missilistica. Musk, invece, ha rallentato la connessione di Starlink in Ucraina e ha minacciato di staccare del tutto la spina, costringendo gli ucraini a rinunciare alle azioni belliche con i droni che così tanti danni hanno fatto alle infrastrutture offensive, energetiche e di approvvigionamento russe.

Il risultato della bravata del duo Trump-Musk è che i missili russi ora entrano nello spazio aereo ucraino indisturbati e poi colpiscono i civili ucraini come mai prima d’ora.

In linea generale, se le parole avessero un senso, un pacifista dovrebbe chiedere all’aggressore di fermare gli attacchi e non all’aggredito di smettere di difendersi, invece mai in quasi quattro anni abbondanti di guerra russa all’Ucraina ci sono state iniziative dei leader progressisti italiani o manifestazioni del fronte pacifista per chiedere alla Russia di fermare la guerra.

Ormai è diventato normale, malgrado sia un atteggiamento controintuitivo e moralmente osceno, che il sedicente pacifista italiano chieda all’Europa di non sostenere più l’aggredito, di non fornirgli le batterie antimissili che difendono la popolazione civile dall’attacco russo, e di inviare in Ucraina, anziché missili, un inviato di pace, come se fosse l’Ucraina a volere le guerra, al fine poi di intavolare una trattativa che la Russia non ha nessuna intenzione di intraprendere e che ogni giorno rigetta in tutte le lingue, a meno che la soluzione diplomatica sia la completa resa degli ucraini.

Questo è il teatrino dell’orrore cui assistiamo da oltre quattro anni, inscenato soprattutto da una parte della sinistra che si riempie la bocca della parola pace mentre con i fatti lavora per la continuazione della guerra russa.

Le ultimissime intemerate di Trump e Musk contro Zelensky e l’Ucraina scoperchiano però l’ipocrisia politica di quello che a buon diritto viene chiamato Campo Lavrov.

Qui non si tratta di cambiare linea politica sul “no alle armi” o sulla necessità di far terminare la guerra, né di mettere in difficoltà i leader dei partiti che provano a mantenere unita la coalizione elettorale. Qui ci sono i due più spudorati esponenti della destra nazionalista globale che, prendendosi una pausa dal gettare nel caos il mondo e dal sostenere tutti i movimenti neonazi del pianeta, minacciano l’aggredito, accarezzano l’aggressore cercando anche di fare affari personali, e mettono in pratica un piano di disimpegno per massimizzare le vittime civili ucraine.

Per i capi della sinistra “pacifista” non potrebbe esserci un’occasione più facile e doverosa di questa per criticare Trump e Musk e difendere le vittime innocenti della guerra, anche senza cambiare la linea politica sullo stop all’invio delle armi difensive.

Eppure non c’è stato nessun leader del Campo Largo o del fronte intellettuale pacifista che in queste ore abbia criticato Trump e Musk, dimostrando così in modo plastico l’impostura della posizione “pacifista”, ma anche la fine della gloriosa sinistra anti totalitaria, e la trasformazione del Campo Largo non solo in Campo Lavrov ma anche in Campo Mar-a-Largo.

Un fronte progressista che rifiuta di difendere l’aggredito, che non disturba mai l’aggressore, e che non riesce nemmeno a criticare i due più grandi fascistoni del pianeta impegnati a facilitare l’imperialismo russo può essere definito in qualsiasi modo, tranne che con l’aggettivo progressista.

Il più grande intellettuale della sinistra anti totalitaria, il compianto Christopher Hitchens, aveva svelato la vera natura dei pacifisti pro Saddam Hussein. Una lezione valida anche nel 2026. Oggi i pacifisti italiani non solo pretendono la resa degli aggrediti ucraini e non fanno niente per fermare l’aggressore russo, ma non trovano nemmeno il modo di censurare le mascalzonate di Trump e Musk contro l’Ucraina e l’Europa. Come scriveva Hitchens, questi non sono pacifisti, «non vogliono la pace, sono a favore della guerra, e tifano per gli avversari».

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