
Il Pentagono vuole costruirsi una rete di spie sotto copertura, e la Central Intelligence Agency non sembra intenzionata a lasciarglielo fare. Dietro il progetto per rafforzare le capacità clandestine del dipartimento della Difesa – della Guerra, sotto l’amministrazione Trump – si intravede una battaglia per il controllo dello spionaggio americano, nella quale Langley sembra avere oggi il vantaggio politico. Ma la vittoria di un’agenzia sulle altre non significa che gli Stati Uniti siano più preparati a raccogliere informazioni in un mondo in cui le coperture tradizionali sono sempre più difficili da mantenere.
Secondo il Washington Post, il Pentagono sta pianificando un programma più ambizioso di nonofficial cover officer (Noc): agenti che operano all’estero senza apparenti legami con il governo americano, fingendosi imprenditori o professionisti del settore privato. L’obiettivo è raccogliere informazioni economiche sulla Cina e sugli altri concorrenti strategici degli Stati Uniti. Il progetto è ancora in fase di pianificazione e il Pentagono contesta la ricostruzione del giornale. A supervisionarlo sarebbe Tom Rakusan, veterano della Agency con 39 anni di servizio, entrato al Pentagono dopo il passaggio al fondo Cerberus Capital Management, cofondato da Steve Feinberg, oggi vicesegretario alla Difesa. L’idea di sviluppare capacità autonome di copertura non ufficiale, tuttavia, tocca un nervo scoperto: Langley considera le operazioni clandestine all’estero una propria competenza fondamentale e vuole che siano coordinate dai suoi capi stazione sul territorio.
La notizia ha alimentato il sospetto che la fuga di informazioni al Washington Post sia stata orchestrata proprio da Langley per bloccare l’iniziativa. Il leak sarebbe, secondo questa lettura, una mossa nella guerra burocratica tra le agenzie e un’altra vittoria di John Ratcliffe, direttore della Agency.
Di certo c’è che il conflitto è plausibile, e il problema operativo che lo alimenta è reale. Costruire una copertura credibile oggi è molto più difficile che in passato: controlli biometrici, tracce digitali e informazioni facilmente accessibili rendono complicato nascondere un’identità o un passato militare. Anche il comportamento di un agente può tradirlo. Il Pentagono, del resto, ha già sperimentato i limiti delle coperture commerciali: in un caso citato dal Post, operatori legati alle forze speciali in Africa si presentarono come dipendenti di una società mineraria senza avere conoscenze adeguate del settore.
E neppure Langley sembra aver risolto il problema. Un rapporto interno risalente al periodo della pandemia segnalava che circa tre quarti dei suoi ufficiali sotto copertura profonda sarebbero arrivatI all’età pensionabile entro la metà degli anni Venti, senza un ricambio e una formazione sufficienti. Un precedente tentativo di rafforzare queste capacità era fallito anche per carenze di addestramento e supervisione. La fonte citata interpreta proprio questa fragilità come la vera questione strategica: gli Stati Uniti hanno bisogno di un programma di copertura non ufficiale adeguato al contesto tecnologico attuale, ma finora nessuno è riuscito a costruirlo.
La battaglia per il controllo dell’intelligence, intanto, si combatte anche a Washington. Il confronto tra Ratcliffe e Tulsi Gabbard, fino a giugno direttrice l’Intelligence nazionale, ovvero l’organismo che coordina la comunità d’intelligence americana (composta da 18 strutture), ha già compromesso la collaborazione tra le due strutture. A giugno Reuters aveva rivelato che Langley aveva ridotto i propri contributi ad alcune valutazioni dell’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale (Odni), comprese quelle sull’Iran, nel quadro di uno scontro che si trascinava da oltre un anno. La frattura riguardava anche il controllo delle informazioni e il Presidential Daily Brief, il rapporto quotidiano destinato al presidente. Gabbard aveva istituito un gruppo per indagare sulla politicizzazione dell’intelligence; Langley riteneva che aggirasse le procedure di condivisione e declassificazione, mentre l’Odni accusava la Agency di limitarne l’accesso ai dati. Le successive revoche di autorizzazioni di sicurezza a funzionari attuali ed ex, tra cui un ufficiale sotto copertura della Agency, hanno aggravato la crisi.
L’Odni era stato creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per migliorare il coordinamento tra le agenzie e correggere i fallimenti analitici che avevano preceduto la guerra in Iraq. La sua debolezza, però, è strutturale: deve coordinare apparati dotati di proprie capacità operative, culture e interessi, senza disporre necessariamente dell’autorità necessaria a imporsi su di loro. La Cia, al contrario, conserva un peso istituzionale considerevole e un accesso diretto alla Casa Bianca.
Gabbard ha lasciato, ufficialmente per stare accanto a suo marito malato. Dopo di lei è arrivato, ad interim, Bill Pulte, a capo anche dell’agenzia federale per la finanza immobiliare e senza una comprovata esperienza nel settore dell’intelligence; poi Jay Clayton, ex procuratore federale del distretto Sud di New York. È diffusa da tempo, ma con l’amministrazione Trump si è man mano rafforzata, l’idea che l’Odni finisca per legittimare decisioni politiche anziché garantire valutazioni indipendenti. Ciò anche a causa dell’indebolimento dell’ufficio, tra licenziamenti e pressioni sul personale che si occupa di analisi.
Il problema va oltre la rivalità tra agenzie: se l’ufficio incaricato di integrare le informazioni e preservare l’indipendenza dell’analisi perde autorevolezza, l’intero sistema rischia di diventare più frammentato e vulnerabile alle pressioni della Casa Bianca.
In questo quadro, Ratcliffe sembra aver guadagnato terreno: la Cia mantiene il proprio peso mentre l’Odni perde centralità e il Pentagono incontra resistenze nel tentativo di ampliare le proprie capacità clandestine. È una vittoria politica, non una soluzione strategica. La comunità d’intelligence americana deve ancora affrontare la questione decisiva: come reclutare fonti, proteggerle e raccogliere informazioni affidabili in un ambiente tecnologico e geopolitico radicalmente cambiato. Vincere la contesa a Washington non basta a vincere la futura guerra dello spionaggio.
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