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EasyJet attiva nuovi voli diretti da e per l’Italia, collegamenti e aeroporti interessati

23 October 2026 at 16:08

EasyJet amplia il proprio network europeo in vista della stagione estiva 2027, annunciando 18 nuove rotte in partenza dal Regno Unito, a cui si aggiungono nuovi collegamenti dall’Italia. Il piano di sviluppo comprende collegamenti diretti verso alcune delle principali destinazioni turistiche del Mediterraneo e diverse città europee, con nuove opportunità per chi desidera organizzare le vacanze senza dover necessariamente transitare dai grandi hub internazionali.

L’espansione annunciata dalla compagnia britannica si inserisce in una strategia che punta a valorizzare gli aeroporti regionali, offrendo ai passeggeri più alternative rispetto alle partenze dai principali scali.

Le nuove rotte easyJet dall’Italia per l’estate 2027

Tra i nuovi collegamenti internazionali presentati da easyJet, 4 tratte riguardano l’Italia e collegheranno:

  • Milano Malpensa con Birmingham;
  • Roma Fiumicino con Edimburgo;
  • Napoli con Reykjavík;
  • Rimini con Berlino Brandeburgo.

Le partenze sono previste a partire dalla primavera 2027, con date e frequenze differenti a seconda della destinazione. I voli da Milano Malpensa e Roma Fiumicino rientrano tra le 18 nuove rotte con il Regno Unito, mentre i collegamenti da Napoli e Rimini si aggiungono al pacchetto britannico.

Tutte le nuove destinazioni europee

Le 18 nuove rotte annunciate da easyJet partono da 10 aeroporti britannici per l’estate 2027, comprese le due verso Milano Malpensa e Roma Fiumicino. L’offerta comprende destinazioni in Spagna, Francia, Italia, Germania, Grecia, Cipro, Montenegro e Bulgaria. Secondo la compagnia, su dieci delle nuove tratte sarà l’unico vettore a offrire un collegamento diretto.

Ecco il calendario delle prossime partenze da e per:

  • Aberdeen per Barcellona (Spagna) dal 31 marzo 2027 e per Palma di Maiorca (Spagna) dal 3 maggio 2027;
  • Birmingham per Milano Malpensa (Italia) dal 29 marzo 2027 e per Tivat (Montenegro) dal 3 maggio 2027;
  • Bristol per Burgas (Bulgaria) dal 28 maggio 2027 e per Montpellier (Francia) dal 1° luglio 2027;
  • Edimburgo per Amburgo (Germania) dal 29 marzo 2027, per Tivat (Montenegro) dal 29 marzo 2027, Bilbao (Spagna) dal 30 marzo 2027 e per Roma Fiumicino (Italia) dal 30 marzo 2027;
  • Liverpool per Girona (Spagna) dal 28 marzo 2027 e per Murcia (Spagna) dal 29 marzo 2027;
  • Londra Gatwick per Girona (Spagna) dal 3 giugno 2027 e per Ajaccio (Francia) dal 30 giugno 2027;
  • Londra Luton per Salonicco (Grecia) dal 1° maggio 2027;
  • Londra Southend per Rodi (Grecia) dal 27 aprile 2027;
  • Manchester per Bastia (Francia) dal 29 giugno 2027;
  • Newcastle per Larnaca (Cipro) dal 31 marzo 2027.

L’impatto sul territorio

L’apertura di una nuova rotta non si traduce soltanto in una maggiore scelta per i passeggeri, ma può contribuire a modificare i flussi turistici, la domanda di servizi e l’accessibilità di intere aree geografiche.

Una maggiore mobilità può sostenere i soggiorni brevi, i viaggi fuori dai periodi di punta e le visite di amici e parenti. Per le città che non rappresentano i tradizionali punti di ingresso del turismo internazionale, un collegamento può offrire maggiore visibilità sui mercati esteri e attrarre visitatori. Tuttavia, questo effetto non è automatico, ma un possibile sviluppo in questo senso dipende dalla domanda effettiva e dai prezzi e dalla capacità delle destinazioni di offrire servizi adeguati. La presenza di una rotta rappresenta quindi un’opportunità commerciale, anche per l’Italia, non una garanzia di aumento delle presenze turistiche.

Quanto costano i nuovi voli easyJet e come prenotare

Le 18 rotte britanniche annunciate a settembre sono già disponibili per la prenotazione attraverso il sito ufficiale easyJet e l’app mobile. Le tariffe promozionali iniziali partono da 35,48 sterline (circa 42 euro) per persona e per tratta, tasse incluse. I prezzi però variano in base alla destinazione, alla disponibilità e al periodo scelto.

Prima di confermare la prenotazione conviene inoltre calcolare il costo complessivo, soprattutto quando si viaggia con bagagli da stiva o si desidera scegliere posti specifici.

Lotto e SuperEnalotto, estrazioni di Oggi venerdì 23 ottobre 2026: numeri e combinazione vincente

23 October 2026 at 15:12

Come ogni martedì, giovedì, venerdì e sabato tornano le estrazioni di Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto.

Il jackpot del superenalotto è di € 44.200.000,00 milioni di euro.

Scopriamo i numeri vincenti dell’estrazione di oggi 23 ottobre 2026:

Estrazioni del SuperEnalotto

Sestina vincente:

29 34 41 66 81 83
Jolly: 37
Superstar: 21

Quote SuperEnalotto
• 6 punti: vincitori
• 5 punti + Jolly: vincitori
• 5 punti: 3 vincitori totalizzano € 43.581,21
• 4 punti: 287 vincitori totalizzano € 468,84
• 3 punti: 11381 vincitori totalizzano € 35,34
• 2 punti: 192997 vincitori totalizzano € 6,45

Quote SuperStar
• 5 punti più SuperStar: vincitori
• 4 punti più SuperStar: vincitori
• 3 punti più SuperStar: 53 vincitori totalizzano € 3.534,00
• 2 punti più SuperStar: 1150 vincitori totalizzano € 100,00
• 1 punti più SuperStar: 8035 vincitori totalizzano € 10,00
• 0 punti più SuperStar: 21103 vincitori totalizzano € 5,00

Estrazioni del Lotto

Ruota 1° estr. 2° estr. 3° estr. 4° estr. 5° estr.
Bari: 36 44 37 58 14
Cagliari: 80 73 4 1 89
Firenze: 6 36 12 53 66
Genova: 85 3 23 49 13
Milano: 83 2 4 87 89
Napoli: 27 74 72 31 13
Palermo: 44 48 20 51 16
Roma: 83 7 89 84 46
Torino: 21 7 29 79 17
Venezia: 67 52 84 57 16
Nazionale: 69 7 47 52 59

Estrazione del 10eLotto serale

2 3 4 6 7 12 21 23 27 36
37 44 48 52 67 73 74 80 83 85
Numero oro: 36
Doppio oro: 36 44

Prossima estrazione

La prossima estrazione del Lotto, SuperEnalotto e 10eLotto serale sarà alle 20:00 del sabato 24 ottobre 2026. Puoi giocare fino alle 19:30 del giorno dell’estrazione. Il jackpot del SuperEnalotto è di € 44.200.000,00 milioni e il montepremi complessivo è di 44,2 milioni di euro.

Estrazione precedente

Nell’ estrazione precedente di giovedì 22 ottobre 2026, non ci sono stati né 6 né 5+.

Estrazioni del mese

Verifica tutte le estrazioni del mese del SuperEnalotto e del Lotto

I Btp Valore gemelli raccolgono 16,6 miliardi di euro: i rendimenti a emissione conclusa

By: matrun
23 October 2026 at 15:06

L’emissione dei Btp Valore si è conclusa con ottimi risultati per il Tesoro. Lo Stato ha raccolto 16,6 miliardi di euro dai titoli di Stato retail. I rendimenti sono più alti rispetto a quelli dei Btp regolari con durate simili. Per i titoli a cedola trimestrale arrivano al 4,75%, mentre per quelli a cedola unica al 22,70%.

Nonostante interessi così alti, per lo Stato si tratta comunque di titoli convenienti. I privati, infatti, tendono a non vendere i propri titoli di Stato e a portarli a scadenza nella stragrande maggioranza dei casi. In questo modo, il Tesoro può consolidare una parte del debito pubblico, che diventa meno esposto alle variazioni dei mercati.

Come è andata l’emissione dei Btp Valore

I dati pubblicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sull’emissione dei Btp Valore “gemelli” sono piuttosto positivi:

  • sono stati raccolti 16.622,518 milioni di euro;
  • sono stati registrati 560.029 contratti.

Questo significa che l’importo medio acquistato da ogni privato è stato di poco meno di 30.000 euro. La conclusione dell’emissione, che è terminata alle 13 di venerdì 23 ottobre, ha anche permesso di avere dati certi sui rendimenti definitivi.

I dati dei Btp Valore

Per quanto riguarda i Btp Valore a cedole trimestrali crescenti, i rendimenti sono stati:

  • 3,75% per il 1° e 2° anno;
  • 4,20% per il 3° e 4° anno;
  • 4,75% per il 5° anno.

Questo prodotto è stato il preferito degli investitori, che ne hanno acquistato 12.071,383 milioni di euro attraverso 385.962 contratti. Questo Btp Valore era più conveniente rispetto al suo gemello, il Btp Valore Insieme, solo se chi lo ha acquistato prevede di reinvestire le cedole trimestrali.

I dati dei Btp Valore Insieme

Il Btp Valore Insieme ha attratto i restanti 4.551,135 milioni di euro di investimenti, attraverso 174.067 contratti. Questo prodotto era più conveniente solo se non si pensa di reinvestire le cedole. Ha infatti un rendimento del 22,70% in cinque anni, ma stacca la cedola soltanto al momento del rimborso finale.

I Btp Valore sono convenienti per gli investitori?

Entrambi i Btp Valore scadono tra 5 anni, nel 2031. Se li si confronta con i Btp sul mercato con scadenze simili, si può notare che i rendimenti di questi ultimi sono poco superiori al 4%. Per i Btp Valore, invece, i rendimenti medi sono:

  • del 4,13% per i titoli a cedole trimestrali;
  • del 4,54% per i titoli a cedola unica.

I Btp Valore sono quindi convenienti per gli investitori, che possono essere solo cittadini privati. Questo però non vuol dire che non siano convenienti anche per lo Stato.

Perché questi titoli “convengono” anche allo Stato

Quando lo Stato emette titoli dedicati al mercato retail, spesso è molto “generoso” con i rendimenti. Questo dovrebbe rappresentare un costo in più per il Tesoro, che aumento gli interessi che ogni anno lo Stato deve pagare sul proprio debito pubblico. Si tratta però di un prezzo che il Governo accetta di pagare per ottenere un risultato: aumentare la percentuale di debito pubblico in mano ai privati italiani.

Storicamente, gli italiani non vendono i propri Btp. Li portano a scadenza, perché sono poco propensi alle operazioni finanziarie e perché spesso, per le cifre che ogni singolo privato investe, la differenza tra la vendita e il rimborso a scadenza non è mai significativa.

In questo senso, i privati sono un fattore di stabilizzazione per il debito pubblico. Quando i titoli di Stato sono sotto pressione, i grandi investitori istituzionali, come le banche e i fondi, li vendono. Questo ne fa calare il valore e, quindi, ne fa aumentare il rendimento. È quello che sta succedendo in questi giorni, con i Btp che hanno sfiorato il 4,70% di rendimento a 10 anni. I privati contrastano questo fenomeno, non vendendo e quindi stabilizzando il mercato.

Mango assume in Italia per nuove aperture e posti per addetti vendita, manager e stage

23 October 2026 at 15:03

Mango, il noto marchio internazionale di moda nato a Barcellona, dà il via a un piano di espansione sul territorio italiano che porterà all’apertura di circa 100 posti di lavoro da inserire in 22 nuovi negozi anche nelle Regioni del Mezzogiorno, tra cui Sicilia e Sardegna, entro il 2027.

Il piano di sviluppo è motivato soprattutto da un incremento del 30% del fatturato su suolo nazionale, rafforzato anche dalla partnership con il gruppo Coin.

Quali sono i profili ricercati

Le ricerche di personale per la rete di punti vendita riguardano diverse figure operative e gestionali, con contratti di vario tipo, che non escludono opportunità di tirocinio per giovani ai primi passi nel settore retail:

  • direttore e assistente di filiale, per la gestione commerciale e organizzativa del punto vendita, il coordinamento del team e il raggiungimento degli obiettivi di vendita;
  • direttore di reparto, dedicati alla supervisione dei settori e all’organizzazione dell’area vendita;
  • visual merchandiser, responsabili dell’allestimento delle vetrine e dell’esposizione dei prodotti secondo le direttive aziendali;
  • addetti alle vendite per l’accoglienza, l’assistenza al cliente e la cura degli spazi espositivi;
  • addetto alla gestione del magazzino, il ricevimento delle merci e il riassortimento dei capi.

La mappa delle assunzioni

Le selezioni attualmente attive sono distribuite su gran parte della Penisola per le sedi già operative e per le nuove aperture in programma:

Città Profili ricercati Tipologia contrattuale
Milano Assistant Store Manager, Stage Visual Merchandiser, Assistant Manager Tempo indeterminato e Stage
Roma Floor Manager, Visual Merchandiser, Stage Visual Merchandiser Tempo indeterminato e Stage
Brescia (Lonato), per nuova apertura Assistant Store Manager, Visual Merchandiser Tempo indeterminato
Torino Stage Sales Assistant Tirocinio
Bologna Visual Merchandiser, Stage Visual Merchandiser Tempo indeterminato e Stage
Firenze (e Campi Bisenzio) Visual Merchandiser, Stockroom Assistant Tempo indeterminato e Tempo determinato
Venezia Stage Sales Assistant, Stockroom Assistant Tirocinio e Tempo determinato
Verona Stage Sales Assistant Tirocinio
Vicenza (per nuova apertura) Store Manager Tempo indeterminato
Bolzano Visual Merchandiser, Sales Assistant Tempo indeterminato e Tempo determinato
Piacenza Visual Merchandiser Tempo indeterminato
Riccione Stage Sales Assistant Tirocinio
Catania Visual Merchandiser, Assistant Store Manager Tempo indeterminato
Palermo Visual Merchandiser, Stage Sales Assistant Tempo determinato e Stage
Cagliari Stage Sales Assistant Tirocinio
Lecce Stage Sales Assistant Tirocinio

Come presentare la candidatura online

Per consultare l’elenco completo delle offerte di lavoro e inviare la propria candidatura bisogna accedere alla piattaforma per le carriere del gruppo consultando la sezione Lavora con noi. Attraverso il portale si possono filtrare le offerte per sede, tipologia oraria e contrattuale, selezionare l’annuncio d’interesse e compilare il modulo digitale, allegando il proprio Curriculum Vitae aggiornato.

È sempre consentito inoltrare la propria candidatura spontanea nel database, in modo che i recruiter possano selezionare i profili adatti alle necessità dei punti vendita.

Altri annunci per addetti alle vendite nel settore retail

Le selezioni di Mango non sono le uniche cui poter accedere senza esperienza. Si segnalano i reclutamenti curati da Poste Italiane per portalettere e addetti agli sportelli, le offerte di lavoro promosse da Fincantieri per figure operative e impiegatizie.

Vendemmia 2026, crollano i listini delle uve: le denominazioni più colpite dal Nord al Sud

23 October 2026 at 14:56

La vendemmia 2026 si chiude, almeno sul fronte dei prezzi delle uve da vino, con un quadro complesso per la filiera vitivinicola italiana. Nonostante le previsioni indichino una produzione inferiore rispetto allo scorso anno, le quotazioni della materia prima tendono al ribasso in diversi territori, coinvolgendo alcune delle denominazioni più importanti del made in Italy enologico.

A fotografare la situazione sono le prime rilevazioni della Borsa merci telematica italiana (Bmti) sulla campagna 2026/27, diffuse il 15 ottobre 2026: dal Veneto alla Puglia, numerose denominazioni registrano cali a doppia cifra rispetto alla scorsa campagna, mentre le cantine devono ancora smaltire le giacenze accumulate.

Come è andata la vendemmia in Italia

Secondo le stime della Commissione europea, la produzione di vino in Italia dovrebbe attestarsi a poco più di 41 milioni di ettolitri, registrando una diminuzione del 7,1% nel 2026 rispetto al 2025. Questa contrazione è una diretta conseguenza delle difficoltà incontrate dai vigneti in seguito a condizioni climatiche estreme, temperature elevate e periodi di siccità durante la primavera e l’estate. Queste condizioni infatti hanno portato a un anticipo della vendemmia in numerose aree del Paese, modificando i calendari di raccolta e incidendo sulle quantità disponibili.

Di contro, le cantine devono ancora smaltire ingenti quantità di vino e, proprio mentre devono fare i conti con la necessità di mantenere bassi i costi, questa eccedenza sta già spingendo verso il basso le quotazioni di quest’anno. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la disponibilità di uva, ma l’equilibrio complessivo tra produzione, scorte, domanda e vendite.

Di quanto sono scesi i prezzi dell’uva

Dai dati rilevati dalle Camere di commercio ed elaborati dalla Borsa merci telematica italiana (Bmti), in anteprima per il settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso il 15 ottobre 2026, le prime rilevazioni sulla campagna vitivinicola 2026/27 restituiscono un andamento dei prezzi al ribasso. Numerose denominazioni registrano quotazioni inferiori rispetto alla campagna precedente, con diminuzioni che in alcuni casi superano il 20%. Il fenomeno interessa diverse aree produttive, dal Veneto alla Toscana, fino all’Abruzzo e alla Puglia.

Solo poche denominazioni, accanto alle flessioni a doppia cifra, mantengono quotazioni stabili: tra queste il Brunello di Montalcino e il Conegliano Valdobbiadene Prosecco.

Le denominazioni più colpite

Tra le denominazioni che hanno registrato le diminuzioni più consistenti rispetto al 2025 ci sono:

  • il Lugana Doc, tra Lombardia e Veneto (province di Brescia e Verona), con un ribasso del 23% e quotazioni scese a 158,5 euro al quintale;
  • il Montepulciano d’Abruzzo Doc, le cui uve perdono il 21%, fermandosi a 46,5 euro al quintale;
  • la Vernaccia di San Gimignano Docg, in Toscana, che registra una flessione del 19%, con prezzi pari a 65 euro al quintale;
  • l’Abruzzo Pecorino Doc, in calo del 17% a 47,5 euro al quintale;
  • le uve destinate alla produzione di Recioto e Amarone della Valpolicella Docg, che perdono il 16%, attestandosi a 152,5 euro al quintale.

La tendenza negativa coinvolge inoltre:

  • il Chianti Classico Docg e il Vino Nobile di Montepulciano Docg, entrambi in diminuzione dell’8%, rispettivamente a 161,25 e 117,5 euro al quintale;
  • le uve destinate al Primitivo in Puglia, che scendono del 9%, raggiungendo 40 euro al quintale;
  • il Pinot Grigio Valdadige, con una flessione più contenuta, pari al 6%, e con quotazioni di 75 euro al quintale.

Fanno eccezione le uve destinate al Brunello di Montalcino Docg, che restano stabili a 250 euro al quintale, così come quelle per il Soave Doc, il Custoza Doc e le principali produzioni del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg.

Cosa si rischia

Le conseguenze non sono necessariamente identiche per tutte le aziende. I produttori che dispongono di contratti consolidati, maggiore capacità commerciale o prodotti destinati a segmenti di mercato più remunerativi possono trovarsi in una posizione differente rispetto alle imprese più esposte alle oscillazioni dei listini. Tuttavia, la diffusione dei ribassi rende il quadro complessivo particolarmente delicato.

L’evoluzione dei prezzi nei prossimi mesi dipenderà dalla capacità del mercato di assorbire le giacenze e dalla velocità con cui le vendite riusciranno a riportare equilibrio tra domanda e offerta. Sarà quindi importante osservare l’andamento delle vendite di vino, l’evoluzione dell’export e le prossime rilevazioni dei listini camerali.

Ilary Blasi: dal Grande Fratello Vip a Netflix, a quanto ammonta il suo patrimonio

23 October 2026 at 14:44

Ilary Blasi è una delle conduttrici più conosciute della televisione italiana e, dopo anni di carriera tra programmi di intrattenimento, reality show e produzioni per le piattaforme digitali, può contare su diverse fonti di reddito. Dai compensi televisivi alle collaborazioni commerciali, passando per il patrimonio immobiliare e i progetti realizzati con Netflix, il suo profilo economico si è evoluto insieme alla sua popolarità.

Stabilire con precisione a quanto ammonti oggi la ricchezza della conduttrice, tuttavia, non è semplice. Non sono disponibili dati pubblici completi sul suo patrimonio personale, né un bilancio ufficiale che permetta di sommare immobili, liquidità, investimenti e guadagni professionali. Le cifre che circolano sui media devono quindi essere considerate stime o indiscrezioni, non valori certificati.

I guadagni televisivi: il peso del rapporto con Mediaset

Una parte importante delle entrate di Ilary Blasi deriva dalla sua lunga carriera televisiva. Il rapporto con Mediaset le ha permesso di consolidare la propria presenza sul piccolo schermo, conducendo programmi di grande visibilità come L’Isola dei Famosi, Grande Fratello Vip e altri format di intrattenimento. Numeri alla mano, secondo indiscrezioni riportate dalla stampa, il cachet di Blasi per il ritorno al Grande Fratello Vip nel 2026 si aggirerebbe intorno ai 25.000 euro a puntata. Se si considera una stagione composta da circa 26 appuntamenti, il compenso lordo potrebbe avvicinarsi a 650.000 euro. Si tratta, però, di una stima legata alla durata ipotizzata del programma, non di una cifra ufficialmente confermata dalla conduttrice o dall’emittente.

In passato sono circolate anche valutazioni più elevate per altri programmi, tra cui compensi che sarebbero arrivati a circa 50.000 euro per puntata per L’Isola dei Famosi. Anche in questo caso, in assenza di conferme contrattuali, è opportuno però distinguere le indiscrezioni dalle informazioni verificate. In ogni caso, i programmi televisivi rappresentano una componente centrale del suo potenziale patrimonio economico.

Netflix e i ricavi dei progetti personali

Negli ultimi anni, la conduttrice ha affiancato alla televisione tradizionale nuove esperienze professionali sulle piattaforme digitali. Tra queste rientrano Unica e Ilary, produzioni Netflix che hanno raccontato aspetti della sua vita privata e del percorso successivo alla separazione dall’ex calciatore Francesco Totti. Non sono però disponibili dati pubblici sufficienti per stabilire quanto Blasi abbia effettivamente incassato da ciascun progetto. Le cifre circolate sulla stampa, comprese quelle che attribuiscono a Unica un compenso di circa 700.000 euro, non possono essere considerate guadagni certificati senza una conferma attendibile.

A questi introiti potenziali si aggiungono le opportunità commerciali collegate alla notorietà acquisita: sponsorizzazioni, campagne pubblicitarie, collaborazioni con marchi e contenuti pubblicati sui social network.

La villa all’Eur e il patrimonio immobiliare

Il capitolo immobiliare è uno degli elementi più rilevanti nelle ricostruzioni sulla ricchezza della conduttrice. Al centro dell’attenzione c’è la villa situata nel quartiere Eur di Roma, associata per anni alla vita familiare di Ilary Blasi e Francesco Totti. Il valore dell’abitazione è stato stimato da diverse testate in circa 18 milioni di euro. La residenza, descritta come una proprietà di dimensioni eccezionali, disporrebbe di oltre 1.500 metri quadrati, numerose stanze, piscina, spa, sala cinema privata e un ampio giardino.

Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, la conduttrice disporrebbe anche di altre proprietà immobiliari, tra Roma e Milano. Si è parlato di almeno cinque ulteriori abitazioni nella capitale e di un immobile nel capoluogo lombardo.

Il divorzio da Francesco Totti e l’assegno per i figli

La vicenda con Francesco Totti ha avuto anche conseguenze economiche, soprattutto per quanto riguarda il mantenimento dei figli e la gestione delle spese familiari. Il Tribunale civile di Roma avrebbe ridotto nel luglio 2026 l’assegno mensile a carico dell’ex calciatore da 12.500 a 10.900 euro per il mantenimento dei figli. A questa somma si aggiungerebbero le spese straordinarie e quelle scolastiche, secondo le modalità stabilite in sede giudiziaria. Le questioni economiche tra gli ex coniugi comprendono inoltre la gestione delle spese relative alla villa e altri aspetti della separazione.

Il patrimonio di Bastian Müller

Oggi Ilary Blasi è sposata con Bastian Müller-Pettenpohl, imprenditore tedesco legato a una famiglia attiva da generazioni nel settore delle perforazioni e della costruzione di pozzi.

Prima di entrare nell’attività di famiglia, avrebbe lavorato nel settore dell’ospitalità di lusso a St. Moritz, in Svizzera, dove tra il 2007 e il 2015 si sarebbe occupato di servizi esclusivi per clienti facoltosi. In seguito avrebbe proseguito il proprio percorso professionale nell’azienda di famiglia. Alcune ricostruzioni giornalistiche attribuiscono al gruppo Müller-Pettenpohl un valore di circa 2 milioni di euro, segnalando anche la presenza di debiti. Non sono però disponibili valutazioni ufficiali e aggiornate che consentano di determinare con precisione il patrimonio personale dell’imprenditore nel 2026.

Bonus contro il caro vita, All’Antico Vinaio annuncia 600 euro per ogni dipendente

23 October 2026 at 13:02

All’Antico Vinaio riconoscerà un bonus da 600 euro ai propri dipendenti per aiutarli ad affrontare il caro vita e l’aumento dei prezzi. Ad annunciare l’iniziativa è stato Tommaso Mazzanti, fondatore e amministratore delegato della catena di focaccerie, attraverso un messaggio pubblicato sui social. Il contributo sarà distribuito in tre tranche da 200 euro ciascuna, previste nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 2026. Le somme saranno riconosciute attraverso strumenti di welfare aziendale, utilizzabili per acquistare buoni destinati a diverse spese quotidiane. La misura si aggiunge al piano welfare già introdotto dall’azienda, che prevede benefici fino a 3mila euro per i lavoratori a tempo indeterminato e una settimana aggiuntiva di ferie retribuite.

Bonus da 600 euro contro il caro vita, l’annuncio di Tommaso Mazzanti

L’iniziativa è stata presentata direttamente da Tommaso Mazzanti, che ha spiegato la decisione di introdurre un ulteriore sostegno economico per i collaboratori. “Si parla tanto di caro vita, caro prezzi, e allora mi sono chiesto: cosa posso fare per dare un aiuto reale, concreto a tutti i miei ragazzi e ragazze?”, ha dichiarato l’imprenditore.

l bonus sarà riconosciuto attraverso un credito welfare complessivo di 600 euro, suddiviso in tre accrediti mensili. I lavoratori potranno scegliere come utilizzare il beneficio in base alle proprie necessità, senza che venga destinato obbligatoriamente a una specifica categoria di spesa. “Ma oltre a questo volevo fare di più, volevo davvero far sentire il supporto”, ha spiegato Mazzanti, aggiungendo: “Mi sono detto: Tommaso, qui devi fare la tua parte”.

Il credito potrà essere utilizzato per acquistare buoni destinati a carburante, supermercati, trasporti e spese natalizie. Per esempio, un dipendente potrà destinare parte del credito ai rifornimenti di benzina oppure utilizzarlo per alleggerire il costo della spesa alimentare. L’azienda non ha indicato ulteriori condizioni individuali per il riconoscimento di questo nuovo bonus, oltre alle modalità di erogazione annunciate.

Il piano welfare di All’Antico Vinaio

Il contributo aggiuntivo arriva dopo il piano welfare 2026 presentato dall’azienda nel dicembre 2025. Il programma prevede benefici fino a 3000 euro per ciascun dipendente assunto a tempo indeterminato, oltre a una settimana di ferie retribuite aggiuntiva rispetto a quanto stabilito dal contratto collettivo nazionale. Durante la presentazione del piano, il fondatore aveva spiegato le ragioni della conferma delle agevolazioni. “Dopo aver alzato l’asticella lo scorso anno, abbiamo deciso di confermare anche per il 2026 un piano di welfare dedicato alle persone che ogni giorno fanno crescere questo progetto”, aveva dichiarato.

L’amministratore delegato aveva inoltre sottolineato il valore delle ferie aggiuntive, affermando: “Come ho sempre detto il tempo deve essere di fondamentale importanza come la parte retributiva ed è per questo che ho voluto sempre che siano in accoppiata”. Rispetto al 2024, il numero dei lavoratori beneficiari del programma aziendale è aumentato del 27,5%.

Ferie aggiuntive e viaggio a Miami tra i benefit

Oltre agli interventi economici e ai giorni di ferie supplementari, il piano welfare dell’azienda comprende anche un’iniziativa legata all’espansione internazionale della catena. In occasione dell’apertura di due nuovi punti vendita a Miami, è stato previsto un premio denominato incentive trip. Otto dipendenti sono stati selezionati per partecipare a un viaggio di una settimana negli Stati Uniti, durante il quale hanno potuto seguire alcune attività connesse all’apertura dei nuovi locali. L’iniziativa si inserisce nel percorso di espansione di All’Antico Vinaio, che al momento della presentazione del piano welfare aveva raggiunto quota 50 punti vendita nel mondo.

Barclays, 5.000 licenziamenti per far spazio all’AI nonostante utili in crescita

23 October 2026 at 12:20

Barclays ha annunciato circa 5000 licenziamenti entro la fine del 2026, pari al 5% della forza lavoro globale. La decisione rientra in un piano di riduzione dei costi e riorganizzazione delle attività che prevede un maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali. L’annuncio è arrivato in occasione della presentazione dei risultati finanziari del terzo trimestre, che hanno evidenziato un aumento del 13% degli utili, nonostante la banca britannica abbia deciso di ridurre ulteriormente il personale. Secondo quanto comunicato dall’istituto, circa 1.000 posizioni sono già state eliminate, mentre altri 4.000 tagli dovrebbero essere completati entro dicembre 2026.

Barclays annuncia 5000 licenziamenti, i reparti coinvolti

Il piano di riorganizzazione interessa principalmente le attività bancarie rivolte ai clienti nel Regno Unito, ma avrà conseguenze anche sulle funzioni amministrative e tecnologiche. Circa il 60% dei tagli riguarderà le funzioni di supporto, comprese alcune attività di sviluppo informatico. Barclays ha spiegato che l’introduzione di strumenti basati sull’intelligenza artificiale permette di aumentare la produttività e ridurre il numero di addetti necessari per svolgere determinate mansioni.

“Il numero di sviluppatori, ad esempio, diminuirà poiché l’Ia rende il nostro personale più produttivo”, ha precisato l’istituto nella presentazione dei risultati. Una parte significativa delle riduzioni dovrebbe interessare l’India, dove vengono svolte diverse attività amministrative e operative per conto della banca britannica. I licenziamenti si inseriscono in un programma triennale di contenimento dei costi che coinvolge principalmente la divisione retail, pur interessando anche alcune attività di investment banking.

Il ruolo dell’AI nella riduzione del personale

Barclays ha indicato nella trasformazione tecnologica uno degli strumenti principali per semplificare la propria organizzazione. Il gruppo punta a una “semplificazione organizzativa e un’efficienza basata su cambiamenti tecnologici guidati dall’intelligenza artificiale”. L’amministratore delegato C.S. Venkat ha spiegato che la riduzione del personale deriva da investimenti tecnologici avviati negli ultimi anni, finalizzati a migliorare l’efficienza operativa. “L’intelligenza artificiale ha un ruolo importante da svolgere e potrebbe averne uno ancora più importante in futuro”, ha dichiarato.

Il manager ha aggiunto che la banca intende utilizzare questa tecnologia su larga scala, pur precisando che non rappresenta l’unica causa della riorganizzazione. “L’intelligenza artificiale è la ciliegina sulla torta, non la torta”, ha affermato, sottolineando la necessità di realizzare prima le infrastrutture tecnologiche necessarie per ottenere benefici concreti. Secondo Barclays, le misure di efficientamento dovrebbero generare ulteriori risparmi per 1,1 miliardi di sterline nel 2027.

Utili Barclays in aumento del 13% nel terzo trimestre

La decisione di ridurre il personale arriva in una fase di crescita della redditività del gruppo bancario. Nel terzo trimestre del 2026, Barclays ha registrato profitti per 2,3 miliardi di sterline, in aumento del 13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il risultato è stato sostenuto soprattutto dalla crescita dei ricavi nella divisione azionaria, legata alle attività di investimento e negoziazione sui mercati finanziari.

Nonostante il miglioramento rispetto al 2025, i risultati sono rimasti leggermente inferiori alle aspettative degli analisti. La banca punta ora a rafforzare la propria redditività attraverso una combinazione di investimenti tecnologici, semplificazione delle strutture operative e riduzione delle spese.

HSBC e Standard Chartered valutano licenziamenti

Barclays non è l’unico istituto di credito ad aver collegato la riorganizzazione del personale all’introduzione dell’intelligenza artificiale. Nel corso del 2026 anche HSBC, Standard Chartered e Danske Bank hanno segnalato possibili riduzioni degli organici legate all’automazione e alla trasformazione digitale. Will Howlett, analista finanziario di Quilter Cheviot, ha spiegato che questi interventi mostrano quanto l’intelligenza artificiale possa modificare l’organizzazione del settore bancario nei prossimi anni. Le banche investono da tempo in tecnologie digitali, ma l’evoluzione degli strumenti di automazione sta aumentando la possibilità di svolgere alcune attività con un numero inferiore di dipendenti.

Truffa sui Gratta e Vinci: maxi sequestro da 25 milioni di euro a 5 ex dipendenti

23 October 2026 at 11:49

Server informatici manipolati per conoscere in anticipo l’itinerario dei tagliandi milionari, acquistati a colpo sicuro da parenti e conoscenti: così si è consumata la truffa dei Gratta e Vinci scoperta dalla Guardia di Finanza di Roma, che ha portato all’esecuzione di un sequestro di beni per un valore superiore a 25 milioni di euro nei confronti di cinque ex dipendenti di una società concessionaria del gioco, risultata estranea ai fatti.

Il provvedimento cautelare è stato disposto su delega della Procura Regionale della Corte dei conti per il Lazio per garantire il risarcimento del danno erariale causato all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Come funzionava la truffa e la violazione dei server

Il sistema del Gratta e Vinci si fonda sulla rigida gestione del concessionario e su meccanismi di distribuzione che dovrebbero garantire la totale casualità delle vincite. Gli ex dipendenti hanno tuttavia sfruttato le proprie credenziali di accesso per violare i sistemi informatici e manipolare i server aziendali.

Attraverso questo accesso riservato, la banda riusciva a tracciare in anticipo la posizione esatta di quattro biglietti vincenti dal valore complessivo di 24 milioni di euro:

  • due tagliandi che garantivano un premio da 7 milioni di euro ciascuno.
  • due tagliandi da 5 milioni di euro ciascuno.

Una volta individuata la ricevitoria sul territorio nazionale a cui la concessionaria aveva spedito i biglietti, i truffatori inviavano parenti e amici ad acquistarli a colpo sicuro. Un meccanismo che ha alterato la casualità del gioco e sottratto premi che, in condizioni ordinarie, avrebbero potuto anche non essere riscossi e rimanere allo Stato.

Il maxi sequestro da 25 milioni di euro

L’inchiesta contabile e finanziaria ha portato al blocco di un ingente patrimonio immobiliare e finanziario riconducibile agli indagati. I sigilli della Guardia di Finanza sono scattati su 25 immobili (tra cui villini, appartamenti, garage e cantine) situati nelle province di Roma, Viterbo, Treviso, Taranto, Grosseto e Reggio Calabria.

Oltre alle proprietà immobiliari, sono stati sottoposti a sequestro auto e moto di grande cilindrata e diversi conti correnti. Ora spetterà al giudice contabile stabilire se confermare, modificare o revocare il provvedimento a tutela delle casse pubbliche.

Stellantis ferma la produzione ad Atessa, i tir in protesta non consegnano i componenti

23 October 2026 at 10:33

I blocchi degli autotrasportatori hanno spinto diverse realtà nel Paese a rallentare o interrompere la produzione. Stellantis è una di queste. Ha infatti disposto lo stop per quattro turni allo stabilimento di Atessa, in Abruzzo, a causa dei ritardi nelle consegne dei componenti.

L’azienda ha fatto sapere che recupererà la fermata del terzo turno del 21 ottobre, mentre i nuovi stop avranno necessità di cassa integrazione.

Nuovi stop in Stellantis

Nuovi stop alla produzione di Stellantis. La protesta degli autotrasportatori infatti non permette la consegna di diversi componenti necessari allo stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti. Si tratta del quarto turno di stop dopo i precedenti.

L’azienda ha comunicato al comitato esecutivo di Fim e Uilm l’intenzione di applicare diversi fermi: in totale il secondo e terzo turno, il primo turno e il turno centrale della giornata del 22 ottobre, a esclusione dei reparti Ckd e Finizione.

Mentre alcuni turni dei giorni precedenti rimasti bloccati saranno recuperati, i nuovi andranno incontro alla cassa integrazione.

Cosa c’entrano gli autotrasportatori?

A causare il primo stop di lunedì 19 ottobre è stata la carenza di componenti provocata dai blocchi della logistica che ha preso parte alle proteste degli autotrasportatori. Senza il materiale necessario alle linee produttive, i fermi si sono resi necessari.

Le prime conseguenze sono state registrate lunedì 19, con Stellantis che è stata costretta a fermare la produzione e un primo annuncio relativo a come la giornata lavorativa persa sarebbe stata recuperata.

La situazione però non si è risolta nelle ore e nei giorni successivi, anzi è peggiorata. Così martedì pomeriggio è stata annunciata un’ulteriore sospensione. Giorno per giorno sono stati annunciati i fermi, fino a quando per l’intera settimana lo stabilimento è rimasto bloccato.

Il problema di Stellantis

Secondo l’analisi di Milano Finanza, lo stabilimento di Atessa è uno dei principali centri produttivi europei di Stellantis per i veicoli commerciali leggeri. Dalle sue linee infatti escono modelli come Fiat Ducato, Peugeot Boxer, Citroën Jumper e Opel Movano, destinati ai mercati europei e internazionali.

Le sospensioni, resesi necessarie per via dell’assenza delle forniture, dimostrano quanto la produzione automobilistica dipenda da una buona logistica. L’interruzione del flusso anche di un solo componente blocca l’intera linea di assemblaggio, con conseguenze sulla produzione e anche sul piano lavorativo.

Per quanto proseguiranno i blocchi

È difficile dire per quanto proseguiranno ancora i blocchi. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori. La premier ha rivendicato le risposte immediate, ma anche segnalato che in alcune zone diversi soggetti continuano a bloccare le strade.

Diverse realtà, come Trasportounito e le sigle di settore in Calabria, hanno sospeso le proteste contro il caro gasolio e quindi le consegne di alimentari nei negozi e nei supermercati stanno riprendendo. Hanno deciso di sospendere la protesta anche gli autotrasportatori dell’Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani.

Chi non si sta allineando sta andando incontro a identificazioni e denunce. Piantedosi ha confermato che prefetti e questure stanno vigilando sulle situazioni di blocco ancora in corso e cercando eventuali “infiltrazioni criminali”.

Energia pulita per l’AI: Amazon scommette sul nucleare modulare per i suoi data center

23 October 2026 at 10:32

L’uso sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale comporta una richiesta di maggiore potenza di calcolo da parte dei server. Per questo i colossi della tecnologia hanno iniziato a varare strategie di lungo termine per provare a rendere autosufficienti, e in parte anche ecosostenibili, i propri centri di calcolo.

Per garantire un flusso costante di elettricità ai propri data center, Amazon ha annunciato un piano legato allo sviluppo di 12 reattori nucleari modulari di nuova generazione negli Stati Uniti, realizzati in partnership con la società X-energy e con l’utility American Electric Power.

Cosa sono i reattori modulari e l’intesa con X-energy

I reattori scelti dal gruppo di Seattle, che saranno costruiti sulle rovine di una vecchia centrale a carbone, appartengono alla categoria degli Small Modular Reactors, impianti che hanno dimensioni e potenza più contenute rispetto alle centrali tradizionali. La loro struttura componibile nasce teoricamente per abbattere i tempi di cantiere e modulare l’energia erogata in base al fabbisogno delle infrastrutture vicine. Modelli simili dovrebbero essere costruiti nei prossimi anni anche in Italia.

L’intesa rafforza il legame tra Amazon e X-energy, azienda guidata dal fondatore Kam Ghaffarian in cui il gigante dell’e-commerce ha già investito 700 milioni di dollari. L’obiettivo dichiarato dalle due società è l’installazione di impianti modulari per una capacità complessiva di 5 gigawatt entro il 2039.

I data center in Texas e il ruolo dell’intelligenza artificiale

Per comprendere l’entità dei consumi energetici in gioco occorre guardare ai territori a più alta densità digitale. In Texas si trova uno degli hub chiave per la rete di Amazon Web Services, dove il gruppo conta 3 grandi data center attivi coordinati nell’area di San Antonio.

Queste strutture svolgono una duplice funzione:

  • l’erogazione dei servizi cloud ordinari per la gestione dei dati e dei sistemi di vendita delle imprese.
  • l’elaborazione ad alta densità per i modelli di intelligenza artificiale, che richiedono un’erogazione continua di energia per mantenere operativi i processori in parallelo.

L’incognita dei tempi e dei costi

La scelta di puntare sull’energia atomica nasce dalla necessità di alimentare i server con continuità, senza ricorrere ai combustibili fossili. Tuttavia, la sostenibilità economica e industriale del progetto risiede tutta nell’effettiva realizzabilità dei mini-reattori nei tempi previsti, che si auspicano più brevi ed economici dei reattori tradizionali. In effetti, la tecnologia degli Small Modular Reactors rappresenta una frontiera industriale ancora priva di uno storico consolidato su larga scala.

Il successo delle scadenze fissate da Amazon dipenderà infatti dall’esito del primo impianto pilota che X-energy sta sviluppando a Seadrift, sempre in Texas, che dovrebbe essere pronto entro il 2030. Quel cantiere rappresenta il vero banco di prova sia sul piano dell’efficienza dei costi, sia su quello delle autorizzazioni ambientali legate alla gestione delle risorse idriche.

Farmaci di automedicazione, valgono un risparmio di quasi tre miliardi l’anno

23 October 2026 at 09:38

Automedicazione responsabile. Si può tradurre in moltissimi modi questo termine, ma comunque esprime il valore della conoscenza per scegliere assieme al farmacista i farmaci per i piccoli disturbi di ogni giorno, dai fastidi di stomaco ed intestino fino ai malanni virali, alla circolazione, al mal di testa passeggero, a qualche linea di febbre. Come si coniuga questa disposizione con i costi della sanità, ovviamente in chiave di riduzione di questi? Una risposta viene da una ricerca dal titolo “Il valore dell’automedicazione. Un pilastro per la salute pubblica e l’economia del Paese”, realizzata da TEHA Group per Federchimica Assosalute.

Secondo lo studio, l’automedicazione libera tempo per i medici di famiglia equivalente a circa 91 milioni di visite l’anno. Un ricorso appropriato potrebbe inoltre evitare quasi un milione di accessi al Pronto Soccorso per disturbi a bassa complessità. Il tutto, con un beneficio per il comparto. Si parla di 1,35 miliardi di euro di valore aggiunto complessivo, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti lungo la filiera.

Insomma: I risultati sono chiari: ogni euro di valore aggiunto generato dalle imprese del settore ne attiva quasi altri tre nel resto dell’economia, mentre un ricorso appropriato ai farmaci di automedicazione libera capacità assistenziale per i professionisti e contribuisce a vivere in buona salute più a lungo.

L’impatto su Servizio Sanitario Nazionale, cittadini e filiera

In un contesto in cui i medici di medicina generale sono passati da 44.270 a 36.812 tra il 2016 e il 2024 (-16,8%) e gli accessi al Pronto Soccorso sono tornati a sfiorare i 19 milioni nel 2024, l’automedicazione responsabile, complementare e non alternativa all’assistenza professionale, contribuisce a orientare ogni bisogno di salute verso il livello di risposta più appropriato.

Secondo lo studio, i farmaci di automedicazione – pari al 13,5% dei volumi della farmaceutica territoriale – liberano tempo per il medico per un valore stimato in circa 1,9 miliardi di euro, tempo che può essere dedicato ai pazienti cronici, fragili e con bisogni più complessi; a questo si aggiungono circa 600 milioni di euro di tempo restituito ai cittadini. Sul fronte dell’emergenza-urgenza, un ricorso appropriato all’automedicazione potrebbe evitare quasi 1 milione di accessi l’anno per disturbi a bassa complessità, con un costo associato di circa 306 milioni di euro, di cui 281 a carico del SSN.

Nel complesso, i benefici economici e organizzativi generati dall’automedicazione sono stimati in quasi 3 miliardi di euro l’anno. Si tratta di stime di capacità assistenziale e di tempo liberati. Sul piano della salute, l’automedicazione interviene sul 10,7% del carico di cattiva salute degli italiani, legato a disturbi lievi e molto diffusi: senza di essa, secondo le stime, nell’arco della vita si trascorrerebbero in media 4,8 mesi in meno in buona salute.

Le aziende associate ad Assosalute, che rappresentano oltre il 70% del mercato, hanno generato nel 2025 ricavi per 1.383 milioni di euro (+1,3%) e un valore della produzione di 1.270 milioni. Il valore aggiunto diretto è di circa 350 milioni di euro; considerando gli effetti indiretti e indotti lungo l’intera filiera, il contributo complessivo sale a 1,35 miliardi di euro, con un moltiplicatore economico di 3,9 (contro il 3,2 della manifattura). Il valore aggiunto per addetto, circa 156.000 euro, è quasi il doppio di quello della manifattura (82.000 euro).

Il peso della conoscenza

Va detto tuttavia che il potenziale del settore dei farmaci di automedicazione resta in parte inespresso. In Italia la spesa pro capite per medicinali da banco è di 54,3 euro l’anno, tra le più basse tra i principali Paesi europei, e meno di 1 italiano su 5 dichiara di averne fatto uso nelle due settimane precedenti l’indagine contro il 37% della Germania e il 70% della Finlandia. Incide soprattutto l’ampiezza dell’offerta: tra il 2015 e il 2025 l’Italia ha registrato 6 switch, cioè riclassificazioni da farmaco con obbligo di ricetta a farmaco senza obbligo di prescrizione, contro i 15della Germania e i 26 del Regno Unito.
A questo si aggiunge un tema culturale: sebbene l’Italia parta da una base più solida sull’automedicazione, con medici e farmacisti che restano i primi riferimenti per quanto riguarda i disturbi più comuni, l’obiettivo resta rafforzare l’alfabetizzazione sanitaria generale (il 58% degli adulti ha con competenze sanitarie inadeguate o problematiche contro il 46% della media europea).

L’obiettivo è reso ancora più rilevante da uno scenario in cui l’informazione sanitaria passa sempre più da internet, social e intelligenza artificiale. Medico di famiglia e farmacista restano, nel modello italiano di automedicazione, i principali riferimenti per i disturbi lievi (48,2% e 47,9%), ma cresce il peso delle fonti digitali. Per questo è fondamentale, secondo lo studio, saper riconoscere i disturbi gestibili con l’automedicazione, verificare le fonti e sapere quando rivolgersi al medico o al farmacista. Lo studio segnala inoltre l’opportunità di modernizzare le regole sulla comunicazione al pubblico dei farmaci senza obbligo di prescrizione, definite prima della diffusione di social e intelligenza artificiale.

“Questo studio evidenzia che l’automedicazione rappresenta un asset strategico per il Paese: restituisce tempo ai medici di famiglia, aiuta a dare a ogni bisogno di salute la risposta più appropriata e sostiene una filiera ad alta produttività, con benefici stimati in quasi 3 miliardi di euro l’anno”

segnala Michele Albero, Presidente di Federchimica Assosalute .

“L’automedicazione responsabile non significa lasciare solo il cittadino, al contrario, vuol dire metterlo nelle condizioni di fare bene ciò che può fare, sapendo quando e a chi rivolgersi. Per esprimerne a pieno il potenziale servono due passi concreti: più Health Literacy, con campagne di alfabetizzazione sanitaria, educazione alla corretta automedicazione e un dialogo più stretto tra farmacisti e medici – anche grazie alla piena operatività del dossier farmaceutico del Fascicolo Sanitario – e un’offerta più ampia, con procedure di switch più snelle. Ci auguriamo che questo lavoro sia il punto di partenza per costruire una alleanza stabile con Istituzioni, professionisti sanitari e cittadini per valorizzare il ruolo del comparto nella governance farmaceutica nazionale”.

Lista attesa sanità in miglioramento, più prenotazioni: le regioni migliori e peggiori

23 October 2026 at 09:33

Agenas, l’ente che si occupa anche di monitorare le liste d’attesa, ha pubblicato il bollettino trimestrale. Nei primi nove mesi del 2026 si registra un miglioramento rispetto al 2025. Continuano a esserci “margini di miglioramento”, si legge, ma soprattutto sono elevate le differenze territoriali.

Dal monitoraggio è possibile scoprire quali sono le visite più difficili da prenotare, gli esami che hanno liste d’attesa più lunghe e le regioni peggiori sui tempi.

Liste d’attesa in miglioramento

Dal bollettino periodico sull’andamento delle liste d’attesa emerge un generale miglioramento. Oltre 2 milioni le prenotazioni in più nei primi nove mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025 e un miglioramento si è visto proprio sui tempi massimi di attesa per le visite specialistiche e gli esami diagnostici.

Il bollettino evidenzia quindi una tendenza positiva già riscontrata nel primo semestre dell’anno. Secondo il monitoraggio, aggiornato al 30 settembre 2026, nei primi nove mesi del 2026 le prenotazioni complessive sono passate da 19,7 milioni del 2025 a 21,8 milioni (+10%).

Crescono soprattutto:

  • le prime visite specialistiche, da 11,3 a 12,3 milioni;
  • gli esami diagnostici, da 8,4 a 9,5 milioni.

In termini assoluti le prime visite prenotate entro i tempi previsti passano da 8,7 a 9,6 milioni, con circa 935.000 prestazioni in più, mentre gli esami diagnostici aumentano da 7 a 8,1 milioni, pari a circa 1,1 milioni di accertamenti aggiuntivi nei tempi di garanzia.

Le visite più facili da prenotare

Il bollettino segnala le visite e prestazioni più facili da prenotare. Tra queste risultano le visite urgenti, quelle garantite entro tre giorni, che rispettano i tempi nell’81,7% dei casi, mentre le visite in classe breve, quelle da effettuare entro 10 giorni, aumentano dal 78,2 all’80,6%.

Si registra un miglioramento anche negli esami diagnostici, dove le prestazioni urgenti garantite entro tre giorni passano al 77,3%, mentre quelle in classe breve aumentano al 78,2%.

Nel quadro di miglioramento diffuso, le prestazioni che recuperano di più sono:

  • prime visite oncologiche;
  • visita fisiatrica;
  • visita gastroenterologica;
  • visita pneumologica;
  • visita dermatologica (che resta tra le prestazioni con maggiori criticità).

Tra gli esami diagnostici in miglioramento troviamo:

  • colonscopia;
  • gastroscopia;
  • ecografia della mammella;
  • ecografia dell’addome.

Le regioni peggiori

Dal bollettino inoltre è possibile scoprire quali sono le differenze tra le regioni. L’andamento generale è positivo, ma ci sono delle differenze da sottolineare. Alcune regioni viaggiano sopra il 90%, mentre altre scendono sotto il 70% sia per quanto riguarda le prime visite, sia per quanto riguarda gli esami diagnostici.

Tra le migliori in entrambi i campi di analisi ci sono:

  • Basilicata;
  • Lazio;
  • Marche;
  • Veneto.

Tra le peggiori, quindi con performance sotto il 70%, troviamo sotto entrambi i dati:

  • Puglia;
  • Umbria.

Queste due regioni in particolare sono caratterizzate da difficoltà in entrambe le tipologie di prestazioni, anche se si sono segnalati progressi rispetto ai dati precedenti. Una regione invece da tenere sotto controllo, proprio per il peggioramento rispetto ai dati precedenti, è la Sardegna.

Volvo taglia 2.500 posti di lavoro: il terzo trimestre del 2026 ha segnato perdite record

23 October 2026 at 09:20

La crisi dell’automotive continua a far sentire il suo peso in Europa. La svedese Volvo Cars ha annunciato un piano straordinario di ridimensionamento che prevede il taglio di 2.500 dipendenti a livello globale, di cui 2.000 solo in Svezia, e un piano aggiuntivo di riduzione dei costi per 5 miliardi di corone entro la fine del 2027.

La misura si è resa necessaria a fronte dei deludenti risultati finanziari del terzo trimestre, chiuso con una perdita di 3,7 miliardi di corone, l’equivalente di circa 330 milioni di euro, a fronte dell’utile di 5,8 miliardi registrato nello stesso periodo dello scorso anno.

Quali sono i motivi della crisi

A pesare sui conti del gruppo svedese, controllato dal colosso cinese Geely, è una combinazione di fattori strutturali che sta mettendo in difficoltà l’intero comparto automotive europeo.

La Cina

Il mercato cinese si è trasformato da principale motore di crescita a fattore di grave sofferenza per il marchio svedese. Nel terzo trimestre, i ricavi nell’area sono crollati di quasi il 50%, travolti da una spietata guerra dei prezzi scatenata dai produttori locali e da un calo a doppia cifra dell’intero segmento premium.

I dazi

L’inasprimento delle barriere tariffarie tra Cina, Europa e Stati Uniti ha colpito duramente il modello industriale di Volvo. Essendo la produzione del gruppo fortemente integrata con la Cina, da cui provengono diversi componenti e modelli chiave, l’introduzione dei dazi commerciali ha fatto schizzare in alto i costi di importazione e di logistica. La pressione sui prezzi finali per rimanere competitivi ha eroso la redditività dell’azienda, spingendo il margine lordo dal 20,4% del 2025 al 14,7% di quest’anno.

L’elettrico

Il rallentamento della domanda globale di veicoli elettrici sta penalizzando le case automobilistiche che hanno investito maggiormente nella transizione ecologica. Dopo l’ipotesi di una crescita ininterrotta, il mercato ha registrato una forte frenata, in particolare negli Stati Uniti e nei principali Paesi europei.

Complice la fine dei sussidi statali e l’incertezza dei consumatori sulle infrastrutture di ricarica, Volvo, impegnata in un piano di conversione della propria gamma, si trova oggi a sostenere alti costi fissi di sviluppo e riconversione degli impianti a fronte di volumi di vendita inferiori alle attese.

Come verranno gestiti i 2.500 licenziamenti

Come stanno confermando in queste ore i vertici dell’azienda, la riduzione del personale impatterà in larga parte la sede storica e i centri di sviluppo di Göteborg. L’uscita dei lavoratori non avverrà tramite licenziamenti d’imperio, ma attraverso un piano coordinato d’emergenza.

Nello specifico, la società procederà con il mancato rinnovo dei contratti di consulenza esterna, il blocco quasi totale del turn-over e l’offerta di pacchetti d’uscita volontaria incentivata per i dipendenti.

Un piano di rilancio dopo il crollo in Borsa

Il piano di tagli segue quello già attuato nel 2025, quando vennero eliminati 3.000 posti di lavoro, e si inserisce in un quadro di profonda sofferenza finanziaria, con il titolo del Gruppo che nell’ultimo anno ha perso oltre il 50% del proprio valore arrivando ai minimi storici.

Il “piano di rilancio” pensato dal Ceo Hakan Samuelsson per garantire la sopravvivenza del gruppo è tarato sulla revisione dei target di vendita e su flussi finanziari meno ottimisti per l’anno che verrà.

Secondo lavoro in orario d’ufficio: quando scatta il licenziamento

23 October 2026 at 08:29

Svolgere un’attività lavorativa privata durante l’orario di servizio, utilizzando strumenti aziendali e sottraendo tempo ed energie al proprio impiego, fa rischiare concretamente il licenziamento per giusta causa. A fare la differenza non è soltanto l’esistenza di un secondo lavoro non autorizzato, ma anche la durata della condotta, la sua sistematicità, l’eventuale conflitto di interessi e la gravità della violazione degli obblighi contrattuali.

Lo ha chiarito la Sezione Lavoro della Cassazione con la sentenza 14195/2026, pronunciandosi sul ricorso di un lavoratore licenziato per avere gestito attività private durante l’orario lavorativo. La decisione è rilevante perché offre indicazioni utili sul rapporto tra il potere disciplinare del datore di lavoro e le sanzioni previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro.

Il caso, il dipendente delle ferrovie e le attività private sul lavoro

A un lavoratore del settore ferroviario con qualifica di quadro erano state contestate diverse condotte, alcune delle quali riguardavano lo svolgimento di attività extra-lavorative in ufficio. Come emerso nel corso del procedimento disciplinare e, poi, in quello giudiziario, l’uomo ricopriva anche il ruolo di amministratore unico di un’agenzia di viaggi e di gestore di un bed and breakfast di sua proprietà. Per circa tre anni aveva svolto attività riconducibili a queste iniziative private anche durante l’orario lavorativo in ambito ferroviario.

Non si trattava cioè di occasionali contatti. Il dipendente utilizzava attrezzature e strumenti dell’ufficio, intratteneva frequenti contatti telefonici con terzi e aveva persino rilasciato un’intervista a una radio locale per promuovere la propria agenzia di viaggi. Scoperta la situazione, l’azienda datrice lo aveva licenziato in tronco.

Il dipendente ha però impugnato il provvedimento, sostenendo che le condotte contestate non consentissero l’applicazione della sanzione espulsiva alla luce delle disposizioni del contratto collettivo applicato.

Il Tribunale aveva respinto la sua iniziativa legale e la Corte d’Appello capitolina aveva confermato la più grave sanzione disciplinare. All’uomo non restava altra carta che il ricorso in Cassazione.

Perché il licenziamento è stato ritenuto legittimo

I fatti accertati in tribunale hanno inchiodato il dipendente alle sue responsabilità: a lungo aveva sovrapposto sistematicamente le attività private a quelle lavorative, utilizzando strumenti aziendali e creando un potenziale conflitto di interessi con la società datrice.

La condotta aveva sottratto tempo ed energie alle mansioni contrattuali arrecando un danno all’azienda, che retribuiva il lavoratore per prestazioni destinate invece — almeno in parte — a finalità personali. Non era quindi il semplice svolgimento di un secondo lavoro a giustificare il licenziamento, ma la violazione dell’obbligo di fedeltà (art. 2105 c.c.), in combinazione con i doveri di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.).

La legge vieta di trattare affari in concorrenza con il datore e di divulgare o utilizzare informazioni aziendali riservate a suo pregiudizio. Il dipendente deve inoltre evitare condotte incompatibili con il proprio inserimento nell’organizzazione aziendale, capaci di generare conflitti di interessi o compromettere il rapporto fiduciario.

Il contratto collettivo può limitare il licenziamento disciplinare

Uno dei passaggi più significativi della sentenza 14195/2026 della Cassazione riguarda il rapporto tra la giusta causa prevista dalla legge e le sanzioni disciplinari stabilite dalla contrattazione collettiva. In proposito, la Suprema Corte ribadisce un principio giurisprudenziale consolidato: il datore di lavoro – in linea generale – non può applicare una sanzione disciplinare più grave di quella prevista dal contratto collettivo per una determinata violazione, quando quest’ultima sia espressamente ricondotta a una sanzione conservativa.

Le sanzioni conservative – come il rimprovero, la multa o la sospensione nei limiti previsti dalla disciplina applicabile – consentono la prosecuzione del rapporto. Il licenziamento, invece, è una sanzione espulsiva perché determina la cessazione del rapporto.

Le parti sociali possono prevedere condizioni più favorevoli al lavoratore rispetto al regime legale, limitando il ricorso al licenziamento per determinate condotte. In questi casi, il giudice deve tenere conto delle disposizioni collettive nella valutazione della correttezza del recesso e della sanzione applicata (art. 30 comma terzo legge 183/2010).

Questo principio, però, non fa sì che qualsiasi comportamento apparentemente riconducibile a una previsione conservativa debba necessariamente essere punito con una sanzione non espulsiva.

Violazione isolata o condotta sistematica: la differenza

Il giudice deve interpretare il contratto collettivo e verificare se la condotta accertata rientri nei casi disciplinari previsti — operazione detta sussunzione — anche in presenza di clausole generali o elastiche che graduano le sanzioni secondo la gravità dell’infrazione. È un’attività che consiste nell’applicare la norma collettiva, senza sostituirsi alle parti sociali in un nuovo giudizio di proporzionalità della punizione.

Nella vicenda la Corte d’Appello ha stabilito che il doppio lavoro sistematico durante il servizio non era assimilabile a una violazione occasionale di leggi, regolamenti o obblighi di servizio.

In particolare l’art. 64 del Ccnl Mobilità, applicato nell’azienda, contempla il licenziamento in tronco per violazioni dolose dei doveri capaci di arrecare un grave danno all’azienda. A integrarlo, in questa vicenda, erano la ripetizione della condotta per circa tre anni, la sovrapposizione tra interessi privati e lavorativi e l’uso di risorse aziendali. E il danno non deve essere necessariamente economico: può investire anche l’organizzazione, l’immagine aziendale presso gli altri dipendenti, il rispetto delle regole interne e il rapporto fiduciario.

La bocciatura del ricorso in Cassazione e la decisione finale

Presso i giudici di piazza Cavour il lavoratore aveva contestato anche la motivazione della sentenza d’appello, sostenendo che fosse tecnicamente fragile. Ma la Cassazione ha ritenuto che la Corte territoriale avesse ben spiegato il percorso logico-giuridico seguito, nel pieno rispetto della legge e dei principi giurisprudenziali.

Il giudice di legittimità ha così bocciato il ricorso confermando la bontà del licenziamento per giusta causa e condannando il lavoratore a pagare le spese processuali.

Che cosa cambia

La giurisprudenza ha contribuito spesso a tracciare il confine della giusta causa nel licenziamento, come ad esempio nel caso delle conseguenze per uno scherzo al collega. In generale la recente sentenza n. 14195/2026 della Cassazione chiarisce che avere un secondo lavoro non comporta automaticamente il licenziamento disciplinare. Tuttavia, se un’attività privata viene svolta sistematicamente in ufficio, utilizzando risorse aziendali e sottraendo tempo ed energie al proprio impiego, può giustificare il licenziamento in tronco, anche quando il contratto collettivo preveda sanzioni conservative per violazioni simili ma meno gravi.

In caso di disputa in tribunale, la valutazione del giudice dovrà considerare tutte le circostanze concrete, tra cui la durata e la ripetizione della condotta, l’eventuale conflitto di interessi e il pregiudizio arrecato all’azienda, verificando se il comportamento rientri nelle ipotesi disciplinari previste dal contratto collettivo. Ad esempio, una telefonata personale occasionale durante una pausa, o la risposta a un’e-mail della propria attività nello stesso intervallo, non equivalgono alla gestione quotidiana di un’impresa durante il servizio, utilizzando il telefono e le attrezzature aziendali.

Tredicesima 2026, a chi arriva prima e con importo più alto: calendario dei pagamenti

23 October 2026 at 08:23

Non manca molto all’arrivo della tredicesima. Dopo Halloween, nei negozi e nelle strade si inizierà a sentire aria di Natale e così anche la tredicesima mensilità si avvicinerà sempre di più. I primi a vedere la mensilità aggiuntiva sul conto saranno i pensionati, perché le pensioni vengono pagate il primo giorno bancabile del mese e quest’anno è il 1° dicembre, che cade di martedì.

Anche per i dipendenti pubblici gestiti da NoiPA la tredicesima arriverà insieme allo stipendio di dicembre, che viene pagato anticipatamente per permettere gli acquisti di Natale. L’assegno della tredicesima vedrà un importo aggiuntivo e vengono meno anche i pagamenti delle addizionali regionali e comunali, già recuperati da gennaio a novembre.

Quando viene pagata la tredicesima 2026

Pensionati e dipendenti sono in attesa della tredicesima mensilità, ma questa arriva in date diverse. I primi a vedere la mensilità aggiuntiva, come abbiamo anticipato, saranno proprio i pensionati. Questi infatti vedranno in un unico assegno la pensione e la tredicesima mensilità.

Come i pagamenti delle pensioni di tutto l’anno, anche a dicembre l’assegno viene accreditato nei primi giorni del mese, in corrispondenza del primo giorno bancabile. Dicembre 2026 si apre di martedì, quindi la tredicesima mensilità arriverà ai pensionati il 1° dicembre sia alle Poste sia in banca.

Per i dipendenti pubblici, la tredicesima viene accreditata generalmente intorno a metà del mese. Per agevolare gli acquisti natalizi, invece che il 23 dicembre la finestra per l’accredito è il 15 dicembre, che cade di martedì. Per conoscere gli importi basterà visitare l’area riservata di NoiPA tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre.

Nel settore privato invece non esiste una data unica ed è il contratto collettivo a regolarlo. In generale, il pagamento avviene entro dicembre e prima delle feste. In molti casi è previsto il giorno prima della vigilia di Natale, ma ci sono aziende che versano stipendio e tredicesima nello stesso giorno.

Ricapitolando:

  • 1° dicembre accredito per i pensionati;
  • 15 dicembre accredito per i dipendenti pubblici;
  • data variabile (entro il 23 dicembre) per i dipendenti del settore privato.

Importi più alti: 154,94 euro in più

La tredicesima mensilità per i pensionati sarà più alta. Il bonus tredicesima aggiunge fino a 154,94 euro ai pensionati con redditi bassi.

I requisiti per accedervi sono:

  • pensione sotto gli 8.108,99 euro;
  • reddito personale imponibile IRPEF non oltre 11.931,08 euro;
  • il reddito complessivo della coppia non deve superare i 23.862,15 euro.

Attenzione: sono ammesse le pensioni previdenziali, come vecchiaia, anticipata, reversibilità e invalidità, mentre restano escluse le prestazioni assistenziali, tra cui assegno sociale e invalidità civile.

L’importo del bonus è pari a 154,94 euro se la pensione annua rientra entro i 7.954,05 euro; in caso di superamento della soglia, l’importo diminuisce.

Simulazione importo bonus

Di seguito la simulazione dell’importo del bonus per ogni categoria:

SITUAZIONE DEL PENSIONATO BONUS DICEMBRE 2026
Pensione annua di 7.500 euro, reddito personale di

9.000 euro, pensionato non coniugato

154,94 euro, bonus pieno
Pensione annua di 8.000 euro, reddito personale di

10.000 euro, pensionato non coniugato

108,99 euro, bonus ridotto
Pensione annua di 8.050 euro, reddito personale di

10.000 euro, pensionato non coniugato

58,99 euro, bonus ridotto
Pensione annua di 8.110 euro, reddito personale di

10.000 euro, pensionato non coniugato

0 euro, limite pensionistico superato
Pensione annua di 7.600 euro, reddito personale di

12.000 euro, pensionato non coniugato

0 euro, limite di reddito personale superato
Pensione annua di 7.800 euro, reddito personale di

10.000 euro e reddito complessivo della coppia di

24.000 euro

0 euro, limite di reddito coniugale superato

 

 

Spread Btp-Bund a 124 punti base, calano i rendimenti: oggi ultimo giorno per i Btp Valore

By: matrun
23 October 2026 at 08:20

L’apertura del 23 ottobre ha visto lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi raggiungere un nuovo record recente a 124 punti base. Il differenziale non apriva la giornata a questi livelli dal 2024, ma si tratta comunque di un miglioramento rispetto ai picchi raggiunti nella giornata di ieri.

Anche i rendimenti sono migliorati, rientrando al 4,60% dopo che ieri avevano sfiorato il 4,70%. Oggi è l’ultimo giorno per acquistare i Btp Valore e i Btp Valore Insieme. Dopo le 13, orario in cui terminerà l’emissione si sapranno i tassi definitivi.

Lo spread continua ad aumentare

Nonostante la situazione dello spread tra Btp e Bund sembri simile a quella che ieri aveva portato il differenziale a raggiungere i 122 punti base in apertura, nelle prime ore del 23 ottobre si sono verificati movimenti più complessi e in un certo senso opposti. Ieri la pressione sui debiti pubblici europei, determinata da vari fattori, aveva portato i rendimenti a nuovi record recenti, lasciando invece invariati quelli dei Bund.

Oggi, invece, tutti i rendimenti sono in calo. Quelli dei Bund si sono però ridotti più rapidamente di quelli degli altri Paesi europei, determinando l’allargamento dello spread.

Perché i rendimenti di Bund calano quando le cose vanno male

Sembra controintuitivo, ma nei momenti di crisi i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi tendono a calare. Tradizionalmente, la Germania è vista come uno dei Paesi con il debito pubblico più solido e maggiormente sotto controllo. Gli investitori trattano quindi i suo Bund come un bene rifugio.

Questo status è al momento incrinato sia dalle difficoltà economiche del Paese, che appaiono però in via di risoluzione, sia dalla maggiore spesa pubblica degli ultimi governi tedeschi. Ciononostante, nei momenti di crisi, si può ancora notare una maggiore stabilità dei rendimenti tedeschi rispetto a quelli degli altri Paesi europei.

Francia oltre ogni record, continua la pressione sui titoli europei

Nonostante il calo dei rendimenti, la pressione sui titoli europei non si è allentata. I Bonos spagnoli hanno raggiunto 70 punti base di spread, ma è in Francia che la situazione è critica.

Spread e rendimenti dei titoli di Stato europei all’apertura del 22 ottobre 2026
Titoli di Stato Rendimenti Spread
Bund tedeschi 3,36% –
Btp italiani 4,60% 124
Oat francesi 5,06% 170
Bonos spagnoli 4,06% 70

Gli Oat sono a 170 punti dai Bund, con rendimenti del 5,06%, il livello più alto da quando è stato introdotto l’euro. È il risultato di una combinazione di fattori, che vanno dalle difficoltà economiche del Paese a un debito pubblico fuori controllo, fino a un certo livello di speculazione sui titoli di Parigi e all’instabilità politica che potrebbe compromettere anche la prossima manovra finanziaria.

Ultimo giorno dell’emissione dei Btp Valore, poi le aste regolari

Oggi alle 13 so concluderà l’asta dei Btp Valore dedicati agli investitori retail. Il Tesoro ha già raccolto più di 14 miliardi di euro da questa iniziativa. In pomeriggio verranno resi pubblici i rendimenti definitivi. Dalla prossima settimana ricominceranno invece le aste regolari. Le date da segnarsi sono:

  • martedì 27 ottobre l’asta dei Btp Short Term e dei Btp€i;
  • mercoledì 28 ottobre l’asta dei Bot;
  • giovedì 29 ottobre l’asta dei titoli a medio e lungo termine.

Assicurazioni, tariffe in calo: per le imprese si riapre la partita dei costi

23 October 2026 at 08:13

Quando si gestisce un’impresa, ogni costo fisso pesa e l’assicurazione, spesso, finisce tra le spese che si rinnovano senza avere il tempo di rimettere tutto in discussione. Questa volta, però, fermarsi a confrontare le condizioni potrebbe fare la differenza.

Nel terzo trimestre 2026 le tariffe delle assicurazioni aziendali sono diminuite mediamente del 5% nel mondo e del 6% in Europa. Lo rileva il Global Insurance Market Index di Marsh. A livello globale è il nono trimestre consecutivo di ribassi.

Per le imprese italiane è un segnale da considerare in vista del rinnovo. Non significa che ogni polizza costerà meno, ma che il mercato può offrire maggiori possibilità di negoziare.

Perché le tariffe scendono anche se i rischi restano

L’apparente contraddizione è questa: le aziende continuano a confrontarsi con incertezza internazionale, eventi naturali e minacce informatiche, mentre il prezzo di molte coperture diminuisce.

La spiegazione è, soprattutto, finanziaria. Secondo Marsh, gli assicuratori dispongono di capitale abbondante e beneficiano di buona redditività, maggiori rendimenti degli investimenti e minori costi della riassicurazione, cioè la protezione che acquistano per trasferire parte dei rischi assunti.

Queste condizioni alimentano la concorrenza. Per mantenere i clienti o acquisirne di nuovi, le compagnie possono offrire tariffe più competitive. Il calo dei prezzi non certifica, quindi, una diminuzione dei pericoli, ma un mercato più favorevole a chi acquista coperture. Nel trimestre alcuni rinnovi hanno consentito anche massimali più elevati e franchigie inferiori.

Dove si concentrano i ribassi in Europa

Il dato medio nasconde differenze importanti. Nel mercato europeo le riduzioni più marcate riguardano le assicurazioni sui beni e quelle contro i rischi informatici.

Comparto Variazione delle tariffe in Europa, terzo trimestre 2026
Indice complessivo −6%
Danni ai beni, ramo property −9%
Responsabilità civile, ramo casualty −3%
Rischi finanziari e professionali −4%
Rischi informatici, ramo cyber −9%

Fonte: Marsh. Variazioni rilevate ai rinnovi; l’indice riflette la composizione del portafoglio clienti del gruppo. Le percentuali non si sommano.

Dietro queste categorie ci sono esigenze quotidiane: proteggere macchinari e magazzini, affrontare una richiesta di risarcimento, sostenere le conseguenze di un incidente digitale. Le assicurazioni contro i rischi informatici rispondono a esposizioni differenti dalla responsabilità civile professionale, che tutela dalle conseguenze economiche degli errori commessi nell’attività.

Che cosa cambia per le imprese italiane

Il primo elemento da chiarire è che il rapporto non certifica uno sconto del 6% per ogni azienda italiana. È una rilevazione europea delle tariffe, non una misura della spesa assicurativa di tutte le imprese.

La distinzione tra tariffa e premio è decisiva. La tariffa esprime il prezzo applicato al rischio. Il premio complessivo dipende anche dai beni assicurati, dalle garanzie e dalle condizioni contrattuali.

Un’azienda che acquista nuovi impianti o aumenta le scorte può, quindi, pagare più dell’anno precedente anche con una tariffa in discesa. Allo stesso modo, ampliare la protezione può assorbire il beneficio del ribasso.

Marsh segnala, inoltre, che esposizione alle catastrofi e qualità della documentazione continuano a influenzare le offerte europee. Il risultato del rinnovo dipende anche da come viene valutata la singola attività.

Quanto può valere il risparmio

Un esempio permette di dare concretezza alle percentuali. Su un premio di 10.000 euro, esclusi imposte e altri oneri, una riduzione effettiva del 6% porterebbe l’importo a 9.400 euro, con un risparmio di 600 euro.

È un calcolo illustrativo, non un preventivo: presuppone che restino identici beni assicurati, rischi, garanzie e condizioni. Non considera gli effetti fiscali.

Per un’impresa sarebbe una minore uscita di cassa, ma se il prezzo inferiore comportasse una franchigia più alta, una parte del vantaggio corrisponderebbe a un rischio maggiore rimasto sulle sue spalle. Il confronto deve, quindi, comprendere massimali, esclusioni e quota del danno a proprio carico.

Merita attenzione anche l’interruzione dell’attività: una polizza può proteggere un macchinario senza coprire tutte le perdite economiche legate al fermo. Cause ammesse, durata della garanzia ed eventuali periodi di attesa cambiano il valore effettivo della protezione.

Il rinnovo diventa una decisione di bilancio

Per chi deve far quadrare i conti, risparmiare sul premio può liberare liquidità. Mantenere la stessa spesa ottenendo una copertura migliore può, invece, ridurre il peso economico di un imprevisto.

Il rapporto Marsh offre un riferimento per riaprire questo confronto. La domanda utile, al rinnovo, è quanto cambia il costo a parità di protezione. Perché il risparmio che conta è quello che alleggerisce il bilancio senza lasciare l’impresa più esposta proprio quando avrebbe bisogno di sostegno.

Aprire una società in Lituania, gli adempimenti fiscali dovuti dai residenti in Italia

23 October 2026 at 06:00

Nel panorama dell’Unione Europea, i Paesi baltici si sono ritagliati da anni un ruolo di prim’ordine nell’attrazione di capitali esteri, grazie a burocrazie digitalizzate, ambienti favorevoli al business e regimi d’imposta competitivi. In questo contesto, l’ipotesi di fondare o gestire una società in Lituania rappresenta una scelta sempre più al centro delle valutazioni di startup, imprese innovative ed e-commerce. Tuttavia, per un founder o un professionista che sceglie di mantenere la propria residenza fiscale in Italia, i vantaggi normativi offerti dall’ordinamento lituano devono fare i conti con un quadro legislativo nazionale estremamente stringente.

Comprendere come funziona la tassazione d’impresa a Vilnius e quali siano i reali obblighi verso il Fisco italiano è il primo passo per evitare che un’operazione di pianificazione aziendale si trasformi in un contenzioso tributario di proporzioni onerose.

Aprire una società in Lituania: come funziona la tassazione

La forma societaria di gran lunga più utilizzata dagli operatori internazionali è la UAB (Uždaroji akcinė bendrovė), assimilabile alla nostra Società a Responsabilità Limitata (S.r.l.). La costituzione appare snella ed economica: il capitale sociale minimo richiesto è fissato a 1.000 euro, di cui soltanto un quarto (250 euro) dev’essere versato al momento della registrazione iniziale, mentre il saldo può essere completato nell’arco dei dodici mesi successivi.

In termini di prelievo sui redditi d’impresa, il sistema lituano articola la tassazione su diversi scaglioni a seconda della dimensione aziendale e dell’anzianità di costituzione:

  • aliquota ordinaria. La tassazione standard sui profitti aziendali è impostata al 17%, un livello ampiamente inferiore rispetto alla media delle nazioni dell’Europa occidentale;
  • regime per le piccole imprese. Le realtà con un fatturato annuo non superiore alla soglia dei 300.000 euro beneficeranno di un’aliquota ridotta al 7%. Per accedere a questo canale agevolato, l’entità non deve però essere parte o filiale controllata di un gruppo societario più ampio;
  • esenzione per le startup. Le nuove micro-attività di piccola dimensione che rispettano i medesimi limiti dimensionali godono di un’aliquota azzerata allo 0% per i primi due esercizi d’imposta, prima di passare al regime agevolato ordinario;
  • Zone Economiche Franche (ZEF). Nei distretti industriali e logistici ad hoc (come Klaipėda o Kaunas), la legislazione prevede l’esenzione totale dalle imposte sui redditi per dieci anni, seguita da uno sconto del 50% per i successivi sei. Tali benefici richiedono però investimenti strutturati in conto capitale (pari ad almeno un milione di euro o 100.000 euro abbinati a requisiti occupazionali minimi di 20 dipendenti).

Sul fronte dell’Imposta sul Valore Aggiunto, l’aliquota ordinaria standard si attesta al 21%, con una soglia di registrazione Iva obbligatoria stabilita al superamento dei 45.000 euro di ricavi annui.

Il nodo dell’esterovestizione: dove risiede davvero il cervello aziendale?

L’errore più comune commesso da chi decide di costituire una società in Lituania consiste nel credere che la semplice iscrizione al registro delle imprese di Vilnius basti ad affrancare i profitti dal prelievo fiscale italiano.

Secondo l’articolo 73 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir), un’entità giuridica estera viene presunta fiscalmente residente in Italia qualora si verifichi anche una sola delle seguenti condizioni per la maggior parte del periodo d’imposta:

  • la sede legale si trova in Italia;
  • la sede dell’amministrazione effettiva si trova in Italia;
  • l’oggetto principale dell’attività viene esercitato nel territorio dello Stato.

Se un imprenditore italiano apre una UAB senza creare una vera struttura operativa in territorio lituano – ossia senza uffici reali, dipendenti in loco o un organo amministrativo autonomo che prenda decisioni strategiche sul posto – l’Agenzia delle Entrate qualificherà l’operazione come esterovestizione. In caso di contestazione, il Fisco riqualificherà la società come residente in Italia, ricalcolando tutte le imposte dovute (Ires e Irap) secondo le aliquote nazionali, oltre ad applicare sanzioni amministrative e potenziale rilevanza penale per omessa dichiarazione.

Per far sì che l’architettura societaria regga ad un eventuale controllo, è indispensabile dimostrare la cosiddetta sostanza economica (substance): la UAB deve possedere locali reali, contratti operativi stipulati in loco e una governance indipendente sul suolo lituano.

Attenzione alla trappola della normativa CFC (Controlled Foreign Companies)

Anche laddove la società sia dotata di reale operatività locale, esiste un secondo ostacolo normativo spesso sottovalutato: la disciplina sulle società estere controllate (CFC), regolata dall’articolo 167 del Tuir.

La normativa antiriciclaggio ed elusione fiscale italiana prevede che, se un residente in Italia detiene il controllo di un’impresa estera e questa rispetta contemporaneamente due requisiti, scatti la tassazione per trasparenza:

  • livello di tassazione effettiva. L’imposta assolta all’estero risulta inferiore alla soglia del 15%;
  • prevalenza di redditi passivi. Oltre un terzo dei proventi complessivi deriva da categorie quali dividendi, royalties, plusvalenze finanziarie o prestazioni di servizi infragruppo a basso valore aggiunto.

Questo genera un paradosso fondamentale: le aliquote più basse offerte dal Fisco lituano (lo 0% per le startup nei primi due anni o il 7% per le piccole imprese), che rappresentano l’elemento di maggior attrazione commerciale, collocano la società al di sotto della soglia del 15% di tassazione effettiva. Di conseguenza, se la UAB produce proventi rientranti tra i redditi passivi, i profitti maturati a Vilnius verranno imputati direttamente al socio residente in Italia e tassati secondo le aliquote Irpef personali, a prescindere dal fatto che tali utili vengano poi effettivamente distribuiti o reinvestiti all’estero.

Tassazione dei dividendi e adempimenti per il socio in Italia

Quando la società in Lituania produce utili e decide di distribuirli al proprio socio persona fisica residente in Italia, la gestione del flusso finanziario segue quanto stabilito dalla Convenzione bilaterale contro le doppie imposizioni siglata tra i due Paesi (Legge n. 31/1999).

Il meccanismo di prelievo si articola su due livelli distinti.

Trattenuta alla fonte in Lituania

L’articolo 10 della Convenzione prevede che lo Stato d’origine possa applicare una ritenuta sui dividendi in uscita. Per i soci persone fisiche, la trattenuta massima consentita è pari al 15% dell’importo lordo. Qualora il socio fosse invece una società di capitali italiana detentrice di almeno il 10% delle quote, la ritenuta convenzionale si ridurrebbe al 5%.

Imposizione sostitutiva in Italia

In Italia, la persona fisica percipiente è soggetta al principio della tassazione su scala mondiale (worldwide taxation). I dividendi esteri sono assoggettati a un’imposta sostitutiva del 26%.

La modalità di calcolo varia in funzione dell’incasso:

  • se il dividendo viene incassato tramite una banca o un istituto di pagamento residente, il prelievo del 26% si applica sul cosiddetto netto frontiera (ossia la somma al netto del 15% già trattenuto dal Fisco lituano);
  • se i fondi vengono accreditati direttamente su un conto estero, il contribuente dovrà liquidare il 26% in sede di dichiarazione dei redditi calcolandolo sull’ammontare lordo originale, senza poter recuperare la ritenuta estera qualora non si applichino specifici crediti d’imposta.

Obbligo di monitoraggio fiscale (Quadro RW)

Il possesso di quote di partecipazione in una società estera impone al residente italiano la compilazione del Quadro RW nella propria dichiarazione dei redditi annuale. L’omessa o incompleta indicazione delle partecipazioni detenute all’estero comporta sanzioni pecuniarie proporzionali al valore della quota non dichiarata.

Compensi amministratore e costi del lavoro

Un ulteriore aspetto riguarda la retribuzione di chi ricopre la carica di amministratore all’interno della UAB.

Voce di costo/prelievo Gestione in Lituania Impatto per il residente italiano
Contributi datoriali (Sodra) 1,77% sulla retribuzione lorda (contratti a tempo indeterminato) Ridotto costo del lavoro per l’azienda lituana
Contributi dipendente/amministratore 19,5% trattenuto alla fonte (previdenza e sanità) Trattenuta diretta sulla busta paga lituana
Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche Aliquota progressiva locale tra il 20% e il 32% Tassazione Irpef in Italia con credito d’imposta ex art. 165 TUIR

Se l’amministratore residente in Italia percepisce un compenso dalla UAB, tali somme devono essere incluse nella dichiarazione dei redditi italiana sotto la voce dei redditi assimilati a lavoro dipendente. Per evitare la doppia imposizione integrale, il contribuente potrà scomputare dall’Irpef italiana le imposte già pagate a titolo definitivo in Lituania tramite il meccanismo del credito d’imposta.

Pensioni, la simulazione con i nuovi coefficienti: perdite fino a 35.000 euro

23 October 2026 at 07:59

Due giorni fa il Ministero del Lavoro e il Mef hanno aggiornato i coefficienti di trasformazione per il biennio che va dal 2027 al 2028.

Secondo le simulazioni elaborate dall’Osservatorio Previdenza della Cgil, a parità di età anagrafica e di capitale accumulato, i lavoratori che accederanno al riposo dal 1° gennaio 2027 subiranno riduzioni degli assegni che possono tradursi in perdite complessive fino a oltre 35.000 euro nell’arco dell’intero pensionamento.

Come cambiano i coefficienti dal 2027

Nel sistema contributivo, l’importo della pensione non si calcola sull’ultimo stipendio ma sulla somma totale delle cifre versate durante la carriera (il cosiddetto montante contributivo). Per trasformare questo capitale in una rata mensile, l’Inps lo multiplies per un coefficiente percentuale che cresce con l’età di uscita. Poiché i dati demografici mostrano un aumento della longevità, le tabelle vengono ricalcolate ogni due anni al ribasso, spalmando lo stesso tesoretto su un periodo di vita stimato più lungo.

Per esempio, chi è andato in pensione di vecchiaia a 67 anni nel 2026 aveva una percentuale di trasformazione al 5,608%, che scenderà al 5,514% dal prossimo anno. Questo aggiornamento comporta, a pari anzianità contributiva, una contrazione immediata dell’assegno pari all’1,68% rispetto al 2026. Se si allarga il confronto ai coefficienti del 2024, si nota una curva discendente del 3,65% a 67 anni che supera il 4% per uscite a 71 anni.

Cosa indicano i numeri delle simulazioni

Per leggere correttamente i numeri elaborati dal sindacato, è importante chiarire cosa rappresentano le fasce di importo analizzate:

  • i valori nella prima colonna non rappresentano l’ultimo stipendio percepito, ma la pensione mensile lorda che si sarebbe ottenuta a 67 anni con i parametri del 2024;
  • per raggiungere una pensione contributiva da 1.000 euro mensili serve un montante accantonato di circa 230.000 euro, che corrisponde mediamente a una Ral di circa 20.000-22.000 euro mantenuta per 35-40 anni di carriera continuativa;
  • si devono differenziare gli uomini dalle donne, a parità di coefficiente moltiplicatore, perché gli indici demografici danno alle ultime un’aspettativa di vita più lunga, dunque una perdita accumulata maggiore.

Quanto si perde da 1.000 a 4.000 euro al mese

Le simulazioni della Cgil mettono a confronto gli importi teorici maturati a 67 anni sulla quota contributiva della pensione. L’impatto economico cresce in valore assoluto all’aumentare della retribuzione pensionabile, incidendo in misura rilevante anche sui redditi medi e bassi:

Assegno mensile teorico nel 2024 Nuovo assegno mensile lordo nel 2027 Perdita mensile lorda Perdita annuale lorda Mancato incasso totale stimato (uomini) Mancato incasso totale stimato (donne)
1.000 euro 963,48 euro -36,50 euro -475 euro -6.923 euro -8.822 euro
1.500 euro 1.445,00 euro -55,00 euro -712 euro -10.385 euro -13.234 euro
2.000 euro 1.926,96 euro -73,04 euro -950 euro -13.846 euro -17.645 euro
3.000 euro 2.890,44 euro -109,56 euro -1.424 euro -20.769 euro -26.467 euro
4.000 euro 3.854,00 euro -146,00 euro -1.898 euro -27.694 euro -35.290 euro

Chi viene colpito dai nuovi coefficienti e le regole di calcolo

Il ricalcolo delle tabelle riguarda esclusivamente chi accederà al pensionamento a partire dal 1° gennaio 2027. Le pensioni già in corso di erogazione non subiranno alcuna modifica. L’incidenza sui trattamenti futuri varia in base al sistema di calcolo applicato dall’Inps:

  • per chi ha iniziato a versare dal 1° gennaio 1996, col sistema interamente contributivo, la revisione al ribasso si applica all’intero importo della prestazione;
  • per chi possiede anzianità contributiva antecedente al 1996, la contrazione interessa unicamente la quota di pensione calcolata con il metodo contributivo;
  • chi sceglie di rimanere nei ranghi aziendali, oltre la scadenza, può compensare in parte il calo accumulando ulteriore montante e beneficiando di un coefficiente legato a un’età anagrafica più avanzata.

L’aumento dell’età di vecchiaia dal 2027

Agli effetti penalizzanti sui coefficienti si somma lo scatto delle soglie anagrafiche. Dal 2027 il requisito ordinario per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e 1 mese (per poi attestarsi a 67 anni e 3 mesi nel 2028), mentre per la prestazione anticipata contributiva occorreranno 64 anni e 1 mese.

Come confermato dalle simulazioni dei sindacati, l’obbligo di lavorare un mese in più apporta un beneficio contributivo marginale sul capitale complessivo, insufficiente a neutralizzare la contrazione percentuale applicata dalle nuove tabelle di trasformazione.

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