I droni e la sfida industriale che l’Italia deve vincere
L’Italia ha una lunga tradizione di eccellenza tecnologica e una difficoltà altrettanto consolidata nel trasformarla in capacità industriale diffusa. È una contraddizione che attraversa buona parte della nostra storia economica recente e che oggi rischia di ripresentarsi in uno dei settori destinati a incidere maggiormente sulla competitività europea: quello dei sistemi autonomi e a pilotaggio remoto.
Per molto tempo abbiamo considerato i droni soprattutto come espressione di un progresso aeronautico altamente specializzato, oppure attraverso la lente delle loro applicazioni militari. Entrambe le prospettive rimangono importanti, ma restituiscono soltanto una parte del cambiamento in corso. La questione industriale più interessante riguarda ciò che accade quando queste tecnologie escono dai contesti specialistici ed entrano nell’organizzazione ordinaria delle attività economiche, modificando il modo in cui le imprese raccolgono informazioni, controllano infrastrutture, gestiscono risorse e offrono servizi.
Non è difficile immaginare le applicazioni; un’impresa agricola può utilizzare sistemi aerei per migliorare la conoscenza dei terreni e l’impiego delle risorse; un operatore infrastrutturale può effettuare ispezioni più frequenti, riducendo tempi e rischi; le amministrazioni locali possono disporre di strumenti più efficaci per il monitoraggio ambientale e la prevenzione delle emergenze. Più difficile è costruire le condizioni economiche, professionali e regolatorie perché queste possibilità diventino pratiche consolidate, accessibili anche a chi non dispone delle risorse di un grande gruppo industriale.
È qui che emerge una peculiarità italiana. La forza del nostro sistema produttivo risiede in larga misura nella sua articolazione territoriale, nella specializzazione delle piccole e medie imprese e nella capacità di sviluppare competenze lungo filiere complesse. Ma quelle stesse caratteristiche possono diventare un limite quando l’adozione di nuove tecnologie richiede investimenti iniziali, personale qualificato e una conoscenza approfondita della regolazione. L’innovazione rischia allora di concentrarsi in pochi operatori, mentre una parte consistente dell’economia continua a osservarla dall’esterno.
Per chi, come me, opera nel settore dei droni, questo è il problema industriale da affrontare. Non basta sostenere la ricerca o promuovere nuove applicazioni: siamo arrivati al punto di evoluzione, e consapevolezza nel settore, in cui occorre creare un collegamento stabile tra chi sviluppa le tecnologie, chi possiede le competenze per utilizzarle e chi potrebbe trarne un vantaggio economico.
Il protocollo d’intesa sottoscritto dal Polo Nazionale Droni, che presiedo, con DAST-Confesercenti nasce da questa convinzione. L’incontro tra una realtà impegnata nel coordinamento strategico del settore, con competenze che spaziano dall’aerospazio ai sistemi subacquei e alla difesa, e una struttura radicata nella rappresentanza economica territoriale risponde a un’esigenza che considero fondamentale: evitare che l’evoluzione tecnologica proceda separatamente dalle condizioni concrete nelle quali operano le imprese.
La collaborazione prevede percorsi di qualificazione professionale, un registro volontario per valorizzare le competenze dei piloti UAS, un osservatorio permanente sull’evoluzione del mercato italiano ed europeo e un raccordo istituzionale e territoriale capace di avvicinare le imprese alle opportunità del settore. Sono strumenti diversi, ma accomunati dalla necessità di dare maggiore continuità a un mercato nel quale l’offerta tecnologica si sviluppa spesso più rapidamente delle competenze organizzative necessarie per utilizzarla.
La formazione, in particolare, merita una considerazione meno convenzionale di quella che generalmente le viene riservata nel dibattito sull’innovazione. Nel settore aeronautico la competenza non è soltanto una risorsa produttiva: è parte delle condizioni che rendono possibile operare in sicurezza. Qualificare gli operatori, rendere riconoscibili le professionalità e favorire standard elevati significa contribuire alla credibilità economica dell’intera filiera. Un registro volontario non sostituisce naturalmente le abilitazioni previste dalla normativa, ma può concorrere a rendere più trasparente un mercato professionale ancora in evoluzione.
Da qui, il problema della regolazione è altrettanto importante. Il settore dei sistemi a pilotaggio remoto si sviluppa in uno spazio nel quale l’iniziativa privata incontra responsabilità pubbliche particolarmente delicate. La sicurezza dello spazio aereo, la protezione delle persone, l’affidabilità delle operazioni e la gestione dei dati richiedono regole rigorose. Eppure, quando il quadro applicativo risulta difficile da interpretare, sono soprattutto gli operatori di minori dimensioni a sopportarne i costi. Un’interlocuzione costante con ENAC e con i ministeri competenti può contribuire a ridurre questa distanza, senza indebolire le garanzie che rendono possibile lo sviluppo del settore.
Sarebbe tuttavia riduttivo considerare tutto questo una questione esclusivamente nazionale. L’esperienza delle crisi internazionali degli ultimi anni ha riportato i sistemi senza equipaggio al centro del dibattito sulla sicurezza, mostrando quanto rapidamente possano evolvere tecnologie utilizzabili tanto in ambito civile quanto militare. Per l’Europa, la capacità di sviluppare e mantenere competenze autonome in questo campo assume un rilievo che supera il valore commerciale delle singole applicazioni.
La sicurezza economica non si misura soltanto attraverso il controllo delle materie prime o la disponibilità di capacità manifatturiere, ma dipende anche (e sempre di più) dalla possibilità di governare tecnologie, dati e servizi dai quali settori sempre più ampi dell’economia finiranno per dipendere. Nel caso dei droni, questo significa guardare oltre la piattaforma aerea e considerare l’intera filiera: sensoristica, software, comunicazioni, manutenzione, trattamento delle informazioni e competenze operative.
L’Italia ha le risorse industriali per partecipare a questa trasformazione, ma la qualità delle singole eccellenze non garantisce, di per sé, la solidità del sistema. Una filiera diventa strategica quando le competenze riescono a circolare, quando le imprese possono collaborare e quando la ricerca trova un mercato capace di assorbirne i risultati. Anche per questo considero importante la creazione di un osservatorio permanente, che consenta di leggere l’evoluzione della domanda e degli standard aeronautici, orientando la formazione e le iniziative territoriali sulla base delle necessità effettive del mercato.
C’è infine una dimensione di questa iniziativa alla quale tengo particolarmente. Il protocollo nasce dall’incontro tra due organizzazioni guidate da donne, in un comparto nel quale la leadership femminile è ancora lontana dall’essere ordinaria. Non credo certamente che il valore di questa circostanza debba essere ricercato in una presunta differenza tra modelli di gestione maschili e femminili: il punto è piuttosto la necessità di ampliare la partecipazione ai luoghi nei quali si prendono decisioni tecnologiche e industriali. Un settore che aspira a innovare l’economia deve essere capace di innovare anche i propri meccanismi di selezione e valorizzazione del capitale umano.
Naturalmente, nessun protocollo può sostituire il lavoro necessario per costruire una filiera competitiva. La sua utilità andrà giudicata dalla capacità di produrre competenze riconosciute, coinvolgere imprese, facilitare l’accesso alle tecnologie e consolidare relazioni efficaci con le istituzioni.
La posta in gioco, però, è più ampia del futuro di un singolo comparto. L’Italia deve decidere se continuare a considerare le tecnologie avanzate come patrimoni di eccellenza concentrati in pochi settori oppure farne una componente ordinaria della propria competitività. Nel caso dei droni, la differenza si misurerà meno nel numero di velivoli che saremo capaci di produrre o utilizzare che nella qualità dell’ecosistema industriale e professionale che sapremo costruire intorno a essi.
È su questo terreno che si giocherà una parte della nostra autonomia tecnologica. E, soprattutto, della nostra capacità di trasformare l’innovazione in crescita economica duratura.