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Netanyahu ed Eisenkot, la possibile intesa anti-estremismi per stabilizzare la regione

31 October 2026 at 08:19

Ancora una volta Israele si trova davanti a uno stallo istituzionale. Il verdetto delle urne restituisce una Knesset profondamente frammentata, nella quale nessuno dei due principali schieramenti dispone dei numeri necessari per governare autonomamente. Il blocco guidato da Benjamin Netanyahu si ferma a 53 seggi, nonostante la tenuta del Likud, che ne conquista 27, mentre il fronte alternativo guidato da Gadi Eisenkot si attesta a quota 48. A rendere ancora più complesso il quadro contribuiscono i 19 seggi dei partiti arabi.

Con la maggioranza assoluta fissata a 61 seggi, la formazione di un governo appare particolarmente difficile. Si apre così una stagione di trattative e possibili combinazioni parlamentari, con il rischio concreto di soluzioni fragili e politicamente poco sostenibili. Un governo dipendente dal sostegno determinante di forze radicalmente contrapposte potrebbe infatti trasformarsi in un esecutivo costantemente esposto ai ricatti dei propri alleati.

In questo scenario prende corpo una possibilità politicamente rilevante: una grande coalizione tra Netanyahu ed Eisenkot, sostenuta da una parte significativa delle forze parlamentari israeliane e potenzialmente anche dall’amministrazione americana.

Non si tratterebbe soltanto di un accordo per superare l’impasse numerica. Una simile intesa potrebbe rispondere a due esigenze politiche differenti, ma potenzialmente convergenti.

Per Netanyahu, la permanenza al governo rappresenterebbe innanzitutto una garanzia di continuità politica in una fase particolarmente delicata. Il premier deve infatti fare i conti con i procedimenti giudiziari che lo coinvolgono, relativi alle accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia. La prospettiva di lasciare la guida del governo mentre il processo è ancora in corso comporterebbe un cambiamento significativo della sua posizione politica e istituzionale.

È quindi ragionevole ipotizzare che Netanyahu abbia un interesse anche personale a conservare un ruolo centrale nell’esecutivo e a negoziare una transizione che non lo estrometta immediatamente dalla scena politica. La partecipazione a un governo di unità nazionale potrebbe offrirgli tempo, continuità e una diversa cornice politica nella quale affrontare la propria situazione giudiziaria.

Per Eisenkot, invece, l’obiettivo potrebbe essere differente. Una grande coalizione gli consentirebbe di entrare nell’area di governo, ridimensionare il peso delle componenti più radicali della maggioranza e soprattutto preparare una successiva assunzione della guida dell’esecutivo. Il punto decisivo sarebbe infatti l’esclusione di Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir dalla nuova maggioranza.

La loro uscita dal governo modificherebbe sensibilmente gli equilibri politici israeliani. Le componenti più intransigenti della destra perderebbero la possibilità di condizionare direttamente le decisioni strategiche del Paese, soprattutto sulle questioni di sicurezza, sui rapporti con i palestinesi e sulla gestione dei territori. Allo stesso tempo, la nuova maggioranza potrebbe evitare di dipendere dai partiti arabi, che con i loro 19 seggi rappresentano un altro elemento determinante nella composizione parlamentare.

Il risultato sarebbe una ricomposizione del quadro istituzionale attorno a un asse più ampio, con l’obiettivo di ridurre il peso delle ali più radicali e restituire maggiore autonomia decisionale al governo.

La formula potrebbe prevedere una staffetta alla guida dell’esecutivo. Netanyahu assumerebbe la responsabilità della prima fase, garantendo la continuità istituzionale e gestendo le emergenze nazionali e regionali. Successivamente, secondo tempi e condizioni definiti preventivamente, lascerebbe la guida del governo a Eisenkot.

Questa alternanza consentirebbe a Netanyahu di non essere immediatamente estromesso dalla vita politica, mentre Eisenkot potrebbe ottenere una prospettiva concreta di leadership, evitando di consegnare la formazione del governo a maggioranze condizionate dai partiti arabi o da altre forze politicamente incompatibili con il proprio programma.

La staffetta, naturalmente, dovrebbe essere accompagnata da garanzie precise: una scadenza vincolante, un calendario di transizione, un accordo sui principali dossier strategici e meccanismi capaci di impedire che si ripeta quanto accaduto in precedenti esperienze di governo condiviso con Netanyahu.

Un’intesa del genere avrebbe inoltre una dimensione internazionale tutt’altro che secondaria. Washington potrebbe guardare con interesse a un governo israeliano più ampio, capace di ridurre il peso di Ben-Gvir e Smotrich e di favorire una maggiore coerenza nella politica mediorientale. L’amministrazione Trump ha già mostrato interesse per una soluzione di unità nazionale e per un ridimensionamento delle componenti più radicali dell’attuale maggioranza, anche in funzione degli obiettivi diplomatici americani nella regione.

Per gli Stati Uniti, infatti, un governo israeliano meno dipendente dalle forze più intransigenti potrebbe facilitare il dialogo con i Paesi arabi e creare condizioni politiche più favorevoli alla stabilizzazione regionale.

Resta, naturalmente, un ostacolo considerevole: Eisenkot ha pubblicamente escluso, durante la campagna elettorale, la possibilità di governare con Netanyahu, anche attraverso un accordo di rotazione. Un’eventuale apertura richiederebbe dunque un ripensamento politico profondo e garanzie particolarmente solide. Anche per Netanyahu non sarebbe semplice rinunciare ai propri alleati storici, soprattutto dopo aver costruito su di loro la propria maggioranza.

Ma proprio la difficoltà dello scenario impone di considerare la questione nella sua dimensione più ampia. Il problema non riguarda soltanto chi occuperà la poltrona di primo ministro, ma quale assetto politico Israele intenda darsi per affrontare una fase decisiva della propria storia.

La convergenza tra Netanyahu ed Eisenkot potrebbe dunque configurarsi come uno scambio politico di portata istituzionale: al primo una permanenza iniziale al vertice del governo, al secondo la possibilità di ridimensionare le forze più radicali e preparare la propria successione. Sullo sfondo, l’interesse americano a favorire un esecutivo israeliano più prevedibile e capace di contribuire alla stabilizzazione del Medio Oriente.

Non sarebbe, chiaramente, una soluzione priva di contraddizioni, né tantomeno un’intesa già acquisita. È però uno scenario che merita attenzione, perché mette in relazione quattro diverse esigenze: la continuità politica di Netanyahu, l’ambizione di leadership di Eisenkot, l’interesse strategico di Washington a contenere le tensioni regionali e l’obiettivo di isolare le componenti arabe e radicali.

Conflitto politico e scontro giudiziario. La lezione brasiliana

28 October 2026 at 12:18

Guardare all’America Latina con la leggerezza del tifo calcistico è una tentazione ricorrente nel dibattito europeo. Da una parte, i sostenitori del progressista Lula; dall’altra, i fautori del sovranismo bolsonarista. In Europa si finisce spesso per tifare per l’uno o per l’altro schieramento, dimenticando che, al di là delle simpatie ideologiche, la realtà istituzionale brasiliana è attraversata da forti tensioni e profonde contraddizioni.

Il punto non è stabilire a priori chi abbia ragione, ma interrogarsi su una dinamica che segna da tempo la politica brasiliana: il progressivo intreccio tra conflitto politico e scontro giudiziario, nel quale l’avversario rischia di essere delegittimato non soltanto alle urne, ma anche attraverso procedimenti penali. È una dinamica che viene da lontano. Basti pensare al caso di Sérgio Moro, il giudice che condannò Lula nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato e che, dopo la vittoria elettorale di Jair Bolsonaro, fu nominato ministro della Giustizia. Successivamente, il Supremo Tribunal Federal, la Corte suprema brasiliana, annullò le condanne di Lula per ragioni di competenza e riconobbe la parzialità di Moro nel procedimento relativo al triplex di Guarujá. Una vicenda che ha lasciato un segno profondo sulla credibilità delle istituzioni giudiziarie e sul rapporto tra giustizia e politica.

Il ritorno di Lula alla presidenza non ha posto fine a queste tensioni. Al contrario, le indagini e i procedimenti che hanno coinvolto Jair Bolsonaro, i suoi alleati e alcuni membri della sua famiglia hanno alimentato accuse di persecuzione politica, contrapposte alla tesi secondo cui la magistratura starebbe semplicemente facendo rispettare la legge. Il caso di Eduardo Bolsonaro è emblematico. Nel giugno 2026, l’ex deputato è stato condannato a quattro anni e due mesi di reclusione per coazione nell’ambito di un procedimento giudiziario; nell’ottobre successivo, nei suoi confronti è stato emesso un mandato di arresto. Eduardo si trova negli Stati Uniti, dove, secondo le notizie circolate nelle ultime ore, si sarebbe recato anche il fratello Flávio, sconfitto da Lula al ballottaggio presidenziale. La sua partenza si inserisce in un contesto di forte tensione politica e giudiziaria, mentre restano aperti interrogativi sulla sua posizione legale in Brasile.

È uno schema che sembra ripetersi, mettendo in luce la fragilità degli equilibri istituzionali brasiliani. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre ogni procedimento giudiziario a una persecuzione politica, così come sarebbe ingenuo ignorare il rischio che la giustizia diventi parte integrante del conflitto tra schieramenti. La questione centrale è proprio questa: come distinguere l’applicazione imparziale della legge dall’eventuale uso strumentale degli strumenti giudiziari?

La lezione riguarda anche l’Italia e l’Europa. Occorre liberare il dibattito pubblico dalle lenti ideologiche e smettere di presentare i leader sudamericani ora come campioni della democrazia, ora come nemici delle libertà, a seconda delle convenienze del momento. Nessun abuso di potere diventa accettabile soltanto perché colpisce l’avversario politico di turno. Giustificare, minimizzare o addirittura esaltare una violazione delle garanzie oggi significa contribuire a creare un precedente che domani potrebbe ritorcersi contro chiunque. Anche in Europa.

Il Brasile dovrebbe dunque rappresentare un monito per le democrazie europee: non un modello da condannare o celebrare in blocco sulla base delle proprie appartenenze ideologiche, ma un caso da osservare e studiare con attenzione, senza pregiudizi e senza indulgenze.

Salvini resta, ma la Lega cambia rotta. Quali conseguenze per il centrodestra

26 October 2026 at 09:29

I lavori del congresso straordinario della Lega, svoltosi nelle scorse ore all’Allianz MiCo di Milano, si sono conclusi con l’esito atteso alla vigilia: Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale, superando lo sfidante Massimiliano Garavaglia. La lettura dei numeri, tuttavia, offre spunti di riflessione che vanno oltre la conferma della leadership: Salvini ha ottenuto 465 voti, pari a circa il 76% del totale, contro i 146 raccolti da Garavaglia, che si è attestato intorno al 24%.

Se da un lato la maggioranza dei delegati, provenienti da tutto il territorio nazionale, ha consentito al segretario uscente di mantenere saldamente la guida del Carroccio, dall’altro l’emergere di una componente critica organizzata segna un elemento di discontinuità nella storia recente della Lega. Circa un quarto dei delegati ha espresso apertamente il proprio dissenso, con una concentrazione significativa soprattutto nelle roccaforti storiche del Nord, in particolare in Lombardia, Veneto e Trentino. Le prese di posizione provenienti dai territori settentrionali, tra cui spiccano quelle del capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, restituiscono l’immagine di un malcontento profondo. Una parte della base e degli amministratori locali chiede infatti un netto cambio di passo: meno spazio alle posizioni più radicali della destra nazionale e maggiore attenzione alle istanze tradizionali dell’elettorato settentrionale.

Un segnale della necessità di ricucire lo strappo con il proprio bacino elettorale originario è arrivato anche sul piano simbolico, con la presentazione del nuovo logo “Lega Italia Federale”. Se la rimozione della dicitura “Salvini Premier” risponde a un vincolo formale legato alla nuova legge elettorale, il richiamo al federalismo assume anche un significato politico: rassicurare la componente nordista, sempre più insofferente nei confronti della linea dell’attuale segreteria, e ribadire la centralità della causa federalista e delle autonomie territoriali.

Si delinea così all’orizzonte un possibile paradosso politico: la Lega non cambia segretario, ma potrebbe essere costretta a rivedere profondamente la propria strategia e il proprio raggio d’azione. La riconferma di Salvini non equivale necessariamente a una ratifica della linea seguita finora. Potrebbe, al contrario, affidargli il compito di guidare un riposizionamento verso le origini del movimento. Recuperare l’identità autonomista e rinsaldare il rapporto con gli amministratori locali del Nord diventa quindi una condizione importante per preservare il consenso e ricomporre la frattura con la componente settentrionale del partito.

Una rifocalizzazione sul Nord comporterebbe una trasformazione significativa per la Lega: il progressivo ridimensionamento dell’ambizione di rappresentare in modo uniforme l’intero Paese, con possibili conseguenze sulla presenza del Carroccio nel Mezzogiorno. Una simile ritirata strategica verso le regioni settentrionali avrebbe ripercussioni anche sugli equilibri dell’intera coalizione di governo. Se la Lega concentrasse risorse ed energie sul recupero delle proprie roccaforti storiche, potrebbe infatti aprirsi uno spazio politico nelle regioni meridionali, dove il partito, a onor del vero, non è mai riuscito negli ultimi anni a consolidare un radicamento paragonabile a quello costruito al Nord.

Qualora questo riposizionamento prendesse realmente forma, il centrodestra sarebbe chiamato a riconsiderare la propria organizzazione territoriale. L’esigenza di rafforzare la presenza nel Mezzogiorno potrebbe spingere Giorgia Meloni a valutare un’architettura più articolata della coalizione, capace di coinvolgere forze civiche e realtà territoriali meridionali. Per alcuni aspetti, il riferimento potrebbe essere la geografia politica del 1994, quando il centrodestra si strutturava attraverso alleanze differenziate tra Nord e Sud, adattando la propria offerta politica ai diversi contesti territoriali.

In questo scenario potrebbe acquisire maggiore rilevanza Sud chiama Nord, il movimento guidato da Cateno De Luca, impegnato ad ampliare la propria presenza oltre la Sicilia e a consolidare il proprio ruolo nel Mezzogiorno. La recente convergenza con il centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche potrebbe rappresentare un passaggio importante nella ridefinizione degli equilibri della coalizione al Sud. Resta da capire, naturalmente, se il movimento di De Luca riuscirà effettivamente a estendere la propria capacità di rappresentanza oltre il contesto siciliano.

Il congresso di Milano, dunque, potrebbe segnare non un punto d’arrivo, ma l’avvio di una nuova fase per il Carroccio e per l’intera coalizione di governo. Riconfermata la leadership, Salvini dovrà dimostrare di saper guidare un ritorno alle origini, cercando al contempo di non rinunciare alle ambizioni nazionali maturate negli ultimi anni. La tenuta elettorale della Lega, in ogni caso, potrebbe dipendere sempre più dalla capacità del partito di tornare a rappresentare gli interessi del Settentrione e di dare voce ai suoi territori.

Malcontento e minacce ibride, perché la crisi francese è un test per l’Europa

22 October 2026 at 15:00

La Francia attraversa una fase estremamente delicata, stretta tra il malcontento di una parte della società, la crescente sfiducia nelle istituzioni e un esecutivo chiamato a confrontarsi con una crisi politica, economica e sociale di ampia portata. Tra proteste, mobilitazioni studentesche e tensioni nelle principali città del Paese, Emmanuel Macron deve fare i conti con un quadro sempre più complesso, mentre la tenuta delle istituzioni francesi è sottoposta a una pressione significativa. A questa dimensione interna se ne aggiunge un’altra, che Parigi non può permettersi di trascurare: il rischio che attori stranieri ostili sfruttino le fratture della società per alimentare instabilità e polarizzazione, indebolendo ulteriormente la fiducia nelle istituzioni.

È questo l’allarme che arriva dalla Francia e che riguarda da vicino l’intera Europa. Secondo quanto riportato da fonti francesi, le possibili attività di influenza e ingerenza sarebbero riconducibili a reti straniere di matrice russa, algerina e iraniana. Un quadro che richiama l’attenzione sulla capacità delle democrazie europee di individuare e contrastare le minacce ibride, soprattutto quando queste si innestano su tensioni sociali già esistenti. La questione non è soltanto comprendere le ragioni del malcontento francese, ma anche verificare se e in quale misura eventuali attori esterni possano sfruttarlo per amplificare le divisioni e indebolire la fiducia nelle democrazie occidentali.

Di fronte a una crisi che richiede lucidità e tempestività, il confronto sulle misure necessarie a garantire la sicurezza si intreccia con una questione più ampia: la capacità dello Stato di riconoscere e affrontare le nuove forme di minaccia asimmetrica. Non si tratta di ricondurre ogni protesta a una regia esterna, né di sottovalutare le cause interne del malcontento. Si tratta, piuttosto, di evitare che la dimensione internazionale delle possibili operazioni di destabilizzazione venga esclusa dall’analisi prima ancora di essere verificata.

Il rischio è che le tensioni sociali, sommandosi a campagne di disinformazione e operazioni di influenza straniera, diventino un moltiplicatore di instabilità e uno strumento di pressione sulle istituzioni nazionali. La cosiddetta “guerra ibrida”, del resto, non richiede necessariamente un intervento diretto sul terreno: può agire attraverso la manipolazione del dibattito pubblico, la diffusione di narrazioni divisive e la delegittimazione delle autorità. In questo contesto, distinguere il dissenso autentico dalle eventuali operazioni di ingerenza ostile rappresenta una delle sfide centrali per la sicurezza democratica.

La sfida per la République non riguarda, dunque, soltanto il mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche la tutela della sovranità nazionale e della coesione sociale. Affrontare la crisi esclusivamente come una questione interna potrebbe significare trascurarne la possibile dimensione geopolitica. Al tempo stesso, attribuire alle reti straniere la responsabilità delle proteste in assenza di riscontri solidi rischierebbe di distogliere l’attenzione dalle cause politiche e sociali del malcontento, compromettendo la qualità dell’analisi.

È in questa prospettiva che la crisi francese assume una rilevanza europea. Eventuali attività di influenza riconducibili a reti straniere, qualora documentate, non riguarderebbero soltanto Parigi, ma chiamerebbero in causa la sicurezza e la resilienza democratica dell’intera Unione. La questione investe la capacità degli Stati membri di proteggere le proprie istituzioni, salvaguardare lo spazio informativo e impedire che le vulnerabilità interne di un singolo Paese diventino strumenti di pressione nelle mani di attori esterni.

L’allarme relativo alle possibili ingerenze di reti russe, algerine e iraniane merita pertanto attenzione e una risposta coordinata da parte delle democrazie europee. Occorrono una maggiore cooperazione d’intelligence, strumenti più efficaci per contrastare la disinformazione e una strategia comune per individuare e affrontare le possibili interferenze straniere.

La crisi francese, in definitiva, non riguarda soltanto la leadership di Emmanuel Macron o la stabilità dell’esecutivo transalpino. È, soprattutto, un banco di prova per l’intera Europa. Ignorare il rischio di ingerenze esterne sarebbe un errore grave; considerarle dimostrate senza riscontri concreti lo sarebbe altrettanto. Tra questi due estremi si colloca la responsabilità strategica delle democrazie europee: riconoscere le minacce, verificarne le origini e contrastarle attraverso una risposta comune, prima che le fragilità di un singolo Paese possano ripercuotersi sulla sicurezza dell’intero continente.

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