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Dal disagio al ribellismo, cosa agita le democrazie europee secondo il prof. Corbino

24 October 2026 at 10:21

La fiammata di ribellismo che sta mettendo a soqquadro mezza Europa ha ragioni certamente diverse, complesse e in parte anche radicate. Non sono riducibili a un’unica causa. Ma sarebbe pericoloso sottovalutare il sostegno implicito che ciascuna riceve dalle altre o immaginare che si possa uscire in breve dalla crisi.

Si sommano disagio non affrontato, rancore per la discriminazione sociale che immigrati (di seconda e terza generazione) ritengono di subire, solidarietà istintiva (sostenuta da ragioni anche religiose) verso cause (la palestinese) sentite come prossime e considerate trascurate dai governi occidentali, ragioni specifiche contingenti ma pressanti, ora generiche e diffuse (come carovita e difficoltà economiche esasperate dalla crisi energetica), ora legate a condizioni più particolari (situazioni scolastiche vissute come penalizzanti) o dimenticate (questione-casa).

Alle quali tutte si aggiunge una ragione di bassa cucina politica. Il favore verso tutte le proteste – ancorché condannandone le violenze cui danno immancabilmente occasione – di coloro che intravedono la possibilità (molto concreta) che le nostre principali democrazie si ritrovino sotto governi “contro-corrente” (negli orientamenti di fondo) rispetto a quelli degli ultimi decenni. In Francia e Spagna si annunciano svolte elettorali non proprio banali. Altrove (come in Italia) si sono già avviate e se ne teme perciò il consolidamento.

In altri Paesi (Germania) non possono dirsi sicure, ma certamente non possono escludersi. In altri ancora (di minor peso politico generale) è accaduto (o sta accadendo) lo stesso.

Il tutto in un mondo sconvolto nei suoi tradizionali equilibri geo-politici, agitato da guerre tradizionali e ibride (delle quali anche queste proteste sono, in parte, un momento) e sollecitato da ambizioni (interne ed esterne all’Occidente) delle quali è difficile arginare gli straripamenti consentiti da tecnologie sempre più nel controllo di pochi.

Non credo che alcuno possa seriamente avere facili ricette salvifiche. Ma è certo anche che non potrà esserne ricercata alcuna (con l’approfondita riflessione che la situazione esige e con i conseguenti necessari tempi) senza muovere da due cose: il ripristino dell’importanza delle “forme” (che sole possono esserne il canale) e una ritrovata coscienza che le nostre società vanno giudicate “anche” per il (molto) di benessere e di progresso che hanno assicurato (e continuano ad assicurare).

Meriterebbero una difesa ferma e determinata. Non solo da chi le governa, ma anche da chi vi aspira. Sono il nostro vero “bene comune”.

Le nostre “democrazie” sono caratterizzate in tanto (sottolineo, in tanto) da squilibri e da malessere. Ma è grazie ad esse che il nostro mondo contemporaneo è incomparabilmente migliore di quello di ogni tempo precedente. Per i diritti di cui godiamo, per il contrasto che garantisce alle malattie e alla povertà (sì, alla povertà: quella che per noi è “assoluta”, altrove è ancora spesso un traguardo lontano). Prima di lasciarle “liquidare” dalle delusioni maturate (vere e non immaginarie) dovremmo provare a domandarci da dove viene il disagio che oggi dilaga. Scopriremo che viene da errori (com’è umano e come sempre è accaduto).

Ai quali non si rimedia negandoli o condannandoli. Ma sforzandosi di comprenderne le cause e di riorientare la realtà. E soprattutto accettandone costi e tempi.

Il dato di fondo su cui riflettere è “culturale”.

Da decenni, si è abbassata dovunque la soglia della tolleranza e della disponibilità ad accettare le “difficoltà” che ogni presente in rapida trasformazione comporta. Soprattutto quando, come nelle democrazie, esso sconvolge equilibri che interessano le contrastanti aspirazioni di milioni e milioni di attori, esposti a epocali, rapidi e universali cambiamenti.

Ne è nato un problema “politico” che, nell’Europa continentale, è stato reso più acuto da una pratica “democratica” che non vive (come nel mondo anglo-sassone, che non è comunque al riparo dalla questione) di assetti fatti di antica abitudine alle alternanze. Le nostre culture sono più frammentate e gli assetti delle nostre democrazie (anche nella semipresidenziale Francia, dove la cosa ha funzionato abbastanza però solo con De Gaulle, segno che il carisma non si inventa) sono stati disegnati in funzione di una complessità del “decidere” che ha sempre imposto stagioni politiche durevoli, concluse, non raramente, da svolte vissute come liberatorie (vedi quel che è accaduto da noi con Tangentopoli). Un costume dal quale siamo tuttora segnati.

Le elezioni sono divenute contendibili, ma continuano ad essere (rispettivamente) temute e vissute come foriere di “terremoti” da scongiurare/favorire. Il problema non sono, evidentemente, “solo” le forme. Benché esse vi concorrano certamente.

Forme “disegnate” per un tempo di decisioni conseguibili “lentamente” non possono funzionare allo stesso modo in un uno che ne reclama di “tempestive”. Ma è solo una semplificazione frettolosa (e infatti inefficace) delegarle per questo a un “leader”. Andrebbero piuttosto attentamente ripensate.

A dispetto di una vulgata di comodo, le nostre democrazie sono state fattualmente “liberali”. Aperte a una continua sperimentazione di “possibilità”, come suggerite dai contesti (mai immobili). Per un lungo tempo, nel quadro di assetti “politici” molto stabilizzati (come è stato nell’Italia della cd Prima Repubblica). Da alcuni decenni (per via del maggioritario e del cambiato quadro internazionale), di altri meno consolidati (e tuttavia non meno esposti).

Né i primi, né i secondi hanno mai impedito (se anche faticosamente) di correggere le devianze (e le concentrazioni di interesse) che “ogni” consolidamento di potere porta con sé. Le nostre democrazie non sono state immobili. Solo un cieco può non vedere (per restare a noi) cosa era la società italiana (in termini di pluralismo culturale, uguaglianza dei diritti, protezionale sociale) cinquant’anni addietro e cosa è oggi.

Perché allora tanto ribellismo?

Pesa – a mio sommesso modo di vedere – una visione della socialità che ha cessato (da decenni appunto) di essere vissuta come partecipe e “collaborativa”.

La condizione che subiamo è conseguenza di molte accelerazioni. Alcune ineludibili e incontrollabili (le straordinarie possibilità aperte dalle tecnologie). Altre dovute invece alla perduta coscienza che la storia sociale non cammina al ritmo di quella materiale. Ha bisogno di una “coesione” che si rinnovi continuamente. Si costruisce nell’esperienza. Nasce dal radicarsi di convinzioni “maturate” in questa e non “progettate” per guidarla.

Quando rimpiangiamo gli “statisti” degli anni Cinquanta e Sessanta, dovremmo ricordarci che essi poterono esserlo (come certamente furono) non solo per le loro qualità personali, ma anche per il contesto sociale che consentì loro di esserlo.

Tutti consideravano allora la “moderazione” politica, più che una virtù, una necessità. La condizione di ogni sviluppo “sostenibile”. Faceva comprendere (e accettare) che i nostri figli (non noi) avrebbero potuto avere di più. Avere abbandonato questo costume ha generato ciò che è sotto i nostri occhi. Ne è venuta presto una formazione (e una conseguente cultura) che da “umanistica” (critica, e perciò moderante) si è fatta “scientifica” (pretensiva).

La libertà è una condizione difficile. Resiste finché coniugata con il “limite”.

Superato (con la ricostruzione) il trauma della guerra, è stato tutto un fiorire di movimenti sempre più determinati ad ottenere che i loro obbiettivi divenissero “la” priorità. Il progresso ne è stata la “bandiera”, ma l’arroganza (troppo spesso) la loro ordinaria “voce”.

Le nostre società si sono spaccate. Da un lato, le tante “minoranze” attive. Dall’altro, una larga maggioranza di tiepidi o indifferenti. Le prime tumultuanti. La seconda in parte asserragliata nelle cittadelle della conservazione (talora anche al limite dell’ottusità), in parte (la prevalente) ritratta in un privato sempre più estremo (vedi l’esponenziale rapida crescita dell’astensionismo politico).

Da regime della “composizione” mediante, la democrazia ha cominciato ad essere percepita come quello della “prevalenza” prevaricatrice. Gradito alle minoranze rumorose, sospettato dalle maggioranze silenti, stordite dal clamore delle prime.

L’effetto? Lo spazio che sta conquistando chi invita non a contenere (come “non può non” essere) la “libertà”, ma a contenerla nel massimo (come “non deve” essere). Così demolendo la cultura “liberale”. E spingendo, allo stesso tempo, le maggioranze disorientate a farsi strumento delle torsioni autoritarie che affiorano nelle nostre democrazie.

È a queste derive che si dovrebbe reagire uniti.

Dalla tv alle piattaforme, come i broadcaster europei stanno costruendo il loro ecosistema digitale

24 October 2026 at 08:50

Mentre il dibattito pubblico continua spesso a contrapporre televisione tradizionale e streaming, il mercato europeo sta evolvendo in una direzione diversa. La vera trasformazione non consiste infatti nella sostituzione della televisione lineare da parte delle piattaforme OTT, ma nella nascita di un nuovo ecosistema digitale nel quale broadcaster, operatori pay, piattaforme streaming, pubblicità online e Connected Tv convergono progressivamente nello stesso ambiente competitivo. È questa una delle principali evidenze che emergono da Turning Digital 2026 – The Broadcaster’s Digital Ecosystem, il nuovo rapporto annuale di ITMedia Consulting.

Nel 2025 il mercato televisivo dell’Europa occidentale ha raggiunto i 80,4 miliardi di euro, in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente, confermando la solidità dell’industria audiovisiva europea nonostante il rallentamento economico e le tensioni geopolitiche internazionali. Dietro questa crescita si nasconde però una trasformazione molto più profonda. Le categorie che per decenni hanno definito il settore stanno progressivamente perdendo significato. Broadcaster, operatori pay TV, piattaforme streaming e servizi video digitali competono ormai per le stesse risorse: audience, dati, investimenti pubblicitari e attenzione degli utenti.

La risposta europea alle piattaforme globali

Per anni l’evoluzione del mercato audiovisivo è stata raccontata quasi esclusivamente come l’affermazione dei grandi operatori globali dello streaming. Questa lettura oggi appare incompleta. I broadcaster europei stanno infatti accelerando la costruzione di ecosistemi digitali propri attraverso piattaforme Bvod, canali Fast, distribuzione su Connected Tv e sistemi pubblicitari basati sui dati. Il risultato è un modello che combina la forza editoriale della televisione tradizionale con le logiche tipiche delle piattaforme digitali. La crescita dei servizi Bvod è particolarmente significativa. Nati come semplici piattaforme catch-up, sono progressivamente diventati veri hub digitali attraverso i quali i broadcaster costruiscono relazioni dirette con gli utenti, raccolgono dati, personalizzano l’offerta e sviluppano nuove forme di monetizzazione. Nel 2025 i ricavi pubblicitari generati dal Bvod hanno raggiunto circa 2,6 miliardi di euro in Europa, rappresentando ormai oltre il 10% delle entrate pubblicitarie dei broadcaster.

Accanto al Bvod cresce il fenomeno Fast, ovvero i canali gratuiti supportati dalla pubblicità. Pur rappresentando ancora un segmento relativamente limitato, nei cinque principali mercati europei hanno già superato i 360 milioni di euro di ricavi e stanno diventando uno strumento importante per valorizzare cataloghi esistenti e intercettare nuove audience.

La convergenza tra media, dati e pubblicità

La trasformazione non riguarda però soltanto i contenuti. La vera novità consiste nell’integrazione crescente tra produzione audiovisiva, distribuzione digitale, dati e pubblicità. La Connected TV sta diventando il luogo nel quale convergono televisione, streaming, advertising digitale e tecnologie di misurazione avanzata. Non è più semplicemente uno schermo, ma l’infrastruttura attraverso la quale si organizza il nuovo ecosistema audiovisivo.
Anche l’evoluzione del mercato pubblicitario racconta questa dinamica. Nel 2025 la raccolta televisiva tradizionale è diminuita dell’1,6%, mentre l’Avod ha continuato a crescere fino a rappresentare il 26% dei ricavi pubblicitari televisivi complessivi, contro appena il 9% del 2019. La pubblicità video sta quindi abbandonando progressivamente la distinzione tra televisione e digitale, per spostarsi verso ambienti convergenti nei quali convivono linear TV, Bvod, Avod, FAST e Connected TV.

Un tema industriale e strategico per l’Europa

Questa evoluzione assume un significato che va oltre il settore audiovisivo.
In un contesto segnato dalla crescente competizione digitale globale, la capacità dei broadcaster europei di costruire piattaforme proprietarie, rapporti diretti con gli utenti e nuovi modelli pubblicitari rappresenta anche una questione di autonomia industriale e tecnologica.
Il Regno Unito appare oggi il mercato più avanzato nello sviluppo di questi ecosistemi, ma anche Francia e Germania mantengono posizioni molto solide. L’Italia, pur restando uno dei Paesi nei quali la televisione conserva il peso più elevato nel mercato pubblicitario, è chiamata ad accelerare la transizione verso modelli sempre più integrati e data-driven.

Oltre la contrapposizione tra lineare e streaming

L’insegnamento più importante che emerge dal rapporto è forse proprio questo: il futuro dell’audiovisivo europeo non sarà determinato dalla vittoria della televisione sullo streaming o viceversa. Sta emergendo un ecosistema nel quale contenuti, dati, pubblicità, piattaforme digitali e distribuzione convergono progressivamente all’interno di un unico mercato. I broadcaster che avranno successo non saranno necessariamente quelli che controlleranno i canali televisivi più forti, ma quelli capaci di costruire le relazioni più solide con il pubblico attraverso piattaforme digitali integrate, valorizzando insieme contenuti, dati e capacità tecnologiche. In questo senso, il futuro non è più “televisione contro streaming”. Il futuro è l’ecosistema digitale europeo dell’audiovisivo.

Operazione Vivaldi, la tattica che ha aperto la strada alle avanzate ucraine

24 October 2026 at 08:18

Il 475º Reggimento d’assalto autonomo “Code 9.2” dell’Esercito Ucraino è uno degli esempi più noti di integrazione tra armi di linea e droni. Nato come una normale unità di fanteria cui era stato aggiunto un drappello di droni da ricognizione, dopo i cicli operativi di Bachmut, Časiv Jar, Kliščiїvka e Lyman il rapporto si è invertito, aumentando drasticamente la presenza organica di droni, impiegati anche con funzioni offensive.

Durante la battaglia di Huljajpole, all’inizio di quest’anno, le forze del 475º Reggimento hanno affrontato la 40ª Brigata autonoma Fanteria di Marina delle Guardie “Krasnodar-Harbin” della Marina Militare Russa, infliggendole pesanti perdite con l’impiego di tattiche che sono state, poi, ripetute su larga scala nel corso dell’Operazione Vivaldi.

Mentre una parte importante della teoria – specialmente quella più critica nei confronti di qualunque tipo di approccio “manovriero” o che ritenga che il rapporto tra guerra di movimento e guerra di posizione sia paritetico e intercambiabile a seconda di specifiche condizioni sul campo – pensa che nella grey zone, cioè quello spazio interstiziale di incertezza dove il terreno è conteso, sia impossibile manovrare; le azioni connesse al ciclo operativo di Vivaldi sembrano mostrare il contrario proprio “a condizione”.

Infatti, ha scritto il teorico militare e ufficiale in congedo dell’Aeronautica Indiana, Sameer Joshi, che la novità tattico-operativa più importante emersa dalle observations dell’Operazione Vivaldi sta nel “metodo utilizzato per creare e proteggere successive avanzate tattiche sotto la minaccia di azioni offensive da parte dei droni russi”. Trattare il problema della trasparenza e della presenza dei droni nemici nello spazio aereo litorale come una questione di “difesa terminale” e non con un approccio sistemico non è una soluzione. A dover essere neutralizzato per ottenere risultati (sempre, ben inteso, di natura tattica) è il reconnaissance-strike system che tiene in piedi l’impalcatura del dispositivo militare nemico, non la singola piattaforma.

Alla trasparenza è connesso un elevato volume di fuoco, che può essere limitato proprio andando a rompere il meccanismo di trasmissione della kill-chain avversaria, così da consentire l’apertura di una “finestra di dominanza” utile ad avanzare. Mentre ad Huljajpole tale tattica fu impiegata dagli ucraini per frenare l’avanzata russa; a Lyman è stata usata in chiave offensiva per consentire alla fanteria del 3° Corpo d’Armata ucraino di avanzare sull’asse Novoselivka-Yarova e poi su quello Serednie-Shandryholove-Derylove-Drobysheve, con l’aggiunta della costituzione di quella security bubble o “bolla tattica” necessaria ad operare per manovra su terreno empty-transparent e della quale Joshi ha fornito ampia descrizione delle caratteristiche.

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