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Anthropic verso la Borsa. E un’Ipo da 100 miliardi

26 October 2026 at 16:17

Una delle Ipo più grandi di sempre nella storia della Borsa americana, si avvicina a grandi passi. Anthropic ha depositato il prospetto per la quotazione, il documento modulo S-1 inviato alla Securities and Exchange Commission (Sec), che prevede la quotazione delle azioni di classe A sul Nasdaq, con il simbolo Ant. Il gruppo guidato da Dario Amodei ha chiarito che sia Goldman Sachs, sia Morgan Stanley si occuperanno della quotazione. Una cosa è certa, l’ambizione non manca: Anthropic si prepara infatti a sbarcare a Wall Street con un’Ipo da oltre 100 miliardi di dollari, che potrebbe valutare il gruppo fino a 2 mila miliardi.

Attenzione ai numeri però. Lo sbarco nel tempio della finanza americana arriverebbe dopo un semestre chiuso con ricavi per 16,3 miliardi, quattordici volte quelli dell’anno precedente ma anche con una perdita netta di 80,7 miliardi, dovuta principalmente a rettifiche contabili. Secondo Reuters, Anthropic ha inoltre assunto impegni per almeno 518 miliardi in dieci anni per finanziare infrastrutture e capacità di calcolo. Resta da convincere il mercato sulla valutazione: alcuni investitori, inizialmente orientati sui citati 2 mila miliardi, starebbero considerando una cifra più vicina ai 1.500 miliardi.

Tradotto, sebbene Anthropic stia affrontando significative perdite, la sua capacità di aumentare il fatturato potrebbe rappresentare un elemento chiave per la sua strategia di crescita futura. La sfida principale per l’azienda proprietaria di Claude sarà quella di bilanciare la crescita delle entrate con il contenimento delle perdite per garantire la sostenibilità a lungo termine nel settore dell’Intelligenza Artificiale. Nel medesimo prospetto depositato alla Sec, Anthropic spiega comunque che “nessun singolo cliente ha rappresentato più del 10% dei nostri ricavi nei nove mesi terminati il 30 settembre 2026. Circa il 79% dei nostri ricavi è arrivato da clienti al di fuori dei nostri primi cinque clienti nei tre mesi terminati il 30 settembre 2026, in aumento rispetto a circa il 64% nei tre mesi terminati il 31 marzo 2026. Allo stesso tempo, i nostri clienti più grandi continuano a crescere. Nei tre mesi terminati il 30 settembre 2026, i ricavi provenienti da ciascuno dei nostri primi cinque clienti hanno raggiunto un record”.

Ci sono poi altre considerazioni, che vanno ben oltre i numeri. Per esempio Anthropic ammette nero su bianco i rischi all’umanità posti dall’AI: “Preoccupazioni sono state sollevate sia all’interno della nostra organizzazione che da altri ricercatori, regolatori, responsabili politici e partecipanti del settore, riguardo al fatto che sistemi di AI sufficientemente avanzati potrebbero, se non sviluppati, implementati e gestiti con adeguate misure di sicurezza, supervisione e protezione, rappresentare rischi catastrofici o esistenziali per l’umanità, soprattutto se tali sistemi venissero utilizzati in modo improprio, replicati, trasformati in armi o lasciati operare con un alto grado di autonomia”. La Borsa, comunque, è vicina.

Missili da crociera low cost da Kyiv. La Bundeswehr punta sul Bars

26 October 2026 at 16:12

La Germania si appresta a dotare le proprie forze armate di un sistema d’arma nato in Ucraina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità tedesche dovrebbero chiudere nelle prossime settimane un accordo per l’acquisto di un primo lotto di Bars, il missile cruise a basso costo sviluppato da Kyiv. Si tratterebbe del primo acquisto noto di un’arma offensiva di concezione ucraina destinato all’uso diretto della Bundeswehr, un fenomeno che segnala quanto stia cambiando nella dimensione di apparato militare-industriale il rapporto tra l’Ucraina e i suoi alleati europei, sempre più interessati a sfruttarne il know-how militare. Si tratta di un vettore con propulsione a getto, capace di raggiungere fino a 1.000 chilometri di distanza e di trasportare una carica fino a 105 chilogrammi, a seconda della variante. Il lotto iniziale servirà a condurre prove tecniche all’inizio del prossimo anno. In caso di esito positivo, potrebbe seguire un ordine più consistente, nell’ordine di diverse centinaia di esemplari.

Un elemento centrale dell’operazione è la dimensione industriale. Negli ultimi mesi il Bars è stato fabbricato anche in Germania da una joint venture ucraino-tedesca, sui cui dettagli vige grande riservatezza, costituita nell’ambito del programma Build with Ukraine lanciato da Zelensky lo scorso anno. L’iniziativa nasceva con l’obiettivo di produrre armamenti per l’Ucraina al di fuori dei suoi confini, così da aumentarne la capacità produttiva, ridurre l’esposizione agli attacchi russi e favorire lo scambio di competenze. La mossa di Berlino si inserisce in una tendenza più ampia. Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato la disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, e Copenaghen ha annunciato il mese scorso l’acquisto di nove veicoli terrestri senza equipaggio Dropla a scopo di sperimentazione. Sempre il mese scorso l’esercito statunitense ha assegnato un contratto da 10 milioni di dollari alla filiale americana dell’ucraina Skyeton per il drone da ricognizione Raybird, sistema per cui anche la Germania ha mostrato interesse.

L’acquisizione riflette anche un cambio di mentalità negli apparati della difesa tedeschi, a lungo caratterizzati da procedure lente e burocratiche e orientati verso i grandi gruppi industriali. Oggi Berlino si mostra più aperta verso le start-up e disposta a testare i prodotti mentre definisce i contratti, così da accelerare i tempi. Sullo sfondo c’è il piano di riarmo da 780 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, varato in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina e ai dubbi sulle garanzie di sicurezza americane per l’Europa. Sul fronte del lungo raggio, la Germania ha firmato un accordo preliminare per i Tomahawk di Raytheon, dopo che Trump ha cancellato il previsto dispiegamento in territorio tedesco di un battaglione statunitense dotato di questi missili. I Tomahawk, però, hanno un costo compreso tra 4 e 6 milioni di dollari e scontano colli di bottiglia produttivi che ne rendono improbabile la consegna prima degli anni Trenta.

Per questo Berlino lavora in parallelo su sistemi più economici e producibili in massa. Oltre al Bars, prevede di acquistare e testare un piccolo lotto di missili Anthem della start-up statunitense Covenant, che la settimana scorsa ha annunciato un accordo anche con la Danimarca. L’Anthem costa circa un decimo di un Tomahawk, mentre il Bars sarebbe ancora meno caro, ma i funzionari tedeschi non escludono di acquisire entrambi. Resta invece congelata, per ora, l’ipotesi di acquistare il missile ucraino Flamingo.

Materie prime critiche, così l’Ue si avvicina ai modelli di Washington e Tokyo

26 October 2026 at 16:02

L’Unione europea vuole dotarsi di nuovi strumenti per competere nella corsa globale alle materie prime critiche, prendendo esempio dalle politiche industriali dell’amministrazione Trump. Il Parlamento Europeo ha approvato una proposta per istituire un’agenzia incaricata di monitorare gli approvvigionamenti, costituire riserve strategiche e, in circostanze eccezionali, acquisire partecipazioni nelle aziende del settore. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza delle filiere da cui dipendono tecnologie civili e militari, dalle batterie ai sistemi di difesa.

La proposta segnala un possibile cambiamento nell’approccio europeo alla sicurezza economica. Finora Bruxelles ha privilegiato strumenti normativi, obiettivi di produzione e procedure accelerate per i progetti considerati strategici. Il nuovo Critical Raw Materials Centre introdurrebbe invece la possibilità di un intervento finanziario diretto, avvicinando l’Ue ai modelli adottati da Washington e Tokyo.

Il precedente americano è particolarmente significativo. L’amministrazione Trump ha intensificato gli investimenti pubblici nelle filiere minerarie, trattando l’accesso alle materie prime come una questione di sicurezza nazionale. La scorsa estate il Pentagono ha investito 400 milioni di dollari per acquisire il 15 per cento di MP Materials, produttore americano di terre rare, accompagnando l’operazione con un prestito da 150 milioni. Washington ha inoltre concordato un prezzo minimo di 110 dollari al chilogrammo per il neodimio-praseodimio, utilizzato nella produzione di magneti permanenti essenziali per veicoli elettrici, robotica e altre tecnologie avanzate.

L’operazione mostra come gli Stati Uniti stiano cercando di proteggere le proprie capacità produttive anche dalle oscillazioni dei mercati internazionali. Le garanzie sui prezzi, insieme agli investimenti pubblici, possono offrire alle aziende maggiore prevedibilità finanziaria e ridurre l’esposizione a dinamiche di mercato sfavorevoli.

È proprio questa vulnerabilità che Bruxelles vorrebbe affrontare. Mohammed Chahim, eurodeputato socialdemocratico olandese alla guida della proposta, ha osservato che i progetti europei sono particolarmente sensibili alle variazioni dei prezzi globali, che possono essere influenzati dai principali attori internazionali. Stati Uniti e Giappone, grazie ai rispettivi interventi pubblici, sarebbero invece meno esposti.

La questione supera tuttavia il tradizionale problema della dipendenza europea dalla Cina. Il rafforzamento delle politiche industriali americane introduce una seconda dimensione competitiva, potenzialmente più complessa per Bruxelles perché coinvolge il principale alleato strategico dell’Europa.

Per Bruxelles, la diversificazione degli approvvigionamenti potrebbe non essere sufficiente. La competizione riguarda anche la capacità di sostenere economicamente le imprese, assorbire i rischi degli investimenti e garantire condizioni che rendano sostenibili progetti industriali esposti alla volatilità dei prezzi.

Il riferimento istituzionale della proposta europea è però soprattutto il Giappone. Il nuovo centro sarebbe modellato sulla Japan Organization for Metals and Energy Security, l’organismo pubblico incaricato di contribuire alla stabilità e alla sostenibilità economica degli approvvigionamenti energetici e minerari. Chahim ha riconosciuto esplicitamente l’influenza del modello giapponese, sostenendo che non sia necessario inventare nuovi strumenti quando esistono esperienze già consolidate.

Resta il problema delle risorse: la proposta prevede una dotazione iniziale di 2 miliardi di euro nell’ambito del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. Una cifra che lo stesso Chahim, parlando con il Financial Times, considera insufficiente senza ulteriori contributi da investitori privati, governi nazionali e Banca europea per gli investimenti. Il relatore ha ammesso che, qualora il finanziamento restasse limitato a quella somma, le prospettive di successo sarebbero ridotte.

Il divario tra ambizione e capacità finanziaria riflette anche i limiti dell’attuale strategia europea. Il Critical Raw Materials Act ha introdotto obiettivi per rafforzare estrazione, lavorazione e riciclo delle materie prime critiche. Bruxelles ha inoltre individuato 46 nuovi progetti strategici, aggiungendoli ai 60 già selezionati. Queste iniziative beneficiano di procedure autorizzative accelerate, ma non ricevono automaticamente finanziamenti pubblici.

La nuova agenzia dovrebbe contribuire a colmare questa distanza tra riconoscimento delle priorità industriali e disponibilità effettiva di capitali. La sua istituzione resta però incerta. La Commissione europea ha rinunciato a presentare una proposta legislativa autonoma prevista per l’autunno, spingendo Chahim e altri parlamentari a cercare una soluzione attraverso emendamenti alla revisione del Critical Raw Materials Act.

Sarà inoltre necessario ottenere il consenso degli Stati membri. Germania, Spagna e altri governi hanno espresso scetticismo, pur mostrando, secondo Chahim, una maggiore disponibilità al confronto.

La discussione sulle materie prime critiche mette così in evidenza una tensione più ampia nella politica industriale europea. Mentre Stati Uniti e Giappone utilizzano strumenti finanziari pubblici per consolidare le proprie filiere strategiche, Bruxelles deve ancora definire fino a che punto sia disposta a intervenire direttamente nei mercati.

La posta in gioco non riguarda soltanto la riduzione della dipendenza dalla Cina, ma più in generale la capacità europea di mantenere un’autonomia industriale in un sistema internazionale nel quale anche gli alleati stanno impiegando risorse pubbliche per assicurarsi l’accesso ai materiali strategici. Il nuovo centro potrebbe rappresentare una risposta, ma la sua efficacia dipenderà soprattutto dai capitali e dai poteri che i governi europei saranno disposti ad affidargli.

Il lobbying oltre le relazioni. La visione di Vinciguerra (Boehringer)

26 October 2026 at 16:01

In ventiquattro anni di esperienza nelle relazioni istituzionali, Sara Vinciguerra ha osservato da vicino l’evoluzione del rapporto tra imprese e decisori pubblici. Un percorso che racconta anche la trasformazione del lobbying, sempre meno legato alla sola capacità di costruire relazioni e sempre più orientato a portare competenze, evidenze e proposte nel processo decisionale. Nell’intervista a Healthcare Policy, la head of Italy corporate affairs di Boehringer Ingelheim riflette sul ruolo dell’industria farmaceutica, sulla trasparenza nella rappresentanza degli interessi e sulle condizioni necessarie per costruire un dialogo efficace tra pubblico e privato.

Ventiquattro anni nelle relazioni istituzionali sono un osservatorio privilegiato sui cambiamenti della politica e delle imprese. Se dovesse individuare la trasformazione più significativa del suo mestiere, quale sceglierebbe?

La trasformazione più significativa è il passaggio dall’accesso al contributo. Nel lobbying, la relazione resta fondamentale, ma da sola non basta: il valore del nostro mestiere sta nella capacità di leggere il contesto, portare evidenze e costruire proposte, comprendendo le conseguenze delle decisioni.

La relazione non è il traguardo: serve ad ascoltare, comprendere le priorità delle istituzioni e trovare un terreno comune. E cambia l’orizzonte: non soltanto rappresentare un’esigenza immediata dell’impresa, ma contribuire alle condizioni per ricerca, investimenti e accesso all’innovazione nel tempo. Per me, il salto è questo: non solo far ascoltare un interesse, ma dimostrare quale valore può generare per il Paese e per le persone. In sintesi: conta meno quanto è lunga la rubrica, e molto di più la capacità di costruire un percorso che regga anche quando cambiano gli interlocutori.

Un tempo si parlava soprattutto di lobbying, oggi si preferisce parlare di public affairs, advocacy, relazioni istituzionali. È cambiato soltanto il linguaggio o anche il modo di rappresentare gli interessi delle imprese?

Le parole sono importanti, fotografano in maniera plastica momenti storici, equilibri, status quo e definiscono ambiti e perimetri di quella che potrei definire la licenza di operare. E c’è una ciclicità anche nel loro utilizzo. Quando ho iniziato il mio percorso professionale nelle aziende, il mio job title conteneva “relazioni istituzionali”, la parola lobbying era bandita, mentre advocacy cominciava a far capolino. In un’era del politicamente corretto, che altro non significava che esisteva una figura che aveva delle relazioni, un dialogo con le istituzioni, ma per raggiungere cosa non era ben chiaro. Le stesse aziende non avevano compreso quanto questo ruolo potesse avere conseguenze sul business.

Oggi l’impatto della geopolitica rende evidente il valore di una funzione capace di collegare le scelte dell’impresa al contesto in cui opera. Quindi no, non è cambiato soltanto il linguaggio: è cambiata la consapevolezza di ciò che significa rappresentare un interesse. Per me, lobbying, public affairs e advocacy non sono sinonimi perfetti, né etichette con cui rendere più accettabile lo stesso lavoro: mettono a fuoco dimensioni diverse e complementari, dal confronto sulle decisioni pubbliche alla lettura del contesto, fino alla costruzione di consenso intorno a un obiettivo. Il punto è rendere espliciti l’interesse che si rappresenta, le ragioni che lo sostengono e il contributo che può offrire. Non si tratta di nascondere l’obiettivo dell’impresa, ma di metterlo in dialogo con le priorità pubbliche, riconoscendo anche dove non coincidono. La maturità del nostro ruolo sta proprio qui: non nel trovare una parola più rassicurante, ma nel dare sostanza, trasparenza e responsabilità a ciò che facciamo.

Da molti anni si occupa del settore farmaceutico. Quali erano le priorità dell’industria quando ha iniziato e quali sono oggi?

Si è passati da una logica “prodotto-centrica” ad avere consapevolezza del proprio ruolo nel contesto del Paese in cui si opera, così come a livello globale. Questo comporta un’ambizione, non del tutto ancora soddisfatta, nell’avere la stessa dignità di posizione nella definizione a lungo termine delle strategie di sostenibilità del contesto economico e sociale, non solo sanitario. Un passaggio importante anche e soprattutto in termini culturali, un esempio lampante è l’ambizione di lavorare insieme alle istituzioni ad una life science strategy capace di unire tanti tasselli prima non connessi tra loro. In questi anni, il lavoro associativo di Farmindustria ha contribuito in modo significativo anche a questa evoluzione culturale e per la consapevolezza di cui parlavo.

Nel settore farmaceutico il confronto con le istituzioni riguarda questioni che incidono direttamente sulla salute dei cittadini: accesso alle terapie, ricerca, investimenti, sostenibilità del sistema sanitario. È diventato più semplice o più complicato costruire un dialogo efficace tra pubblico e privato?

Rispetto a 24 anni fa, il dialogo è diventato più uniforme: c’è un maggiore riconoscimento del ruolo dell’industria e del valore che può generare, non soltanto in termini di benefici per la salute, ma anche per la sostenibilità economica e sociale del Paese. È un cambiamento importante, ma questo percorso ha ancora bisogno di essere strutturato, perché il confronto non dipenda soltanto dalla disponibilità dei singoli interlocutori.

Serve anche un passaggio culturale: riconoscere che, se un’azienda porta un’idea positiva e le istituzioni la valutano e la accolgono in un atto legislativo o non legislativo, anche questa è democrazia. La provenienza di una proposta non dovrebbe sostituire la valutazione del suo merito: l’interesse rappresentato deve essere esplicito e la responsabilità della decisione resta alle istituzioni. Ho ancora la sensazione che le proposte per regolamentare il lobbying siano pensate più per controllare il rapporto che per valorizzarne il potenziale di costruzione condivisa, riconoscendo il contributo di chi conosce a fondo un settore.

Il controllo è necessario, ma da solo non basta. E questo riguarda sia le aziende sia le istituzioni: entrambe devono rendere il dialogo aperto, tracciabile e verificabile. Altrimenti il rischio è lasciare nell’opacità proprio quel confronto che dovrebbe svolgersi alla luce del sole. La trasparenza non va soltanto rispettata: va rivendicata come condizione per contribuire, ciascuno nel proprio ruolo, a decisioni migliori.

In Italia il processo decisionale in sanità coinvolge ministeri, Parlamento, Regioni e agenzie regolatorie. Dopo tanti anni di esperienza, quale ritiene sia oggi il principale ostacolo a un’interlocuzione istituzionale capace di produrre risultati concreti?

Prima di tutto, bisogna intendersi su cosa siano i risultati concreti. Non sono soltanto una norma approvata o una richiesta dell’impresa accolta. Sono decisioni che trovino attuazione: un percorso di accesso all’innovazione che funziona, condizioni che rendono possibile un investimento, una priorità condivisa che si traduce in responsabilità e azioni. Il risultato non è aver ottenuto ascolto, ma aver contribuito a un cambiamento utile e verificabile. Il principale ostacolo, a mio avviso, è la difficoltà di costruire questa responsabilità condivisa lungo tutta la filiera decisionale.

Ministeri, Parlamento, Regioni e agenzie hanno ruoli diversi, non serve confonderli, ma collegarli intorno a obiettivi chiari, dando continuità al confronto e all’attuazione. A questo si aggiunge il timore di ripercorrere errori passati, che può frenare il pieno riconoscimento dell’impresa come interlocutore competente e partner del sistema. Essere partner non significa decidere al posto delle istituzioni, né pretendere che gli interessi coincidano: significa contribuire con competenze e proposte, nella trasparenza e nel rispetto dei ruoli. Il salto da fare è passare da un dialogo che raccoglie posizioni a un confronto che costruisce soluzioni e ne verifica gli effetti. Perché una buona proposta non è ancora un risultato: lo diventa quando produce un beneficio concreto per le persone.

La trasparenza è diventata una parola centrale nel dibattito sul lobbying. Secondo lei, in Italia siamo maturati abbastanza da riconoscere la rappresentanza degli interessi come una componente legittima del processo democratico, oppure continua a prevalere una certa diffidenza?

Credo che siamo maturati, ma che continui a esserci una diffidenza selettiva. Come dicevo, riconoscere l’impresa come partner non significa darle il potere di decidere, né presumere che il suo interesse coincida con quello pubblico: significa consentirle di contribuire con competenze e proposte, nella trasparenza e nel rispetto dei ruoli. La rappresentanza degli interessi, del resto, non si esaurisce nelle aziende. La percezione, dal mio punto di vista, varia a seconda del soggetto che rappresenta un interesse. Credo invece che ogni contributo debba essere valutato sulla base del suo merito, delle evidenze e della trasparenza con cui viene rappresentato. Sarebbe più trasparente rendere conoscibile il contributo dei diversi stakeholder al processo decisionale, rendendo tracciabili gli interessi rappresentati e il confronto con le istituzioni.

Nel farmaceutico, una proposta può riguardare competitività, sostenibilità, attrattività degli investimenti e salute dei pazienti: obiettivi che possono generare benefici collettivi, ma che vanno dimostrati, non dati per scontati. La decisione resta alle istituzioni, anche quando gli interessi non coincidono. Per me, la maturità democratica sta proprio qui: non nel presumere che alcuni interessi siano buoni e altri sospetti, ma nel renderli tutti visibili e sottoporli a un confronto aperto. La trasparenza non è nascondere chi ha avuto un’idea, è dichiararlo e permettere a tutti di valutarla.

Ha appena compiuto cinquant’anni, ventiquattro dei quali trascorsi nelle relazioni istituzionali. In tutto questo tempo ha imparato di più a convincere gli altri o a cambiare idea?

A cambiare idea. La mia professoressa di latino al liceo mi ha inculcato il valore del dubbio, del mettersi in discussione, di “proteggere” la propria idea, ma allo stesso tempo di farsi permeare dal parere degli altri, aprendo così finestre su paesaggi nuovi. Convincere, invece, non fa parte del mio vocabolario, perché, sempre tornando alla mia professoressa, nel latino classico, convincere significava principalmente vincere qualcuno sul piano logico o legale. E il mio lavoro non si fa convincendo altri della bontà della propria posizione, ma trovando insieme la strada comune avendo un obiettivo che in ogni caso ha delle ripercussioni sulle persone, in particolare sui pazienti. Ammetto quindi di non aver mai convinto nessuno.

Da Belgrado a Brasilia, il consenso non è più blindato. La sfida per l’Europa secondo Pirozzi (Iai)

26 October 2026 at 15:49

Le urne non abbattono soltanto governi: possono incrinare sistemi di potere che sembravano inamovibili e rimettere in discussione gli equilibri geopolitici. Dalla Serbia, dove la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in una sfida politica alla leadership consolidata, al Brasile, dove Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro, affiora una domanda di cambiamento che attraversa contesti diversi e supera i confini nazionali. Non è ancora una ritirata globale del populismo, né la prova di una nuova stagione democratica. È, piuttosto, il segnale che il consenso resta contendibile e che la partecipazione dal basso può riaprire partite che parevano chiuse.

Per l’Europa, stretta tra le ambizioni delle grandi potenze, le ingerenze esterne e la crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, la questione è cruciale: capire se questi scossoni possano diventare un’occasione politica o se finiranno per lasciare spazio a nuove forme di instabilità.

Per Nicoletta Pirozzi, vicedirettrice e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), il caso serbo rappresenta un modello politico di particolare interesse, osservato da mesi e capace di sorprendere per la portata del risultato. Ma la discontinuità elettorale, da sola, non garantisce una svolta geopolitica: la composizione eterogenea del movimento studentesco lascia aperti interrogativi sulla futura collocazione internazionale di Belgrado. Anche in Brasile, la capacità di intercettare il malcontento e costruire coalizioni ampie si intreccia con la ricerca di autonomia dalle grandi potenze. Per l’Unione europea, la sfida è trasformare questi segnali in una strategia, senza sottovalutare le minacce che arrivano dall’esterno e le fratture che attraversano le proprie società.

La vittoria degli studenti serbi è il risultato di una mobilitazione durata circa due anni, nata attorno alla lotta alla corruzione e alla difesa dello Stato di diritto. Che cosa rende questo modello così interessante? E quanto è replicabile in altri Paesi europei?

È un’affermazione molto importante. Seguivamo questo modello da alcuni mesi e immaginavamo che potesse esserci un cambiamento, anche se la portata della vittoria ha sorpreso tutti. L’elemento più significativo è la capacità di trasformare un malcontento diffuso, soprattutto tra i giovani, in partecipazione politica e quindi in una maggioranza parlamentare, mettendo in discussione una leadership consolidata. La mobilitazione ha trovato nella lotta alla corruzione e nella difesa dello Stato di diritto i suoi principali motori. Non è semplice dire se questa dinamica possa riprodursi altrove. Nel caso serbo, infatti, la protesta si è legata anche alle aspettative di democratizzazione, benessere e avvicinamento all’Europa. È una componente specifica del contesto nazionale, che rende il fenomeno particolarmente interessante ma non automaticamente trasferibile ad altre realtà europee.

La vittoria elettorale non significa necessariamente una svolta europeista. Il movimento studentesco e i suoi referenti politici sono eterogenei, con sensibilità anche vicine alle posizioni russe. Quale spazio ha Bruxelles per riaprire il percorso di avvicinamento della Serbia all’Unione?

Non è automatico che da questo risultato discenda una trasformazione in senso europeista, proprio per l’eterogeneità delle componenti che hanno sostenuto il cambiamento. All’interno del movimento convivono sensibilità diverse, anche rispetto alla collocazione internazionale del Paese. C’è però un dato politico rilevante: l’affermazione di principi come la democrazia e lo Stato di diritto, che appartengono all’eredità europea e possono costituire una base per avvicinare Belgrado a Bruxelles. Su queste fondamenta occorre costruire. Il rinnovamento elettorale può offrire l’occasione per riavviare il processo di avvicinamento all’Unione, ma serve un investimento politico europeo. Bruxelles non può limitarsi a osservare: deve accompagnare il cambiamento, sostenendo le riforme e facendo in modo che le aspettative democratiche trovino uno sbocco concreto.

Dal fronte europeo a quello latinoamericano. In Brasile, Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro in una competizione segnata anche dalla polarizzazione e dal peso internazionale di Donald Trump. Quanto ha inciso il fattore americano e che cosa ci dice questo risultato sulla tenuta del consenso populista?

Il fattore Trump ha inciso parecchio. Lula ha puntato molto su una politica estera orientata all’autonomia strategica e alla diversificazione delle relazioni internazionali, rivendicando la capacità del Brasile di determinare autonomamente le proprie scelte. Sul piano interno, ha saputo intercettare istanze sociali importanti, costruendo una coalizione ampia e mobilitando il consenso attorno alla democrazia e al contrasto alla corruzione. È un elemento significativo: la capacità di aggregare sensibilità diverse e trasformare il malcontento sociale in partecipazione politica può fare la differenza anche in contesti fortemente polarizzati. Naturalmente, Serbia e Brasile sono realtà differenti e non vanno sovrapposte. Ma in entrambi i casi emerge quanto sia importante saper dare rappresentanza a domande di cambiamento che non trovano più risposte nelle leadership consolidate.

Dalla Serbia al Brasile sembra emergere una domanda di autonomia, tanto dalle leadership nazionali consolidate quanto dai condizionamenti delle grandi potenze. È un segnale di arretramento del populismo o piuttosto l’inizio di una nuova fase, nella quale la mobilitazione dal basso torna a condizionare gli equilibri internazionali?

Il messaggio che si può cogliere è proprio la ricerca di autonomia rispetto alle autocrazie e alle grandi potenze internazionali, insieme alla volontà di diversificare i modelli politici rispetto a quelli populisti. In queste esperienze emerge la centralità delle dinamiche democratiche e della mobilitazione dal basso, con lo Stato di diritto come obiettivo politico di riferimento. Non parlerei necessariamente di un arretramento generalizzato del populismo: siamo di fronte a contesti diversi, nei quali il consenso resta contendibile e gli equilibri possono cambiare rapidamente. Il punto è che la partecipazione democratica può riaprire spazi politici che sembravano chiusi. Per capire la portata di questa fase bisogna osservare non soltanto chi vince le elezioni, ma anche quali principi riesce a tradurre in scelte di governo e in una diversa collocazione internazionale.

La vulnerabilità delle democrazie, tuttavia, non dipende soltanto dalle dinamiche elettorali. Disinformazione, ingerenze esterne e sfiducia nelle istituzioni sembrano alimentarsi reciprocamente. Quali strumenti deve mettere in campo l’Unione europea per difendere il proprio modello, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali?

Una delle principali debolezze delle democrazie europee è la loro permeabilità alle influenze esterne che puntano a frammentare le società e a minare il modello democratico. Non abbiamo ancora tutte le difese necessarie per contrastare efficacemente le ingerenze e la propaganda, comprese quelle riconducibili ad attori come Russia e Cina. Ma il problema non è soltanto esterno: esiste anche uno scollamento tra cittadini e istituzioni, accompagnato da un calo della fiducia e da un dibattito politico sempre più polarizzato. La disinformazione può sfruttare proprio queste fratture, amplificando le divisioni già presenti. Occorre quindi agire su due fronti. Da una parte, ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, rendendo le persone più capaci di riconoscere e contrastare la propaganda. Dall’altra, l’Unione deve reagire con maggiore fermezza alle ingerenze esterne. Il contesto non è semplice e i prossimi appuntamenti elettorali saranno cruciali. Difendere la democrazia significa rafforzarne la capacità di resistere alle pressioni, ma anche tornare a renderla credibile agli occhi dei cittadini.

L’unità israeliana Nili, gli eredi di Kidon, ovvero quando l’Ira di Dio non si placa. L’analisi di Cristadoro

26 October 2026 at 15:41

Risale a quest’estate la rivelazione al mondo da parte del governo israeliano dell’esistenza di un’unità speciale costituita da elementi dello Shin Bet, del Mossad e delle Forze di Difesa Israeliane (Idf). Parliamo dell’unità denominata Nili, abbreviazione della locuzione ebraica Netzah Yisrael Lo Yishaker (Samuele 15:29), che significa “L’eternità d’Israele non mentirà”. Tale denominazione richiama anche il nome della storica rete di spionaggio ebraica Nili, antesignana degli attuali servizi di sicurezza israeliani, già attiva durante la Prima guerra mondiale e, successivamente, in supporto al Mandato britannico contro l’Impero Ottomano. Fondata dall’agronomo Aharon Aaronsohn, da sua sorella Sarah Aaronsohn e da Avshalom Feinberg, l’organizzazione operava in Palestina con un obiettivo chiaro: fornire Intelligence sulle truppe ottomane e trasmetterla al Regno Unito per favorire la vittoria britannica nella regione. I fondatori erano infatti convinti che la nascita di un futuro Stato ebraico dipendesse dal crollo dell’Impero Ottomano. Questo richiamo storico conferisce alle operazioni attuali una valenza simbolica, suggerendo continuità e una capacità superiore di infiltrazione e raccolta di informazioni sensibili, anche nelle circostanze più complesse.

Si tratta di una specifica task force interforze creata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, con l’obiettivo di rintracciare ed eliminare i membri dell’unità Nukhba di Hamas e i leader responsabili del massacro. La task force Nili è concepita come un comando centralizzato “misto”, che unisce la capacità di tracciamento tecnologico dell’ Intelligence all’azione sul campo. L’unità si avvale di una sofisticata tecnologia orientata principalmente all’analisi di tracce digitali e dei rilevamenti sul campo per individuare ed eliminare i soggetti inseriti in una “lista di liquidazione”, accusati di aver preso parte al massacro del 7 ottobre. Una cellula di Intelligence altamente avanzata, che integra tecnologie di intelligenza artificiale e algoritmi di riconoscimento facciale per rintracciare i propri obiettivi in grado di contribuire in modo significativo alla raccolta informativa sul territorio, tanto nella Striscia di Gaza, quanto in Cisgiordania. I suoi team di Intelligence hanno creato un database contenente migliaia di nomi prima di iniziare il lungo processo di accertamento dell’identità e della posizione di ciascuna persona.

La nuova cellula di sicurezza si affida interamente a strumenti moderni, tra cui una capillare rete di telecamere di sorveglianza, scansioni dell’iride e analisi di immagini reperite online. Il sistema elabora anche i dati provenienti dagli interrogatori e dalle aree su cui viene attivato, per poi trasmetterli alle unità militari incaricate di eseguire le operazioni di eliminazione diretta contro i soggetti presenti nelle liste dei ricercati. È innegabile che si sollevino interrogativi fondamentali circa l’attendibilità delle informazioni prodotte da questa unità, specialmente alla luce dell’uccisione documentata di migliaia di persone, giustificata con il pretesto di un loro presunto coinvolgimento in azioni militari.

Per eliminare i propri obiettivi all’interno della Striscia di Gaza o in Cisgiordania, Nili impiega sul terreno agenti infiltrati e forze speciali, attingendo direttamente al personale e alle tattiche dei Mista’arvim. Tale denominazione si riferisce alle unità d’élite antiterrorismo delle Idf, della guardia di frontiera e della polizia israeliana, composti da agenti sotto copertura addestrati a assimilarsi alla popolazione araba per raccogliere informazioni ed effettuare catture o eliminazioni nei territori palestinesi. Il nome deriva dall’arabo Musta’arabi, che significa “coloro che vivono tra gli arabi” e si riferisce agli ebrei arabizzati, eredi degli ebrei di lingua araba che vissero in Medio Oriente fin dall’inizio del dominio arabo nel VII secolo. Comunemente conosciuti come la arabo Plotoni, gli appartenenti alle unità di Mista’arvim operano camuffati da arabi e tengono rigorosamente segreta la propria identità reale al di fuori della loro unità. Questo personale è impiegato in azioni antiterrorismo, raccolta di dati informativi, ricerca e recupero di ostaggi. Le unità mista’arvim non solo lavorano all’interno del territorio di Israele, ma anche nella striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata. Di seguito, le unità dei Mista’arvim: Unità 367 Shimshon (“Sansone”), unità speciale delle Forze di difesa che ha operato a Gaza fino al 1996; Unità 217 Duvdevan (“Ciliegia”), opera nei Territori occupati. È un’unità inquadrata nella 89ª Brigata Commando Oz delle IDF, ed è stata fondata da Ehud Barak. È nota per le sue operazioni sotto copertura nelle aree urbane, durante le quali i suoi operatori spesso indossano abiti civili per confondersi tra la popolazione araba locale; Yamas, unità della Guardia di frontiera impiegata per operazioni speciali dello Shin Bet; Unità 33 Gideonim, unità sotto copertura della polizia israeliana.

In sintesi, Mista’arvim fornisce a Nili la capacità di muoversi invisibilmente in ambiente ostile per portare a termine le sue missioni.

L’idea di concepire e impiegare un’unità come Nili, con le dovute distinzioni in considerazione delle differenti circostanze, non rappresenta una novità nella storia del controterrorismo israeliano. La memoria non può non tornare ai tragici eventi delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 e alle forme di rappresaglia che ne seguirono. Il 5 settembre 1972, un commando di terroristi palestinesi facenti capo all’organizzazione Settembre Nero prese in ostaggio e uccise undici componenti della delegazione olimpica israeliana. Golda Meir, primo ministro d’Israele, era convinta che si dovesse dare una risposta forte a questo atto e decise di formare una squadra segreta incaricata di colpire tutti i responsabili, diretti e indiretti, della strage di Monaco. Fu dunque sancita l’organizzazione dell’“Operazione Ira di Dio” (Mivtza Za’am Ha’el,). La Meir stabilì che la missione era dare la caccia ai terroristi palestinesi e colpirli in maniera implacabile. Le uccisioni dovevano essere tali da terrorizzare gli obiettivi designati: i terroristi dovevano sentirsi perseguitati e vivere con una costante sensazione di pericolo incombente. Il personale incaricato delle esecuzioni, selezionato tra gli agenti del Mossad, doveva “licenziarsi”, rinunciare a tutto e, di fatto, accettare che il governo israeliano negasse di averne alcuna conoscenza o legame. Doveva individuare gli obiettivi, tenerli sotto sorveglianza, annotare le loro abitudini e, infine, colpirli nel momento più propizio. Si procedette a stilare una lista delle persone da eliminare e il “lavoro” fu assegnato ad una task force basata sull’unità Kidon (in ebraico: “baionetta”), che sviluppò la campagna di omicidi mirati in varie capitali europee (tra cui Roma, Parigi, Atene) e in Medio Oriente. Talvolta, va detto, sbagliando anche obiettivo, come accadde nel 1973 a Lillehammer (Norvegia), quando fu ucciso un cameriere marocchino di nome Ahmed Bouchikhi, scambiato per Ali Hassan Salameh. Questi, considerato una delle menti di Settembre Nero, fu eliminato in un secondo momento nel 1979.

L’Unità Kidon, fondata nel 1970 da Mike Harari quando assunse la guida della Divisione Cesarea del Mossad, è un reparto operativo d’élite e top-secret inserito all’interno della suddetta Divisione, già legata alla Metsada, dipartimento incaricato dello svolgimento di operazioni speciali, da non confondere con l’omonima unità del servizio carcerario israeliano. I membri dell’unità sono reclutati prevalentemente tra quelli di altre forze speciali israeliane, quali Sayeret Matkal, Flotilla 13 e Shaldag. Organizzata per agire in piccoli nuclei operativi o commando, composti solitamente da quattro elementi (in genere tre uomini e una donna, tra cui un medico di supporto per le emergenze), l’unità è specializzata nelle eliminazioni mirate, nei rapimenti e nelle operazioni di sabotaggio contro coloro che sono indicati come nemici di Israele. Ogni bersaglio viene prima giudicato e formalmente autorizzato da un’apposita istanza legale/politica a Tel Aviv (come avvenne storicamente con Golda Meir per l’Operazione Ira di Dio). Altri dettagli sull’unità si possono leggere nell’articolo di Dan Raviv e Yossi Melman Kidon unit, the spies Israel now depends on to look for nuclear cheating by Iran, pubblicato su Formiche il 3 dicembre 2013.

Ma torniamo all’unità Nili, che in quasi tre anni di attività ha individuato migliaia di persone accusate di aver partecipato agli attacchi guidati da Hamas, di aver preso ostaggi o di averli maltrattati durante la prigionia. Secondo quanto riportato in un articolo del quotidiano The Times of Israel del 16 luglio 2026, le persone eliminate presenti nella lista di Nili sarebbero oltre 2.700, una cifra che include circa 1.200 terroristi uccisi dalle forze israeliane durante l’assalto del 7 ottobre. Il lavoro di Intelligence svolto è minuzioso e capillare. In un corsivo pubblicato l’11 agosto 2026 sulla testata Jewish News, invece, si fa riferimento ad una intervista rilasciata al notiziario di Channel 12 in cui, per la prima volta, alcuni agenti dell’unità hanno descritto apertamente la loro missione, illustrando nel dettaglio i bersagli prescelti e i metodi impiegati per localizzarli e ucciderli. Gli ufficiali intervistati da Channel 12 e Adi Rotem, ex alto funzionario dello Shin Bet, riferiscono che Nili ha creato un foglio di calcolo contenente migliaia di nomi, avviando poi l’enorme e laborioso compito di identificare e localizzare ciascuno di essi. L’elenco dei soggetti indagati va oltre coloro che sono accusati di aver fisicamente attraversato il confine con Israele il 7 ottobre. Oltre agli attentatori, infatti, tra i ricercati figurano le persone coinvolte nel sequestro di ostaggi israeliani, nonché coloro che sono accusati di aver incontrato o abusato di prigionieri a Gaza. Sono stati presi di mira anche coloro che hanno partecipato alle cerimonie di rilascio di ostaggi inscenate. Per la loro individuazione sono stati utilizzati filmati girati dai terroristi durante l’azione svolta, comprese registrazioni da telecamere tipo GoPro, pubblicati online dai terroristi durante e dopo l’azione, sottoponendo tali filmati a software di riconoscimento facciale. Sono state utilizzate, inoltre, i dati raccolti dagli ufficiali dell’Intelligence delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) e dello Shin Bet, nonché gli interrogatori dei detenuti palestinesi, mentre l’intelligenza artificiale ha aiutato gli investigatori a ricostruire le prove. In un altro articolo, pubblicato su Ynet Global, piattaforma internazionale di Ynet (il maggiore sito di notizie e informazione in Israele, legato al quotidiano Yedioth Ahronoth), viene riportato che, sebbene le forze di sicurezza dispongano di numerose informazioni su quanto accaduto durante il massacro del 7 ottobre, hanno continuato ad acquisire nuove conoscenze nel corso del tempo e le squadre del centro di comando interforze continuano a lavorare per localizzare ed eliminare i nomi ancora presenti nella lista. Inoltre una delle maggiori preoccupazioni per Israele sarebbe la capacità rigenerativa di Hamas, costantemente impegnata nella ricostruzione della sua ala militare Per le forze di sicurezza, la missione ha un solo obiettivo: trovare sistematicamente i leader e i membri dell’organizzazione terroristica e ucciderli tutti.

Bisogna tenere presente che nell’esecuzione degli attacchi contro gli obiettivi individuati il rischio dei cosiddetti “danni collaterali”, cioè l’uccisione di persone innocenti, è molto elevato e su questo delicato argomento è corretto riportare il punto di vista sia dei sostenitori, sia dei detrattori del ricorso a questo tipo di operazioni.

Nel summenzionato articolo di Ynet Global, si evidenzia che le autorità israeliane hanno affermato che il rilascio di tutti gli ostaggi ha semplificato l’attuazione di ulteriori piani d’attacco, in quanto durante il periodo in cui gli ostaggi erano detenuti a Gaza, cresceva la preoccupazione che potessero essere coinvolti nelle azioni condotte e, pertanto, Israele doveva adotare misure di cautela molto elevate. Le forze di sicurezza non utilizzano un modello operativo fisso per l’esecuzione degli omicidi mirati. Ogni attacco viene condotto in base alle condizioni sul campo e il centro di comando dedicato monitora attentamente coloro che sono stati designati per l’eliminazione e cerca di tracciare ogni loro mossa. Alcuni attacchi vengono lanciati immediatamente in risposta a nuove informazioni e a un’opportunità unica sul campo. Altri vengono pianificati nel dettaglio con giorni o anche più di anticipo. Uno dei compiti più difficili per l’Intelligence è capire, nel caos dei dati raccolti, chi siano tra tutti gli elementi individuati coloro che realmente abbiano qualche responsabilità nell’accaduto o forme di coinvolgimento con i terroristi e chi, invece, sia totalmente estraneo a queste situazioni. In tale quadro, almeno in linea di principio, le forze di sicurezza riceverebbero informazioni dettagliate e adotterebbero le adeguate cautele prima di ogni attacco, proprio per evitare di sbagliare l’obiettivo o fare delle vittime tra chi non c’entra nulla; alcune opportunità di eliminare gli obiettivi sarebbero state perse, in attesa di un’occasione più opportuna per colpire. Ogni attacco è supportato da un sistema operativo attivo 24 ore su 24.

Sul fronte opposto, in un articolo dell’11 settembre 2026 pubblicato su Alquds.com, il sito web ufficiale di Al-Quds (il quotidiano in lingua araba più diffuso e letto nei Territori Palestinesi), è stato sottolineato come l’imponente risonanza mediatica relativa alle capacità di Intelligence di Israele sia crollata di fronte agli eventi del 7 ottobre e la costituzione dell’unità Nili non sarebbe altro che un tentativo di celare l’impotenza strategica che ha colpito le unità di sicurezza israeliane più celebrate. Nell’articolo si sottolinea che durante l’operazione Diluvio di Al-Aqsa, i terroristi hanno preso il controllo di centri appartenenti all’unità 8200 — la più nota unità di sigint israeliana — sequestrando computer, dispositivi di precisione e documenti segreti, poi trasferiti nei tunnel utilizzati da Hamas. Ciò avrebbe inferto un colpo devastante al mito della propria capacità tecnologica, che Israele aveva cercato di costruire nel corso dei decenni. In sostanza, secondo l’estensore dell’articolo, l’intensa campagna promozionale attorno all’unità Nili in questa fase del conflitto in atto rappresenterebbe un tentativo, da parte di Benjamin Netanyahu, di placare la crescente rabbia interna. Il richiamo al nome storico Nili, infine, avrebbe lo scopo di convincere l’opinione pubblica israeliana che l’apparato di sicurezza sia ancora in grado di produrre tutta l’Intelligence necessaria e di colpire in qualsiasi momento, nel tentativo di sfuggire alle conseguenze di un fallimento strategico.

Energia, industria e AI. Cosa c’è nell’asse Italia-Polonia per la competitività europea

26 October 2026 at 15:38

Più uniti, più coesi. Per resistere alla pressa cinese e alla crisi energetica. Italia e Polonia rafforzano la propria cooperazione industriale e il coordinamento sulle principali politiche europee per la competitività. Adolfo Urso, ministro per le Imprese e il responsabile dell’Economia polacco, Andrzej Domański, hanno firmato una dichiarazione congiunta a Varsavia, a margine del vertice ministeriale “Friends of Industry”. Al centro dell’intesa, una posizione condivisa su tutela dei settori strategici, energia a costi competitivi e sviluppo delle tecnologie avanzate, con un impegno comune a rafforzare i rapporti tra i rispettivi sistemi produttivi.

“Con questa intesa (qui il testo integrale, ndr) rafforziamo la storica collaborazione tra Italia e Polonia, due Paesi a forte vocazione industriale uniti da una visione condivisa: difendere la capacità produttiva europea e costruire nuove opportunità per le nostre imprese”, ha dichiarato Urso. “La competitività industriale è un pilastro della sicurezza economica dell’Europa. Servono energia a costi sostenibili, regole più semplici e piena neutralità tecnologica, affinché la transizione sostenga gli investimenti e l’occupazione. Un più stretto coordinamento tra i nostri Paesi ci consentirà di promuovere con maggiore forza queste priorità nelle sedi europee e di sviluppare progetti comuni nei settori strategici”.

Tra le priorità dell’intesa, la revisione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets) e del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam). Italia e Polonia giudicano d’altronde la proposta della Commissione sull’Ets (qui l’intervista all’eurodeputata dem, Annalisa Corrado) ampiamente insufficiente a scongiurare il rischio di deindustrializzazione e chiedono riduzioni delle emissioni commisurate alle effettive possibilità tecniche ed economiche, il mantenimento delle quote gratuite senza nuove condizionalità e sostegno agli esportatori europei. Roma e Varsavia chiedono inoltre di sospendere l’eliminazione progressiva delle quote gratuite legata al Cbam finché il meccanismo non avrà dimostrato la propria efficacia.

Anche di auto si è parlato nel corso del vertice tra Urso e Domanski. Per l’automotive, l’intesa chiede una revisione immediata degli obiettivi e delle traiettorie di riduzione delle emissioni di CO₂ e il riconoscimento di una nuova categoria di veicoli alimentati con combustibili climaticamente neutri, inclusi i biocarburanti, nel pieno rispetto della neutralità tecnologica. Ancora, sul fronte energetico, il documento congiunto sollecita misure europee urgenti per ridurre i prezzi, rafforzare reti e approvvigionamenti e promuovere acquisti congiunti. Per chimica e siderurgia, sostiene gli investimenti nella modernizzazione degli impianti e il rafforzamento della difesa dalle pratiche commerciali sleali. Riconosce inoltre il valore strategico del rottame ferroso, chiedendo un quadro europeo che ne limiti le esportazioni e prevenga carenze per l’industria.

Quanto al versante della tecnologia, altro tema trattato, “la cooperazione tra Italia e Polonia si estenderà anche all’ Intelligenza Artificiale, al calcolo ad alte prestazioni e alle tecnologie quantistiche. Saranno inoltre promossi partenariati tra distretti e poli industriali nella trasformazione digitale, nell’energia pulita e nell’aerospazio, insieme a nuove opportunità di collaborazione nella difesa”. Urso ha poi dato la cifra e il senso dell’intesa. “L’Europa non può permettersi di perdere la sfida industriale per la lentezza delle proprie decisioni. La visione e le riforme devono essere accompagnate dalla capacità di agire in fretta. Non abbiamo altro tempo. Dobbiamo sfuggire alla trappola di Tucidide in cui sembra siano cadute sia Atene che Sparta”, ha sottolineato il ministro. Un richiamo che, nella competizione tra Stati Uniti e Cina, pone al centro l’autonomia strategica europea. Inevitabilmente.

Dagli Usa alla Germania, ecco chi sta puntando sul combattimento spaziale (e perché)

26 October 2026 at 15:32

La Germania istituirà una formazione militare dedicata alle operazioni spaziali, con un organico previsto di almeno mille unità all’interno della Luftwaffe. Ad annunciarlo è stato il tenente generale Holger Neumann, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica tedesca. La nuova struttura, è stato spiegato, riunirà sotto un unico ombrello tutte le attività militari tedesche legate allo spazio, con l’obiettivo di consolidare e ampliare le capacità già esistenti. Secondo quanto riferito, l’organizzazione comprenderà personale incaricato del controllo dei satelliti, unità dedicate alla space situational awareness e gruppi specializzati nei cosiddetti lanci operativi.

I primi passi della forza spaziale di Berlino

Si sa ancora poco dei dettagli, ma da quanto si apprende le prime attività di formazione sarebbero già iniziate, con sette militari impegnati in attività di addestramento per la gestione remota dei satelliti. Un’apposita sotto-unità sarà inoltre responsabile dei cosiddetti “lanci operativi”, intesi come la capacità di mettere rapidamente in orbita nuovi satelliti per sostituire o integrare quelli esistenti in caso di crisi. La collocazione della nuova formazione all’interno della Luftwaffe configurerà le operazioni spaziali nelle strutture di comando già esistenti all’interno dell’aeronautica tedesca. L’organizzazione si occuperà di attività connesse ai sistemi satellitari e alla sorveglianza dello spazio, in coordinamento con le altre componenti militari interessate.

È particolarmente interessante il fatto che, pur non disponendo ancora di un lanciatore nazionale – e men che meno di un soggetto appaltatore privato in grado di fornire le infrastrutture di lancio su richiesta e in tempi celeri – le Forze armate tedesche stiano lo stesso costituendo forze militari dedicate alla predisposizione e alla gestione di lanci improvvisi e determinati da esigenze operative orbitali. A guardarla in questo modo, sembrerebbe quasi che Berlino intenda addestrare gli operatori prima ancora di disporre delle piattaforme. La domanda è dunque d’obbligo: la Germania è più avanti di quanto non ammetta sul fronte dell’accesso autonomo allo spazio?

Le “armi spaziali” americane

A metà settembre il segretario dell’US Air force, Troy Meink, ha dichiarato che gli Stati Uniti dispongono già di armi in orbita. Interpellato sulla loro natura, ha preferito non aggiungere ulteriori dettagli. Notizia confermata il giorno seguente dal nuovo capo delle operazioni spaziali, il generale Douglas Schiess, (appena subentrato a B. Chance Saltzman). Anche qui non sono stati forniti dettagli sull’esatta natura di queste armi, per quanto gli analisti sono concordi nel sostenere che non dovrebbe trattarsi di sistemi cinetici. Un annuncio a cui il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto chiedendo che gli Usa frenino la loro corsa alla militarizzazione dello spazio. Appello, tuttavia, invecchiato molto male.

Il caso Iceye

Il 15 ottobre il satellite russo Kosmos 2612 ha cominciato ad avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar (Sar) della società finlandese-americana Iceye che fornisce rilevamenti satellitari alle forze di Kyiv. Già il giorno successivo, Kosmos si trovava a pochi chilometri dal bersaglio, con cui ha poi giocato al gatto col topo per due giorni, passando davanti e dietro al satellite, prima di allontanarsi tra il 18 e il 19 ottobre. 

Per diversi osservatori si è trattato della prima operazione di rendez-vous and proximity (Rpo) di questo tipo contro un satellite commerciale, dal momento che finora i Kosmos avevano pedinato soprattutto assetti governativi americani, come accadde nel 2020 con Usa 245. Infatti, Kosmos 2612 era stato lanciato in aprile insieme ad altri satelliti russi, e a maggio quattro di essi, dal Kosmos 2610 al 2613, avevano già modificato la propria orbita avvicinandosi sempre ad Iceye-X36. All’epoca qualcuno aveva invitato a considerare l’evento come una “coincidenza orbitale”, ma i fatti del 15-19 ottobre rendono ormai palese che dietro ai movimenti del satellite russo ci fosse la precisa volontà di avvicinarsi al satellite di un operatore privato che lavora per un Paese in guerra con Mosca.

Lo spazio si fa caldo

Che diversi Paesi si siano dotati negli ultimi anni di Forze armate – più o meno strutturate – dedicate al dominio spaziale non è una novità. Dal 2019, anno di istituzione della Space Force, diversi Stati hanno costituito branche spaziali militari dedicate o incluso lo spazio all’interno delle prerogative delle proprie Aeronautiche (come hanno fatto tra gli altri Italia, Francia e Germania), ma le ultime settimane stanno registrando un nuovo trend: la costituzione di reparti spaziali combattenti. È il caso, ad esempio, dello Space Effects Squadron delle Forze armate britanniche, le cui prerogative includeranno “la capacità di disturbare, degradare o negare le attività avversarie”. Vale la pena sottolineare che per “reparti combattenti” non si intendono fantascientifici battaglioni di soldati-astronauti, bensì unità la cui specifica destinazione d’impiego riguarderà l’utilizzo di assetti spaziali pensati per condurre operazioni direttamente in orbita e contro assetti analoghi. Si tratta di una distinzione importante, dal momento che, finora, i reparti spaziali nelle varie Forze armate sono stati dedicati principalmente a impiegare assetti che hanno una diretta rilevanza per le operazioni sulla Terra. Si pensi, in questo riguardo, ad Iceye-X36, che osserva i movimenti russi dall’orbita. Ed è proprio la crescente dipendenza globale dai servizi spaziali a candidare i loro abilitatori, i satelliti, a bersagli privilegiati in caso di conflitto. Di conseguenza, gli Stati si stanno dotando degli strumenti per difenderli (e attaccarli) direttamente nello spazio e di personale in uniforme in grado di manovrarli. Per comprendere il cambio di paradigma in corso, si pensi al potere aereo: già nel XIX secolo i palloni aerostatici venivano impiegati per osservare gli eserciti nemici, ma fu solo con la Prima guerra mondiale e con l’impiego operativo dei primi velivoli che quello aereo è assurto a dominio del conflitto “completo”, con le conseguenze che conosciamo bene. Con i dovuti distinguo del caso, il dominio spaziale sta attraversando la stessa trasformazione, da elemento di supporto agli altri domini a scenario combat localizzato direttamente fuori dall’atmosfera. Non si tratta ancora di una transizione completa, la quale richiederà ancora diverso tempo, ma i movimenti (e gli stanziamenti) delle principali potenze non lasciano dubbi in merito: i prossimi conflitti si combatteranno direttamente in orbita.

Da un leader autoritario al populismo? Tutti i rischi della nuova Serbia secondo Loperfido

26 October 2026 at 15:14

Sono contrari alle sanzioni alla Russia, non riconoscono il Kosovo, non sono così certi della strada verso l’Ue. La pensa così una parte dell’elettorato serbo che ieri ha consegnato il Paese alla Lista degli Studenti, rompendo il monopolio durato 14 anni di Aleksandar Vucic. Di contro, molte analisi stanno oggi riconducendo il cambio di potere in Serbia a una svolta pro Bruxelles, ma gli interrogativi in questa fase sono forse più delle certezze, dal momento che del programma dei nuovi amministratori poco si sa. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di FdI Emanuele Loperfido, membro della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e inviato dell’Osce proprio a Belgrado per seguire il processo elettorale. “Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia”.

Perché Vucic ha perso le elezioni?

Fisiologicamente, dopo 14 anni, anche il miglior premier sul mercato può stancare il proprio elettorato che sceglie di metterlo da parte. Di fronte ha avuto un movimento politico studentesco che è cresciuto, avendo sempre Vucic come obiettivo: e quindi, di fronte a un mondo che è cambiato rapidamente, anche loro hanno voluto cambiare, invertendo un trend di un establishment che si era consolidato in Serbia. Il sentimento tipico giovanile di volontà di cambiamento è esacerbato probabilmente da un sistema che era diventato un po’ oppressivo. Inoltre Vucic deve aver perso anche il polso del Paese e qualche suo collaboratore non è stato in grado di interpretare l’intensità della volontà del cambiamento.

Da osservatore Osce cosa ha visto durante le elezioni? Il rischio brogli e aggressioni ritiene che complichi la strada del Paese verso l’Ue?

I Balcani non possono mai essere analizzati in modo manicheo, da una parte o dall’altra: piuttosto occorre valutare le tante sfaccettature per comprendere il quadro generale. Sicuramente c’era da parte del movimento studentesco un allarme circa il fatto che potessero verificarsi brogli, per cui c’è stato un presidio molto capillare nei seggi. Noi abbiamo visto durante le operazioni di voto tanti rappresentanti di lista. Una presenza quasi asfissiante ai seggi, che racconta un dato abbastanza emblematico di queste elezioni: ovvero in tutti i seggi sono arrivati gli esponenti del movimento studentesco con in mano la loro penna perché venivano ipotizzati vari brogli tramite l’utilizzo da parte del regime di penne cancellabili. Quindi erano tutti premuniti, andando al seggio con la loro penna, scattando anche una foto alla scheda. Però poi la volontà popolare è stata così forte per cui, già pochi minuti dopo la chiusura dei seggi, quando stava avanzando l’ipotesi di scontri in piazza, Vucic ha riconosciuto la sconfitta e il Paese ha potuto godere del risultato elettorale che è stato netto. Inoltre il regime non ha assolutamente reagito, come qualcuno ipotizzava. Forse in realtà Vucic era molto meno sicuro di quello che pensavano nel suo staff e il monitoraggio nella parte pre elettorale ha esemplificato un dato che è apparso chiaro a tutti noi presenti: ovvero che la Lista degli studenti è un movimento che ha saputo interpretare la volontà di cambiamento, ma senza avere un programma politico ancora ben chiaro.

Quali sono le idee della Lista degli studenti? Sono realizzabili e in linea con le politiche Ue?

Il programma consiste in 1900 pagine che non avevano pubblicato in toto, perché ancora erano in fase di comprensione: ovvero si ragionava su quali potevano essere gli elementi caratterizzanti un movimento politico che raccoglie di tutto. Senza dubbio sono stati abili nell’intercettare il dissenso verso Vucic, ma poi alla conta dei fatti tra i loro elettori ci sono serbi contrari alle sanzioni alla Russia, serbi che non riconoscono il Kosovo, serbi non sono così certi della strada verso l’Ue, serbi che non hanno chiara la dimensione della pace giusta in Ucraina. Inoltre nei confronti dell’Europa non si sono alleati con un partito europeista che comunque si era presentato alle elezioni, perché al loro interno hanno un’anima ancora dubbiosa rispetto al percorso europeo. Quindi si tratta di un movimento che oggi verrà chiamato a stabilire quali sono le priorità dal punto di vista della politica internazionale. Fino a ieri i loro elementi distintivi erano soprattutto la volontà di trasparenza, la lotta alla corruzione e il ricambio anche generazionale dell’establishment.

E adesso?

Ora verrà una fase molto difficile: quindi per chi in Italia ha fatto una lettura molto semplice, dicendo che ha vinto l’Europa, in realtà stando fisicamente lì in quelle ore per le elezioni credo occorrerà più tempo per capire dove andranno davvero.

Hanno vinto studenti, manifestanti, neofiti della politica: esiste il rischio di passare da un leader autoritario ad una fase di caos e populismo?

Può essere un’ipotesi, perché i leader al momento riconosciuti sono essi stessi senza esperienza politica. Sono sicuramente validi accademici, validi, professori, validi professionisti, ma senza esperienza politica. La loro organizzazione è fatta di comitati che, come ci hanno tenuto a ribadire più volte, sono comitati orizzontali e non verticali, per cui si decide sulla base dell’esito di piattaforme internet e magari vengono prese decisioni che sono anche diverse e non compatibili l’una con l’altra. Un de javu di ciò che abbiamo già visto in Italia. Noi possiamo essere sicuramente contenti dell’esito del risultato elettorale dal punto di vista della democrazia, che ha dimostrato come nonostante quello che veniva dagli studenti indicato come “regime” c’è stata una altissima affluenza. Quindi da questo punto di vista si può dire che la democrazia serba è matura e funziona: passi in avanti che, come Europa, noi dobbiamo essere contenti che si siano verificati. Adesso vediamo se sceglieranno la sponda europea oppure se magari si faranno affascinare ancora dalla Russia.

In che senso?

Beh, non avendo accessi al mare, la Serbia è ancora costretta a prendere l’energia da Mosca.

Vede il rischio che con la nuova classe dirigente la Serbia rischi essenzialmente di fare un salto nel buio?

Premetto che ultimamente forse era più Putin che aveva bisogno di Vucic e non il contrario, a causa il gioco russo a scacchi nella strategia internazionale. Putin ha bisogno di far vedere che ha un piede nei Balcani. Di contro Vucic con la sua esperienza politica e con un’autorevolezza che deriva dai 14 anni al potere, ha giocato sapientemente su due fronti, facendo l’occhiolino una volta al’Europa, una volta la Russia. Ora con questa nuova classe dirigente le problematiche legate all’energia rimangono intatte e la Russia è la via più facile per una fornitura energetica che continua ad essere a poco prezzo. Come Europa, dovremo essere bravi a metterci nelle condizioni di far risultare più attraente la sponda europea per la Serbia, quindi fare in modo che ci possano essere forniture alternative a buon prezzo. E quindi evitare che i serbi cadano nella provocazione per cui stare con la Russia vuol dire avere energia a poco prezzo e stare con noi significherebbe energia ad alto prezzo. Un’ultima annotazione: il Partito democratico italiano continua a gioire per le vittorie all’estero. Dopo l’Ungheria ora la Serbia, pur non essendo assolutamente famiglie politiche a loro ascrivibili.

Un’Italia da ripulire insieme. La lezione di Keep America Beautiful

26 October 2026 at 14:30

Negli ultimi due weekend di manifestazioni, nuove scritte si sono aggiunte a quelle che da anni deturpano molte nostre città: facciate private, edifici pubblici, chiese e monumenti. Molte di queste, in realtà, non hanno alcun legame con la piazza. E, non ogni segno su un muro è vandalismo. In proposito, qualcuno potrebbe rilevare che si tratti di una pratica risalente nel tempo, nei secoli, meglio nei millenni, e che in alcuni casi esse rappresentino interessanti fonti per un racconto storico o siano vere e proprie espressioni artistiche. Ad ogni modo, nel 2024 il Legislatore ha inasprito le sanzioni per chi deturpa beni culturali e paesaggistici. Molte amministrazioni comunali, così come singoli cittadini, sanno bene quanto sia salato il costo per il recupero e il ripristino delle superfici.

Dall’altra parte dell’Atlantico c’è chi da settant’anni prova a fare del decoro un impegno condiviso. Si tratta di Keep America Beautiful che nasce nel dicembre 1953 a Stamford, in Connecticut, per iniziativa di chi produceva lattine e bottiglie. La risposta dell’organizzazione al crescere dei rifiuti ai bordi delle strade e delle highway è un’idea destinata a durare: il degrado è un problema di comportamento individuale, da affrontare con l’educazione civica e il volontariato. Negli anni Settanta la sua campagna più celebre fu uno spot con un nativo americano in lacrime davanti a un paesaggio inquinato: l’attore, Iron Eyes Cody. Oggi conta milioni di volontari: solo nel 2025 sono stati oltre 2,3 milioni, con più di 60.000 eventi.

Nel 2026 l’organizzazione è stata nominata non profit dell’anno. I risultati si vedono: secondo il suo ultimo studio nazionale, pubblicato nel maggio 2026, i rifiuti dispersi lungo strade e corsi d’acqua americani sono calati del 34% rispetto al 2020. E, in occasione dei 250 anni dell’Indipendenza ha rilanciato in grande la mission: il “Greatest American Cleanup”, con l’obiettivo di rimuovere 25 miliardi di rifiuti entro il 4 luglio 2026.

Ora, per quanto qui di interesse, Keep America Beautiful, ormai trent’anni fa (1996), ha promosso “Graffiti Hurts”, un progetto contro il vandalismo grafico finanziato, paradossalmente, proprio da un gruppo che produce vernici spray. Il metodo di lavoro è quello del volontariato civico. Piccole borse in denaro vanno a gruppi di quartiere che organizzano rimozioni rapide, linee telefoniche per le segnalazioni e programmi di adozione di un muro o di un angolo di strada. Sullo sfondo c’è la teoria delle “finestre rotte”, secondo la quale il degrado visibile, se tollerato, alimenta altro degrado. In Europa c’è chi ha scelto la via della manutenzione pubblica: a Parigi la rimozione di tag e graffiti è gratuita, ed è il municipio di arrondissement a decidere che cosa sia un’opera artistica da preservare e che cosa, invece, vada tolto.

Questa esperienza statunitense ha già i suoi interpreti anche da noi. A partire da Firenze, dove è attiva dal 2010, i volontari della Fondazione Angeli del Bello ETS rimuovono le scritte dai muri, curano il verde, sistemano gli angoli abbandonati e organizzano i “CamminPulendo”, passeggiate di raccolta dei rifiuti. È la prova che il modello funziona anche in Italia: quello che manca è la scala nazionale. Da qui si potrebbe partire, pianificando e progettando una grande campagna nazionale per il decoro urbano sul modello del Greatest American Cleanup.

Un obiettivo misurabile, una data simbolica come gli ottant’anni della Costituzione, il 1° gennaio 2028, e due fronti tenuti insieme come fa Keep America Beautiful: i rifiuti abbandonati e le scritte sui muri. Strade, parchi, spiagge e argini liberati dai rifiuti; facciate, monumenti e chiese restituiti al loro aspetto; piazze e giardini curati in ciascuno dei quasi ottomila comuni. La regia potrebbe spettare alle diverse articolazioni territoriali della Repubblica insieme alle forze vive della società italiana, incluso il sistema economico (come partner e sponsor), valorizzando chi già è impegnato sul campo, anche per assicurare l’adeguata formazione dei volontari e garantire la dovuta professionalità degli interventi di pulizia. Due condizioni, però, sono richieste.

La prima è misurare: senza una sorta di censimento o mappatura dei rifiuti dispersi e dei muri imbrattati, con i relativi costi di pulizia, come quello che Keep America Beautiful aggiorna periodicamente con il suo National Litter Study, la campagna resterebbe uno slogan. La seconda è tenerla fuori dalla contesa: niente bandiere di partito sugli spazzoloni, e accanto al volontariato la responsabilità di chi imbratta, chiamato a riparare. Naturalmente, laddove siano coinvolti beni storici o vincolati si dovrà tener conto delle autorizzazioni e/o delle procedure amministrative necessarie, come nel caso di quelle in capo alle Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio.

Se l’articolo 9 della Costituzione affida alla Repubblica la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, una mobilitazione per il decoro, come quella qui avanzata, potrebbe essere il modo più concreto di prenderlo sul serio.

L’Ets è la strada per l’industria del futuro, non l’ostacolo. Parla Corrado (Pd)

26 October 2026 at 14:22

Potere della transizione. O, meglio, della ceramica. Il M5S che vota con Fratelli d’Italia, Confindustria che ringrazia il Pd. Davvero quadro inedito tratteggiato dal voto del Parlamento europeo che ha approvato un aumento di quote gratuite di CO2 per le industrie più energivore di alcuni settori, a cominciare dalla ceramica. Detto più tecnicamente, l’eurocamera ha dato il via libera all’aggiornamento dei target Ets basati sul calore e sui combustibili per il periodo 2026-2030. Un passo indispensabile per portare avanti il negoziato europeo per rendere più equo il meccanismo per la tassazione delle emissioni che per molti governi, Italia in testa, rappresenta un’autentica strozzatura nella formazione del prezzo finale dell’energia.

Allargando lo spettro e andando nel pratico, le industrie europee potranno da ora contare su quasi 100 milioni di quote di emissione gratuite aggiuntive per il periodo 2026-2030, proprio grazie all’approvazione della revisione dei benchmark del sistema di scambio delle quote di emissione. Revisione che tocca come detto i parametri di riferimento utilizzati per calcolare le quote gratuite assegnate agli impianti industriali. L’obiettivo è contenere i costi per le imprese europee e ridurre il rischio di carbon leakage, cioè il trasferimento della produzione verso Paesi con vincoli climatici meno stringenti. In prima linea per questa piccola grande svolta c’è stata e c’è Annalisa Corrado, europarlamentare del Pd e responsabile dem per l’Ambiente.

Il voto dell’europarlamento sembra suggerire un primo, vero, ammorbidimento del sistema Ets, pur mantenendo inalterata la natura del meccanismo. Le pare una lettura corretta?

Non lo definirei un ammorbidimento, no. Anche se, come in ogni negoziato, ci si è dovuti aprire a una parte di quote gratuite trasversali in più, che comunque siamo riusciti a contenere, non è certamente questo il punto più importante.

E quale sarebbe?

Con un emendamento a mia prima firma, diventato parte centrale del compromesso condiviso in commissione Ambiente, abbiamo introdotto un approccio verticale per i settori industriali penalizzati dal calcolo del benchmark di riferimento settoriale: settori che finora hanno pagato più quote Ets di quanto dovuto. Quel testo, passato in commissione Ambiente con ampia maggioranza, è stato poi approvato anche dalla plenaria, senza che passasse nessuno degli emendamenti presentati, anche in modo scorretto perché rischiavano di far saltare tutto, da membri di forze che pure avevano sostenuto il compromesso.

Da tutto questo cosa possiamo evincere?

Non abbiamo abbassato l’ambizione climatica: abbiamo ripristinato una giusta richiesta di contributo alla decarbonizzazione, eliminando una pressione inadeguata su comparti fondamentali per le nostre economie. Per l’Italia è decisivo soprattutto per la ceramica, un settore cruciale per diversi territori.

L’Italia è da mesi in prima linea per una revisione profonda del meccanismo. Come giudica questa battaglia del governo Meloni?

La battaglia del governo Meloni è esattamente l’opposto del nostro approccio: loro vogliono sospendere e smantellare l’Ets, e con lui la transizione, in nome di un’ideologia che individua nella decarbonizzazione il nemico da abbattere. È una posizione miope, che di fatto protegge i grandi interessi degli idrocarburi, mentre il Paese paga l’energia più cara d’Europa proprio per la dipendenza dal gas. Decarbonizzare è la strada della competitività, non il suo ostacolo.

Il Pd invece va in una direzione diversa, anzi direi opposta. Vuole spiegarla?

Sì, noi lavoriamo in modo diametralmente opposto: rafforzare il sistema, correggerne le storture, renderlo più realistico e applicabile, e costruire un’Europa che investa fondi propri per sostenere i settori in difficoltà, verso un modello Next Generation Eu permanente a cui le destre nazionaliste continuano testardamente ad opporsi. E la narrazione della tassa sul clima è un pretesto: l’Ets diventa una tassa solo quando i proventi non vengono usati per decarbonizzare, come succede in Italia, dove finiscono nella fiscalità generale invece di aiutare le imprese. Detto questo sull’approccio generale, va detto che sul progetto specifico per salvare la ceramica c’è stata una convergenza trasversale, anche se non totale, tra forze di governo e di opposizione. Sono davvero fiera di aver contributo in primissima linea a questo risultato, frutto di un lavoro collettivo che viene da lontano tra Sindaci dei territori, Regione Emilia Romagna (De Pascale e Colla in testa), associazioni delle industrie ceramiche, tecnici e funzionari del parlamento e del gruppo S&D, oltre a colleghe e colleghi come Stefano Bonaccini.

Adesso cosa succede? Entra in gioco il governo italiano nel negoziato interno all’Ue, che cosa si aspetta?

Ora la palla passa al trilogo, dove servirà una posizione forte del Consiglio che il nostro governo deve saper costruire e difendere. Spero che Meloni la sostenga, senza provare a forzarla in chiave anti-Ets: sarebbe l’unico modo per essere certi di trovare lo scontro con la Commissione e affossare la proposta.

Il dibattito sull’Ets ha posto sullo stesso piano il tema della decarbonizzazione e dell’industria. Cosa risponde a chi dice che oggi decarbonizzare troppo spesso vuol dire deindustrializzare?

Che è esattamente il contrario. Lo ha detto già a inizio legislatura Mario Draghi, che certo non è un pericoloso sovversivo ecologista: la dipendenza da idrocarburi (che non possediamo) è un elemento di fragilità conclamato delle nostre economie, crisi dopo crisi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, chi ha investito nella decarbonizzazione ha retto meglio, e ancora meglio ha retto quando è arrivata la nuova crisi, provocata dall’aggressione all’Iran di Trump e del genocida Netanyahu, che ha causato la chiusura dello stretto di Hormuz. Basti pensare alla ricetta di Sanchez e Tibera, in Spagna, che oggi ha bollette spesso pari alla metà o meno delle nostre. Noi invece siamo rimasti ancorati all’idea dell’hub del gas, che è diventata la principale fonte della nostra debolezza industriale. Si passa da una crisi all’altra, e se non siamo preparati non possiamo che fallire. Inoltre questi idrocarburi sono scambiati su mercati fortemente speculativi e instabili sul piano geopolitico, che non garantiscono stabilità nei costi di produzione: la cosa peggiore che possa capitare a un’industria.

L’errore da non commettere?

Allentare o azzerare l’Ets significherebbe sognare di tornare a un Novecento che non esiste più e indebolire la nostra autonomia strategica, cioè la capacità di tenere testa ai governi autocratici da cui dipendiamo per le fonti fossili. Decarbonizzazione e industria sana e di qualità vanno nella stessa direzione.

Vi racconto il ruolo dei cattolici nelle elezioni del Brasile, Paese di Nostra Signora Aparecida

26 October 2026 at 14:18

La devozione del Brasile a Nostra Signora Aparecida avrà svolto un ruolo nella campagna elettorale brasiliana che questa notte ha visto prevalere per quattro milioni di voti il presidente uscente, il cattolico Lula? Può sembrare una battuta, ma che il voto brasiliano abbia visto gran parte della base cattolica mobilitata per Lula e di quella della galassia evangelicale sostenere lo sfidante Bolsonaro è noto. Ed è interessante che in queste ore alcuni giornali abbiano ricordato che durante la campagna elettorale, Flavio Bolsonaro abbia detto espressamente che avrebbe reso chiaro una volta Presidente che il Brasile appartiene solo a Gesù Cristo. La patrona del Brasile, però è Maria, Nostra Signora di Aparecida. Lasciamo stare la festa nazionale del 12 ottobre, quella appunto della patrona del Brasile, sarebbe stata rivista. Cosa c’è di politico nella presenza o assenza di questa “patrona”, di Nostra Signora di Aparecida?

Il ruolo della religioni, e in particolare la vicinanza di molti cattolici a Lula e il progressivo identificarsi degli evangelicali con l’altro fronte, indicano che le due idee di Dio sono molto diverse e questo ha ed ha avuto un peso politico evidente. Tutti i temi forti della politica di destra di Jair Bolsonaro e ora di suo figlio, Flavio Bolsonaro, incrociano la  visione di queste chiese, che ritengono la Bibbia “parola di Dio”, quindi da applicare alla lettera, senza interpretare o discutere. Lo slogan elettorale di Flavio Bolsonaro è stato “Dio, patria, famiglia”. Ma non ci sono solo questi tre termini: ci sono le “armi”, strumenti di difesa, ci sono la “droga” e l’“omosessualità”, cioè offese o sfide a Dio, e poi “aborto”, l’“educazione sessuale”, la “salute”, tutti temi che accompagnano il fronte guidato dai Bolsonaro da quando il padre Jair, già cristiano e cattolico, si fece battezzare da un influentissimo pastore evangelicale nelle acque del fiume Giordano. In questa tornata elettorale la linea evangelicale è stata rafforzato dal figlio, con l’ingresso prepotente dei temi apocalittici nel confronto politico. Una questione enorme.

È evidente che di tutto questo il tema della violenza e delle armi non può essere sottovalutato. Parliamo di un’America Latina dove gli assassinii perpetrati in questi ultimi anni raggiungono il 30% di quelli commessi nel mondo, con un popolazione che non arriva certo a tale percentuale. È chiaro che la violenza è un’emergenza vissuta come parte della propria quotidianità e l’idea di combatterla dando a tutti un’arma come strumento di difesa convince. Il contrario, che può apparire più logico, apparirà invece un lasciare alla malattia, alle varie forme di malavita, l’esclusiva della violenza armata. Ma è il legame con le altre proposizioni “religiose”, oltre che le connivenze politiche con ambienti non limpidi, che costituisce lo specifico di questo tempo e che danno alla vittoria di Lula un peso non solo brasiliano. Il cattolicesimo, antica fede prevalente in Brasile, ha perso consistenza nel tempo fino ad arrivare a qualcosa come il 50%, a fronte di una crescita costante dei pastori (i famosi telepredicatori) evangelicali e del consenso di cui godono le loro Chiese. Così il successo di Lula va capito e letto anche in questa chiave. Ovviamente non tutta la chiesa cattolica lo ha sostenuto, come non tutto il mondo protestante o segnatamente evangelicale ha sostenuto Bolsonaro, ma le tendenze popolari sono state queste: i sondaggi dicono che Lula ha ottenuto il sostegno del 48% dei cattolici, il suo sfidante circa il 27%: le percentuali si capovolgono nell’altro campo. E qui entra in campo il valore di Aparecida. C’è ancora? Sarà ancora un simbolo così forte?

Quando Benedetto XVI visitò il Brasile, un viaggio breve, non andò a Rio, dove è nota la presenza della grandissima statua di Gesù Cristo: dopo la grande messa celebrata a San Paolo si recò al santuario di Aparecida.

La storia di quella statua di Maria persa nel fiume attiguo e ritrovata dopo tempo da pescatori è notissima. Emerse per caso, quando alcuni pescatori furono mandati a pesca per offrire del buon pesce a un illustro ospite in transito. Prima trovarono il corpo, poi la testa, poi, si racconta, tanto pesce, prima assente. Ma tutto il tempo trascorso nell’acqua e le sostanza che vi si trovavano presenti ha reso quella statuetta lignea di un colore scuro, molto più di quanto accada normalmente. Questo ha diffuso l’idea, la percezione o il racconto di una vicinanza alla popolazione di colore, ai discendenti degli schiavi che costruiscono così ampia parte del Brasile. Ma, leggendo sulla stampa confessionale italiana, è un po’ più ampio  il “messaggio” forte, il valore della Vergine di Aparecida, ciò che ha maggior peso. Trovo interessante quanto ha scritto nel 2019 il Messaggero di San’Antonio: “L’immagine dell’Aparecida si ricollega all’Immacolata Concezione. Ha la luna sotto i piedi, e calpesta il serpente. I suoi sono quindi simboli di potere e di vittoria. Eppure la statuetta è nera e rotta. Si è fatta trovare da persone povere, facendo capire che preferisce rimanere in mezzo ai poveri per proteggerli. Sin dall’epoca del suo ritrovamento si sparse come un fulmine la notizia che la Vergine di Aparecida faceva miracoli in favore delle persone più povere e oppresse della società”.

La devozione mariana è diffusa in tanti Paesi dell’America Latina e visitando Aparecida ci si può facilmente ricordare del santuario boliviano di Copacabana, dove si venera un’altra Madonna scura, come gli Indios anche del vicino Perù, che giungono annualmente  fin lì in pellegrinaggio.

Chi conosce la storia di Nostra Signora Aparecida narra anche delle successive avventure, del ruolo di alcuni missionari cattolici accanto alla popolazione ma anche di altri, diversi comportamenti ecclesiali.

Ora è difficile dire se la devozione a Nostra Signora Aparecida abbia avuto un peso, un qualche ruolo nella scelta di quei cattolici che magari si erano astenuti al primo turno e che al ballottaggio, magari offesi dalla battuta di Flavio Bolsonaro che ha irriso Lula perché ha nove dita, avendone perso un dito in un incidente in fabbrica, come ha prontamente replicato nel dibattito televisivo, sono tornati a votare. Ma certo nella vittoria di Lula, all’ultimo momento utile, si può cogliere un senso cattolico, visto il coinvolgimento così tanto spesso citato dei cattolici nel sostegno a Lula, che il possibile, imminente viaggio di Papa Leone potrebbe cogliere come messaggio latino-americano: per la Chiesa cattolica non tutto è perso, ma le sfide sono enormi e il papa anche peruviano, vista la sua lunghissima permanenza in quel Paese e la conservazione anche di quella cittadinanza, lo sa bene.

Tra Teologia della Liberazione, emendata da errori di quel tempo, e Teologia del Popolo , forse si possono trovare bandoli importanti per ciò che verrà. E questo riguarda anche i temi che ha trattato Leone XIV nella sua enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata all’Intelligenza Artificiale.

Mediterraneo orientale. Le giravolte di Turchia, Libia ed Egitto spiegate da Caffio

26 October 2026 at 12:40

I fattori geografici giocano un ruolo decisivo nel favorire le politiche di potenza degli Stati. La Grecia da anni fa perno sulle sue tante isole per proiettare i confini della Zee e della sottostante Piattaforma continentale (Pc) a ridosso della costa della Turchia. La quale a sua volta ha rovesciato il paradigma elaborando la teoria della Patria Blu (Mavi Marmar) con cui si è attribuita estesissimi spazi marittimi a danno di quelli delle isole greche.

Due opposte interpretazioni del diritto del mare si confrontano: rigidamente ortodossa quella greca nel seguire l’equidistanza geometrica senza tener conto di criteri di proporzionalità; più creativa quella turca che, per raggiungere i suoi scopi, spesso forza l’interpretazione delle norme.

Il Mediterraneo, con la sua conformazione ristretta, non consente iniziative marittime unilaterali. Quando questo si verifica, come nel nostro caso, si ha una forma di lawfare che crea estese grey zones dai confini incerti simili a quella del Mar della Cina

Memorandum turco-libico del 2019

Una mossa inaspettata ed estrema è stato nel 2019 il Memorandum di delimitazione tra il Governo di Accordo Nazionale (GNA) tripolino e la Turchia. L’intesa prevede una fascia diagonale di Pc, in un’area ricca di idrocarburi, tra l’Anatolia e la Cirenaica attribuendo una proiezione marittima alla costa turca in direzione est-ovest. Per conseguenza, le isole greche di Kastellorizo, Rodi, Scarpanto e Creta sono state private di qualsiasi spazio di Pc oltre le acque territoriali.

L’accordo ha ovviamente determinato varie proteste da parte greca che lo considerano nullo perchè contrastante con la Convenzione del diritto del mare (Unclos). Analoga la posizione della Ue nel non riconoscere efficacia all’iniziativa verso gli Stati terzi. L’Egitto ha egualmente subito condannato il Memorandum.

La risposta greca è stata immediata: nel 2020 ha firmato al Cairo un parziale accordo di delimitazione della Zee con l’Egitto che determina una sovrapposizione con la pretesa turco-libica: ignorando la costa anatolica, dà pieno effetto alle isole greche davanti al litorale egiziano sino al meridiano 28°. L’Egitto non ha tuttavia accettato la proposta greca di spingersi fino alla Zee di Cipro ed ha lasciato la porta aperta ad un successivo accordo con la Turchia.

Ratifica del Parlamento di Tobruk

Dopo essere stato in sonno per sette anni a testimoniare la difficile situazione interna della Libia divisa tra il GNA e quello del Libyan National Army (LNA), ora il Memorandum è stato ratificato lo scorso 20 dalla Camera dei Rappresentanti (HoR) di Bengasi.
Nella stessa seduta è stata votata la revoca di una precedente risoluzione sulla rottura delle relazioni diplomatiche tra il LNA ed Ankara.

Sono state così superate quelle riserve che – su istanza della HoR – avevano portato ad una pronuncia sfavorevole della corte di appello di Al-Bayda basata, sul fatto che il GNA di Tripoli non avessero l’autorità legale di siglare un simile accordo.

Reazioni internazionali

Immediata la reazione della Grecia che, assieme a Cipro, ha reiterato le iniziali proteste depositandole alle Nazioni Unite. Nicosia ha in particolare evidenziato i pericoli per la stabilità del Mediterraneo Orientale giudicando provocatoria l’iniziativa.
Molto decisa anche la posizione Ue che ancora una volta ha eccepito sia la nullità del Memorandum che la violazione dei diritti sovrani di propri Paesi membri.

L’Egitto ha ovviamente rinnovato la sua contrarietà. Tuttavia, a sorpresa, in un colloquio tenutosi il 24 ottobre ad Istanbul tra i rispettivi ministri degli esteri nell’ambito del Gruppo quadripartito di cui fanno parte Arabia e Pakistan, ha evidenziato la necessità per Turchia ed Egitto di negoziare un proprio accordo di delimitazione conforme ai principi equitativi dell’Unclos.

Più sfumata la posizione statunitense che, senza condannare il Memorandum, ha indicato i benefici di un approccio economico basato su investimenti ed estrazione delle risorse energetiche.

Verso una nuova fase

Artefice della nuova situazione è senz’altro la Turchia che, in questo modo, dimostra di aver superato le frizioni che la opponevano alla Cirenaica di Haftar perseguendo l’ambizioso progetto di estendere la sua influenza su una Libia unificata. Tutti da dimostrare invece i vantaggi concreti che ad Ankara verranno dalla ratifica del Memorandum visto che appare difficile lo sfruttamento di zone di mare contestate.

Proprio per questo, seguendo il consiglio degli Usa, l’Egitto potrebbe rilanciare l’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF) invitando la Turchia a farne parte.

Più difficile prevedere la futura linea di Grecia e Cipro che, forti dell’appoggio Ue, al momento sembrano sul piede di guerra.

Quanto all’Italia, noi non siamo confinanti lateralmente con la Pc libica avendo ad est un limite già concordato con la Grecia. Tuttavia, oltre ad essere direttamente interessati a mantenere buone relazioni con la Turchia in una futura Libia riunificata, abbiamo proposto a Tripoli di iniziare un negoziato di delimitazione: si tratta dell’area a sud est della Sicilia dove la Pc libica si sovrappone in parte a quella Maltese la quale, a sua volta, è in overlapping totale con la nostra.

Da notare infine che nel 2023 l’Eni, per voce di Claudio Descalzi, dichiarò che l’accordo per la costruzione del gasdotto EastMed avrebbe dovuto necessariamente includere la Turchia, a significare la necessità di superare le contrapposizioni sulle pretese marittime in una prospettiva economica.

Biotech e semiconduttori, la nuova stretta Usa sulla Cina

26 October 2026 at 11:34

Non è ancora una vera stretta, ma qualcosa di molto simile. Lo si potrebbe chiamare segnale, ben chiaro nella nota del Tesoro americano. L’amministrazione Trump ha proposto una norma che punta a limitare severamente i futuri investimenti statunitensi nel settore biotecnologico cinese, consentendo però alle case farmaceutiche americane di acquistare i diritti sui farmaci inventati nel Paese del Dragone. Il dipartimento del Tesoro lo chiama Comprehensive outbound investment national security Act, finalizzato a limitare gli investimenti in settori stranieri considerati di interesse per la sicurezza nazionale, tra cui, oltre alle biotecnologie, anche quelli relativi ai semiconduttori, l’Intelligenza Artificiale e tecnologia quantistica, rigorosamente made in China.

Più nel dettaglio, il Tesoro statunitense fa notare come proprio la biotecnologia possa essere utilizzata da certi Paesi per scopi militari, di sorveglianza o cyber. Scorrendo il documento, quello che è a tutti gli effetti una proposta di regolamento, impone per esempio al Segretario del Tesoro “di emanare regolamenti che richiedano ai cittadini statunitensi di notificare al Tesoro determinate transazioni che coinvolgono soggetti stranieri soggetti alla normativa e impegnati in tecnologie soggette a notifica e che vietino ai cittadini statunitensi di effettuare altre transazioni che coinvolgono soggetti stranieri soggetti alla normativa e impegnati in tecnologie proibite”.

In tal senso, il possibile regolamento parla apertamente di “tecnologia proibita” e “tecnologia soggetta a notifica” in cinque settori tecnologici: semiconduttori e microelettronica, sistemi di Intelligenza Artificiale, tecnologie dell’informazione quantistica, calcolo ad alte prestazioni e supercalcolo e sistemi ipersonici. “Sotto la guida del presidente Trump”, recita la nota del Tesoro citando il Segretario Scott Bessent, “ci impegniamo a dare priorità alla sicurezza nazionale americana”.

E dunque, “le normative proposte rafforzerebbero l’attuale Programma di sicurezza degli investimenti all’estero per impedire ai nostri avversari di utilizzare gli investimenti statunitensi per sviluppare tecnologie critiche che minacciano la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Questo importante passo contribuisce inoltre a promuovere il nostro impegno per un ambiente di investimento aperto, fornendo chiarezza agli investitori statunitensi e stranieri e offrendo loro l’opportunità di fornire un feedback sulle normative proposte”. Attenzione. Come detto il provvedimento non è ancora definitivo. Il periodo di consultazione resta aperto fino al 7 dicembre e il Tesoro dovrà valutare osservazioni e dati prima della regola finale.

Putin apre ai negoziati sull’Ucraina, ma dopo le midterm

26 October 2026 at 11:32

Mosca si è mostrata disponibile a portare avanti un nuovo round negoziale dopo il 4 novembre. A dichiararlo è stato Yuri Ushakov, assistente del presidente russo Vladimir Putin per le questioni inerenti alla politica estera, in un’intervista rilasciata il 25 ottobre. “La prossima scadenza è ora fissata al 4 novembre, la nostra festività principale. Dopodiché saremo pronti a riprendere i negoziati”, sono le parole esatte pronunciate da Ushakov, riferendosi alla Giornata dell’unità nazionale, festa istituita nel 2005 per commemorare la cacciata di polacchi e lituani da Mosca e la fine del periodo storico conosciuto in Russia come “Era dei torbidi”. Un pretesto formale, che potrebbe però nascondere una verità decisamente più sostanziale.

Poche ore prima, infatti, negli Stati Uniti si terranno le elezioni di midterm, che secondo i pronostici potrebbero vedere il Partito Repubblicano, attuale detentore della maggioranza in ambo le camere del Congresso, cedere buona parte dei seggi al Partito Democratico e perdere la suddetta maggioranza, uno sviluppo che andrebbe a limitare in modo concreto i poteri del presidente Donald Trump. Sviluppi, questi, che non avrebbero un impatto secondario sul negoziato in corso; e proprio per questo il Cremlino avrebbe tutto l’interesse a posticipare fino a dopo le consultazioni la ripresa del dialogo diplomatico, così da poter adattare la sua strategia alla nuova realtà dei fatti.

Una lettura che in parte trova riscontro anche a Kyiv. In un’intervista all’emittente Tsn rilasciata lo stesso 25 ottobre, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ipotizzato che la disponibilità di Putin possa essere dettata dalla volontà di non irritare Washington alla vigilia del voto, avvertendo che “a novembre vedremo molto rapidamente se si trattava di un trucco o no”. Kyiv propone anche che il vertice tra leader sia preceduto da colloqui tecnici su tre dossier chiave, ovvero la tregua sulle infrastrutture energetiche, un nuovo accordo per il grano nel Mar Nero e lo scambio di prigionieri. Per il presidente ucraino la questione territoriale resta invece una “linea rossa” da discutere solo ai massimi livelli. Zelensky ha anche messo in guardia dall’allentare le sanzioni prima dell’incontro con Putin, dopo che a ottobre Trump ha sospeso quelle sul petrolio russo per contenere i prezzi del greggio.

E forse è sempre in “ottica post-elettorale” che bisogna leggere un’altra delle dichiarazioni rilasciate da Ushakov, quella relativa ai Paesi europei. A suggerirlo è lo stesso diplomatico del Cremlino, notando che “In precedenza, dopo Anchorage, sembrava che l’amministrazione statunitense potesse dettare condizioni e costringere Kyiv a conformarsi”, specificando poi che però “finora questo non ha funzionato. Questo perché non basta dialogare solo con Kyiv; dobbiamo dialogare con l’Europa nel suo complesso, che sostiene pienamente Kyiv”. Parole che sembrano alludere ad un “passaggio di testimone” che potrebbe concretizzarsi molto presto.

L’assistente del leader russo ha anche speso qualche parola sul possibile incontro tra Putin, Trump e il presidente cinese Xi Jinping, affermando che i preparativi siano già iniziati, e suggerendo che l’incontro dovrebbe tenersi a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation in Cina, in programma il 18 e 19 novembre. Non è stato invece concordato alcun incontro separato tra Putin e Trump, ha precisato Ushakov.

I disordini di piazza e la lezione di Manzoni che la politica dovrebbe rileggere

26 October 2026 at 10:00

Nel novembre del 1628, nella Milano raccontata da Alessandro Manzoni, una folla inferocita per il prezzo del pane assaltò i forni, distruggendo ciò da cui dipendeva il proprio sostentamento. Quasi quattro secoli dopo quei fatti, le violenze che hanno accompagnato alcune manifestazioni di ottobre a Milano e in altre città italiane ripropongono un interrogativo antico: come impedire che una protesta si trasformi in una furia distruttiva?

Vetrine infrante, negozi danneggiati, scontri con le forze dell’ordine. A pagare sono commercianti, residenti, lavoratori e agenti. Persone spesso estranee alle ragioni della protesta. Poi arriva il consueto copione politico enfatizzato nei talk show: accuse incrociate, richieste di nuove misure di sicurezza, polemiche sulle responsabilità. Si discute molto di come fermare i violenti, molto meno concretamente di come evitare che la violenza esploda.

Eppure è proprio qui che si misura la capacità di uno Stato: non esclusivamente nel ristabilire l’ordine, ma nel prevenire il disordine senza sacrificare la libertà.

Il disagio è reale. La violenza è una scelta

Prima di tutto occorre sgombrare il campo da una generalizzazione: i giovani che partecipano alle manifestazioni non rappresentano un’intera generazione; chi sceglie la violenza è solo una parte di chi scende in piazza. La maggioranza dei ragazzi italiani studia, lavora, cerca un’occupazione, prova a costruirsi un futuro. Spesso affronta difficoltà che la politica conosce bene, ma fatica a risolvere.

Affitti proibitivi, salari insufficienti, precarietà, fuga all’estero dei giovani qualificati, sfiducia nelle istituzioni. Sono problemi concreti, ai quali si aggiunge una questione più profonda: la difficoltà di trovare punti di riferimento, appartenenze e prospettive credibili. Soprattutto pesa il non aver individuato o fatti propri i valori sostanziali di una democrazia, quelli alla base della coesione sociale e che fanno vivere e prosperare una comunità.

Famiglia, scuola, associazioni e comunità educative faticano a svolgere il ruolo di un tempo. Nel frattempo, social network e piattaforme digitali influenzano comportamenti, aspettative e relazioni con una rapidità che, sovente, supera la capacità di intervento (e di comprensione) degli adulti.

Tutto questo, però, non basta a spiegare le manifestazioni di ottobre, che sembrano nate più per imitazione di mobilitazioni radicali viste altrove (soprattutto in Francia), che da rivendicazioni italiane precise: ne hanno ripreso le forme, senza averne gli stessi obiettivi.

Una protesta che mette nello stesso calderone guerra, energia, affitti, scuola e “tutto quello che non va” non ha interlocutori, in assenza dei quali si sfoga su ciò che trova davanti. In ogni caso il disagio non è sufficiente a spiegare la violenza, né può giustificarla.

C’è anche, per molti, il “fascino” dello scontro: l’adrenalina, la forza del gruppo, la sfida all’autorità, oltre alla possibilità eccitante di conquistare visibilità sui social. In questi casi, la violenza rischia di diventare un obiettivo in sé, indipendente dalle ragioni della manifestazione. Capire la rabbia è necessario, assolvere chi spacca una vetrina o aggredisce un agente è un errore.

Manzoni e il primo sasso: quando la folla perde la ragione

Nei capitoli XII e XIII dei Promessi sposi, Manzoni racconta il tumulto di San Martino. La folla è composta da persone diverse: esasperati, curiosi, opportunisti, individui trascinati dagli avvenimenti.

La rivolta nasce da una situazione drammatica. Il pane manca o costa troppo, e le decisioni delle autorità hanno contribuito ad aggravare la crisi. Le ragioni del malcontento sono reali. Ma quando la rabbia si abbatte sui fornai, la protesta finisce per distruggere proprio ciò di cui la popolazione ha bisogno.

È il paradosso della violenza collettiva: si colpisce il bersaglio più vicino, non necessariamente il responsabile del problema. Anche oggi, che cosa c’entra il commerciante che vede distrutta la propria vetrina con le ragioni di una protesta contro il Governo, la guerra o il carovita?

Manzoni ci lascia un secondo avvertimento attraverso Renzo (capitoli XIV e XV). Il giovane non cerca lo scontro, ma si lascia coinvolgere negli avvenimenti, parla imprudentemente e rischia conseguenze gravi. Nella folla ci si sente protetti dal numero e la responsabilità sembra dissolversi nel gruppo. Ma quando il corteo finisce e le persone si disperdono, ciascuno torna a rispondere delle proprie azioni.

Oggi ci sono anche video, telecamere e indagini. Per un ragazzo, un procedimento penale può pesare sul futuro molto più di quanto possa immaginare: non si rende conto che la folla offre l’illusione dell’anonimato, ma il conto, alla fine, arriva al singolo.

Dalle barricate alle chat: il contagio corre sui social

La psicologia delle folle, da Gustave Le Bon in poi, ha cercato di spiegare come l’appartenenza a un gruppo possa modificare i comportamenti individuali. Non tutte le folle diventano violente, naturalmente. Tuttavia, in determinate condizioni il gruppo può attenuare la percezione del rischio e amplificare le emozioni. Oggi a queste dinamiche si aggiunge la velocità della comunicazione digitale.

Una mobilitazione può essere convocata in poche ore, cambiare luogo e percorso, diffondersi attraverso chat e social network, senza una struttura organizzativa riconoscibile. Le immagini degli scontri circolano immediatamente, alimentando attenzione, imitazione e, talvolta, nuove provocazioni. Per alcuni ragazzi, la piazza si trasforma in un palcoscenico: la città diventa lo scenario, la polizia l’avversario e il video da condividere il trofeo.

Non è la tecnologia a generare automaticamente la violenza, ma può moltiplicarne la visibilità e rendere più difficile distinguere una protesta spontanea da un’azione deliberatamente provocatoria. La vera prevenzione, allora, deve cominciare prima della manifestazione. Servono capacità di analisi dei rischi e di coordinamento operativo, nel rispetto delle garanzie di legge. Occorre, però, anche un’educazione digitale che insegni ai ragazzi a riconoscere la manipolazione, a resistere alla pressione del gruppo e di chi inneggia alla rivolta,  e a comprendere le conseguenze delle proprie scelte.

La famiglia e la scuola non possono essere lasciate sole in questo compito. La politica, dal canto suo, non può accorgersi dei giovani solo quando compaiono nelle immagini degli scontri.

La sicurezza non si costruisce soltanto nelle questure

Poliziotti e carabinieri hanno il compito difficile di garantire il diritto di manifestare e, contemporaneamente, proteggere cittadini, attività economiche e patrimonio pubblico.

Meritano rispetto e strumenti – normativi e procedurali – adeguati e tutele. Le modalità dei loro interventi possono e devono essere valutate, come avviene in ogni democrazia. Ma trasformare gli agenti nel bersaglio della polemica politica significa indebolire proprio chi è chiamato a difendere la sicurezza di tutti.

Anche l’Esercito contribuisce da anni alla vigilanza delle città attraverso l’operazione Strade Sicure, con compiti distinti da quelli delle forze di polizia nella gestione dei cortei. Il coordinamento fra istituzioni è essenziale, nel rispetto delle rispettive responsabilità. Una sinergia che, comunque la si veda, ha sempre funzionato.

La risposta dello Stato, però, non può esaurirsi nei dispositivi di sicurezza o nelle sanzioni. L’articolo 17 della Costituzione tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. È un diritto fondamentale, non una concessione dell’autorità. Ma non comprende la facoltà di aggredire persone, intimidire commercianti o distruggere beni. La Costituzione, al riguardo, va considerata nella sua interezza, non estrapolando soltanto l’articolo che fa comodo al momento.

Una diversa cultura delle manifestazioni

Occorre, quindi, pensare ad una cultura della responsabilità nelle manifestazioni, intervenendo, fondamentalmente, su tre aspetti.

Il primo riguarda gli obiettivi. Una protesta può raccogliere rivendicazioni diverse, ma chi la promuove dovrebbe chiarire che cosa chiede e a quali interlocutori si rivolge. Il dissenso acquista forza politica e credibilità quando riesce a trasformarsi in una proposta comprensibile.

Il secondo riguarda i luoghi. Percorsi, accessi e vie di deflusso devono essere valutati con attenzione, attraverso il confronto fra autorità e organizzatori. Proteggere da alcune manifestazioni centri storici, attività economiche e patrimonio culturale, non significa relegare il dissenso in periferia, ma prevenire rischi concreti con misure proporzionate, in nome della sicurezza.

Il terzo riguarda gli organizzatori. Chi convoca una manifestazione dovrebbe sempre ricercare e mantenere contatti con le autorità, predisporre un servizio d’ordine riconoscibile e isolare pubblicamente e preventivamente chi cerca lo scontro. La responsabilità penale resta personale, ma quella politica e organizzativa non può scomparire dietro l’anonimato di una convocazione digitale. Infatti, se manifestare è un diritto, organizzare responsabilmente una protesta è un dovere civile.

Disarmare le parole, prima delle piazze

C’è, infine, una responsabilità che riguarda direttamente la politica, i media e chi occupa posizioni di responsabilità. Dopo ogni episodio di violenza, maggioranza e opposizione sembrano spesso più interessate ad attribuirsi colpe reciproche, che a individuare soluzioni condivise.

Da una parte s’invocano soprattutto misure di ordine pubblico, dall’altra si rischia di leggere ogni scontro come una conseguenza inevitabile del troppo generico “disagio sociale”. Sono due semplificazioni che non aiutano.

La condanna della violenza (e dei violenti) non dovrebbe dipendere dal colore politico di chi la esercita. Il rispetto per le forze dell’ordine, soprattutto, non può cambiare a seconda di chi governa.

Papa Leone XIV ha richiamato, qualche mese fa, la necessità di “disarmare le parole”. È un invito che vale anche per il nostro dibattito pubblico, dove l’avversario viene troppo spesso trasformato in un nemico e ogni episodio diventa un’occasione di scontro elettorale.

Servirebbe, invece, un’intesa su pochi principi essenziali: condanna senza ambiguità della violenza, tutela del diritto di manifestare, rispetto per chi garantisce la sicurezza, collaborazione fra istituzioni e amministrazioni a tutti i livelli e investimenti continuativi su scuola, periferie, opportunità per i giovani ed educazione digitale.

Non è necessario essere d’accordo su tutto. Ma la coesione sociale non può diventare un tema da riscoprire soltanto dopo l’ennesima giornata di disordini.

Infine, non basta chiedere ai giovani il rispetto delle regole se la politica offre quotidianamente esempi di aggressività verbale e delegittimazione reciproca. La credibilità delle istituzioni – ricordiamocelo – comincia dall’esempio di chi le rappresenta.

Il “forno” da difendere

Manzoni aveva capito che, quando la folla ha già preso di mira il forno, è tardi per chiedersi chi abbia acceso la rabbia. Fermare i violenti è necessario. Individuare le responsabilità e proteggere i cittadini è un dovere dello Stato. Ma la vera sfida è impedire che il primo sasso venga lanciato.

Il che implica riconoscere il disagio senza trasformarlo in un alibi, prevenire i rischi senza comprimere le libertà, responsabilizzare chi organizza le manifestazioni e tornare a investire seriamente nell’educazione.

Il forno di Manzoni era il luogo da cui dipendeva il pane di tutti, compreso quello di chi lo stava distruggendo.

Oggi quel forno può essere un negozio, una scuola, una strada, un’istituzione. È ciò che appartiene alla vita comune e che la violenza finisce per colpire. Difendere quel forno non vuol dire mettere a tacere la protesta. Significa impedire che, nel nome di una causa, si distrugga ciò che appartiene a tutti.

È una lezione di quasi quattro secoli fa: la politica farebbe bene a rileggerla e farla propria prima del prossimo sasso.

Salvini resta, ma la Lega cambia rotta. Quali conseguenze per il centrodestra

26 October 2026 at 09:29

I lavori del congresso straordinario della Lega, svoltosi nelle scorse ore all’Allianz MiCo di Milano, si sono conclusi con l’esito atteso alla vigilia: Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale, superando lo sfidante Massimiliano Garavaglia. La lettura dei numeri, tuttavia, offre spunti di riflessione che vanno oltre la conferma della leadership: Salvini ha ottenuto 465 voti, pari a circa il 76% del totale, contro i 146 raccolti da Garavaglia, che si è attestato intorno al 24%.

Se da un lato la maggioranza dei delegati, provenienti da tutto il territorio nazionale, ha consentito al segretario uscente di mantenere saldamente la guida del Carroccio, dall’altro l’emergere di una componente critica organizzata segna un elemento di discontinuità nella storia recente della Lega. Circa un quarto dei delegati ha espresso apertamente il proprio dissenso, con una concentrazione significativa soprattutto nelle roccaforti storiche del Nord, in particolare in Lombardia, Veneto e Trentino. Le prese di posizione provenienti dai territori settentrionali, tra cui spiccano quelle del capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, restituiscono l’immagine di un malcontento profondo. Una parte della base e degli amministratori locali chiede infatti un netto cambio di passo: meno spazio alle posizioni più radicali della destra nazionale e maggiore attenzione alle istanze tradizionali dell’elettorato settentrionale.

Un segnale della necessità di ricucire lo strappo con il proprio bacino elettorale originario è arrivato anche sul piano simbolico, con la presentazione del nuovo logo “Lega Italia Federale”. Se la rimozione della dicitura “Salvini Premier” risponde a un vincolo formale legato alla nuova legge elettorale, il richiamo al federalismo assume anche un significato politico: rassicurare la componente nordista, sempre più insofferente nei confronti della linea dell’attuale segreteria, e ribadire la centralità della causa federalista e delle autonomie territoriali.

Si delinea così all’orizzonte un possibile paradosso politico: la Lega non cambia segretario, ma potrebbe essere costretta a rivedere profondamente la propria strategia e il proprio raggio d’azione. La riconferma di Salvini non equivale necessariamente a una ratifica della linea seguita finora. Potrebbe, al contrario, affidargli il compito di guidare un riposizionamento verso le origini del movimento. Recuperare l’identità autonomista e rinsaldare il rapporto con gli amministratori locali del Nord diventa quindi una condizione importante per preservare il consenso e ricomporre la frattura con la componente settentrionale del partito.

Una rifocalizzazione sul Nord comporterebbe una trasformazione significativa per la Lega: il progressivo ridimensionamento dell’ambizione di rappresentare in modo uniforme l’intero Paese, con possibili conseguenze sulla presenza del Carroccio nel Mezzogiorno. Una simile ritirata strategica verso le regioni settentrionali avrebbe ripercussioni anche sugli equilibri dell’intera coalizione di governo. Se la Lega concentrasse risorse ed energie sul recupero delle proprie roccaforti storiche, potrebbe infatti aprirsi uno spazio politico nelle regioni meridionali, dove il partito, a onor del vero, non è mai riuscito negli ultimi anni a consolidare un radicamento paragonabile a quello costruito al Nord.

Qualora questo riposizionamento prendesse realmente forma, il centrodestra sarebbe chiamato a riconsiderare la propria organizzazione territoriale. L’esigenza di rafforzare la presenza nel Mezzogiorno potrebbe spingere Giorgia Meloni a valutare un’architettura più articolata della coalizione, capace di coinvolgere forze civiche e realtà territoriali meridionali. Per alcuni aspetti, il riferimento potrebbe essere la geografia politica del 1994, quando il centrodestra si strutturava attraverso alleanze differenziate tra Nord e Sud, adattando la propria offerta politica ai diversi contesti territoriali.

In questo scenario potrebbe acquisire maggiore rilevanza Sud chiama Nord, il movimento guidato da Cateno De Luca, impegnato ad ampliare la propria presenza oltre la Sicilia e a consolidare il proprio ruolo nel Mezzogiorno. La recente convergenza con il centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche potrebbe rappresentare un passaggio importante nella ridefinizione degli equilibri della coalizione al Sud. Resta da capire, naturalmente, se il movimento di De Luca riuscirà effettivamente a estendere la propria capacità di rappresentanza oltre il contesto siciliano.

Il congresso di Milano, dunque, potrebbe segnare non un punto d’arrivo, ma l’avvio di una nuova fase per il Carroccio e per l’intera coalizione di governo. Riconfermata la leadership, Salvini dovrà dimostrare di saper guidare un ritorno alle origini, cercando al contempo di non rinunciare alle ambizioni nazionali maturate negli ultimi anni. La tenuta elettorale della Lega, in ogni caso, potrebbe dipendere sempre più dalla capacità del partito di tornare a rappresentare gli interessi del Settentrione e di dare voce ai suoi territori.

Cosa significa la vittoria di Lula per la sinistra mondiale e per l’America Latina

26 October 2026 at 09:20

Ancora una volta i sondaggi hanno fallito. Sebbene il vantaggio fosse marginale, tutte le previsioni davano per certa la vittoria del candidato di destra alla presidenza del Brasile, Flávio Bolsonaro. Ma gli elettori hanno sorpreso con l’ultima parola: con circa il 51,8% dei voti, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto nel ballottaggio di ieri. Un risultato che si interpreta come un sollievo per chi critica l’influenza degli Stati Uniti in America latina.

Con circa 4,4 milioni di voti in più, Lula da Silva è stato dichiarato vincitore. Ancora Bolsonaro non accetta la sconfitta e ha chiesto che tutti i risultati siano annullati, a causa di alcune irregolarità in alcuni centri di votazione e in seguito alla straordinaria decisione – dell’ultimo momento – di lasciare aperti i seggi due ore in più.

“Si tratta di una rimonta storica per Lula – sostiene l’emittente Bbc -: da quando il Brasile ha questo sistema elettorale, ormai da quasi quattro decadi, nessuno fino ad ora aveva vinto il ballottaggio presidenziale dopo essere stato superato nel primo turno”.

Questo risultato elettorale interrompe una lunga traiettoria di sette elezioni presidenziali in America latina, nell’ultimo anno, che sono state vinte dagli alleati di destra del presidente americano Donald Trump.

Dalla Colombia al Perù, passando per Cile, Costa Rica, Honduras, Bolivia, Ecuador… Il capo della Casa Bianca non ha nascosto l’interesse ad aumentare l’influenza nella regione, sostenendo i candidati che ideologicamente sono in sintonia con lui e le sue politiche di governo, e appoggiano i suoi interventi militari diretti per consolidare la sicurezza regionale.

Lula da Silva è uno dei pochi leader che si è schierato contro Trump. Nel suo intervento alle Nazioni Unite ha ribadito che il Brasile, con il potenziale di diventare una delle economie più grandi del mondo con un Pil di 2,6 bilioni di dollari, non sarà mai il cortile di nessun altro Paese. E ha denunciato davanti ai leader internazionali le “tentazioni egemoniche” degli Usa.

Ma la gestione di questo nuovo governo del presidente socialista non sarà facile. Magna Inácio, docente di Scienze politiche dell’Università di Minas Gerais, ha ricordato alla Bbc che “i partiti di destra (in Brasile, ndr) contano con un maggior numero di deputati e oggi hanno chiaro che possono fortificarsi e mantenersi come un’alternativa di governo molto solida”. Questo significa che il governo di Lula da Silva avrà non solo molto lavoro davanti a sé, ma anche minacce costanti di giudizio politico.

Edgar Franco-Vivanco, professore di Scienze politiche e direttore del Centro di Elezioni di America latina dell’Università di Michigan, ha aggiunto le difficoltà fisiche a cui va incontro il leader brasiliano. Non solo ha 80 anni, ma ha anche superato due tumori che l’hanno indebolito.

 

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L’Austria alza il muro contro le spie russe. Espulsi quattro diplomatici

26 October 2026 at 08:49

Vienna torna a intervenire sulla presenza dell’intelligence russa in Austria. Il governo ha disposto l’espulsione di quattro diplomatici di Mosca, tre accreditati presso l’ambasciata della Federazione Russa e uno appartenente alla delegazione russa presso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). La decisione, annunciata il 23 ottobre dal ministero degli Esteri austriaco, è stata adottata sulla base delle informazioni raccolte dalle autorità di sicurezza.

La formula utilizzata da Vienna è quella consueta in questi casi: i quattro avrebbero svolto attività “incompatibili con il loro status diplomatico” e sono stati quindi dichiarati personae non gratae. Il ministero non ha reso pubblica la natura delle condotte contestate. Un funzionario austriaco citato dall’Independent ha tuttavia collegato direttamente il provvedimento ad attività di spionaggio. Il quarto diplomatico, in particolare, operava all’interno della rappresentanza russa presso l’Osce, organizzazione che proprio a Vienna ospita uno dei principali snodi del dialogo europeo sulla sicurezza.

La capitale austriaca ospita, oltre alle rappresentanze bilaterali, l’Osce, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, diverse agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali. Questa concentrazione diplomatica, sommata a una legislazione sul controspionaggio storicamente meno estesa rispetto a quella di altri Paesi europei, ha reso l’Austria un ambiente particolarmente interessante per i servizi stranieri.

A dirlo, ormai, sono le stesse autorità austriache. Nel Verfassungsschutzbericht 2025, il rapporto annuale della Direzione per la sicurezza dello Stato e l’intelligence (Dsn), si osserva che, mentre le espulsioni decise in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina hanno ridotto le capacità delle cosiddette legal residentures russe, la presenza diplomatica di Mosca in Austria è rimasta relativamente elevata, anche per effetto delle numerose rappresentanze multilaterali presenti a Vienna. Secondo la Dsn, i servizi russi utilizzano per questo l’Austria non soltanto come spazio operativo, ma anche come luogo di pianificazione e di ripiegamento per attività d’intelligence condotte su scala europea.

Lo scorso maggio Vienna aveva già espulso tre dipendenti dell’ambasciata russa. Secondo quanto riportato allora dalla stampa austriaca e successivamente ricostruito dall’Associated Press, i sospetti riguardavano anche apparati e antenne installati sugli edifici diplomatici russi, potenzialmente utilizzabili per intercettare comunicazioni satellitari provenienti da organizzazioni internazionali.

Da tempo il governo austriaco sta lavorando anche a una revisione della normativa sullo spionaggio. L’attuale disciplina presenta infatti una particolarità significativa: l’attività di intelligence svolta per conto di una potenza straniera viene perseguita soprattutto quando colpisce direttamente interessi austriaci. L’esecutivo punta ad ampliare il perimetro della norma, includendo le attività rivolte contro le organizzazioni internazionali presenti sul territorio nazionale.

La linea politica appare, del resto, più netta rispetto al passato. La ministra degli Esteri Beate Meinl-Reisinger ha più volte chiesto un approccio più rigoroso nei confronti delle attività russe e, nelle ultime settimane, ha inserito esplicitamente disinformazione, interferenze straniere, sabotaggi e operazioni cyber tra le minacce ibride alle quali l’Europa deve rispondere in maniera coordinata, confermando così l’intenzione di Vienna nel ridurre progressivamente quella zona grigia normativa e diplomatica che, secondo le sue stesse autorità di sicurezza, ha consentito alla Russia di utilizzare il territorio austriaco come uno dei nodi delle proprie attività d’intelligence in Europa.

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