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L’unità israeliana Nili, gli eredi di Kidon, ovvero quando l’Ira di Dio non si placa. L’analisi di Cristadoro

26 October 2026 at 15:41

Risale a quest’estate la rivelazione al mondo da parte del governo israeliano dell’esistenza di un’unità speciale costituita da elementi dello Shin Bet, del Mossad e delle Forze di Difesa Israeliane (Idf). Parliamo dell’unità denominata Nili, abbreviazione della locuzione ebraica Netzah Yisrael Lo Yishaker (Samuele 15:29), che significa “L’eternità d’Israele non mentirà”. Tale denominazione richiama anche il nome della storica rete di spionaggio ebraica Nili, antesignana degli attuali servizi di sicurezza israeliani, già attiva durante la Prima guerra mondiale e, successivamente, in supporto al Mandato britannico contro l’Impero Ottomano. Fondata dall’agronomo Aharon Aaronsohn, da sua sorella Sarah Aaronsohn e da Avshalom Feinberg, l’organizzazione operava in Palestina con un obiettivo chiaro: fornire Intelligence sulle truppe ottomane e trasmetterla al Regno Unito per favorire la vittoria britannica nella regione. I fondatori erano infatti convinti che la nascita di un futuro Stato ebraico dipendesse dal crollo dell’Impero Ottomano. Questo richiamo storico conferisce alle operazioni attuali una valenza simbolica, suggerendo continuità e una capacità superiore di infiltrazione e raccolta di informazioni sensibili, anche nelle circostanze più complesse.

Si tratta di una specifica task force interforze creata dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, con l’obiettivo di rintracciare ed eliminare i membri dell’unità Nukhba di Hamas e i leader responsabili del massacro. La task force Nili è concepita come un comando centralizzato “misto”, che unisce la capacità di tracciamento tecnologico dell’ Intelligence all’azione sul campo. L’unità si avvale di una sofisticata tecnologia orientata principalmente all’analisi di tracce digitali e dei rilevamenti sul campo per individuare ed eliminare i soggetti inseriti in una “lista di liquidazione”, accusati di aver preso parte al massacro del 7 ottobre. Una cellula di Intelligence altamente avanzata, che integra tecnologie di intelligenza artificiale e algoritmi di riconoscimento facciale per rintracciare i propri obiettivi in grado di contribuire in modo significativo alla raccolta informativa sul territorio, tanto nella Striscia di Gaza, quanto in Cisgiordania. I suoi team di Intelligence hanno creato un database contenente migliaia di nomi prima di iniziare il lungo processo di accertamento dell’identità e della posizione di ciascuna persona.

La nuova cellula di sicurezza si affida interamente a strumenti moderni, tra cui una capillare rete di telecamere di sorveglianza, scansioni dell’iride e analisi di immagini reperite online. Il sistema elabora anche i dati provenienti dagli interrogatori e dalle aree su cui viene attivato, per poi trasmetterli alle unità militari incaricate di eseguire le operazioni di eliminazione diretta contro i soggetti presenti nelle liste dei ricercati. È innegabile che si sollevino interrogativi fondamentali circa l’attendibilità delle informazioni prodotte da questa unità, specialmente alla luce dell’uccisione documentata di migliaia di persone, giustificata con il pretesto di un loro presunto coinvolgimento in azioni militari.

Per eliminare i propri obiettivi all’interno della Striscia di Gaza o in Cisgiordania, Nili impiega sul terreno agenti infiltrati e forze speciali, attingendo direttamente al personale e alle tattiche dei Mista’arvim. Tale denominazione si riferisce alle unità d’élite antiterrorismo delle Idf, della guardia di frontiera e della polizia israeliana, composti da agenti sotto copertura addestrati a assimilarsi alla popolazione araba per raccogliere informazioni ed effettuare catture o eliminazioni nei territori palestinesi. Il nome deriva dall’arabo Musta’arabi, che significa “coloro che vivono tra gli arabi” e si riferisce agli ebrei arabizzati, eredi degli ebrei di lingua araba che vissero in Medio Oriente fin dall’inizio del dominio arabo nel VII secolo. Comunemente conosciuti come la arabo Plotoni, gli appartenenti alle unità di Mista’arvim operano camuffati da arabi e tengono rigorosamente segreta la propria identità reale al di fuori della loro unità. Questo personale è impiegato in azioni antiterrorismo, raccolta di dati informativi, ricerca e recupero di ostaggi. Le unità mista’arvim non solo lavorano all’interno del territorio di Israele, ma anche nella striscia di Gaza e nella Cisgiordania occupata. Di seguito, le unità dei Mista’arvim: Unità 367 Shimshon (“Sansone”), unità speciale delle Forze di difesa che ha operato a Gaza fino al 1996; Unità 217 Duvdevan (“Ciliegia”), opera nei Territori occupati. È un’unità inquadrata nella 89ª Brigata Commando Oz delle IDF, ed è stata fondata da Ehud Barak. È nota per le sue operazioni sotto copertura nelle aree urbane, durante le quali i suoi operatori spesso indossano abiti civili per confondersi tra la popolazione araba locale; Yamas, unità della Guardia di frontiera impiegata per operazioni speciali dello Shin Bet; Unità 33 Gideonim, unità sotto copertura della polizia israeliana.

In sintesi, Mista’arvim fornisce a Nili la capacità di muoversi invisibilmente in ambiente ostile per portare a termine le sue missioni.

L’idea di concepire e impiegare un’unità come Nili, con le dovute distinzioni in considerazione delle differenti circostanze, non rappresenta una novità nella storia del controterrorismo israeliano. La memoria non può non tornare ai tragici eventi delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 e alle forme di rappresaglia che ne seguirono. Il 5 settembre 1972, un commando di terroristi palestinesi facenti capo all’organizzazione Settembre Nero prese in ostaggio e uccise undici componenti della delegazione olimpica israeliana. Golda Meir, primo ministro d’Israele, era convinta che si dovesse dare una risposta forte a questo atto e decise di formare una squadra segreta incaricata di colpire tutti i responsabili, diretti e indiretti, della strage di Monaco. Fu dunque sancita l’organizzazione dell’“Operazione Ira di Dio” (Mivtza Za’am Ha’el,). La Meir stabilì che la missione era dare la caccia ai terroristi palestinesi e colpirli in maniera implacabile. Le uccisioni dovevano essere tali da terrorizzare gli obiettivi designati: i terroristi dovevano sentirsi perseguitati e vivere con una costante sensazione di pericolo incombente. Il personale incaricato delle esecuzioni, selezionato tra gli agenti del Mossad, doveva “licenziarsi”, rinunciare a tutto e, di fatto, accettare che il governo israeliano negasse di averne alcuna conoscenza o legame. Doveva individuare gli obiettivi, tenerli sotto sorveglianza, annotare le loro abitudini e, infine, colpirli nel momento più propizio. Si procedette a stilare una lista delle persone da eliminare e il “lavoro” fu assegnato ad una task force basata sull’unità Kidon (in ebraico: “baionetta”), che sviluppò la campagna di omicidi mirati in varie capitali europee (tra cui Roma, Parigi, Atene) e in Medio Oriente. Talvolta, va detto, sbagliando anche obiettivo, come accadde nel 1973 a Lillehammer (Norvegia), quando fu ucciso un cameriere marocchino di nome Ahmed Bouchikhi, scambiato per Ali Hassan Salameh. Questi, considerato una delle menti di Settembre Nero, fu eliminato in un secondo momento nel 1979.

L’Unità Kidon, fondata nel 1970 da Mike Harari quando assunse la guida della Divisione Cesarea del Mossad, è un reparto operativo d’élite e top-secret inserito all’interno della suddetta Divisione, già legata alla Metsada, dipartimento incaricato dello svolgimento di operazioni speciali, da non confondere con l’omonima unità del servizio carcerario israeliano. I membri dell’unità sono reclutati prevalentemente tra quelli di altre forze speciali israeliane, quali Sayeret Matkal, Flotilla 13 e Shaldag. Organizzata per agire in piccoli nuclei operativi o commando, composti solitamente da quattro elementi (in genere tre uomini e una donna, tra cui un medico di supporto per le emergenze), l’unità è specializzata nelle eliminazioni mirate, nei rapimenti e nelle operazioni di sabotaggio contro coloro che sono indicati come nemici di Israele. Ogni bersaglio viene prima giudicato e formalmente autorizzato da un’apposita istanza legale/politica a Tel Aviv (come avvenne storicamente con Golda Meir per l’Operazione Ira di Dio). Altri dettagli sull’unità si possono leggere nell’articolo di Dan Raviv e Yossi Melman Kidon unit, the spies Israel now depends on to look for nuclear cheating by Iran, pubblicato su Formiche il 3 dicembre 2013.

Ma torniamo all’unità Nili, che in quasi tre anni di attività ha individuato migliaia di persone accusate di aver partecipato agli attacchi guidati da Hamas, di aver preso ostaggi o di averli maltrattati durante la prigionia. Secondo quanto riportato in un articolo del quotidiano The Times of Israel del 16 luglio 2026, le persone eliminate presenti nella lista di Nili sarebbero oltre 2.700, una cifra che include circa 1.200 terroristi uccisi dalle forze israeliane durante l’assalto del 7 ottobre. Il lavoro di Intelligence svolto è minuzioso e capillare. In un corsivo pubblicato l’11 agosto 2026 sulla testata Jewish News, invece, si fa riferimento ad una intervista rilasciata al notiziario di Channel 12 in cui, per la prima volta, alcuni agenti dell’unità hanno descritto apertamente la loro missione, illustrando nel dettaglio i bersagli prescelti e i metodi impiegati per localizzarli e ucciderli. Gli ufficiali intervistati da Channel 12 e Adi Rotem, ex alto funzionario dello Shin Bet, riferiscono che Nili ha creato un foglio di calcolo contenente migliaia di nomi, avviando poi l’enorme e laborioso compito di identificare e localizzare ciascuno di essi. L’elenco dei soggetti indagati va oltre coloro che sono accusati di aver fisicamente attraversato il confine con Israele il 7 ottobre. Oltre agli attentatori, infatti, tra i ricercati figurano le persone coinvolte nel sequestro di ostaggi israeliani, nonché coloro che sono accusati di aver incontrato o abusato di prigionieri a Gaza. Sono stati presi di mira anche coloro che hanno partecipato alle cerimonie di rilascio di ostaggi inscenate. Per la loro individuazione sono stati utilizzati filmati girati dai terroristi durante l’azione svolta, comprese registrazioni da telecamere tipo GoPro, pubblicati online dai terroristi durante e dopo l’azione, sottoponendo tali filmati a software di riconoscimento facciale. Sono state utilizzate, inoltre, i dati raccolti dagli ufficiali dell’Intelligence delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) e dello Shin Bet, nonché gli interrogatori dei detenuti palestinesi, mentre l’intelligenza artificiale ha aiutato gli investigatori a ricostruire le prove. In un altro articolo, pubblicato su Ynet Global, piattaforma internazionale di Ynet (il maggiore sito di notizie e informazione in Israele, legato al quotidiano Yedioth Ahronoth), viene riportato che, sebbene le forze di sicurezza dispongano di numerose informazioni su quanto accaduto durante il massacro del 7 ottobre, hanno continuato ad acquisire nuove conoscenze nel corso del tempo e le squadre del centro di comando interforze continuano a lavorare per localizzare ed eliminare i nomi ancora presenti nella lista. Inoltre una delle maggiori preoccupazioni per Israele sarebbe la capacità rigenerativa di Hamas, costantemente impegnata nella ricostruzione della sua ala militare Per le forze di sicurezza, la missione ha un solo obiettivo: trovare sistematicamente i leader e i membri dell’organizzazione terroristica e ucciderli tutti.

Bisogna tenere presente che nell’esecuzione degli attacchi contro gli obiettivi individuati il rischio dei cosiddetti “danni collaterali”, cioè l’uccisione di persone innocenti, è molto elevato e su questo delicato argomento è corretto riportare il punto di vista sia dei sostenitori, sia dei detrattori del ricorso a questo tipo di operazioni.

Nel summenzionato articolo di Ynet Global, si evidenzia che le autorità israeliane hanno affermato che il rilascio di tutti gli ostaggi ha semplificato l’attuazione di ulteriori piani d’attacco, in quanto durante il periodo in cui gli ostaggi erano detenuti a Gaza, cresceva la preoccupazione che potessero essere coinvolti nelle azioni condotte e, pertanto, Israele doveva adotare misure di cautela molto elevate. Le forze di sicurezza non utilizzano un modello operativo fisso per l’esecuzione degli omicidi mirati. Ogni attacco viene condotto in base alle condizioni sul campo e il centro di comando dedicato monitora attentamente coloro che sono stati designati per l’eliminazione e cerca di tracciare ogni loro mossa. Alcuni attacchi vengono lanciati immediatamente in risposta a nuove informazioni e a un’opportunità unica sul campo. Altri vengono pianificati nel dettaglio con giorni o anche più di anticipo. Uno dei compiti più difficili per l’Intelligence è capire, nel caos dei dati raccolti, chi siano tra tutti gli elementi individuati coloro che realmente abbiano qualche responsabilità nell’accaduto o forme di coinvolgimento con i terroristi e chi, invece, sia totalmente estraneo a queste situazioni. In tale quadro, almeno in linea di principio, le forze di sicurezza riceverebbero informazioni dettagliate e adotterebbero le adeguate cautele prima di ogni attacco, proprio per evitare di sbagliare l’obiettivo o fare delle vittime tra chi non c’entra nulla; alcune opportunità di eliminare gli obiettivi sarebbero state perse, in attesa di un’occasione più opportuna per colpire. Ogni attacco è supportato da un sistema operativo attivo 24 ore su 24.

Sul fronte opposto, in un articolo dell’11 settembre 2026 pubblicato su Alquds.com, il sito web ufficiale di Al-Quds (il quotidiano in lingua araba più diffuso e letto nei Territori Palestinesi), è stato sottolineato come l’imponente risonanza mediatica relativa alle capacità di Intelligence di Israele sia crollata di fronte agli eventi del 7 ottobre e la costituzione dell’unità Nili non sarebbe altro che un tentativo di celare l’impotenza strategica che ha colpito le unità di sicurezza israeliane più celebrate. Nell’articolo si sottolinea che durante l’operazione Diluvio di Al-Aqsa, i terroristi hanno preso il controllo di centri appartenenti all’unità 8200 — la più nota unità di sigint israeliana — sequestrando computer, dispositivi di precisione e documenti segreti, poi trasferiti nei tunnel utilizzati da Hamas. Ciò avrebbe inferto un colpo devastante al mito della propria capacità tecnologica, che Israele aveva cercato di costruire nel corso dei decenni. In sostanza, secondo l’estensore dell’articolo, l’intensa campagna promozionale attorno all’unità Nili in questa fase del conflitto in atto rappresenterebbe un tentativo, da parte di Benjamin Netanyahu, di placare la crescente rabbia interna. Il richiamo al nome storico Nili, infine, avrebbe lo scopo di convincere l’opinione pubblica israeliana che l’apparato di sicurezza sia ancora in grado di produrre tutta l’Intelligence necessaria e di colpire in qualsiasi momento, nel tentativo di sfuggire alle conseguenze di un fallimento strategico.

I disordini di piazza e la lezione di Manzoni che la politica dovrebbe rileggere

26 October 2026 at 10:00

Nel novembre del 1628, nella Milano raccontata da Alessandro Manzoni, una folla inferocita per il prezzo del pane assaltò i forni, distruggendo ciò da cui dipendeva il proprio sostentamento. Quasi quattro secoli dopo quei fatti, le violenze che hanno accompagnato alcune manifestazioni di ottobre a Milano e in altre città italiane ripropongono un interrogativo antico: come impedire che una protesta si trasformi in una furia distruttiva?

Vetrine infrante, negozi danneggiati, scontri con le forze dell’ordine. A pagare sono commercianti, residenti, lavoratori e agenti. Persone spesso estranee alle ragioni della protesta. Poi arriva il consueto copione politico enfatizzato nei talk show: accuse incrociate, richieste di nuove misure di sicurezza, polemiche sulle responsabilità. Si discute molto di come fermare i violenti, molto meno concretamente di come evitare che la violenza esploda.

Eppure è proprio qui che si misura la capacità di uno Stato: non esclusivamente nel ristabilire l’ordine, ma nel prevenire il disordine senza sacrificare la libertà.

Il disagio è reale. La violenza è una scelta

Prima di tutto occorre sgombrare il campo da una generalizzazione: i giovani che partecipano alle manifestazioni non rappresentano un’intera generazione; chi sceglie la violenza è solo una parte di chi scende in piazza. La maggioranza dei ragazzi italiani studia, lavora, cerca un’occupazione, prova a costruirsi un futuro. Spesso affronta difficoltà che la politica conosce bene, ma fatica a risolvere.

Affitti proibitivi, salari insufficienti, precarietà, fuga all’estero dei giovani qualificati, sfiducia nelle istituzioni. Sono problemi concreti, ai quali si aggiunge una questione più profonda: la difficoltà di trovare punti di riferimento, appartenenze e prospettive credibili. Soprattutto pesa il non aver individuato o fatti propri i valori sostanziali di una democrazia, quelli alla base della coesione sociale e che fanno vivere e prosperare una comunità.

Famiglia, scuola, associazioni e comunità educative faticano a svolgere il ruolo di un tempo. Nel frattempo, social network e piattaforme digitali influenzano comportamenti, aspettative e relazioni con una rapidità che, sovente, supera la capacità di intervento (e di comprensione) degli adulti.

Tutto questo, però, non basta a spiegare le manifestazioni di ottobre, che sembrano nate più per imitazione di mobilitazioni radicali viste altrove (soprattutto in Francia), che da rivendicazioni italiane precise: ne hanno ripreso le forme, senza averne gli stessi obiettivi.

Una protesta che mette nello stesso calderone guerra, energia, affitti, scuola e “tutto quello che non va” non ha interlocutori, in assenza dei quali si sfoga su ciò che trova davanti. In ogni caso il disagio non è sufficiente a spiegare la violenza, né può giustificarla.

C’è anche, per molti, il “fascino” dello scontro: l’adrenalina, la forza del gruppo, la sfida all’autorità, oltre alla possibilità eccitante di conquistare visibilità sui social. In questi casi, la violenza rischia di diventare un obiettivo in sé, indipendente dalle ragioni della manifestazione. Capire la rabbia è necessario, assolvere chi spacca una vetrina o aggredisce un agente è un errore.

Manzoni e il primo sasso: quando la folla perde la ragione

Nei capitoli XII e XIII dei Promessi sposi, Manzoni racconta il tumulto di San Martino. La folla è composta da persone diverse: esasperati, curiosi, opportunisti, individui trascinati dagli avvenimenti.

La rivolta nasce da una situazione drammatica. Il pane manca o costa troppo, e le decisioni delle autorità hanno contribuito ad aggravare la crisi. Le ragioni del malcontento sono reali. Ma quando la rabbia si abbatte sui fornai, la protesta finisce per distruggere proprio ciò di cui la popolazione ha bisogno.

È il paradosso della violenza collettiva: si colpisce il bersaglio più vicino, non necessariamente il responsabile del problema. Anche oggi, che cosa c’entra il commerciante che vede distrutta la propria vetrina con le ragioni di una protesta contro il Governo, la guerra o il carovita?

Manzoni ci lascia un secondo avvertimento attraverso Renzo (capitoli XIV e XV). Il giovane non cerca lo scontro, ma si lascia coinvolgere negli avvenimenti, parla imprudentemente e rischia conseguenze gravi. Nella folla ci si sente protetti dal numero e la responsabilità sembra dissolversi nel gruppo. Ma quando il corteo finisce e le persone si disperdono, ciascuno torna a rispondere delle proprie azioni.

Oggi ci sono anche video, telecamere e indagini. Per un ragazzo, un procedimento penale può pesare sul futuro molto più di quanto possa immaginare: non si rende conto che la folla offre l’illusione dell’anonimato, ma il conto, alla fine, arriva al singolo.

Dalle barricate alle chat: il contagio corre sui social

La psicologia delle folle, da Gustave Le Bon in poi, ha cercato di spiegare come l’appartenenza a un gruppo possa modificare i comportamenti individuali. Non tutte le folle diventano violente, naturalmente. Tuttavia, in determinate condizioni il gruppo può attenuare la percezione del rischio e amplificare le emozioni. Oggi a queste dinamiche si aggiunge la velocità della comunicazione digitale.

Una mobilitazione può essere convocata in poche ore, cambiare luogo e percorso, diffondersi attraverso chat e social network, senza una struttura organizzativa riconoscibile. Le immagini degli scontri circolano immediatamente, alimentando attenzione, imitazione e, talvolta, nuove provocazioni. Per alcuni ragazzi, la piazza si trasforma in un palcoscenico: la città diventa lo scenario, la polizia l’avversario e il video da condividere il trofeo.

Non è la tecnologia a generare automaticamente la violenza, ma può moltiplicarne la visibilità e rendere più difficile distinguere una protesta spontanea da un’azione deliberatamente provocatoria. La vera prevenzione, allora, deve cominciare prima della manifestazione. Servono capacità di analisi dei rischi e di coordinamento operativo, nel rispetto delle garanzie di legge. Occorre, però, anche un’educazione digitale che insegni ai ragazzi a riconoscere la manipolazione, a resistere alla pressione del gruppo e di chi inneggia alla rivolta,  e a comprendere le conseguenze delle proprie scelte.

La famiglia e la scuola non possono essere lasciate sole in questo compito. La politica, dal canto suo, non può accorgersi dei giovani solo quando compaiono nelle immagini degli scontri.

La sicurezza non si costruisce soltanto nelle questure

Poliziotti e carabinieri hanno il compito difficile di garantire il diritto di manifestare e, contemporaneamente, proteggere cittadini, attività economiche e patrimonio pubblico.

Meritano rispetto e strumenti – normativi e procedurali – adeguati e tutele. Le modalità dei loro interventi possono e devono essere valutate, come avviene in ogni democrazia. Ma trasformare gli agenti nel bersaglio della polemica politica significa indebolire proprio chi è chiamato a difendere la sicurezza di tutti.

Anche l’Esercito contribuisce da anni alla vigilanza delle città attraverso l’operazione Strade Sicure, con compiti distinti da quelli delle forze di polizia nella gestione dei cortei. Il coordinamento fra istituzioni è essenziale, nel rispetto delle rispettive responsabilità. Una sinergia che, comunque la si veda, ha sempre funzionato.

La risposta dello Stato, però, non può esaurirsi nei dispositivi di sicurezza o nelle sanzioni. L’articolo 17 della Costituzione tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. È un diritto fondamentale, non una concessione dell’autorità. Ma non comprende la facoltà di aggredire persone, intimidire commercianti o distruggere beni. La Costituzione, al riguardo, va considerata nella sua interezza, non estrapolando soltanto l’articolo che fa comodo al momento.

Una diversa cultura delle manifestazioni

Occorre, quindi, pensare ad una cultura della responsabilità nelle manifestazioni, intervenendo, fondamentalmente, su tre aspetti.

Il primo riguarda gli obiettivi. Una protesta può raccogliere rivendicazioni diverse, ma chi la promuove dovrebbe chiarire che cosa chiede e a quali interlocutori si rivolge. Il dissenso acquista forza politica e credibilità quando riesce a trasformarsi in una proposta comprensibile.

Il secondo riguarda i luoghi. Percorsi, accessi e vie di deflusso devono essere valutati con attenzione, attraverso il confronto fra autorità e organizzatori. Proteggere da alcune manifestazioni centri storici, attività economiche e patrimonio culturale, non significa relegare il dissenso in periferia, ma prevenire rischi concreti con misure proporzionate, in nome della sicurezza.

Il terzo riguarda gli organizzatori. Chi convoca una manifestazione dovrebbe sempre ricercare e mantenere contatti con le autorità, predisporre un servizio d’ordine riconoscibile e isolare pubblicamente e preventivamente chi cerca lo scontro. La responsabilità penale resta personale, ma quella politica e organizzativa non può scomparire dietro l’anonimato di una convocazione digitale. Infatti, se manifestare è un diritto, organizzare responsabilmente una protesta è un dovere civile.

Disarmare le parole, prima delle piazze

C’è, infine, una responsabilità che riguarda direttamente la politica, i media e chi occupa posizioni di responsabilità. Dopo ogni episodio di violenza, maggioranza e opposizione sembrano spesso più interessate ad attribuirsi colpe reciproche, che a individuare soluzioni condivise.

Da una parte s’invocano soprattutto misure di ordine pubblico, dall’altra si rischia di leggere ogni scontro come una conseguenza inevitabile del troppo generico “disagio sociale”. Sono due semplificazioni che non aiutano.

La condanna della violenza (e dei violenti) non dovrebbe dipendere dal colore politico di chi la esercita. Il rispetto per le forze dell’ordine, soprattutto, non può cambiare a seconda di chi governa.

Papa Leone XIV ha richiamato, qualche mese fa, la necessità di “disarmare le parole”. È un invito che vale anche per il nostro dibattito pubblico, dove l’avversario viene troppo spesso trasformato in un nemico e ogni episodio diventa un’occasione di scontro elettorale.

Servirebbe, invece, un’intesa su pochi principi essenziali: condanna senza ambiguità della violenza, tutela del diritto di manifestare, rispetto per chi garantisce la sicurezza, collaborazione fra istituzioni e amministrazioni a tutti i livelli e investimenti continuativi su scuola, periferie, opportunità per i giovani ed educazione digitale.

Non è necessario essere d’accordo su tutto. Ma la coesione sociale non può diventare un tema da riscoprire soltanto dopo l’ennesima giornata di disordini.

Infine, non basta chiedere ai giovani il rispetto delle regole se la politica offre quotidianamente esempi di aggressività verbale e delegittimazione reciproca. La credibilità delle istituzioni – ricordiamocelo – comincia dall’esempio di chi le rappresenta.

Il “forno” da difendere

Manzoni aveva capito che, quando la folla ha già preso di mira il forno, è tardi per chiedersi chi abbia acceso la rabbia. Fermare i violenti è necessario. Individuare le responsabilità e proteggere i cittadini è un dovere dello Stato. Ma la vera sfida è impedire che il primo sasso venga lanciato.

Il che implica riconoscere il disagio senza trasformarlo in un alibi, prevenire i rischi senza comprimere le libertà, responsabilizzare chi organizza le manifestazioni e tornare a investire seriamente nell’educazione.

Il forno di Manzoni era il luogo da cui dipendeva il pane di tutti, compreso quello di chi lo stava distruggendo.

Oggi quel forno può essere un negozio, una scuola, una strada, un’istituzione. È ciò che appartiene alla vita comune e che la violenza finisce per colpire. Difendere quel forno non vuol dire mettere a tacere la protesta. Significa impedire che, nel nome di una causa, si distrugga ciò che appartiene a tutti.

È una lezione di quasi quattro secoli fa: la politica farebbe bene a rileggerla e farla propria prima del prossimo sasso.

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