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Il Fatto non si vende: avere denaro non dà diritto a comprare qualsiasi cosa

29 October 2026 at 16:57

di Roberto Celante

Leonardo Maria Del Vecchio dovrebbe avere già capito dal comunicato ufficiale di Seif che la propria idea di acquisire la maggioranza delle azioni del Fatto Quotidiano non è destinata a concretizzarsi. Leggere queste mie righe, ancorché esprimano il punto di vista di un semplice lettore, potrebbe giovare a Del Vecchio per rassegnarsi più rapidamente, così come potrebbe far desistere subito eventuali altri aspiranti editori.

In primo luogo, e in linea generale, deve essere chiaro che nemmeno la più ampia disponibilità di denaro dà il diritto di comprare qualsiasi cosa solo perché, per interesse, per capriccio, o per noia, la si desideri. Perché, dietro la proprietà, ci sono le persone e le loro vite, quindi possono esserci, o esserci state, le loro ansie e le loro speranze, le loro battaglie e i loro traguardi, le loro sconfitte e le loro rivincite. Il che non significa necessariamente essere materialisti, ma riconoscere che vi può essere una qualche forma di legame tra proprietà e sfera emotiva, che va rispettato.

Nel caso specifico della titolarità delle azioni dei soci fondatori del Fatto Quotidiano, vi è un legame ancora più forte, perché esse costituiscono la garanzia dell’indipendenza dei giornalisti, soci e non soci. Il vero proprietario del Fatto Quotidiano è, infatti, la deontologia professionale dei giornalisti, perché solo a questa essi devono rispondere.

La presenza di un editore, cioè di un socio di maggioranza assoluta, o relativa, può avere un’influenza sulla linea editoriale del giornale, a maggior ragione se l’editore ha forti interessi da tutelare in altri settori economici. L’organo di stampa, infatti, potrebbe voler essere utilizzato come uno strumento pubblicitario, oppure come un’arma contro la concorrenza, oppure come la parte agguerrita di un processo mediatico parallelo ad eventuali inchieste della magistratura che coinvolgano l’editore, orientando l’opinione pubblica a credere a una fantomatica persecuzione giudiziaria.

Non è scontato che la mera presenza di un editore porti automaticamente all’avverarsi di uno, o più, degli scenari prospettati; però, espone certamente i giornalisti a quei rischi, concreti o putativi, tali da attentare alla loro indipendenza. Il tema è cruciale, perché il giornalismo, in una democrazia sana, dovrebbe essere il “cane da guardia del potere”, non un servo del padrone.

Inoltre, la Costituzione tutela la democrazia, non soltanto avendo delineato l’architettura istituzionale dello Stato, ma anche riconoscendo il diritto allo studio per tutti (art. 34) e la libertà di stampa (art. 21), perché sono gli strumenti fondamentali a disposizione dei cittadini per valutare l’operato dei politici e delle lobby. La posizione attuale dell’Italia nel ranking mondiale della libertà di stampa è a un preoccupante 56° posto su 180 Paesi e, senza il Fatto Quotidiano, sarebbe certamente a un livello ancora più basso.

Ecco, quindi, tutti i motivi che, a mio parere, portano i soci fondatori a respingere irremovibilmente la proposta di acquisizione del Fatto Quotidiano da parte di Leonardo Del Vecchio. Perché nel 2009 hanno affrontato il rischio d’impresa, senza il paracadute del finanziamento pubblico e stanno continuando a farlo, senza soluzione di continuità; perché solo l’assenza di un editore permette al Fatto Quotidiano di continuare a restare una voce autorevole e indipendente nel panorama mediatico italiano; perché essere indotti a lavorare in modo diverso significherebbe perdere non soltanto la propria indipendenza, ma anche la propria identità e dignità; perché, infine, il Fatto Quotidiano perderebbe tutti i lettori, senza attirarne di nuovi, dato che i suoi giornalisti, soci e non soci, dovrebbero improvvisarsi a fare un mestiere diverso, che non riuscirebbero mai a imparare.

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Received — 28 October 2026 ⏭ Il Fatto Quotidiano

Salvini, gli alleati non abboccano più al bluff

28 October 2026 at 05:39

di Roberto Celante

“Non possiamo continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina”. Al Congresso della Lega del 25 ottobre, Matteo Salvini è stato rieletto Segretario federale fino al 2030, anche grazie a questa inequivocabile dichiarazione e all’impegno a portarla in Consiglio dei ministri, per farla diventare la nuova linea del governo Meloni. Senonché, appena il giorno dopo, i ministri Crosetto e Tajani hanno ribadito che il sostegno italiano all’Ucraina non è in discussione.

Viene spontaneo immaginare l’imbarazzo, o il disappunto, dei 465 delegati che avevano riconfermato il Segretario uscente, considerando che, da un lato, non sembra esserci il benché minimo margine per discutere con gli alleati neanche di un ridimensionamento degli aiuti a Kiev; d’altro canto, non sembra verosimile l’ipotesi di una crisi di governo, né come bluff, né come prospettiva concreta di un voto di sfiducia.

Quest’ultima opzione presupporrebbe la disponibilità della Lega a correre da sola alle elezioni 2027, facendo dello stop al sostegno all’Ucraina il leitmotiv della campagna elettorale e puntando così a recuperare consensi tra i delusi del centrodestra, sperando al contempo che nessuna coalizione raggiunga il 42%, per poi risolvere lo stallo con un accordo post voto con i vecchi alleati. Sarebbe questa una strategia che potrebbe anche funzionare, ma i leghisti dovrebbero essere disposti a correre il rischio di venire sostituiti con FnV: se ciò si concretizzasse, Salvini resterebbe con un pugno di mosche in mano.

Del resto, è ancora meno probabile l’ipotesi bluff. Il termine, come noto, deriva dal poker e definisce la condotta del giocatore che si comporta come se avesse in mano ottime carte, mentre, in realtà, non ha granché. In estrema sintesi, il bluff può riuscire, solo se gli altri giocatori si convincono che quel comportamento sia sincero: in quel caso, smetteranno di puntare e lasceranno il “piatto” al simulatore. Se invece non gli credono, si andrà avanti, fino al punto di vedere le carte, e in quel momento si scopriranno gli altarini ed il bluffatore perderà. Senz’altro, è più probabile che riesca il bluff di chi non lo fa mai, o di chi lo tenta raramente: il bluffatore seriale difficilmente viene preso sul serio.

Quindi, affinché gli alleati abboccassero, il bluff dovrebbe riguardare un tema nuovo, oppure uno vecchio, ma con un cambio di orientamento repentino e inedito. E tuttavia, se guardiamo a ritroso, alle dichiarazioni di Salvini negli ultimi trenta mesi, troveremmo quanto riportato di seguito (dalla più recente):

“Abbiamo continuato a votare in maniera compatta per l’invio di aiuti all’Ucraina, ma se per quattro anni fai la stessa cosa e non ottieni risultati forse devi cambiare prospettiva” (ministro Salvini, Roma, conferenza stampa presso la sede della Stampa Estera, 8 aprile 2026).

“Io non tolgo soldi alla sanità italiana per far andare avanti una guerra che è persa” (ministro Salvini, intervistato da “4 di sera”, su Rete 4, 9 dicembre 2025).

“Con Donald alla Casa Bianca non ci sarà bisogno di altre armi a Kiev” (ministro Salvini: dichiarazione rilasciata all’indomani dell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, 6 novembre 2024).

“Non mi sembra che abbiano funzionato le armi. Noi stiamo aiutando l’Ucraina militarmente dal primo giorno dell’aggressione, abbiamo approvato sempre qualsiasi tipo di aiuto. Se lei mi dice che è giusto pensare di andare avanti ancora per altri mesi o anni a mandare armi le dico di no” (ministro Salvini, Festival dell’Economia di Trento, 23 Maggio 2024).

In conclusione, è altamente probabile, purtroppo, che continueremo a mandare soldi e armi all’Ucraina, fino al Trattato di pace, che consentirà a Salvini di smettere di fare dichiarazioni puntualmente smentite dai fatti. Almeno, su questo tema.

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Received — 25 October 2026 ⏭ Il Fatto Quotidiano

Il paradosso dei maschi alfa: perché scegliamo chi vuole dominarci?

25 October 2026 at 06:44

di Nicolantonio Agostini

Il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti Abdul El-Sayed ha definito il suo avversario repubblicano Mike Rogers un “maschio beta”, accusandolo di sottomettersi a Donald Trump, il presunto “maschio alfa”. Una dichiarazione che mostra quanto il linguaggio della dominanza maschile sia penetrato nella politica americana, anche tra chi si oppone al trumpismo.

Eppure, la storia evolutiva umana racconta qualcosa di diverso. Se proprio vogliamo utilizzare la distinzione tra alfa e beta, questi ultimi non dovrebbero essere identificati con individui remissivi e subordinati, ma con coloro che rifiutano tanto di sottomettersi quanto di sottomettere gli altri. Individui che privilegiano cooperazione, empatia e mediazione rispetto alla competizione per il dominio. Sono proprio queste caratteristiche ad aver svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della socialità umana. Come ho già ricordato in precedenti articoli su questo blog, dedicati al patriarcato e al culto del testosterone, per gran parte della propria storia Homo sapiens ha vissuto in gruppi di cacciatori-raccoglitori relativamente egualitari. La cooperazione e il controllo collettivo delle ambizioni individuali limitavano la concentrazione del potere; l’autorevolezza dipendeva frequentemente dall’esperienza, dalla generosità e dalla capacità di ottenere consenso.

La rivoluzione agricola contribuì a modificare questi equilibri. Sedentarizzazione, accumulazione delle risorse e stratificazione sociale favorirono gerarchie più stabili e forme di potere coercitivo. Ma potrebbe essersi verificata un’altra trasformazione: non furono avvantaggiati soltanto gli individui capaci di imporsi, bensì, in certe condizioni, anche quelli più inclini ad accettare la subordinazione, a scapito di coloro che rifiutavano entrambe le condizioni.

Quando contestare l’autorità comportava punizioni, esclusione o morte, una maggiore propensione all’obbedienza poteva favorire la sopravvivenza e forse il successo riproduttivo. Poiché alcune predisposizioni psicologiche connesse all’autoritarismo e alla deferenza mostrano una componente ereditaria, è possibile ipotizzare che le nuove strutture sociali abbiano modificato anche le pressioni selettive sulle popolazioni umane. Sarebbe un caso di coevoluzione tra geni e cultura: i cambiamenti sociali avrebbero influenzato non solo i comportamenti appresi, ma potenzialmente anche l’evoluzione biologica.

Nelle democrazie contemporanee emerge così un paradosso: il consenso che nelle società relativamente egualitarie poteva contenere le ambizioni dei dominatori oggi può legittimare leader che esaltano forza e potere personale. Naturalmente votare per un leader deciso non significa necessariamente sottomettersi: possono contare interessi, convinzioni e giudizi sulle politiche proposte. Tuttavia, in condizioni di insicurezza economica e sociale, affidarsi a una figura percepita come forte può offrire una scorciatoia cognitiva: risposte semplici a problemi complessi e una promessa di protezione. Il punto non è dunque soltanto l’ambizione dei cosiddetti alfa, ma anche l’attrazione che esercitano. E quando chi li contrasta ne adotta il linguaggio, rischia di rafforzarne il modello.

La lezione evolutiva non è che debbano governare i più remissivi. È che la capacità di cooperare e limitare il dominio individuale ha avuto un ruolo decisivo nella nostra storia. La sfida democratica non è scegliere un alfa cui obbedire, ma costruire istituzioni nelle quali nessuno possa governare come un alfa incontrastato.

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Il paradosso dei maschi alfa: perché scegliamo chi vuole dominarci?

25 October 2026 at 06:44

di Nicolantonio Agostini

Il candidato democratico al Senato degli Stati Uniti Abdul El-Sayed ha definito il suo avversario repubblicano Mike Rogers un “maschio beta”, accusandolo di sottomettersi a Donald Trump, il presunto “maschio alfa”. Una dichiarazione che mostra quanto il linguaggio della dominanza maschile sia penetrato nella politica americana, anche tra chi si oppone al trumpismo.

Eppure, la storia evolutiva umana racconta qualcosa di diverso. Se proprio vogliamo utilizzare la distinzione tra alfa e beta, questi ultimi non dovrebbero essere identificati con individui remissivi e subordinati, ma con coloro che rifiutano tanto di sottomettersi quanto di sottomettere gli altri. Individui che privilegiano cooperazione, empatia e mediazione rispetto alla competizione per il dominio. Sono proprio queste caratteristiche ad aver svolto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della socialità umana. Come ho già ricordato in precedenti articoli su questo blog, dedicati al patriarcato e al culto del testosterone, per gran parte della propria storia Homo sapiens ha vissuto in gruppi di cacciatori-raccoglitori relativamente egualitari. La cooperazione e il controllo collettivo delle ambizioni individuali limitavano la concentrazione del potere; l’autorevolezza dipendeva frequentemente dall’esperienza, dalla generosità e dalla capacità di ottenere consenso.

La rivoluzione agricola contribuì a modificare questi equilibri. Sedentarizzazione, accumulazione delle risorse e stratificazione sociale favorirono gerarchie più stabili e forme di potere coercitivo. Ma potrebbe essersi verificata un’altra trasformazione: non furono avvantaggiati soltanto gli individui capaci di imporsi, bensì, in certe condizioni, anche quelli più inclini ad accettare la subordinazione, a scapito di coloro che rifiutavano entrambe le condizioni.

Quando contestare l’autorità comportava punizioni, esclusione o morte, una maggiore propensione all’obbedienza poteva favorire la sopravvivenza e forse il successo riproduttivo. Poiché alcune predisposizioni psicologiche connesse all’autoritarismo e alla deferenza mostrano una componente ereditaria, è possibile ipotizzare che le nuove strutture sociali abbiano modificato anche le pressioni selettive sulle popolazioni umane. Sarebbe un caso di coevoluzione tra geni e cultura: i cambiamenti sociali avrebbero influenzato non solo i comportamenti appresi, ma potenzialmente anche l’evoluzione biologica.

Nelle democrazie contemporanee emerge così un paradosso: il consenso che nelle società relativamente egualitarie poteva contenere le ambizioni dei dominatori oggi può legittimare leader che esaltano forza e potere personale. Naturalmente votare per un leader deciso non significa necessariamente sottomettersi: possono contare interessi, convinzioni e giudizi sulle politiche proposte. Tuttavia, in condizioni di insicurezza economica e sociale, affidarsi a una figura percepita come forte può offrire una scorciatoia cognitiva: risposte semplici a problemi complessi e una promessa di protezione. Il punto non è dunque soltanto l’ambizione dei cosiddetti alfa, ma anche l’attrazione che esercitano. E quando chi li contrasta ne adotta il linguaggio, rischia di rafforzarne il modello.

La lezione evolutiva non è che debbano governare i più remissivi. È che la capacità di cooperare e limitare il dominio individuale ha avuto un ruolo decisivo nella nostra storia. La sfida democratica non è scegliere un alfa cui obbedire, ma costruire istituzioni nelle quali nessuno possa governare come un alfa incontrastato.

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