❌

Normal view

C’è una cosa che mi sfugge: quali sono gli obiettivi strategici dell’Ue nel conflitto russo-ucraino?

30 October 2026 at 17:21

di Pietro Francesco Maria De Sarlo

C’è una cosa che mi sfugge: quali sono gli obiettivi strategici dell’Ue nel conflitto russo-ucraino? Sconfiggere la Russia, recuperare tutti i territori ucraini, garantire la sicurezza di Kiev, contenere Mosca? E soprattutto: quale equilibrio immagina l’Europa per il dopoguerra?

È evidente che la guerra ha sancito la fine delle illusioni sul mondo unipolare. Biden e Johnson sembravano puntare a una sconfitta russa per consolidare la supremazia occidentale. Von der Leyen raccontava di una Russia costretta a recuperare i chip da lavastoviglie e frigoriferi; Draghi attribuiva alle sanzioni effetti devastanti sulla sua macchina economica e militare. Mosca ha pagato un prezzo altissimo, ma non è stata isolata né cancellata come attore geopolitico. Gli Usa devono fare i conti con Mosca, oltre che con Pechino. Persino Trump di Make America Great Again sembra aver capito che la stagione unipolare è finita.

La Ue, invece, quale visione ha maturato? Il Consiglio europeo ripete formule sulla pace giusta, l’integrità territoriale e le garanzie per Kiev. Ma manca la risposta politica alla domanda decisiva: come convivere domani con la Russia? La geografia non si cambia quindi a cosa si pensa? A una deterrenza permanente, fondata su una corsa agli armamenti e su un nuovo equilibrio del terrore?

La Carta Osce di Istanbul del 1999 e la Dichiarazione di Astana del 2010 affermano il principio della sicurezza indivisibile: nessuno Stato dovrebbe rafforzare la propria sicurezza a danno di quella altrui. La deterrenza trasformata in riarmo permanente entra in tensione con quel principio. Ognuno si arma per sentirsi più sicuro; l’altro si sente minacciato e si riarma a sua volta. Una spirale senza fine. E, in un equilibrio del terrore, basta che a qualcuno scappi la frizione.

Gli stessi documenti riconoscono il diritto di ogni Stato a scegliere liberamente le proprie alleanze. Come conciliare questo diritto con la sicurezza indivisibile, senza concedere alle grandi potenze un veto sui vicini? È un problema politico enorme, che non si risolve recitando principi astratti.

E poi: chi decide la strategia europea? Il Consiglio europeo, la Commissione, la Nato, oppure Francia, Germania e Regno Unito, che assumono iniziative in nome di un’Europa senza che nessuno abbia conferito un mandato di rappresentanza? E quale autonomia reale abbiamo dagli Stati Uniti?

I principi, per essere universali, devono valere sempre. Perché difendere l’autodeterminazione ucraina e ignorare il referendum disatteso nella Grecia di Syriza, l’embargo a Cuba o la cattura di Maduro da parte degli Usa? L’invasione russa dell’Ucraina viola il diritto internazionale. Ma il diritto non diventa facoltativo quando a violarlo sono gli alleati: dagli attacchi all’Iran all’occupazione dei territori palestinesi e al genocidio a Gaza. Se il diritto non vale sempre diventa il diritto della giungla, del più forte. Il doppio standard europeo ratifica la giungla, non il diritto.

Un governante deve misurare i principi con i rapporti di forza, gli strumenti disponibili, i costi e le conseguenze. Realismo non significa rinunciare al diritto, ma trovare le condizioni concrete per farlo rispettare. Difendere l’Ucraina non basta: bisogna anche sapere come fermare la guerra e quale ordine costruire dopo.

Zelensky e i leader europei hanno invece giocato d’azzardo sulla pelle degli ucraini, forti di una retorica irresponsabile. Dopo oltre quattro anni di guerra, rischiano di non saper uscire da una strategia senza sbocchi, se non continuando un sostegno che somiglia sempre più a un abbraccio della morte o proponendo accordi che Putin, dati i rapporti di forza, non ha motivo di accettare.

Intanto la guerra ha indebolito l’Europa, accelerandone l’irrilevanza politica e il declino economico. E quando sento dire che per rilanciarla basterebbe abolire il diritto di veto, mi metto le mani nei capelli. Il problema dell’Europa non è decidere più in fretta ma prendere decisioni giuste.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo C’è una cosa che mi sfugge: quali sono gli obiettivi strategici dell’Ue nel conflitto russo-ucraino? proviene da Il Fatto Quotidiano.

Chiedere chiarezza sull’operato della polizia non significa schierarsi con chi spacca le vetrine

30 October 2026 at 11:10

di Samuele Lucia

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese nel quale, ogni volta che un cittadino scende in piazza per contestare il governo, il dibattito pubblico finisce per trasformarsi in una gara a chi invoca più manganelli. Sia chiaro: chi aggredisce un agente, lancia bottiglie, incendia cassonetti o devasta una città non è un manifestante da giustificare. È responsabile delle proprie azioni e deve risponderne. Le forze dell’ordine meritano rispetto, tutela e solidarietà quando vengono aggredite. Ma il rispetto per una divisa non può trasformarsi nella rinuncia a giudicare ciò che avviene sotto quella divisa.

Le immagini e le testimonianze raccolte nelle manifestazioni del 24 ottobre, da Torino a Bologna, da Roma a Milano, raccontano anche un’altra storia. A Bologna, in via Marconi, un idrante ha colpito un’ambulanza mentre stava soccorrendo un giovane manifestante che si era sentito male dopo essere stato immobilizzato a terra dagli agenti. Una giovane è stata colpita in pieno volto da un getto d’acqua a distanza ravvicinata, riportando lesioni gravi a un occhio e un’emorragia cranica. Amnesty International ha denunciato criticità che meritano accertamenti indipendenti, segnalando episodi di possibile uso sproporzionato della forza contro persone pacifiche e fermi preventivi estesi (oltre 370 persone, di cui 110 minorenni).

Da quando il governo Meloni ha assunto la guida del Paese, la sicurezza è diventata uno dei suoi principali terreni di comunicazione. Più reati, più divieti, più poteri preventivi, più carcere. Il messaggio è semplice: lo Stato è forte quando reprime, il governo è autorevole quando promette tolleranza zero. Ma la sicurezza non si misura dal numero di persone fermate, né dalla quantità di manganellate o idranti distribuiti in una piazza.

Il governo non impartisce necessariamente ordini illegittimi agli agenti, e sarebbe scorretto sostenere il contrario senza prove. Ma la politica ha una responsabilità enorme nel clima che contribuisce a creare. Se si racconta la protesta come un problema di ordine pubblico, se si alimenta la contrapposizione tra cittadini e dissenso, se ogni critica viene liquidata come complicità con i violenti, si finisce per restringere pericolosamente lo spazio della democrazia.

La domanda non è se lo Stato debba difendersi dalla violenza. Certamente deve farlo. La domanda è se, nel farlo, possa dimenticare di essere sottoposto alle stesse leggi che pretende di far rispettare. Un poliziotto che viene aggredito è una vittima e va tutelato. Un cittadino che viene colpito ingiustamente ha gli stessi diritti e deve poter ottenere giustizia. Non esistono due pesi e due misure, né una Costituzione valida soltanto quando fa comodo a chi governa.

Eppure, in questo clima, sembra quasi che chiedere chiarezza sull’operato delle forze dell’ordine equivalga a schierarsi con chi spacca le vetrine. È un falso dilemma e un pericoloso alibi. Si può condannare senza esitazioni la violenza dei manifestanti e pretendere, contemporaneamente, che ogni abuso da parte di chi esercita il potere venga accertato e sanzionato.

Anzi, è proprio questo che distingue uno Stato democratico da uno Stato che pretende obbedienza.
Servono trasparenza, identificativi sulle divise, verifiche indipendenti, responsabilità individuali e regole chiare sull’uso della forza. Non per indebolire le forze dell’ordine, ma per restituire loro credibilità. La maggioranza degli agenti che svolge correttamente il proprio lavoro non dovrebbe pagare il prezzo di chi eventualmente sbaglia. La democrazia non si difende mettendo a tacere le piazze. Si difende garantendo che possano esistere, anche quando disturbano chi governa. Uno Stato davvero forte non ha paura di essere controllato e non ha bisogno che i cittadini abbiano paura di lui.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Chiedere chiarezza sull’operato della polizia non significa schierarsi con chi spacca le vetrine proviene da Il Fatto Quotidiano.

Nuove Indicazioni Nazionali, errori e contraddizioni nei programmi scolastici: uno spettacolo imbarazzante

30 October 2026 at 06:32

di Serena Poli

In queste settimane, nelle scuole italiane, migliaia di docenti sono alle prese con l’ennesima liturgia burocratica: riallineare i curricoli alle nuove Indicazioni Nazionali firmate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Un lavoro enorme che dovrebbe segnare il glorioso ritorno alla severità, alla tradizione e al tanto sbandierato “merito”.

Peccato che, mettendosi a leggere con attenzione, gli insegnanti si siano trovati di fronte a uno spettacolo imbarazzante: un minestrone di improvvisazione ideologica, sciatteria ed errori concettuali.

La prima cosa che salta all’occhio è la totale schizofrenia con la quale si cerca la svolta identitaria e occidentalistica. Un esempio su tutti: nel tentativo di blindare la storia della primaria entro i confini della “nostra identità”, le nuove direttive relegano ai margini le civiltà dell’Asia e del Medio Oriente. La narrazione deve rimanere prevalentemente ‘nostrana’.

Ma chi ha redatto il testo non deve essersi coordinato con chi curava la parte scientifica. Così, mentre nell’ora di storia il Medio Oriente viene praticamente tagliato fuori perché poco funzionale al catechismo patriottico, nei programmi di matematica della stessa primaria spunta l’insegnamento della “storia della matematica”. Una contraddizione surreale: come si pensa di spiegare ai bambini da dove arrivano i numeri che usiamo tutti i giorni, l’algebra o lo zero, senza approfondire proprio quelle civiltà ridotte a parentesi nell’insegnamento della storia?

Ma è quando si entra nel merito delle singole discipline che arriva lo sconforto. In matematica assistiamo all’aspetto ‘ricorsivo’ del numero, accostato come se nulla fosse a cardinalità e ordinalità. Tradotto per i non addetti ai lavori: un errore grossolano che mette sullo stesso piano la ‘sostanza’ di un oggetto con il meccanismo che serve a generarlo. Sarebbe come assimilare il significato della posizione delle lancette di un orologio al ticchettio dell’ingranaggio. Alla faccia del ritorno al ‘rigore scientifico’.

Non va meglio con il latino, materia simbolo della tradizione classica: definito “curricolare” (ossia obbligatorio per gli ultimi due anni della secondaria di primo grado) ma, al contempo, descritto come “opzionale”. Siamo di fronte al Latino di Schrödinger, un paradosso quantistico in cui una disciplina può essere contemporaneamente obbligatoria e facoltativa.

Oltre a questo miracolo della fisica, tale disciplina viene eretta a panacea pedagogica: dalla pretesa di “avvicinare alla comprensione dei valori di una civiltà universale” fino all’improbabile missione di “attuare un dialogo costante con le discipline Stem e porre al centro l’attenzione ai valori della Costituzione”; insomma, dal codice binario a Cicerone, passando per la Carta Costituzionale, siamo alla mera enunciazione di principi in un continuo ripetersi di formule stanche e astratte, messe in fila per fare volume (“virtuosa dinamica”, “percezione del rapporto di continuità e alterità”, “sintesi tra visione critica del presente e memoria storica”): un lessico ripetitivo che gira a vuoto reiterando gli stessi concetti, come se l’abbondanza di inchiostro potesse colmare il deserto delle idee.

Ma oltre agli scivoloni concettuali, è altrettanto sconfortante la sciatteria della forma. Il Ministero che ha fatto del “Merito” la propria bandiera e che pretende rigore ortografico dagli studenti, scarica sulle scuole documenti con gerundi sospesi a mezz’aria, ripetizioni e concordanze fantasiose, punteggiatura assente o usata male, in un florilegio di ‘supercazzole’ da far impallidire il Conte Mascetti.

Insomma, una classe dirigente che esige sottomissione, ordine e disciplina ma concede a se stessa il privilegio della più becera approssimazione. Alle scuole non si chiede di formare cittadini dotati di pensiero critico e capaci di analizzare le fonti, ma ascoltatori passivi di una fiaba di Stato scritta, peraltro, senza dominare la sintassi della propria lingua madre.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Nuove Indicazioni Nazionali, errori e contraddizioni nei programmi scolastici: uno spettacolo imbarazzante proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌