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Received — 24 October 2026 ⏭ L'Antidiplomatico

Brasile: Lula vince il dibattito, Bolsonaro chiede scusa due volte. Ma la partita si gioca sulla sovranità

 

Venerdì sera, l'ultimo confronto televisivo prima del ballottaggio di domenica 25 ottobre ha messo di fronte Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro in uno scontro acceso, dove le scuse del candidato del Partito Liberale sono arrivate due volte, ma la sostanza delle sue proposte è rimasta spesso nel vuoto. Per gli analisti politici che hanno commentato l’ultimo confronto elettorale, il presidente uscente ha difeso con solidità il suo bilancio di governo, mentre il senatore, pur mostrando i segni di un addestramento mediatico intensivo, ha faticato a scendere nel dettaglio operativo delle sue idee.

La cronaca della serata si è tinta subito di amarezza e rancore personale. Quando Lula ha portato sul tavolo il voto del suo avversario contro l'estensione del congedo di maternità ai tempi in cui era deputato statale, Flávio Bolsonaro ha ammesso l'errore, giustificandolo con una maturità arrivata solo dopo la paternità. Ma la tregua è durata un attimo. 

L'insulto sulle "nove dita" è stao un incredibile autogol di Bolsonaro. Lula ha ricordato di aver perso il pollice a 17 anni in un turno di notte in fabbrica, perché o si lavorava o non si mangiava, ribattendo con fermezza: «Non permetterò a un miliziano di chiamarmi nove dita». Di fronte alle telecamere, il senatore ha dovuto ritrattare: «Se ti ho offeso chiamandoti nove dita, ti chiedo perdono, non volevo offenderti», per poi trasformare immediatamente la scusa in un contrattacco sui senzatetto e sul valore del Bolsa Família, da lui sprezzantemente ribattezzato "Bolsa Farelo".

Il clima non è migliorato quando la contesa è scivolata sulle politiche sociali e sugli affetti. Flávio Bolsonaro ha provato a colpire sul personale, tirando in ballo i figli del presidente e l'esplosione del gioco d'azzardo online, accusando l'amministrazione uscente di averlo favorito per poi bloccarlo in extremis per calcoli elettorali. Lula ha incassato e ha risposto sul terreno che più gli è congeniale, quello dei programmi di assistenza e dell'istruzione. Ha sbandierato i dati del Pé de Meia, l'aiuto economico che ha ridotto la dispersione scolastica, e ha promesso l'universalizzazione del sostegno per gli studenti delle scuole superiori e universitari, ricordando che «l'istruzione è il finanziamento più economico che esista».

Il momento di massima tensione morale si è toccato sul tema della sicurezza. Con la madre di Ana Clara, la bimba di cinque anni uccisa da un proiettile vagante a Rio de Janeiro, seduta tra il pubblico, Flávio Bolsonaro ha proposto la castrazione chimica per gli stupratori e pene detentive minime di otto anni per i ladri di cellulari. Lula non ha arretrato di un millimetro e ha puntato il dito contro il passato del senatore nell'assemblea legislativa di Rio, ricordando le decorazioni e le assunzioni legate a figure vicine alle milizie. In studio c'erano anche la madre di Marielle Franco e il deputato Marcelo Freixo, testimoni di quella stagione. «Attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ha avvertito Lula, promettendo un nuovo Ministero della Sicurezza con una linea netta: carcere per i criminali, protezione per i lavoratori.

Esta es Ana Clara. Tenía 5 años en 2021, cuando fue asesinada por un disparo que, según el Ministerio Público, fue efectuado por un policía militar de Río de Janeiro. Flávio Bolsonaro formó parte de la defensa de este acusado. Cinco años después, el acusado aún no ha sido juzgado. Cinco años después, la madre de Ana Clara es una de las invitadas de Lula da Silva al debate de esta noche. Estará cara a cara con Flávio, el abogado que defendió al acusado de matar a su hija y que hoy disputa la presidencia de Brasil.

— André Vieira (@AndreteleSUR) October 24, 2026

Dietro le quinte, i numeri e le analisi raccontano una partita a scacchi truccata. I fact-checker hanno certificato che solo il 26 per cento delle affermazioni di Flávio Bolsonaro era veritiero, contro l'80 per cento di Lula. La scienziata politica Priscila Lapa ha evidenziato il divario di approccio tra i due contendenti: «È molto facile fare l'opposizione finché non si diventa governo e non si capisce che la politica della ‘coperta corta’ esisterà sempre, principalmente in un Paese come il nostro, che genera molta ricchezza, ma che ha anche retaggi storici di disuguaglianza e povertà». 

Anche il giornalista Igor Carvalho ha fotografato la disparità di fondo: «È molto difficile dibattere con un candidato che, dall'altra parte, è disposto a mentire su assolutamente qualsiasi tema». Nina Fideles, direttrice di Brasil de Fato, ha letto nel discorso del senatore i classici schemi della formazione internazionale dell'estrema destra, basati su "conclusioni assurde" e sulla tecnica della "cattura e trasferimento", per cui l'avversario viene accusato dei propri stessi difetti.

Ora la palla passa alle reti digitali e all'umore dell'elettorato. Il dibattito non ha ribaltato le sorti di una corsa che rimane incollata sul filo di lana, con un'impennata di indecisi, soprattutto donne, registrata dagli ultimi sondaggi. La vera arma di questi giorni non è più solo il salotto di Globo, ma la mobilitazione online. Priscila Lapa ha osservato come certi canali della sinistra abbiano raggiunto numeri inediti: «Questo non è successo né nel 2018 né nel 2022, sta succedendo nel 2026, e non si può pensare che ciò non interferirà nel risultato dell'elezione». 

Al di là delle schermaglie interne e della battaglia a colpi di post sui social, c'è un livello più profondo che divide i due candidati e che riguarda il posto del Brasile nel mondo. Non è solo una questione di programmi interni, ma di identità nazionale e di sovranità. Lula ha costruito la sua replica sulla sicurezza puntando il dito contro le milizie e avvertendo gli elettori di «stare attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ergendosi a paladino di un Paese che deve decidere in autonomia del proprio destino e delle proprie ricchezze.

Il candidato neoliberista del Partito Liberale, al contrario, delinea un profilo internazionale che non lascia spazio a dubbi. La sua visione di politica estera si traduce in un allineamento totale, quasi incondizionato, alle direttive di Washington e Tel Aviv. Mentre il presidente uscente difende un ruolo indipendente sulla scena globale anche grazie al ruolo nei BRICS, il suo sfidante guarda oltreoceano, pronto a piegare le strategie economiche e diplomatiche agli interessi delle grandi potenze alleate. È questo il vero spartiacque che si profila oltre il 25 ottobre. Gli elettori non devono solo scegliere chi gestirà il bilancio o la sicurezza pubblica, ma se il Brasile continuerà a camminare con le proprie gambe verso un mondo multipolare o se si rassegnerà a fare da semplice pedina nelle mani di chi, a migliaia di chilometri di distanza, detta le regole del gioco sulla base dei propri interessi strategici e geopolitici.

Global Times - A novant'anni di distanza, il grande spirito della Lunga Marcia è una luce che illumina il mondo


Global Times

Giovedì mattina, a Pechino, si è tenuta una grande cerimonia per commemorare il 90° anniversario della vittoria della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso dei lavoratori e dei contadini cinesi. Il segretario generale del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) Xi Jinping, che ricopre anche le cariche di presidente della Repubblica e presidente della Commissione militare centrale, ha partecipato alla cerimonia e ha pronunciato un importante discorso.

Xi ha sottolineato che il grande spirito della Lunga Marcia dimostra la forza della lealtà, della verità, della giustizia e dell’unità. In quanto parte importante del retaggio spirituale del PCC, esso trascende il tempo e lo spazio e rimane sempre attuale. Sarà sempre un tesoro prezioso e una potente forza motrice che ci ispira a superare le difficoltà e ad andare avanti con coraggio.

La Lunga Marcia fu un raggio di luce che balenò dalla nazione cinese nel suo momento più buio. Dimostrò chiaramente al mondo che, anche in una Cina antiquata e impantanata nell’oscurità senza via d’uscita apparente, c’era un gruppo di persone che lottava con tutte le proprie forze per costruire una nuova Cina. Nel libro ‘The Life Millennium: The 100 Most Important Events and People of the Past 1000 Years’ (Il millennio della vita: i 100 eventi e personaggi più importanti degli ultimi 1000 anni), pubblicato dalla casa editrice statunitense Time-Life Books, studiosi di tutto il mondo hanno selezionato congiuntamente 100 eventi che hanno plasmato il mondo dal 1000 al 2000 d.C. La Lunga Marcia dell’Armata Rossa è stato uno dei tre eventi storici cinesi a figurare nell’elenco. Essa ispira profondamente le persone, dimostrando che, purché si rimanga saldi nella volontà e irremovibili di fronte alle difficoltà, è sempre possibile trovare una via d’uscita attraverso la continua esplorazione e aprire un percorso completamente nuovo.

Da Edgar Snow a Henry Kissinger, da Nelson Mandela a Fidel Castro, molti osservatori e strateghi si sono chiesti perché questa “Lunga Marcia” in Oriente sia riuscita ad avere successo. Ancora oggi, ogni volta che la Cina stupisce il mondo con innovazioni tecnologiche o ridefinisce le percezioni con miracoli di sviluppo, il mondo continua a chiedersi: “Come ci riescono i cinesi?”. Tutte queste domande portano alla stessa risposta: Abbiamo trovato la strada giusta, una strada fatta di non cedere mai, di andare sempre avanti e di non tirarsi mai indietro. La Lunga Marcia è sia un tesoro spirituale che ispira il popolo cinese, sia una dimostrazione al mondo del carattere resiliente della nazione cinese.

Oggi, il termine «Lunga Marcia» è diventato un nome comune per indicare qualsiasi viaggio arduo che alla fine raggiunge la propria destinazione. In questo senso, il valore della Lunga Marcia non risiede solo nell’arrivo in sé, ma nell’atto stesso di continuare a mettersi in cammino, ancora e ancora. Dopo la vittoria della Lunga Marcia, la nazione non si è fermata: ha continuato a marciare attraverso le fiamme della Guerra di Resistenza contro l’aggressione giapponese, ha continuato ad avanzare sull’onda delle riforme e dell’apertura, e continua ad avanzare sotto il richiamo della nuova era, verso il grande rinnovamento della nazione cinese.

Oggi, il grande spirito della Lunga Marcia è profondamente radicato nel DNA della società cinese. È la determinazione ad affrontare le sfide e a perseverare nel lungo periodo; è il coraggio di non temere alcun sacrificio e di osare; è la lucidità di affrontare la realtà e di cercare attivamente il cambiamento; e, soprattutto, è l’aspirazione originaria di stare al fianco del popolo nella vita e nella morte, condividendo gioie e dolori e lottando con tenacia.

A novant’anni di distanza, il grande spirito della Lunga Marcia non appartiene più solo alla storia; è una luce che diventa sempre più brillante e risplende sul mondo. Attualmente, la governance globale sta attraversando un «momento buio»: cambiamenti climatici, il divario tra Nord e Sud, conflitti geopolitici e le correnti sotterranee della deglobalizzazione.

I vecchi paradigmi stanno fallendo e le nuove regole devono ancora prendere forma. La risoluzione di molte questioni fondamentali richiede una pianificazione a lungo termine e uno sforzo costante che vada oltre i cicli politici e i profitti e le perdite a breve termine.

Lo spirito di ferma convinzione, unità e cooperazione, nonché di lotta incrollabile, trascende i confini nazionali e le ideologie. Esso ispira l’umanità a superare le avversità e a perseguire un futuro più luminoso. Ciò suggerisce, da un lato, che la governance globale debba aprire nuove strade verso lo sviluppo comune, la sicurezza comune e la prosperità comune e, dall’altro, aiuta il mondo a comprendere meglio le fondamenta spirituali della nazione cinese, consentendo a chi guarda dall’esterno di cogliere meglio la direzione verso cui si sta dirigendo questa «grande potenza costruttiva».

“Dove risiede lo spirito, lì risiede la forza.” Il grande spirito della Lunga Marcia risuona con la tradizione culturale della nazione cinese di costante miglioramento personale e ha acquisito un nuovo significato contemporaneo nel processo di modernizzazione cinese. Sebbene oggi non sia più possibile per la Cina replicare la marcia di allora, questo spirito rimarrà per sempre, dimostrando al mondo che la nazione cinese possiede una straordinaria resilienza.

Dopo decenni di lotte, la Cina è ormai da tempo la seconda economia mondiale e sta portando avanti in modo globale la grande rinascita della nazione cinese attraverso la modernizzazione del Paese.

La tenace resilienza nazionale che sta alla base del grande spirito della Lunga Marcia è stata un fattore chiave nella realizzazione di questo miracolo dello sviluppo. È la fiducia che permette alla Cina di superare le tempeste e di prendere l’iniziativa storica, oltre a fornire una prospettiva stabilizzante in un mondo pieno di incertezze.

Negli anni ’80, Zbigniew Brzezinski, che in passato aveva ricoperto la carica di consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, percorse insieme alla sua famiglia il percorso un tempo seguito dall’Armata Rossa. In seguito rifletté: «La Lunga Marcia è più di un’epopea di eroismo quasi senza pari». Oggi, sempre più stranieri vengono in Cina per ripercorrere il percorso della Lunga Marcia, e luoghi come il Passo di Loushan sono tornati ad essere una meta popolare per i visitatori. Questo è un segno che il grande spirito della Lunga Marcia è sempre più necessario al mondo. In quanto monumento spirituale che la nazione cinese ha offerto al mondo, la sua importanza diventerà ancora più rilevante in futuro. Come scrisse una volta lo scrittore militare Wang Shuzeng: «La Lunga Marcia appartiene a quella categoria di eventi della storia umana che, anche dopo il passare di lunghi anni, continuano ad essere ricercati dalle persone».

“La storia della Lunga Marcia non è mai svanita; il cammino della Lunga Marcia continua a protrarsi”. Per la Cina, in questo nuovo viaggio, la Lunga Marcia non ha fine.

Portare avanti il grande spirito della Lunga Marcia significa mantenere sempre un atteggiamento risoluto, pronto a scalare passi e conquistare fortezze, proseguire l’arduo cammino verso la modernizzazione cinese e affrontare tutti i rischi e le sfide con uno spirito combattivo inarrestabile. Significa sia portare a buon fine la Lunga Marcia della nostra generazione, sia infondere in un mondo segnato da turbolenze e trasformazioni la fiducia e la forza provenienti dall’Oriente.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

Assange smaschera Bolsonaro: "Senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv non c'è sovranità"

Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha ricordato in un post sui propri canali social - corredato da una fotografia insieme al presidente - il sostegno ricevuto dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante la sua detenzione, contrapponendo tale atteggiamento a quello di Jair e Flávio Bolsonaro.

Lula vs. Bolsonaro: I was held in solitary confinement for 1,901 days for revealing the truth about the U.S. government's killings and espionage, including against Brazil and its industries. Out of power, Lula fought for my freedom. In power, Lula discussed my persecution with Pope Francis, who decided to meet with my family and offer help. After my release, Lula and I met in Rome to mourn the Holy Father's passing. Lula was kind to my children and asked for nothing in return. In contrast, Jair and Flávio Bolsonaro did nothing and said nothing. Yet without the ability to say no to Washington and Tel Aviv, there can be no domestic policy, only foreign instructions. Those orders are always the same: "Expand our theft of resources and wages, and keep your mouths shut about us murdering children." Sellouts will surrender everything in exchange for a cut, even their own tongues.

— Julian Assange (@JulianAssange) October 24, 2026

«Sono rimasto in isolamento per 1.901 giorni per aver rivelato la verità sulle uccisioni e sullo spionaggio da parte del governo statunitense, che hanno colpito anche il Brasile e le sue industrie», ha scritto Assange, sottolineando poi che «Lula si è battuto per la mia libertà».

Secondo quanto dichiarato dall'australiano, quando il leader brasiliano è entrato in carica, ha parlato della sua persecuzione con Papa Francesco, il quale, di conseguenza, ha deciso di incontrare la sua famiglia e offrire assistenza. "Lula è stato gentile con i miei figli e non ha chiesto nulla in cambio. Al contrario, Jair e Flávio Bolsonaro non hanno fatto né detto nulla", ha sottolineato.

Riferendosi a Bolsonaro, Assange ha inoltre avvertito che "senza la capacità di dire 'no' a Washington e Tel Aviv, non può esserci una politica nazionale: solo direttive che arrivano dall'estero". "Chi si è svenduto è pronto a cedere tutto in cambio di una parte del bottino, persino la propria lingua", ha aggiunto.

"Gli ordini sono sempre gli stessi: 'intensificate il furto di risorse e salari, e tenete la bocca chiusa sul fatto che stiamo uccidendo dei bambini'", ha denunciato.

Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?


di Domenico Moro


Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia. 

In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell'"Agente segreto" (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull'opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l'impiego documentato di poliziotti travestiti da "compagni" nelle manifestazioni degli anni '70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia. Infine, in questi giorni è circolato un video in cui si vedono, a Metz in Francia, tre o quattro giovanotti col viso mascherato e vestiti di nero, che ritornano fra le file dei poliziotti, dopo aver lanciato qualcosa contro qualcuno. 

Detto questo, sarebbe un errore non considerare che, per scatenare azioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi giorni in Italia e in Europa, non c'è bisogno di provocatori prezzolati dallo Stato. Diversi anni fa durante una manifestazione nazionale a Roma, ad un certo punto alcuni cordoni di black bloc si staccarono per andare a sfasciare alcune vetrine vicino a piazza Barberini, e subito un dirigente politico di un partito che non nomino disse: "Ecco, ci sono i poliziotti infiltrati travestiti da black bloc ". A me parvero dei poliziotti piuttosto strani, visto che, malgrado il travisamento si vedeva che molti erano ragazzini e ragazzine sotto i 18 anni. 

Bisogna, quindi, distinguere. Alcune volte la violenza dei manifestanti è una reazione contro gli attacchi brutali della polizia, come quelli che ci sono stati in Francia durante le proteste degli studenti, alcuni dei quali sono stati feriti gravemente, finanche perdendo una mano o un occhio. Altre volte sono azioni come quelle avvenute a Milano, portate avanti da ragazzini spesso minorenni e italiani figli di immigrati, e organizzati via social media. Poi, ci sono settori politici che vedono una certa dose di aggressività di piazza come un modo per palesare antagonismo e opposizione sociale. Una sorta di "propaganda attraverso i fatti", di ottocentesca e anarchica memoria in formato ridotto. In questo incoraggiati dai media che danno il massimo risalto a due studenti che maneggiano un estintore davanti al ministero della Pubblica Istruzione, ma non riportano le proteste pacifiche in atto da giorni di autotrasportatori e altri settori sociali nel Mezzogiorno. Infine, ci sono le proteste che sfociano in preinsurrezioni violente come conseguenza di una prolungata frustrazione sociale e che rappresentano una seria contestazione popolare al governo, come quelle in corso in Albania. 

Comunque, di fronte alle violenze in Italia, il governo Meloni reagisce prendendo al volo l'occasione per inasprire la legislazione vigente e militarizzare le città con l'esercito (non a caso professionale e non di leva), a cui sono affidati impropri compiti di ordine pubblico. Il governo vorrebbe attribuire ai militari persino poteri di polizia giudiziaria (esecuzione di arresti e sequestri), ma il presidente Mattarella si sta opponendo. In Francia, addirittura, in molte città è stato introdotto il coprifuoco. Invece, va fatta una analisi sociale e politica di questi fenomeni, distinguendoli l’uno dall’altro, per poter intervenire socialmente e politicamente. L'assalto dei ragazzini a Milano è un fenomeno nuovo e di carattere prepolitico, che non può essere approcciato con la militarizzazione delle città. Esiste in tutta Europa, soprattutto in Francia e ora anche in Italia, non a caso a Milano, nella città economicamente più importante d'Italia, una generazione di origine straniera che non si sente pienamente italiana e che non è più neanche del paese dei genitori. 

Si tratta di un problema sociale enorme, che non può essere risolto con la forza, da parte di chi ha fatto venire, promettendo integrazione, milioni di immigrati, quando servivano, e poi li ha abbandonati a sé stessi, quando non sono serviti più. Un problema che è generato in tutta Europa dalla crisi strutturale di questo modello di produzione e di società, ed acuito dall’austerity sui bilanci pubblici draconianamente applicata su indicazioni della Ue, e dalle delocalizzazioni industriali, che fanno perdere posti di lavoro relativamente ben pagati, sostituiti con la disoccupazione o con la precarietà nei servizi a basso valore aggiunto e a bassissimi salari. Questo tipo di problema e in generale quello dei giovani, figli di immigrati o italiani da sempre che siano, si risolve solo con una politica economica e sociale radicalmente diversa.

D’altro lato, la “propaganda” violenta, compresa quella di chi pensa che ottenere qualche ripresa ai TG della sera o che rappresentarsi come “antagonisti” e “radicali” valga bene qualche vetrina di banca infranta al termine o durante una manifestazione pacifica di 200mila persone, non può essere approcciata con la repressione. L'estremismo è sempre esistito, come conseguenza e contraltare dell’opportunismo di certi partiti sedicenti di sinistra, basato invece sulla subalternità al capitale. Non si può liquidarlo come spesso si è fatto nel passato, come qualcosa semplicemente da rimuovere o come prodotto di infiltrati o agenti provocatori. Va affrontato e non demonizzato, capendo le cause che lo generano. L'unico modo di approcciarlo è politico, offrendo direzione e sbocco politico, cercando di tradurre rabbia e frustrazione in un percorso organizzativo il più possibile generale, che ricomponga i vari settori sociali in una lotta contro il potere del capitale e dello Stato. 

Certamente, si tratta di un percorso molto difficile, che richiede qualcosa che oggi è assai raro in Italia e in Europa: una organizzazione politica della classe lavoratrice combattiva e realmente radicata nella società. E una nuova generazione di attivisti e militanti che siano in grado di parlare anche con i nuovi settori sociali, compresi i ragazzini di seconda generazione delle periferie. Senza scordare che la violenza vera, e molto più grave, è quella del capitale e dello Stato che, mentre permettono a una minoranza di accumulare una ricchezza tanto enorme quanto oscena sullo sfruttamento sempre più intenso dei lavoratori, condannano fasce sempre più ampie di popolo alla marginalità sociale e politica, a una vita precaria e non autonoma fino e oltre i 40 anni, a non avere cure sanitarie e istruzione decenti, ecc. 

L’enfasi sulla repressione contro i "maranza" attraverso l’inasprimento delle pene, l’abbassamento dell’età di imputabilità penale e il dispiegamento dell'esercito per le strade di Milano e di altre città da parte di un governo che non ha adottato alcuno strumento diplomatico o sanzione economica contro il governo di Israele, che di violenza ne esercita molta di più contro i palestinesi di Gaza e Cisgiordania da anni, fa veramente ridere. Per tacere del fatto che, dopo quattro anni di governo di partiti sedicenti dell’ordine e svariati decreti sicurezza, ci ritroviamo con migliaia di ragazzini che imperversano per il centro della seconda città italiana. La dimostrazione plastica che la faccia dura può anche far guadagnare voti, ma raramente risolve i problemi.

Per concludere, si può citare Lenin, il cui fratello maggiore faceva parte di una organizzazione terroristica populista, che tentò di assassinare lo zar. Quando il fratello fu condannato a morte e impiccato, sembra che Lenin avesse detto "Noi seguiremo un'altra strada". Una strada lunga, di costruzione di una alternativa al populismo russo. Sarà quest’altra strada, politica, rivoluzionaria e non avventuristica, a portare i bolscevichi a essere pronti nell'ottobre del 1917.

Angelo d’Orsi: «Questa è una ribellione contro la disuguaglianza»

 

«La politica è l'arte di guardare lontano, ed è quello che manca». È forse questa la riflessione che meglio riassume l'intervento del professor Angelo d'Orsi, ospite di Loretta Napoleoni nella nuova puntata di Storia in diretta. La crisi attuale, secondo D'Orsi, si manifesta nella crescente distanza tra istituzioni e cittadini, nell'erosione del diritto allo studio e nell'incapacità dello Stato di intervenire sulle disuguaglianze.

Il professore richiama i «pensieri lunghi» di Enrico Berlinguer per denunciare una politica ormai prigioniera dell'emergenza permanente, nella quale la programmazione è stata sostituita da provvedimenti contingenti e risposte prevalentemente securitarie. «Questa è una ribellione contro la disuguaglianza». Con queste parole D'Orsi invita a superare la rappresentazione delle mobilitazioni giovanili come semplici episodi di disordine pubblico. A suo giudizio, la narrazione dominante tende a concentrare l'attenzione sugli episodi di violenza, relegando in secondo piano le ragioni economiche, sociali e culturali della protesta. La questione, sostiene lo storico, non riguarda esclusivamente gli studenti. Le mobilitazioni degli agricoltori, degli autotrasportatori e di altri settori produttivi costituiscono manifestazioni differenti di un disagio che affonda le proprie radici nell'allargamento della distanza tra ricchezza e povertà.

Per D'Orsi, le nuove generazioni non chiedono necessariamente l'abolizione di ogni differenza sociale, ma il ripristino di un principio fondamentale della democrazia costituzionale: la responsabilità dello Stato nel contrastare le disuguaglianze e garantire opportunità effettive.

«Qui è la santificazione della disuguaglianza sociale e il fatto che ci si inchina al molo della ricchezza». D'Orsi utilizza l'immagine del lusso ostentato, dei beni esclusivi e dei simboli di appartenenza alle élite per descrivere una società nella quale la concentrazione della ricchezza non viene soltanto tollerata, ma elevata a modello di successo. Il contrasto diventa ancora più evidente quando lo storico racconta un incontro con alcuni agricoltori e autotrasportatori durante una protesta in Calabria. Uno di loro gli avrebbe spiegato di vendere i pomodori allo stesso prezzo di venticinque anni prima, mentre il costo del prodotto per il consumatore è enormemente superiore. Le distorsioni insopportabili di un sistema economico nel quale chi produce e chi lavora rischia di essere progressivamente penalizzato, mentre la ricchezza si concentra in altri segmenti della filiera. 

L'intervista integrale al professor Angelo D'Orsi è disponibile sul canale YouTube de l'AntiDiplomatico.

GUARDA L'INTERVISTA INTEGRALE: 

L’enigma del bilancio: prova definitiva del limite politico della comunità europea.

 

di Daniele Lanza

Poche cose mettono alla prova la solidità di una qualsiasi struttura politica o sociale quanto l’allocazione delle risorse di cui dispone: le entità sovranazionali come l’Unione europea non sono eccezione, ma anzi illustrano fin troppo il limite dell’utopia che i padri costituenti dell’integrazione continentale hanno voluto mettere in pratica.

Le sfide globali che si sono rapidamente cumulate nel corso di questo primo ¼ del XXI secolo, iniziano ora a presentare il conto: per la precisione si ritiene che il piano di bilancio per il prossimo quinquennio (2028-2033) rimarrà qualcosa di irrisolto, nella misura in cui i membri dell’UE non riescono a mettersi d’accordo.

Ad affermare questo del resto è lo stesso Cancelliere Merz, il quale ha espresso ciò che non si può dire ovvero il venire meno di un reale consenso attorno alle questioni di fondo (riconoscendo quindi la profonda vulnerabilità che mina l’identità della casa comune europea).

In primissimo luogo, come fattore tecnico scatenante la crisi – ovvero la mancanza oggettiva di fondi - si può indicare il supporto continuato al governo ucraino in guerra: dei 300 miliardi di euro investiti sinora nella causa di Kiev, solo la minima parte ritorneranno. Paradossalmente, come se questo non bastasse, la commissione europea (ma soprattutto il suo membro più pesante economicamente, la Germania) continuano a promettere altri aiuti, facendo baluginare al governo di Kiev l’illusione di poter ricevere ancora centinaia di miliardi, un aiuto senza limiti di tempo in parole altre.

L’attuale premier tedesco, come altri, ha aggiunto come riportato dalle cronache, che tutto questo è nell’interesse del paese, il che genera a questo punto nell’opinione pubblica un fiero dibattito in merito a cosa si intenda per interesse nazionale e di conseguenza quale sia il reale interesse d’Europa. Si tratta di domande estremamente difficili, perché affrontare veramente implica analizzare il quadro di insieme e fare luce su verità scomode, quali il deficit strutturale (esistenziale) che caratterizza l’Unione europea: quest’ultima malgrado i suoi lunghi decenni di vita, non ha mai superato il suo limite di fondo che consiste nella sudditanza rispetto al modello culturale e politico americano.

Detta in breve è Washington ad aver favorito l’integrazione europea (suo il progetto geopolitico, come sottolineano gli esperti di analisi politica dell’associazione “Sovereignty”), ma non tanto per rafforzare l’Europa quanto per meglio poterla controllare.

Il meccanismo di fondo dell’Europa politica è dunque un’unità (nella sudditanza) ben sopportata in virtù del benessere economico e prosperità garantite per oltre mezzo secolo, ma che genera rapidamente resistenze nel momento in cui – al contrario – incognite e sacrifici iniziano a costellare il discorso politico. Mentre l’amministrazione Trump è riuscita a tramutare la guerra in corso in fonte di reddito (obbligando gli europei a comprare da loro le armi che andranno in Ucraina), nonchè intermediario per il gas russo (che alla fine verrà venduto all’Europa da loro) per quanto riguarda Bruxelles, vediamo un attore politico intrappolato nei suoi stessi limiti strutturali che ne caratterizzano l’esistenza: in altre parole, una creatura politica che non riesce ad evadere dai suoi profondissimi limiti.

Un soggetto privo di reale decisionalità, soprattutto in politica estera (dove ne è privo), alla mercè dei diktat da oltreoceano, le cui scelte avvengono in funzione di tale subalternità, anche quando va contro l’interesse delle società europee. In ultima istanza l’Europa politica emerge - in circostanze come quelle presenti – per quello che realmente è, ovvero un meccanismo nato non per il benessere degli europei stessi, quanto per assolvere un compito a beneficio di un attore esterno (come gli USA) tramite l’adozione di un modello neoliberale che crea soltanto povertà diffusa.

L’UE risente del peccato originale alla base della sua stessa creazione che non sembra essere in grado di superare: in effetti non vi è nulla che possa spezzare tale limite se non una rivoluzione stessa che rifondi radicalmente l’identità e le istituzioni del vecchio continente. Quest’ultima tuttavia è un’ipotesi ancora lontana presso la società europea contemporanea.

 

I veri estremisti

 

di Alessandro Mariani

L‘Italia è sempre stata oggetto di interesse e curiosità per quanti, a vario titolo, si occupano di storia-politica-società, tanto che più d’una volta si è parlato del nostro paese nei termini di un laboratorio politico avanzato, precursore di dinamiche divenute poi fenomeni generali (sol che si pensi al fascismo, al cd. populismo o alle politiche restrittive adottate in pandemia). Nondimeno, l’Italia del secondo dopoguerra ha stupito tutti gli osservatori per la sua capacità di tenuta democratica (“resilienza”, per dirla con una parola che da qualche tempo abbonda sulla bocca degli stolti) nonostante i tentativi di golpe, mafie e terrorismi.

A riguardo c’è chi ha parlato di un autobus che pur sbandando continuamente in curva è però riuscito per tutto il tempo a non uscire di strada.  

Metafora calzante, almeno fino a ieri, perché oggi mala tempora currunt e dal villaggio globale dense nuvole si profilano all’orizzonte (come ha detto l’unico ministro del governo che non si mette le dita nel naso). Tra decreti sicurezza ed altre amenità e nella congiuntura internazionale più problematica dal dopoguerra in qua, viene allora naturale chiedersi se gli pneumatici e gli ammortizzatori dell’autobus reggeranno anche stavolta il colpo. Quel che è certo è che la nostra politica non è mai stata così debole e che la salute dei partiti è ai minimi termini come confermato ad ogni tornata elettorale dalla crescita verticale dell’astensionismo, fattore che vede l’Italia far da capofila rispetto ad ogni altra nazione europea e occidentale.

 Senonché, se è difficile comprendere il nostro paese per gli stranieri lo è anche per gli italiani. In primo luogo, bisognerebbe individuare il tratto saliente, quello che più caratterizza la nostra oligarchia liberaldemocratica rispetto alle altre del blocco occidentale, sia riguardo alla sua classe politica che rispetto al corpo elettorale.

Quanto alla prima, Giorgio Bocca eccelso fustigatore del costume nazionale, parlava della sua propensione agli ossimori che conciliano i contrari, citando allo scopo gli esempi del berlingueriano partito di lotta e di governo e quello delle convergenze parallele di Aldo Moro. Ma se questi possono essere considerate artifici retorici e astuzie verbali (o meno benevolmente paradossi privi di senso ad uso e consumo della politica politicante) c’è un’altra espressione, speculare e apparentemente altrettanto ossimorica, che esprime al meglio quel che tuttora costituisce l’essenza della nostra politica e della nostra società. Mi riferisco al radicalismo del moderatismo nostrano, da intendersi come estremizzazione di quella refrattarietà al cambiamento che è propria del moderatismo politico tout court. Si tratta di un fattore ormai strutturale, potenziale fonte di consenso per le forze politiche ma di non facile gestione, dove fondamentale diventa il supporto della grancassa mediatica.

Detto per inciso è del tutto naturale che nel rivolgersi ad un settore di opinione pubblica si adattino gli strumenti allo scopo, ma quel che qui vorrei evidenziare è la evoluzione involuzione di alcuni degli interventi che si rivolgono in quella direzione. Si tratta in buona sostanza di una debacle, un fallimento tanto più rimarchevole se si considera che il caso in questione non riguarda i fogliacci sguaiati e triviali della destra, ma buona parte dei sedicenti esperti che da tempo esprimono il peggio del loro punto di vista sulla prima pagina del prestigioso quotidiano milanese.

 Un punto di vista che intende proporsi come laico, disincantato e moderato e perciò, grazie all’obiettiva razionalizzazione di passato e presente, capace di formulare previsioni con sufficiente accuratezza. Non a caso alcuni degli editorialisti (paludati professori universitari) si sono spesso richiamati alla scuola dell’elitismo politico italiano (Mosca-Pareto-Michels) il cui tratto saliente è, come è noto, proprio l’approccio originale, realistico ed a-valutativo.

Tutto il contrario di quel che accade perché ad ogni previsione sbagliata i nostri rincarano la dose e quando la realtà non si conforma ai loro desiderata con uno sprezzo del ridicolo ai limiti del credibile incolpano il diavolo di turno (Putin, Trump o in corner i no-vax). Va comunque dato atto agli epigoni della gloriosa tradizione della rimarchevole capacità di continuare a superarsi in corso d’opera.

Tutt’altro che originali: riguardo alla guerra in Ucraina ricalcano pari pari quel che oltre Atlantico avvenne cent’ anni or sono (istituzione da parte del presidente Wilson della commissione Creel, volta a svolgere una massiccia opera di persuasione affinché l’opinione pubblica accettasse l’intervento nel primo conflitto mondiale). Con la fondamentale differenza che la propaganda di allora ebbe successo mentre quella odierna determina l’effetto opposto.

Tutt’altro che realistici: le congetture sopravanzano di gran lunga i fatti e al pari del giornalettismo di bassa lega, si cade nella frequente contraddizione per cui Putin un attimo è in procinto di arrivare a Kiev e dopo due secondi è già in ritirata.

Altro che a-valutativo! L’approccio è religioso ed ideologico, sol che si consideri la stanchevole ripetizione dei termini aggressore – aggredito, un mantra che viene proposto-opposto in ogni sede e contraddittorio rispetto al conflitto Russia-Ucraina. Una sorta di professione di fede democratica postuma e preventiva, ricorrente soprattutto nelle comparsate televisive.

 Ma poiché è oramai palese che l’opinione pubblica, per più o meno nobili motivi, si rinsaldi vieppiù nella convinzione che sia inutile e dannoso continuare a foraggiare un regime corrotto e criminale (oltre che perdente) come quello di Kiev, le sirenette guerrafondaie spiccano definitivamente il volo. Così, visto che le autocrazie stanno insidiando la civiltà occidentale con tutti i mezzi a loro disposizione, incluso una guerra ibrida che non porta rispetto neppure alle borse di Prada e di Louis Vitton, è ora che anche le democrazie ricorrano a rimedi estremi.

“Non ci si può arrendere all’opinione pubblica!” come ha detto qualcuno che siede nella stanza dei bottoni. In sostanza anche i nostri accademici hanno da tempo sposato il Verbo: nella lotta epocale contro le forze del male i cittadini vanno difesi da se stessi abolendo di fatto la democrazia.

L’epiteto “estremista” reca sempre con sé una più o meno marcata connotazione di distacco dalla realtà e dalla ragionevolezza. Se cercate i veri estremisti perciò frugate in via Solferino e zone limitrofe (dalle parti di “Stampubblica” tanto per intenderci). Estremisti su tutta la linea! Estremisti nel servilismo, nel paradosso e nel ridicolo. In parole povere Estremisti di centro.

Di fronte a cotanta irrazionalità rispetto allo scopo non resta che chiedersi quale sarà la prossima mossa. Chissà …magari la partecipazione ad una seduta spiritica in cui sarà evocato lo spirito di Churchill (con il ministro Crosetto a far da medium).

IL 7 OTTOBRE E L’ARROGANZA DEL PENSIERO “LIBERAL” OCCIDENTALE

 

di Vincenzo Brandi

Qualche tempo fa è stato pubblicato – e ripreso anche da Contropiano - un articolo dell’analista geopolitico e giornalista indipendente statunitense Mike Whitney.

Vale la pena di tornare su questo articolo – anche se su di esso si è già discusso in rete – per spazzare via gli equivoci alimentati spesso dal pensiero “progressista” e “liberal” occidentale.

Parlando della strategia che sarebbe dietro l’azione del 7 ottobre 2023, attribuita – secondo l’autore – solo ad Hamas ed al suo responsabile militare di Gaza, Sinwar (poi eroicamente ucciso in combattimento), Whitney scrive:

“la strategia …. era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo”.

Questa affermazione, fatta probabilmente in buona fede e con le migliori intenzioni, cela però l’arroganza tipica del pensiero “liberal” occidentale, secondo cui al primo posto viene sempre la cosiddetta “pubblica opinione” come si manifesta nei “paesi che contano” dell’Occidente.

Innanzitutto è sbagliata l’attribuzione ad un solo soggetto di un pensiero e di un’azione strategica: cioè Sinwar, in quanto rappresentante di Hamas. L’azione ha visto mobilitata l’intera Resistenza palestinese dalla Jihad Islamica al Fronte Popolare, gruppo di ispirazione marxista-leninista, ad altri gruppi minori. Inoltre l’azione si è svolta in un ambito dell’Asia Occidentale, in cui è forte e attivo un Asse della Resistenza e del Rifiuto (del Sionismo).

Infatti, le conseguenze pratiche dell’azione del 7 ottobre sono state la discesa in campo, a sostegno della Resistenza, di Hezbollah, dalla parte del Libano, e del movimento Ansar Allah dello Yemen, con l’Iran a fare da sostegno sullo sfondo.

I successivi sviluppi sono stati il fallito attacco di Israele ed USA all’Iran, che ha fatto intervenire altre forze rivoluzionarie, come le milizie di mobilitazione popolare dell’Iraq, e hanno causato una crisi energetica e politica globale ancora in corso. Le monarchie arabe reazionarie, come Arabia Saudita o gli Emirati Uniti, pronte ad un’alleanza stabile con Israele, sono risultate fortemente indebolite per gli attacchi alle basi militari USA e agli impianti civili ed energetici.

La questione della liberazione della Palestina è stata prepotentemente rimessa in prima linea, offuscando la falsa prospettiva dei “due stati” tanto di moda tra i “progressisti” occidentali.ma ormai irrealizzabile e divenuta solo uno slogan ingannatore.

Indubbiamente vi è stato uno spostamento dell’opinione pubblica occidentale, che ha sotto gli occhi il genocidio e tutti i crimini commessi da Israele. Ma ciò di per se’ serve a poco, almeno per ora, visto che tutti i paesi occidentali continuano a sostenere Israele al 100 per 100, con finanziamenti, fornitura di armi e munizioni, accordi economici e scientifici.

Forse è utile ricordare il precedente storico del 2003 quando milioni di persone scesero in piazza per opporsi alla guerra che si preparava contro l’Iraq. Il New York Times scrisse che due erano le potenze mondiali contrapposte: l’Imperialismo guerrafondaio e l’opinione pubblica pacifista. Ma era una bugia. La guerra andò avanti lo stesso fino alla distruzione dell’Iraq, basandosi sulle evidenti menzogne dei criminali George Bush e Tony Blair. Solo il Capo di Stato Maggiore Colin Powel, dopo aver mostrato all’assemblea generale dell’ONU la famosa provetta finta, recentemente si è detto pentito e ha confessato la verità.

Oggi gli USA lasciano l’Iraq dopo più di 20 anni sotto la pressione delle forze della Resistenza locali e dell’Asse della Resistenza dell’Asia Occidentale.

Anche la convinzione di molti “progressisti liberal” che la guerra del Vietnam degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso sia finita per la forza del movimento pacifista è errata. Il ritiro degli USA avvenne quando il Governo statunitense si rese conto che la Resistenza dei Vietcong non sarebbe finita mai nonostante le perdite subite (due milioni di morti). Solo allora il Governo USA ritenne opportuno tenere in conto e collegarsi al pacifismo dilagante, non essendo più conveniente continuare la guerra.

La liberazione dell’Algeria è avvenuta con enormi sacrifici (un milione e mezzo di morti), ma anche contro l’opinione pubblica francese che fu in genere contraria all’indipendenza algerina.

Il riferimento all’Algeria ci permette di criticare un altro tipo di atteggiamento del pensiero “liberal” occidentale, quello secondo cui ogni buona rivoluzione e lotta di liberazione dovrebbe avvenire in modo corretto e rispettando certe regole (stabilite dal pensiero occidentale).

Ci può aiutare in questo il ricordo del bellissimo e coraggioso film di Gillo Pontecorvo: “La battaglia di Algeri” del 1966, che fece tanto infuriare i Francesi. Nel film non si nascondono e non si criticano gli atti di terrorismo delle donne algerine che andavano a mettere le bombe nei caffè frequentati dai Francesi.

In definitiva, la presa di coscienza di larga parte anche dell’opinione pubblica occidentale riguardo ai crimini del Sionismo è un fatto positivo, ma non di per sè determinante. Al primo posto c’è la Resistenza in ogni sua forma. Gli attivisti che si battono per l’indipendenza della Palestina devono partire da questo: collegarsi con la Resistenza ed implementare tutte le azioni che siano di sostegno alla Resistenza, come intervenire a favore dei prigionieri palestinesi, incrementare azioni di boicottaggio diretto ad Israele, opporsi alle leggi liberticide che cercano di salvare il Sionismo colonialista. Alla fine le azioni della Resistenza e la crisi globale indurranno molti governi e istituzioni internazionali a tenere conto dei cambiamenti nell’opinione pubblica e a scaricare Israele al proprio destino.

Roma, 23 ottobre 2026, Vincenzo Brandi

Mipcom 2026: lo schermo si fa verticale

 

di Glauco Benigni

Dal 12 al 15 ottobre 2026 si è svolto MIPCOM CANNES, il mercato più grande e di maggiore impatto al mondo, nonché la porta d’accesso all’industria internazionale dei media e dei contenuti. Riunisce Studios cinematografici, grandi reti televisive di tutto il mondo, piattaforme di streaming e Social Media, distributori, creatori di contenuti,  brand e aziende tecnologiche e di intelligenza artificiale. In sostanza raduna più di 10.000 partecipanti, provenienti da oltre 100 Paesi, che si incontrano all'interno di un panorama mediatico sempre più interconnesso. A MIPCOM si concludono accordi e fusioni, prendono forma partnership e coproduzioni, si sperimentano nuovi contenuti per raggiungere il pubblico globale.

I proprietari di MIPCOM sono RX France e RELX. RX è un leader globale nell'organizzazione di eventi e fiere,  con una presenza in 25 Paesi e in 42 settori industriali : organizza circa 350 eventi all'anno.  RX fa parte a sua volta di RELX, fornitore globale di strumenti di analisi e decisioni basati sulle informazioni per clienti professionali e aziendali . Nota Bene : i maggiori azionisti di RELX sono (guarda caso !) BlackRock, Inc. (circa il 7–8%); The Vanguard Group (circa il 5–6%)  Per maggiori informazioni, visitare www.rxglobal.com.

RX France crea “incontri” di  rilevanza mondiale, coprendo 15 settori industriali, tra cui MIPIM, MAPIC, Batimat, Pollutec, EquipHotel, SITL, IFTM, Big Data & AI Paris, MIPCOM, Paris Photo, Maison&Objet e molti altri. Gli eventi di RX France si svolgono in Francia, Hong Kong, Italia e Messico. In sostanza è la manifestazione più alta e globalizzata  di quello che in passato era il mondo delle “Fiere e Mercati”.

 MIPCOM 2026

Come sempre: grandi annunci del settore, accordi internazionali, interviste di alto profilo, anteprime mondiali e conferenze sul futuro dell’Industria del Consenso Globale, grazie ad una serie di nuovi player evidenziano la portata globale del Mipcom. Per i 10.000 partecipanti in arrivo da più di 100 nazioni questo MERCATO è il Tempio degli Scriba: ognuno fornisce la sua rappresentazione del mondo, ognuno narra le gesta dei suoi finanziatori, che al dunque sono Mercanti, Guerrieri e qualche Brahamano, tutti comunque controllati dai Grandi Mutual Funds: Blackrock e Vanguard. 

Per 4 giorni,  dall’alba al tramonto saltando il pranzo, i principali player dei media classici si sono incontrati, all’interno dei 5 piani del Palais du Festival di Cannes, con la Nuova Tribù dei creatori, brand, piattaforme, aziende di intelligenza artificiale e tecnologia. Ha stravinto la tendenza alla “Digitalizzazione totale” che ha generato un nuovo mosaico di  proprietà intellettuale (IP), nuove forme di investimenti e di opportunità commerciali; quello che in sintesi si chiama “nuovi modelli di business”.

Tra i presenti 3.150 erano “compratori” e tra loro i primi dieci sono Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Turchia, Canada, Spagna, Italia, Giappone e India, il che significa un G7 un po’ allargato che “consuma” immagini in movimento (film, news, sport, intrattenimento, etc…) come non mai, ma non più nelle forme tradizionali. Considerando dunque la percentuale di fruizione degli schermi: cinema e tv scendono vertiginosamente, salgono gli schermi di PC e tablets, ma soprattutto in modo esponenziale sale l’uso degli schermi “in verticale”, leggi smart phones di massa consultati in movimento (dalle sale cinematografiche ai salotti… dai salotti alle metropolitane). E questo è un elemento di cambiamento “radicale e irreversibile”.

In questo contesto di evoluzione dei modelli produttivi, distributivi e di business, il MIPCOM CANNES ha visto la sigla di importanti accordi internazionali, nuove partnership e lanci di prodotti.

«La nostra strategia è chiara: rafforzare il core business internazionale dei contenuti, riunendo i maggiori soggetti che guidano la trasformazione dell’industria globale dell’intrattenimento», ha dichiarato Lucy Smith, Direttrice del MIPCOM CANNES. «Non ci limitiamo a rispondere al cambiamento: stiamo plasmando attivamente le opportunità che esso crea, mettendo in contatto i leader consolidati del settore con nuovi partner, nuove fonti di IP(Proprietà Intellettuale) e nuovi percorsi di crescita».

 

Gli affari internazionali e i grandi annunci

Tra gli annunci commerciali internazionali, la Globo brasiliana ha svelato nuovi accordi di licensing e di format, mentre BBC Studios ha ampliato la propria partnership con Samsung TV Plus integrando quattro canali FAST. Anche ITV Studios ha registrato un’intensa attività sul fronte dei format internazionali, mentre FOX Entertainment e Hartbeat hanno annunciato una nuova partnership nell’ambito dei vertical drama, riflettendo la crescente attività commerciale attorno a questa nuova forma di narrazione.

Il mercato è stato anche sede di importanti dibattiti di settore. Jeff Zucker e Marco Bassetti (unica presenza italiana tra i tycoon internazionali) hanno tenuto il loro primo keynote congiunto a seguito della fusione tra Banijay Entertainment e All3Media, mentre David Decker ha rilasciato la sua prima intervista come Presidente di Skydance* Content Sales.  Bela Bajaria, Chief Content Officer di Netflix, non ostante la crisi in ci versa il colosso mondiale della pay tv, è stata inoltre premiata con il Variety Vanguard Award, in riconoscimento della sua leadership e del suo impatto sull’industria globale dell’intrattenimento.

* Skydance si è fusa, nel 2024-25,  con Paramount Global (proprietaria dei Paramount Studios, di CBS, MTV, Nickelodeon e del servizio streaming Paramount+).

 Nuovi player, nuovi modelli di business e nuove opportunità

Il mercato ha evidenziato la natura sempre più interconnessa dell’industria globale,  “l’Uno è nel Tutto e il Tutto è nell’Uno”, per dirla come Ermete Trismegisto, con le aziende di intrattenimento consolidate affiancate da piattaforme, brand, agenzie, creatori e compagnie di intelligenza artificiale. YouTube ha definitivamente affermato una presenza egemone insieme ad aziende come Dentsu, Meta e TikTok.

Sembra un’iperbole ma ormai la maggiore TV Generalista mondiale è considerata YouTube, in quanto in grado di ospitare qualsiasi contenuto e di offrirlo e remunerarlo , con inserimenti pubblicitari, in ogni lingua traducibile a grande velocità con l’IA. Questa “opportunità” ha già condotto enormi storici  broadcasters, quali RTL lussemburghese o NBC, colosso delle News in USA e non solo, a fare accordi con YouTube/Google/Alphabet (che sono a loro volta controllati dai Fondi di Investimento Globali).

La tendenza generale (dalla quale sembrano peraltro esclusi i broadcaster pubblici dell’Unione Europea, Rai in primis) riflette quattro aree di crescita: brand (grandi Società che investono direttamente in comunicazione); IA soprattutto attualmente nell’area del doppiaggio in tutte le lingue; contenuti verticali, cioè visionabili su smart phones, e creatori di contenuti, ossia idealmente qualsiasi “talento di base” che può produrre con investimenti in tecnologia sempre più sostenibili e facilità di accesso alle reti.

La presenza di Dentsu, gigante giapponese della pubblicità soprattutto nell’area Asia Pacific e il suo acceso cinguettare  con i manager di Meta/Zuckenberg ha creato nuove opportunità interessando altri giganti quali FOX e la sua sezione Creator Studios. Leggi: la TV dentro Facebook sostenuta da pubblicità.

L’“intrattenimento” nel Pianeta guidato dai Creators è stato un aspetto particolare di quest’anno: Samsung TV ha dichiarato il suo massimo interesse, mentre FOX Entertainment ha dimostrato come i contenuti creati dagli Influencer, anche “di base”, possano raggiungere un pubblico internazionale.

 L’intelligenza artificiale e la “narrazione verticale”

La “Super Intelligenza” ha occupato un posto centrale al MIPCOM CANNES: Cecilia Shen, CEO di UTOPAI Studios, ha guidato il mainstage di apertura MIP AI Headliner insieme a Ken Oh di CJ ENM Studios. Intervenendo davanti a un Grand Auditorium gremito, la sessione ha esplorato come l’IA stia trasformando la produzione di contenuti e creando nuove opportunità per portare storie locali al pubblico globale. Anche la narrazione verticale e i micro-drama hanno avuto un grande rilievo, con nuovi modelli di produzione e distribuzione che attirano un interesse crescente sia da parte delle aziende di intrattenimento tradizionali che degli specialisti emergenti.

 

 

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