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Iran agli USA: sette condizioni per la pace, nessun passo indietro

 

L’Iran non intende compiere nuovi passi verso un accordo con gli Stati Uniti finché Washington non avrà soddisfatto integralmente le sette condizioni poste da Teheran. A riferirlo è una fonte iraniana informata ad Al Mayadeen, che ha definito le richieste una «linea rossa» dalla quale la Repubblica Islamica non è disposta a retrocedere. Al centro della vicenda anche uno scambio di messaggi tra il vicepresidente statunitense JD Vance e Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano. La ricostruzione fornita dal presidente Donald Trump, secondo cui la comunicazione USA sarebbe stata una risposta a una richiesta iraniana di medicinali e attrezzature, viene respinta da Teheran come completamente falsa.

L'Iran nega inoltre che lo scambio rappresenti un segnale di cedimento o un progresso concreto nei negoziati. Secondo fonti iraniane, il ricorso alla corrispondenza diplomatica rifletterebbe piuttosto l'incapacità di Washington di raggiungere i propri obiettivi attraverso altri strumenti. L'ex ambasciatore iraniano in Libano, Mojtaba Amani, sostiene che Trump abbia bisogno di un'intesa per salvare la faccia in vista delle elezioni di metà mandato. La posizione iraniana è netta: le sette condizioni dovranno essere soddisfatte tutte contemporaneamente, senza applicazioni graduali. Fino ad allora, Teheran esclude sia la riapertura dello Stretto di Hormuz sia l'avvio di nuovi negoziati. Le richieste comprendono la cessazione delle operazioni militari e delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano; lo sblocco degli asset iraniani congelati; la fine del blocco navale e petrolifero; la revoca delle sanzioni economiche e politiche; il ritiro delle forze navali e aeree statunitensi dalle aree vicine all'Iran; il risarcimento dei danni di guerra e la cessazione delle minacce e degli insulti rivolti a Teheran.

Particolarmente delicato resta il dossier nucleare. L'Iran accusa Washington di voler utilizzare la questione per privarlo della propria capacità di deterrenza e presentare il conflitto come un successo statunitense. Teheran teme inoltre che un eventuale trasferimento all'estero del materiale nucleare arricchito possa aprire la strada a una nuova aggressione anziché garantire la fine della guerra. Un messaggio è rivolto anche ai mediatori: l'Iran non accetterà che il loro ruolo si riduca a trasmettere le richieste statunitensi e a esercitare pressioni sulla Repubblica Islamica. La mediazione, sostiene Teheran, deve rispettare principi di imparzialità e non trasformarsi in uno strumento per imporre la volontà di Washington.

Infine, sul fronte regionale, l'Iran avverte che qualsiasi utilizzo delle basi statunitensi nei Paesi del Golfo per lanciare attacchi contro interessi iraniani provocherà una risposta proporzionata alla natura dell'aggressione. Una linea dura che segnala come Teheran non sembri intenzionata a concedere aperture unilaterali. La partita diplomatica resta aperta, ma la Repubblica Islamica vuole negoziare da una posizione di forza, senza accettare che la pressione militare ed economica statunitense determini i termini di un eventuale accordo.


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Il vuoto diplomatico dell’UE: la Russia tratta con i singoli Paesi europei

Mentre l’Unione Europea continua a presentarsi come protagonista della politica internazionale, la realtà diplomatica racconta una storia diversa. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno avuto un colloquio telefonico di un’ora e mezza con Vladimir Putin, senza il coinvolgimento di Kaja Kallas, l’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera. Una conversazione inizialmente prevista per appena venti minuti, che i due leader scandinavi hanno definito franca e approfondita. Il dato politicamente più significativo è che a dialogare con il Cremlino non sia stata la rappresentante della diplomazia europea, bensì i leader di due Paesi che hanno scelto di muoversi in autonomia, senza parlare a nome dell’intera Unione.

L’episodio mette in luce le profonde contraddizioni della politica estera comunitaria. Da quattro anni, sottolinea il premier norvegese, l’UE non è riuscita a elaborare un messaggio comune né una strategia condivisa nei confronti della Russia. Una frammentazione che indebolisce la capacità negoziale europea proprio mentre si discute di come porre fine al conflitto in Ucraina. La stessa Kallas aveva ammesso in precedenza che Bruxelles non può svolgere pienamente il ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev, dal momento che l’Occidente sostiene militarmente e politicamente l’Ucraina. Una constatazione che solleva interrogativi sulla sua capacità di rappresentare gli interessi diplomatici dell’Unione. Nel frattempo, la russofoba Kallas ha criticato le iniziative negoziali promosse dagli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, senza però riuscire a conquistare un ruolo centrale nei successivi incontri diplomatici.

E anche qualora Bruxelles dovesse ottenere un posto al tavolo delle trattative, secondo la ricostruzione proposta dal testo, la delegazione potrebbe essere guidata da figure vicine alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, lasciando ancora una volta Kallas ai margini. Il problema, tuttavia, va oltre la singola figura politica. Le ambizioni di Bruxelles di assumere la guida del cosiddetto Occidente si scontrano con le divisioni interne, l’assenza di una linea condivisa e una strategia sempre più identificata con il confronto e la pressione su Mosca. Il risultato è un’Europa che proclama la propria centralità geopolitica, ma fatica a incidere sui processi diplomatici più importanti.

Mentre alcuni leader cercano canali diretti con il Cremlino, la diplomazia comunitaria rischia di restare spettatrice di decisioni che determineranno il futuro della sicurezza europea.


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Hormuz: l'Iran intercetta e abbatte il 14° drone USA

 

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver abbattuto un drone statunitense MQ-1 Advanced nello Stretto di Hormuz, precisando che si tratta del quattordicesimo velivolo di questo tipo a essere stato distrutto.

"Recentemente, un drone MQ-1 di ultima generazione è stato intercettato e distrutto nei cieli a est dello Stretto di Hormuz, al largo della costa meridionale di Sirik", ha dichiarato giovedì il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) in un comunicato.

Nella nota viene chiarito che l'operazione è stata condotta dal moderno sistema di difesa aerea della Forza aerospaziale delle Guardie Rivoluzionarie, il quale opera sotto il controllo della rete integrata di difesa aerea del Paese.

Fino a questo momento, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha abbattuto 14 droni statunitensi MQ-1 e altri 54 droni MQ-9. Le pesanti perdite di droni MQ-9 registrate durante il conflitto con l'Iran hanno infatti costretto gli Stati Uniti a rimettere in servizio il modello MQ-1, precedentemente ritirato.

Nel corso della guerra d'aggressione avviata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran il 28 febbraio 2026, le forze armate iraniane sono riuscite a intercettare e abbattere numerosi aerei da combattimento, missili e velivoli non pilotati nemici, portando a 370 il totale dei velivoli avversari abbattuti.

Gli esperti sottolineano che i missili, i droni e i sistemi di intercettazione di fabbricazione nazionale sono stati determinanti nel permettere all'Iran di sviluppare una solida capacità di deterrenza nei confronti degli Stati Uniti e del regime israeliano. Da parte sua, Teheran ha confermato la propria prontezza a rispondere a qualsiasi ulteriore aggressione impiegando armamenti ancora più avanzati rispetto a quelli utilizzati durante i quaranta giorni di conflitto

Crisi ai vertici USA: licenziato il generale Sylvia, responsabile della strategia militare

 

Il segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha licenziato il principale stratega militare del Pentagono, come ha confermato mercoledì un funzionario della difesa.

Si tratta dell'ultimo di una lunga serie di licenziamenti di alto livello, che si verificano nel quadro di una profonda crisi interna al Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti durante il conflitto contro l'Iran, mentre il presidente Donald Trump lancia nuove minacce di riprendere gli attacchi in una guerra giunta ormai al suo ottavo mese.

Il tenente generale dell'esercito Brett Sylvia è stato rimosso dal suo incarico di direttore della strategia, della pianificazione e delle politiche presso lo Stato Maggiore congiunto. Sylvia è il secondo generale ad essere sollevato da questo ruolo, noto negli ambienti militari come "J5", sotto la gestione Hegseth. Il suo predecessore, il tenente generale Joseph McGee, era stato costretto al pensionamento nell'ottobre del 2025 in seguito a forti pressioni del segretario, con il quale si era più volte scontrato sulle decisioni strategiche.

La decisione giunge in un momento di estrema tensione nei vertici militari americani. Soltanto lunedì, il segretario dell'esercito statunitense Dan Driscoll ha rassegnato le proprie dimissioni, decisione maturata proprio a causa delle divergenze insorte ai vertici in relazione alla gestione della guerra con l'Iran.

Il funzionario della difesa, che ha rilasciato le dichiarazioni a condizione di anonimato per trattare questioni riservate relative al personale, ha precisato che non è ancora stato individuato un sostituto immediato per Sylvia e che non è stata fornita alcuna motivazione ufficiale per il licenziamento, notizia anticipata dalla testata "The Atlantic".

Di norma, il direttore del J5 e il suo team sono responsabili dell'elaborazione e del coordinamento dei piani militari con il Capo di Stato Maggiore Congiunto, il generale Dan Caine, e con la Presidenza. Secondo le definizioni dello Stato Maggiore, si tratta di un ruolo squisitamente strategico incentrato sulla consulenza ai vertici relativi ai piani di impegno internazionale degli Stati Uniti.

L'uscita di Sylvia allunga la lista degli alti funzionari ed ufficiali del Pentagono estromessi durante il mandato di Hegseth. Tra le uscite eccellenti figura quella del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, il generale Randy George, costretto al pensionamento ad aprile, all'indomani dell'annuncio di Trump di voler intensificare il conflitto con Teheran. Nel corso della sua gestione, Hegseth ha rimosso oltre venti alti ufficiali, ha spinto alle dimissioni un segretario della Marina e ha condotto dirette ingerenze nei processi di promozione in tutti i rami delle forze armate.

Axios: Stati Uniti e Israele si preparano a una settimana di intensi bombardamenti contro l'Iran

 

Secondo quanto riportato dalla testata Axios, gli Stati Uniti e Israele potrebbero riprendere i bombardamenti contro l'Iran poco dopo le elezioni di metà mandato statunitensi, qualora non si dovesse raggiungere un accordo dell'ultimo minuto. Funzionari statunitensi e israeliani hanno dichiarato alla testata che l'operazione comporterebbe una settimana di attacchi massicci rivolti contro la leadership iraniana, oltre che contro siti energetici, nucleari e infrastrutturali.

Lunedì, il capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, Eyal Zamir, ha avuto un colloquio con il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), Brad Cooper, per coordinare in anticipo le possibili incursioni. Nel frattempo, tre fonti hanno riferito al media che i mediatori regionali, guidati dal Qatar, stanno tentando di favorire una soluzione diplomatica per riavviare i negoziati tra Washington e Teheran ed evitare una ripresa delle ostilità dopo le consultazioni elettorali americane.

A questo scopo, la diplomazia del Qatar si sta adoperando per convincere l'Iran a consentire agli ispettori delle Nazioni Unite l'accesso ai propri impianti nucleari coliti dai raid, proponendo in cambio un allentamento di alcune delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti.

 

Bolsonaro, operazione Guaidó 2.0: Flávio si autoproclama presidente dagli USA

Fuggito negli Stati Uniti dopo le iniziative giudiziarie nei suoi confronti, Flávio Bolsonaro rilancia lo scontro politico in Brasile con una mossa che ricorda da vicino l’operazione Juan Guaidó in Venezuela. In una lettera pubblica diffusa dal portale Metrópoles, il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro si è autoproclamato «vero presidente eletto», sostenendo di essere vittima di una frode elettorale e di una persecuzione politica. Le accuse contro il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e le istituzioni brasiliane, tuttavia, non trovano riscontro nei dati citati a sostegno della presunta manipolazione del voto.

La proroga dell’orario elettorale contestata da Bolsonaro, infatti, aveva raccolto appena 34.330 voti, pari allo 0,03% del totale: una cifra insufficiente a ribaltare il risultato, con cui Lula si era imposto per oltre 4,3 milioni di preferenze. Ma l’obiettivo della campagna di Flávio sembra andare oltre la contestazione elettorale. Denunciando una presunta «dittatura» e presentandosi come vittima di una persecuzione orchestrata dalla magistratura, il dirigente dell’estrema destra cerca di delegittimare le istituzioni brasiliane e accreditarsi come guida dell’opposizione dall’estero. Non è un dettaglio che nella sua lettera abbia ringraziato Donald Trump e Javier Milei, due alleati politici che condividono la sua visione ideologica, neoliberista e sionista.

Da Washington, Bolsonaro punta a trasformare una vicenda giudiziaria e una sconfitta politica in una causa internazionale, invocando il sostegno di governi amici. Il copione richiama quello già visto in Venezuela, quando Juan Guaidó si autoproclamò presidente ad interim nel 2019 con il sostegno degli Stati Uniti e di diversi governi occidentali, nel tentativo di rovesciare il governo costituzionale di Nicolás Maduro.

La strategia appare chiara: costruire dall’estero una narrazione di frode e repressione, mobilitare gli alleati internazionali e preparare un nuovo fronte di destabilizzazione contro il governo Lula. L’operazione Guaidó 2.0 punta a trasformare la sconfitta politica in una presidenza immaginaria, con Washington come retrovia e la delegittimazione delle istituzioni brasiliane come principale arma di combattimento.


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Cuba, l’offensiva USA spezza il fronte latinoamericano contro il bloqueo

Per decenni, l’Assemblea generale dell’ONU ha condannato a larga maggioranza il bloqueo statunitense contro Cuba, con il sostegno compatto dell’America Latina. Nel giro di due anni, però, gli equilibri sono cambiati: dai 187 voti favorevoli del 2024 si è passati a 130, con 25 astensioni e 17 voti contrari.

Argentina, Colombia, Costa Rica, Ecuador e Paraguay si sono schierati contro la risoluzione, mentre altri Paesi latinoamericani hanno scelto l’astensione o non hanno partecipato al voto. L’Avana denuncia le pressioni e i ricatti di Washington sui governi della regione per spezzare il tradizionale fronte contrario al bloqueo.

L’ambasciatore statunitense all’ONU, Mike Waltz, ha accolto con soddisfazione il risultato, confermando che l’offensiva diplomatica USA sta producendo effetti.

Il voto fotografa così una crescente pressione statunitense sull’America Latina, volta a isolare Cuba e a ridisegnare gli allineamenti politici regionali.


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Media USA: la guerra contro l'Iran sta costa 47 miliardi di dollari

 

La guerra degli USA contro l’Iran è costata 47 miliardi di dollari. È quanto emerge da un articolo pubblicato dal quotidiano americano The Hill. Nell’articolo del media statunitense sono stati citati i dati del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) presentati al Congresso.

Da questo rapporto del Centcom, si evidenzia che il costo della guerra è aumentato di oltre 3 miliardi di dollari dall'inizio di settembre, quando il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti (il Pentagono) aveva stimato la spesa militare a circa 43,6 miliardi di dollari.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, per un costo stimato di circa 29 miliardi di dollari.Inoltre, bisogna aggiungere circa 12 miliardi di dollari di spese operative e altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di equipaggiamento militare perso o danneggiato.

Nel report si considera, tra l’altro, che il costo del supporto fornito dall'aeronautica militare statunitense alle truppe schierate nella regione si aggiri intorno ai 7,6 miliardi di dollari, includendo il trasporto aereo del personale, il supporto alle basi militari, le comunicazioni e la logistica nel teatro delle operazioni.

La maggior parte della spesa è destinata alla sostituzione delle munizioni utilizzate durante le operazioni militari, il cui costo è stimato in circa 29 miliardi di dollari. 

Tale importo si aggiunge a circa 12 miliardi di dollari di spese operative aggiuntive e ad altri 6,1 miliardi di dollari stanziati per la sostituzione di attrezzature militari perse o danneggiate.

Il rapporto valuta inoltre in circa 7,6 miliardi di dollari il costo dell’assistenza fornita dall’Aeronautica militare statunitense alle truppe dislocate nella regione. La stima comprende il trasporto aereo del personale, il sostegno alle basi, le comunicazioni e la logistica nel teatro operativo.

La cifra, tuttavia, non tiene conto delle spese necessarie per riparare i danni subiti dalle basi statunitensi in Medio Oriente, alcune delle quali sono state bersaglio di attacchi iraniani con missili e droni. Questo elemento potrebbe far crescere ulteriormente il costo complessivo del conflitto.

La guerra pesa sempre di più sulle famiglie americane

Le ricadute economiche del conflitto coinvolgono anche la popolazione statunitense. Secondo una stima di Moody’s Analytics riportata da The Hill, finora la guerra è costata circa 2.000 dollari a ogni famiglia americana.

Le valutazioni del costo complessivo del conflitto differiscono in base agli elementi considerati. Le cifre ufficiali riguardano soprattutto le spese militari registrate, mentre altre analisi segnalano che gli effetti economici nel medio e lungo periodo potrebbero far aumentare notevolmente il conto finale.

Il quotidiano britannico The Telegraph, sulla base di un’analisi di Linda J. Bilmes, professoressa all’Università di Harvard ed esperta di economia di guerra, ha calcolato il costo del conflitto in circa 151,3 miliardi di dollari.

I senatori attaccano Trump per la guerra e il rincaro dei prezzi

Secondo Bilmes, la stima del Pentagono — che in precedenza aveva quantificato il costo in 37,5 miliardi di dollari — non comprende tutte le spese legate alla guerra e rappresenta soltanto «la punta dell’iceberg».

The Telegraph prevede che, se il ritmo attuale dovesse mantenersi, entro la fine dell’anno il costo complessivo potrebbe arrivare a circa 311,3 miliardi di dollari. Si tratta di una previsione, non di una spesa già accertata.

La distanza tra le diverse stime mostra quanto sia complesso determinare il costo effettivo del conflitto, soprattutto se si escludono i danni materiali e le conseguenze economiche di lungo periodo.

Pfizergate: il j'accuse finale di Kovesi su Ursula von der Leyen e le ombre dell'UE

 

Mentre si avvia a concludere il suo mandato settennale alla guida della Procura europea (EPPO), Laura Codru?a Kövesi traccia un bilancio contro i vertici delle istituzioni comunitarie. Al centro dell'attenzione resta l'ombra del cosiddetto Pfizergate, l'inchiesta sulla gestione delle centinaia di milioni di dosi di vaccino anti-Covid negoziate privatamente via SMS tra la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l'amministratore delegato del colosso farmaceutico americano, Albert Bourla.

Nonostante la gravità delle ipotesi di reato, secondo i documenti giudiziari spaziano dall'interferenza nelle funzioni pubbliche alla distruzione di prove, fino alla corruzione e al conflitto di interessi, von der Leyen non si è mai presentata di persona davanti ai magistrati dell'EPPO per rilasciare una dichiarazione. La conferma arriva da fonti vicine all'indagine, che preferiscono mantenere il riserbo per questioni di sicurezza. Dalla Commissione europea la versione ufficiale prova ad ammorbidire l'ostruzionismo: il portavoce Thomas Regnier si è affrettato a precisare che l'esecutivo ha "collaborato ampiamente" con gli inquirenti "per conto e con il pieno appoggio della Presidente", la quale si sarebbe sempre mostrata disponible, pur "nei limiti delle sue funzioni e dell'agenda".

Tuttavia, le parole rilasciate dal Procuratore Capo uscente dipingono uno scenario del tutto opposto, denunciando l'arroganza del potere politico a Bruxelles. Senza fare nomi espliciti per via del segreto istruttorio, Kövesi ha puntato il dito contro una prassi diffusa nelle stanze dell'UE: "Alcuni politici pensano di essere al di sopra della legge. Se si viene convocati per rendere dichiarazioni, ci si deve presentare". La magistrata non ha nascosto le enormi barriere frapposte al lavoro della magistratura quando si toccano gli untouchables della burocrazia continentale: "Quando nell'indagine sono coinvolte persone importanti, che si tratti di politici di alto profilo o di soggetti facoltosi legati alle élite, incontriamo ostacoli sistematici nell'esercizio delle nostre competenze".

Un attacco che travalica i singoli fascicoli e mette a nudo la fragilità costitutiva dell'EPPO. Nata nel 2017 e operativa dal 2021 per perseguire i reati finanziari a danno del bilancio comunitario, l'agenzia rischia di essere progressivamente svuotata dall'interno. Citando una celebre battuta ispirata alla serie Borgen, Kövesi ha amaramente osservato: "A Bruxelles nessuno ti sente urlare. Temo che la Procura europea verrà smantellata in modo strisciante ed elegante proprio perché sta facendo il suo lavoro". La strategia del depotenziamento passa attraverso tre direttrici contigue: il sottofinanziamento cronico, il blocco delle riforme legislative e l'ipertrofia burocratica studiata a tavolino per "complicare la vita ai PM".

L'ostruzionismo nei confronti dell'organo inquirente non riguarda soltanto i vertici della Commissione, ma investe l'intera governance degli Stati membri. Il caso più eclatante si è registrato in Grecia, travolta dagli scandali sulle frodi ai fondi agricoli dell'UE che hanno portato alle dimissioni di esponenti di governo e al rinvio a giudizio di quattro deputati del partito di maggioranza Nuova Democrazia. Di fronte ai tentativi del premier Kyriakos Mitsotakis di bloccare le indagini e delegittimare l'EPPO parlando di "fughe di notizie pilotate" e "agende politiche", Kövesi ha risposto denunciando formalmente Atene alla Commissione e ipotizzando il taglio dei fondi comunitari al paese. "Molti politici celebrano l'indipendenza della magistratura finché non si tocca la loro cerchia ristretta. Un istante dopo, i procuratori diventano improvvisamente prepotenti e politicizzati", ha accusato la magistrata.

Tra fondi inadeguati, come dimostra il budget dimezzato concesso dalla Commissione per le operazioni dell'EPPO in Ungheria, e il rischio di compromettere la credibilità dell'azione giudiziaria anche in paesi chiave come la Polonia, il bilancio finale di Kövesi suona come un allarme per il suo successore, il procuratore tedesco Andrés Ritter. Ma su un punto la magistrata non mostra cedimenti: né le scadenze elettorali né il peso dei gruppi politici bloccheranno i fascicoli pendenti, compresi quelli sull'uso improprio di fondi pubblici da parte di sciolte formazioni europarlamentari. "Se la Procura europea dovesse fermarsi ogni volta che ci sono le elezioni in Europa, potremmo direttamente smettere di lavorare".

 

Gli USA avvertono gli alleati nel Golfo: possibile "breve e intensa campagna militare" contro l'Iran

 

I piani di guerra degli Stati uniti d’America contro l’Iran non sono mai stati accantonati.

La conferma giunge dal The Wall Street Journal attraverso le voci di dentro della diplomazia USA, rivelando come la Casa Bianca avrebbe già avviato le notifiche informali ai partner dell'area del Golfo: l'avviso per le monarchie alleate è quello di prepararsi a un'offensiva militare a breve raggio ma a elevata intensità contro l'Iran, da sferrarsi subito dopo la tornata delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Le indiscrezioni trapelate dal Pentagono tracciano il contorno di una manovra d'escalation deliberata. Washington punta a colpire duro per scardinare l'architettura d'influenza regionale di Teheran e forzare il governo iraniano a sedersi al tavolo dei negoziati da una posizione di totale subalternità.

Sul campo, le parole stanno già lasciando il posto al rischieramento logistico: la difesa missilistica americana è stata ridisegnata per proteggere i contingenti a rischio, gran parte delle truppe è stata evacuata dalle posizioni più esposte e le basi avanzate registrano un continuo afflusso di munizionamento pesante e assetti aerei pronti al decollo.

A completare lo scenario l'arrivo nel teatro di guerra di un gruppo d'attacco guidato da una portaerei e da un'unità di spedizione dei Marines, destinate ad affiancare oltre venti unità da guerra già stanziate nelle acque mediorientali.

Nelle stanze dell'amministrazione Trump la linea dura sembra raccogliere i consensi decisivi. Le indiscrezioni convergono nel descrivere un Presidente propenso ad autorizzare un raid su larga scala orientato a smantellare le infrastrutture critiche e i siti del programma nucleare iraniano, sebbene l'ordine operativo finale non sia stato ancora formalmente firmato. Sull'altro fronte del triangolo, anche Tel Aviv accelera i tempi dei propri preparativi militari, pronta a coordinare un nuovo ciclo di raid in parallelo alle forze di Washington.

 

Finlandia e Norvegia trattano con Putin: il fronte europeo mostra le prime crepe

 

Finlandia e Norvegia rompono il fronte europeo e contattano direttamente Vladimir Putin per discutere una possibile soluzione del conflitto ucraino. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Store hanno avuto un colloquio telefonico con il presidente russo, concentrandosi sulle prospettive di pace e sui prossimi incontri negoziali ad Abu Dhabi. Stubb ha riconosciuto una realtà difficile da ignorare: porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto con Mosca. Per due Paesi confinanti con la Russia, il risultato del conflitto avrà conseguenze immediate sulla sicurezza nazionale ed europea.

Store ha insistito sulla necessità di una de-escalation. L’iniziativa, tuttavia, ha provocato irritazione tra alcuni partner europei. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la scelta di procedere senza coordinamento, mentre il capo del governo svedese ha espresso scetticismo sulle reali intenzioni russe, arrivando a evocare il rischio di una resa ucraina. Dietro queste reazioni si nasconde una contraddizione sempre più evidente. Mentre Washington e Mosca intensificano i contatti, le capitali europee temono di essere escluse dalle trattative che potrebbero decidere il futuro dell’Ucraina.

Bruxelles vuole sedersi al tavolo, ma continua a sostenere una linea che rischia di restringere gli spazi per la diplomazia. Il problema è anche politico. Dopo aver investito centinaia di miliardi di dollari nel sostegno al regime di Kiev e aver legato la propria credibilità alla prospettiva di una sconfitta strategica russa, molti leader europei faticano a cambiare rotta. Friedrich Merz lo ha ammesso apertamente: una capitolazione ucraina equivarrebbe, nella sua visione, alla capitolazione dell’intera Europa. Ma proprio questa identificazione tra il destino dell’Ucraina e quello dell’Unione rischia di diventare una trappola.

Aprire un negoziato non significa necessariamente arrendersi, così come prolungare il conflitto non garantisce di ottenere gli obiettivi proclamati. La domanda, dunque, è se l’Europa voglia contribuire a una soluzione diplomatica oppure continuare a difendere una strategia che ne ha ridotto il peso negoziale e l’ha fatta sprofondare in una profonda crisi tanto economica quanto politica.

 

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Cuba smentisce le accuse infondate dell'ambasciatore USA all'ONU

Per la 34ª volta, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite è tornata a discutere e votare la risoluzione presentata da Cuba per chiedere la fine del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Durante la sessione, la delegazione cubana ha interrotto l’intervento del rappresentante statunitense Michael Waltz, presentando una mozione d’ordine ai sensi dell’articolo 71 del regolamento dell’Assemblea. Waltz aveva accusato il governo cubano di confiscare i beni dei lavoratori, mostrando immagini e dati relativi a presunti patrimoni, proprietà e beni di lusso attribuiti ai vertici del Paese.

Secondo la ricostruzione statunitense, le risorse destinate alla popolazione sarebbero state dirottate. La delegazione dell’Avana ha chiesto alla presidenza di richiamare all’ordine il funzionario americano, contestando le sue dichiarazioni come menzogne pronunciate con arroganza e lesive della dignità degli Stati membri, oltre che offensive nei confronti del popolo e del governo cubani. Ma al di là dello scontro diplomatico, resta la questione centrale: il bloqueo imposto da Washington, che da decenni colpisce l’economia cubana e limita l’accesso a risorse, beni e servizi essenziali. Una misura coercitiva unilaterale che, per la sua portata extraterritoriale e i suoi effetti sulla popolazione civile, solleva gravi questioni di diritto internazionale e viene condannata da anni dalla comunità internazionale.

Le ripetute risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU chiedono la fine dell’embargo, pur non avendo carattere giuridicamente vincolante. Dietro le accuse rivolte all’Avana, dunque, non può essere oscurata la responsabilità di una politica di pressione economica che punisce un intero popolo per piegarne le scelte politiche.

Un bloqueo criminale nei suoi effetti sociali, che nega a Cuba il diritto di svilupparsi senza coercizioni esterne.



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Ecuador: gli avvocati di Luisa González chiedono la scarcerazione

Il collegio difensivo dell'ex candidata alla presidenza dell'Ecuador, Luisa González, ha presentato un ricorso contro l'ordine di custodia cautelare emesso nei suoi confronti nell'ambito di un'indagine su un presunto riciclaggio di denaro legato al finanziamento della campagna elettorale del 2023.

Il documento è stato presentato alla Procura dall'avvocato Diego Guarderas, il quale sostiene che la misura cautelare violi i diritti fondamentali della sua assistita. Il legale chiede che il procedimento giudiziario prosegua senza che González rimanga privata della libertà personale durante lo svolgimento delle indagini.

Secondo l'avvocato, non sussistono i presupposti per giustificare la detenzione della leader politica dell'opposizione. Inoltre, ha sottolineato che tale situazione ha ripercussioni dirette sulla sua famiglia, tra cui il figlio adolescente e l'anziano padre, affetto da una patologia renale.

Allanamientos, agentes encapuchados, traslados entre provincias y horas de audiencia con el objetivo de exhibir y amedrentar. ¿La respuesta de Luisa González? Templanza, firmeza y una dignidad inquebrantable, las imágenes hablan por sí solas: serenidad absoluta y una sonrisa que refleja la tranquilidad de tener las manos limpias y la conciencia en paz. La fuerza de un liderazgo no se define por el poder que ejerce, sino por la serenidad con la que resiste el poder que se impone sobre él. Luisa nos demuestra que la fuerza no está en quien utiliza el aparataje del poder para perseguir, sino en quien sostiene sus principios con valentía frente a la injusticia. Podrán vulnerar el debido proceso, pero la verdad no se encarcela. ???????? @bbcmundo @el_pais @agenciaefe @dw_espanol

— Luisa González (@LuisaGonzalezEc) October 24, 2026

Guarderas ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui González potrebbe lasciare il Paese una volta tornata in libertà. Parlando ai media, ha affermato che l'ex candidata alla presidenza rimarrà a disposizione delle autorità giudiziarie.

"Non andrà da nessuna parte, poiché ha solidi legami professionali, sociali e familiari nel Paese. Inoltre, è determinata a fare chiarezza su questa vicenda, così come ha fatto in occasione di ogni altra indagine che l'ha riguardata. Ha sempre affrontato queste questioni a viso aperto", ha dichiarato il legale, riferendosi al caso noto come "Laberinto" (Labirinto).

L'ex candidata si trova in stato di fermo dal 23 ottobre, in seguito all'esecuzione di un mandato di arresto emesso da un giudice su richiesta della Procura. Da allora, è rimasta in custodia cautelare mentre prosegue l'iter giudiziario.

González, figura di spicco dell'opposizione al regime neoliberista di Daniel Noboa, si è candidata alla presidenza sia nelle elezioni del 2023 che in quelle del 2025. In entrambe le occasioni, è stata sconfitta dall'attuale presidente.

L'indagine trae origine da accertamenti precedenti relativi al finanziamento della sua prima campagna presidenziale, un caso noto come "Caja Chica" (Piccola Cassa). Le autorità stanno esaminando presunti contributi irregolari e l'origine dei fondi che sarebbero stati utilizzati durante il processo elettorale del 2023. Inoltre, nell'ambito del caso "Laberinto", gli inquirenti stanno verificando se siano stati impiegati per le attività di campagna elettorale fondi provenienti da una società legata al sindaco di Guayaquil, Aquiles Álvarez.

In attesa che venga esaminato il ricorso presentato dal suo collegio difensivo, Luisa González rimarrà in carcere. Secondo Guarderas, la donna continua a dichiararsi innocente ed è fiduciosa che le indagini faranno luce sui fatti alla base delle accuse mosse contro di lei.

Khamenei: Nessun compromesso su Hormuz

 

In una fase segnata da altissime tensioni geopolitiche e dalla prosecuzione delle ostilità nella regione, la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, ha ricevuto il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il generale Mohsen Rezai. L'incontro è servito a delineare le direttive strategiche della Repubblica Islamica in materia politica, economica, culturale e di difesa.

Durante il colloquio, il Leader ha definito il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e il suo segretariato come il vero e proprio «crocevia decisionale» del Paese. Khamenei ha rimarcato l'urgenza di adottare risoluzioni solide e determinate, supportate da una tabella di marcia strutturata che prefiguri chiaramente l'intero sviluppo di ogni iniziativa, dalla fase embrionale fino al conseguimento degli obiettivi finali.

Coesione interna e architettura costituzionale

Al centro delle discussioni figurano la stabilità del Fronte Interno e l'esigenza di saldare il patto di fiducia tra la popolazione e le istituzioni statali. Per accelerare la risoluzione delle criticità economiche e sociali che gravano sull'esecutivo, il Leader ha raccomandato di sfruttare appieno il potenziale offerto dalla Costituzione, orientando le prerogative dell'articolo 176 a supporto dell'azione del Presidente e degli organi di governo.

Sul piano del consenso interno, la Guida Suprema ha ribadito che la disperazione delle potenze avversarie rappresenta il diretto risultato della resistenza mostrata dalla nazione. In quest'ottica, ha sollecitato il ripristino di una comunicazione pubblica trasparente e tempestiva, ritenuta indispensabile per garantire il coinvolgimento attivo dei cittadini nella difesa del sistema politico e della sovranità nazionale.

Il nodo di Hormuz, i confini e la linea del Fronte di Resistenza

Dalla riunione sono emerse indicazioni perentorie in merito alla postura di sicurezza e alla geopolitica regionale. In primo luogo, il mantenimento della sicurezza nazionale ed extra-territoriale passa attraverso la gestione strategica dello Stretto di Hormuz, considerata una leva ineludibile per gli equilibri dell'intera area. In secondo luogo, è stata riconfermata la volontà di consolidare i rapporti bilaterali con i Paesi vicini, a patto che siano fondati sulla reciprocità e su interessi strategici duraturi. Infine, Khamenei ha riaffermato la necessità di tutelare con fermezza i diritti del popolo iraniano e dell'asse del Fronte di Resistenza, imponendo le condizioni di Teheran per superare la dannosa fase di "né guerra né pace" e giungere a una conclusione del conflitto alle proprie condizioni.

La relazione di Rezai: verso un ordine regionale endogeno

Da parte sua, il generale Mohsen Rezai ha illustrato un quadro dettagliato dello stato delle infrastrutture e delle iniziative di difesa intraprese dal Segretariato. Tra i dossier prioritari, Rezai ha evidenziato il costante monitoraggio della linea strategica volta a favorire la nascita di un "ordine regionale endogeno", un'architettura di sicurezza collettiva gestita dalle nazioni dell'area al di fuori di ogni ingerenza o tutela da parte delle potenze occidentali.

 

L'Iran al fianco dell'Avana: "L'unico 'crimine' di Cuba è voler preservare la propria indipendenza"

 

L'asse di solidarietà tra le nazioni colpite dalle misure coercitive unilaterali di Washington si rafforza. Durante la consueta conferenza stampa settimanale, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha condannato con fermezza la linea politica adottata dall'amministrazione statunitense contro Cuba e il Venezuela, qualificandola come un'ingerenza sistematica che mina i fondamenti dell'ordine giuridico internazionale.

Secondo Teheran, l'ostilità dimostrata nei confronti del governo cubano rientra in una più ampia strategia di pressione bellicista destinata a destabilizzare la pace e la sicurezza globale. Di fronte al progressivo sgretolamento dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite — in primis il rispetto rigoroso della sovranità e del diritto all'autodeterminazione dei popoli —, il portavoce iraniano ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché abbandoni qualsiasi posizione di passività. Il silenzio e l'indifferenza delle diplomazie mondiali, ha avvertito Baghaei, finiranno inevitabilmente per legittimare un precedente pericoloso che minaccia l'incolumità e l'autonomia politica di ciascuno Stato.

Sette decenni di blocco illegittimo

Il portavoce del ministero iraniano ha rimarcato la contraddizione di fondo che caratterizza le sanzioni imposte a L'Avana. A differenza di altri dossier internazionali al centro delle controversie diplomatiche, Cuba non dispone di alcun programma nucleare né porta avanti attività di arricchimento dell'uranio. Ciononostante, il Paese subisce da ormai sette decenni un embargo economico e finanziario stringente che ha generato enormi sofferenze materiali alla popolazione civile.

L'unica "colpa" attribuita all'isola e al suo popolo, ha sottolineato Baghaei, risiede nella ferma volontà di difendere la propria sovranità nazionale, scegliendo in totale autonomia il proprio modello di sviluppo economico e la propria forma di governo senza subire ingerenze o tutele esterne. È proprio questo rifiuto della subalternità che la leadership di Washington si ostina a non accettare, trasformando il sanzionamento economico in uno strumento punitivo permanente.

La condanna del neo-colonialismo di Washington

Esprimendo la piena solidarietà della Repubblica Islamica al popolo e al governo cubano, Baghaei ha concluso evidenziando come le recenti dichiarazioni dei funzionari americani tradiscano una pericolosa deriva verso forme di neocolonialismo dichiarato. La pretesa di sollecitare direttamente sovvertimenti interni o condizionare la politica di uno Stato sovrano rappresenta una palese violazione delle norme del diritto internazionale moderno, contro la quale Teheran ribadisce la propria ferma opposizione politica e diplomatica.

Entra in vigore una tregua temporanea per l'operazione umanitaria ad Alyoshki, assediata dai droni ucraini.

 

Dalle 4:00 di questa mattina (ora di Mosca) è entrato in vigore il cessate il fuoco nell'area di Alyoshki, la città sulla sponda sinistra del Dnepr nella provincia di Kherson, nell'ambito di un'operazione umanitaria internazionale d'emergenza. Isolata da mesi da ogni linea di rifornimento e bersagliata da bombardamenti quotidiani, la città si trova allo stremo a causa di quello che la garante per i diritti umani russa, Yana Lantratova, ha denunciato come un vero e proprio "blocco artificiale" creato dalle forze armate ucraine per soffocare la popolazione rimasta.

A confermare la gravità del disastro è stata anche la First Lady statunitense Melania Trump, intervenuta direttamente tra le diplomazie per favorire la tregua localizzata. Parlando dalla Casa Bianca, la Trump ha dipinto un quadro drammatico: una città di prima linea sull'orlo del collasso, abitata ormai quasi esclusivamente da anziani privi di cure mediche, farmaci salvavita, cibo e acqua potabile.

Droni e mine: il blocco dei soccorsi civili

Le modalità del blocco sono state nel dettaglio dal Ministero della Difesa russo. Oltre all'artiglieria, che da più di due anni martella le infrastrutture viarie e ferroviarie, dal maggio 2026 l'esercito ucraino ha intensificato l'uso di droni per effettuare il minamento a distanza delle uniche vie d'accesso rimaste. L'obiettivo sistematico, denunciato da Mosca, è impedire sia l'evacuazione dei civili che l'ingresso dei convogli d'emergenza.

Neanche gli sforzi del volontariato si sono salvati dalla carneficina: secondo quanto riferito da Lantratova, persino una colonna di veicoli privati chiaramente contrassegnati dalla scritta "Popolo" è stata distrutta dal fuoco dei droni. Il capo del distretto municipale, Ruslan Khomenko, ha segnalato che le forze di Kiev arrivano a sganciare dall'alto tra le 7 e le 36 mine al giorno sul centro abitato, accusando l'altra parte del campo di voler "semplicemente annientare i civili".

La denuncia di Mosca sui "metodi terroristici"

Sulla vicenda è intervenuto duramente anche Rodion Miroshnik, ambasciatore russo per i crimini del regime di Kiev, che ha definito la situazione di Alyoshki «uno dei tanti progetti terroristici orchestrati da Kiev». Secondo l'ambasciatore, le forze ucraine stanno impiegando in modo massiccio il materiale bellico e i droni forniti dalle potenze occidentali non per obbiettivi militari, ma per cacciare e colpire indistintamente qualsiasi veicolo civile provi a rompere l'assedio.

La tregua scattata all'alba rappresenta un'esile finestra di soccorso in un teatro bellico dove la sopravvivenza dei non combattenti è diventata merce di scambio e bersaglio tattico. Resta da verificare se le garanzie sul campo consentiranno finalmente il passaggio dei beni di prima necessità o se il corridoio umanitario verrà travolto dall'ennesima ripresa delle ostilità.

 

Cosa significa la vittoria di Lula per la Cina e per il mercato delle terre rare

 

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva al ballottaggio presidenziale in Brasile segna un punto di svolta non soltanto per l'America Latina, ma per l'intera architettura geopolitica globale. Come sottolineato dall'analisi del South China Morning Post, l'inizio del suo quarto mandato non consecutivo all'inizio del 2027 blinda e rafforza il ruolo di Pechino quale primario partner strategico di Brasilia, piazzando il gigante sudamericano al centro della contesa egemonica tra Cina e Stati Uniti.

In questo scontro tra potenze, la posizione del Brasile non è secondaria né neutrale per caso, ma si fonda su un peso minerario d'importanza critica: il Paese possiede le seconde riserve di terre rare più grandi al mondo. Si tratta dei metalli indispensabili per le tecnologie avanzate, la transizione energetica e l'industria bellica, un settore in cui la Cina punta a consolidare la propria posizione di forza sulle catene di approvvigionamento globali.

Oltre la dottrina atlantica: la sovranità delle risorse

Sotto la guida di Lula, il Brasile ribadisce di non voler scivolare nel ruolo di satellite subalterno alle direttive di Washington. La riconferma della leadership del Partito dei Lavoratori garantisce a Pechino l'interlocutore ideale per dare continuità ai progetti del blocco BRICS e per sviluppare partnership industriali nel settore dell'estrazione e della raffinazione delle risorse strategiche.

La Casa Bianca osserva con crescente apprensione la penetrazione economica cinese nel cortile di casa sudamericano. L'accesso privilegiato della Cina ai giacimenti di terre rare brasiliane indebolisce gli tentativi americani di affrancarsi dalla dipendenza mineraria orientale, confermando la volontà di Brasilia di sfruttare la propria ricchezza di materie prime come leva di autonomia geopolitica e di sviluppo nazionale.

Il Brasile nel nuovo ordine multipolare

Il quarto mandato di Lula consolida la trasformazione del Brasile in un hub imprescindibile del nuovo ordine multipolare. Rifiutando l'allineamento dogmatico ai blocchi tradizionali, il governo serba l'iniziativa diplomatica nel Sud Globale, sfruttando la cooperazione con Pechino per accelerare gli investimenti in infrastrutture e tecnologia.

Per la Cina, il successo di Lula rappresenta la garanzia di un alleato di peso nel continente americano, capace di resistere alle contromisure statunitensi. Per Washington, la presenza di un gigante industriale ricco di risorse chiave come il Brasile, sempre più integrato con il sistema economico cinese, rende la competizione geostrategica nel continente estremamente complessa e priva di soluzioni immediate.

 

Allarme ONU in Cisgiordania: Turk evoca il rischio di pulizia etnica ad Al-Khalil

 

L'incursione delle forze di occupazione israeliane nella città di Al-Khalil (Hebron), nella Cisgiordania occupata, finisce sotto il tiro delle Nazioni Unite. L'Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha lanciato un monito perentorio, intimando a Tel Aviv di fermare immediatamente le operazioni militari e denunciando come il sistematico sfollamento forzato della popolazione araba delinei un reale rischio di pulizia etnica.

UN Human Rights Chief @volker_turk calls for an end to #Israel’s aggressive operation in the #WestBank city of #Hebron, which forcibly displaced nearly 2,000 Palestinians, demolished homes and commercial property, and deprived residents of the ability to move freely. "Collective punishment is a grave violation of international law. Threats to empty and erase entire neighbourhoods also raise serious concerns of ethnic cleansing," Türk says. https://t.co/EGRf5Iw9vZ

— UN Human Rights (@UNHumanRights) October 26, 2026

Secondo i dati diffusi da Ginevra, le operazioni avviate nel fine settimana hanno già sradicato dalle loro abitazioni oltre 2.000 palestinesi, radendo al suolo interi complessi residenziali e attività commerciali e imponendo una rigida limitazione alla libertà di movimento.

Punizioni collettive e terrore della popolazione

Il quadro delineato dall'Alto Commissariato è quello di una vera e propria punizione collettiva disposta ai vertici dell'esecutivo israeliano. Commentando l'uso sproporzionato e ingiustificato della forza militare, Türk ha sottolineato come le disposizioni impartite dal primo ministro Benjamin Netanyahu tradiscano l'intento di instillare il terrore e punire indiscriminatamente i civili dopo le recenti azioni di rappresaglia della resistenza palestinese.

Le punizioni collettive costituiscono una palese violazione del diritto internazionale e delle convenzioni umanitarie, mentre gli ordini di evacuazione e le demolizioni di interi rioni configurano un preciso piano di sradicamento demografico. Di fronte a questo scenario, l'ONU esige l'immediato rientro degli sfollati nelle proprie case e l'erogazione di risarcimenti per le distruzioni arbitrarie perpetrate dall'esercito.

La chiusura della Cisgiordania alla vigilia del voto

La stretta militare su Hebron si inserisce in un quadro di chiusura ermetica dell'intera Cisgiordania occupata disposto dalle forze di occupazione fino al 27 ottobre, in concomitanza con lo svolgimento delle elezioni legislative in Israele. Un blindaggio che si traduce in un ulteriore soffocamento economico ed esistenziale per i residenti palestinesi.

Il monito delle Nazioni Unite riaccende i riflettori sull'impunità delle politiche di occupazione territoriale, accusate di spingersi oltre ogni limite legale pur di creare fatti compiuti sul terreno a danno della popolazione autoctona.

 

Egitto. Parlamento autorizza l'invio di forze "difensive" a sostegno dell'Arabia Saudita

 

Sotto la pressione delle continue rappresaglie yemenite che martellano il territorio saudita, il Cairo compie il passo formale per integrarsi nella coalizione a guida di Riyadh. Il 26 ottobre, il parlamento egiziano, riunito in una sessione a porte chiuse ai sensi dell'articolo 152 della Costituzione, ha approvato l'autorizzazione esecutiva per inviare supporto militare "difensivo" al regno saudita, ratificando la raccomandazione espressa dal Consiglio di Difesa Nazionale ed evadendo la richiesta avanzata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Il provvedimento fornisce il quadro giuridico formale per potenziare i sistemi di difesa aerea sauditi, schierare assetti militari sul campo e tutelare le infrastrutture strategiche del regno da ulteriori attacchi. Una decisione giunta dopo giorni di rinvii voluti per raggiungere un "consenso" unanimemente condiviso, e preceduta da un vertice al vertice svoltosi il 21 ottobre a Riyadh, dove il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e il capo dell'intelligence Hassan Rashad hanno consegnato nelle mani del principe ereditario Mohammed bin Salman una lettera personale di Sisi in cui si perimetrava la natura esclusivamente "difensiva" dell'intervento.

L'escalation nel Golfo e l'avanzata delle forze yemenite

La svolta del Cairo si inserisce in una fase di drammatica recrudescenza del conflitto. Da quando, a luglio, Riyadh ha intensificato la sua campagna d'attacco decennale contro lo Yemen, le Forze Armate Yemenite (YAF) collegate ad Ansarallah hanno risposto con operazioni di rappresaglia su larga scala, colpendo a raggio sistematico basi militari, aeroporti e impianti energetici nel cuore dell'Arabia Saudita.

La reazione del regno non si è fatta attendere: lunedì le forze aeree saudite hanno scatenato pesanti incursioni bombardando la capitale Sana'a e la città portuale di Mokha. Tuttavia, l'ampiezza dell'offensiva yemenita ha evidenziato le vulnerabilità difensive di Riyadh, spingendo la monarchia a sollecitare l'attivazione delle garanzie di sicurezza dei propri alleati regionali ed extra-regionali.

La geometria del Patto della Mecca e l'ambiguità dell'Occidente

L'Egitto va così ad affiancarsi all'architettura di sicurezza del Patto della Mecca, l'alleanza di difesa congiunta siglata tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan basata sulla clausola di mutua assistenza in caso di attacco. Il Pakistan mantiene migliaia di uomini di stanza nel regno e, pur smentendo attacchi aerei diretti, assicura una copertura di terra. La Turchia garantisce personale, supporto logistico e fornitura di droni, mentre il Regno Unito fornisce un sostegno definito "puramente difensivo" che include il rifornimento in volo dei caccia sauditi impegnati nei raid sullo Yemen.

Derubricando le proprie operazioni sotto la formula retorica del "supporto difensivo", le potenze coinvolte cercano di difendere l'infrastruttura energetica e politica saudita senza assumersi formalmente la responsabilità del disastro umanitario provocato dai bombardamenti sullo Yemen. Con l'ingresso dell'Egitto, l'asse della coalizione si salda ulteriormente, trasformando lo scontro con lo Yemen in un contenzioso regionale a largo raggio.

 

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