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La Turchia vende armi e influenza, forte di un’industria militare in ascesa

27 October 2026 at 03:45

La guerra dei droni sta cambiando anche il mercato delle armi. Non basta disporre di sistemi sofisticati per intercettare i velivoli senza pilota: bisogna poterli abbattere senza spendere centinaia di migliaia di dollari per ogni bersaglio. La Turchia ha individuato in questo squilibrio un’opportunità industriale, mettendo a frutto le competenze maturate nei conflitti degli ultimi anni e una filiera della difesa sempre più integrata.

Il caso più recente è il Korkut, sistema antiaereo sviluppato da Aselsan, la maggiore società turca della difesa per capitalizzazione. Il suo amministratore delegato, Ahmet Akyol, ha dichiarato al Financial Times che il sistema può eliminare un drone per meno di 10.000 dollari. Il Korkut impiega cannoni da 35 millimetri con munizioni programmabili a scoppio in aria, il cui costo è stimato intorno ai mille dollari per colpo. Il confronto è con intercettori come quelli dei sistemi Patriot e Iris-T, che possono costare da centinaia di migliaia a milioni di dollari. Secondo Akyol, il sistema è operativo in nove Paesi e ha già abbattuto centinaia di droni. Tra questi c’è l’Ucraina: l’aeronautica di Kyjiv ha confermato al quotidiano britannico che una propria unità è stata equipaggiata con un numero non precisato di Korkut. Non esistono invece conferme pubbliche di abbattimenti di Shahed a propulsione a reazione, più veloci delle versioni tradizionali. Le prestazioni dichiarate dall’azienda vanno quindi distinte dai risultati verificabili sul campo.

Il Korkut, però, racconta soprattutto la trasformazione dell’industria turca. La sua crescita non dipende da un singolo prodotto, ma da un sistema che combina grandi aziende, fornitori privati, università, centri di ricerca e forze armate. Il vantaggio, secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, è anche la rapidità con cui le tecnologie possono essere sperimentate e aggiornate sulla base dell’esperienza operativa.

Aselsan è uno dei nodi centrali di questa rete. Fondata nel 1975, dopo l’embargo sulle armi imposto dagli Stati Uniti in seguito all’intervento turco a Cipro, sviluppa sensori, apparati elettronici e sistemi di guerra elettronica. Circa il 74 per cento delle sue azioni è controllato da una fondazione legata alle forze armate turche, che detiene partecipazioni anche in altre società strategiche, tra cui il produttore di missili Roketsan.

L’integrazione riguarda anche il settore dei droni. Aselsan fornisce componenti elettronici e sensori a Baykar, il gruppo presieduto da Selçuk Bayraktar, genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Il rapporto tra industria e apparato militare consente di provare nuovi sistemi in condizioni operative e di trasferire rapidamente le lezioni apprese alla produzione. La Libia è stata uno dei primi laboratori internazionali: nel 2020 il Korkut fu impiegato a sostegno del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite a Tripoli, contribuendo alla protezione di infrastrutture strategiche dagli attacchi dei droni cinesi Wing Loong.

Questa esperienza si inserisce in una più ampia strategia di autonomia tecnologica. L’industria turca può contare su una base manifatturiera estesa, competenze elettroniche sviluppate in ambito militare e una rete di fornitori che permette di produrre e integrare sistemi differenti. Il risultato è un’offerta che comprende droni, missili, radar, guerra elettronica e difesa aerea, con la possibilità di adattare le soluzioni alle esigenze dei diversi clienti.

I numeri danno la misura della crescita. Secondo i dati citati dal Financial Times, la Turchia ha esportato armamenti per 10 miliardi di dollari nell’ultimo anno considerato, con un aumento del 48 per cento rispetto al 2023. Aselsan, la cui capitalizzazione di mercato si aggira sui 32 miliardi di dollari, dichiara un portafoglio ordini vicino ai 30 miliardi. I mercati internazionali rappresentano ormai un quarto dei suoi ricavi, contro l’8 per cento del 2023, e l’obiettivo è arrivare al 50 per cento entro il 2030.

Ankara guarda soprattutto ai Paesi della Nato, all’Europa orientale e al Golfo, diventato un mercato sempre più importante. L’intesa sulla difesa siglata in agosto con Arabia Saudita e Pakistan può offrire ulteriori opportunità commerciali. Akyol punta anche sullo Steel Dome, il progetto turco per integrare radar, centri di comando, cannoni e missili in una rete di difesa aerea modulare, esportabile anche per singoli componenti.

Per la Turchia, dunque, la difesa anti-drone è insieme una necessità militare e un’occasione commerciale. La diffusione di velivoli economici rende sempre più importante contenere il costo delle intercettazioni, ma nessun sistema può risolvere da solo il problema: velocità, saturazione degli attacchi e varietà delle minacce richiedono livelli di protezione complementari. La scommessa di Ankara è che la capacità di sviluppare, testare e produrre rapidamente queste tecnologie diventi un vantaggio competitivo duraturo, oltre che uno strumento di influenza internazionale.

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Dall’acqua alle batterie, Londra si prepara alle emergenze partendo dalle famiglie

23 October 2026 at 03:45

Il governo britannico invita le famiglie a prepararsi a tre giorni di emergenza. Non è un invito a fare scorte per affrontare un assedio, né una previsione di guerra imminente. È un tentativo di rendere la popolazione più autonoma quando qualcosa smette di funzionare: la corrente, l’acqua, le comunicazioni o i servizi bancari. Ma, in un Paese che considera sempre più seriamente le minacce informatiche e le azioni di Stati ostili (come la Russia), anche una torcia e una radio a batterie assumono un significato che va oltre la vita domestica.

La campagna si chiama «Be Ready» ed è stata lanciata ieri dal Cabinet Office, il dipartimento del governo britannico responsabile del coordinamento dell’esecutivo. Il suo obiettivo è incoraggiare i cittadini ad adottare piccoli accorgimenti per affrontare le emergenze. L’iniziativa durerà tre anni e si rivolge anche alle famiglie con bambini piccoli e alle persone anziane, più esposte alle conseguenze di un’interruzione dei servizi essenziali.

La checklist pubblicata dal governo è molto concreta. Suggerisce di conservare acqua in bottiglia (almeno tre litri al giorno per persona, per bere) e alimenti non deperibili sufficienti per tre giorni. Servono poi una torcia con batterie di ricambio, coperte, una radio FM a batteria o a manovella, un caricabatterie portatile, contanti, copie dei documenti, un kit di primo soccorso e i medicinali necessari. Le famiglie con bambini devono considerare anche pannolini e latte artificiale; chi ha animali domestici, cibo e acqua per loro.  Non occorre acquistare tutto in una volta. Il governo consiglia di controllare prima ciò che si possiede già e di completare gradualmente le scorte, distribuendo la spesa nel tempo. L’indicazione è pensata per evitare che la preparazione diventi un lusso: una parte delle misure è gratuita e l’obiettivo è ridurre la pressione sui soccorsi, permettendo loro di concentrarsi sulle persone più vulnerabili.

La novità, dunque, non è tanto l’elenco degli oggetti quanto il messaggio politico che lo accompagna e che ha accompagnato diverse iniziative simili già adottate in Paese dell’Europa centrale, occidentale e settentrionale, oltre che a Taiwan. La resilienza nazionale non dipende soltanto dalle capacità delle forze armate o dalla protezione delle infrastrutture strategiche: richiede anche che i cittadini sappiano affrontare le prime ore di una crisi senza fare affidamento immediato su ogni servizio pubblico. È lo stesso approccio che il governo di Londra ha deciso di adottare contro la disinformazione.

Il governo britannico presenta l’iniziativa soprattutto come una risposta a eventi meteorologici estremi, alluvioni e incendi. Ma la campagna richiama anche il rischio di attacchi informatici, che possono compromettere servizi essenziali e pagamenti L’iniziativa è stata presentata, infatti, in un periodo in cui il governo avverte sempre più spesso dei rischi legati a possibili conflitti e mentre altri Paesi della Nato, soprattutto nel Nord e nell’Est Europa, comunicano ai cittadini in modo più esplicito come prepararsi a una crisi.

Londra sottolinea che indicazioni analoghe sono già adottate da Francia, Irlanda e Paesi Bassi. Non si tratta di trasformare ogni famiglia in un rifugio autonomo, ma di riconoscere che, quando una crisi colpisce contemporaneamente più servizi, la risposta delle istituzioni può richiedere tempo.

Tre giorni di autonomia non risolvono una crisi nazionale. Possono però contribuire a renderla meno difficile da gestire. La sicurezza collettiva comincia anche da qui: dalla capacità di non trovarsi impreparati quando la normalità si interrompe.

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La casa delle vacanze come cavallo di Troia della Russia in Europa

22 October 2026 at 03:45

La Russia può trasformare una casa di villeggiatura in un avamposto per operazioni ostili. E il Nord Europa sta cominciando a prenderne atto. È il quadro che emerge da un’inchiesta del Telegraph, secondo cui le autorità di Svezia, Lituania e Norvegia stanno intervenendo su centinaia di immobili collegati a cittadini russi, acquistati nei pressi di basi militari e infrastrutture strategiche.

Il caso più delicato riguarda Muskö, in Svezia, dove una proprietà di sette camere da letto, riconducibile alla moglie di un oligarca russo vicino a Vladimir Putin, si trova all’ingresso di una base navale. Il ministro della Difesa svedese Pål Jonson ha annunciato l’intenzione di acquisire l’immobile, giudicato una minaccia per la sicurezza della struttura. Secondo le autorità, la proprietà rappresenta una falla nella protezione della base, anche di fronte alla crescente minaccia dei droni.

In Lituania, immobili legati a cittadini russi sono stati individuati nei pressi di aeroporti, basi aeree e aree di addestramento militare. In Norvegia, alcune baite di proprietà russa si trovano vicino alla base di Bardufoss, che ospita caccia F-35. Secondo gli esperti citati dal quotidiano britannico, queste proprietà potrebbero essere utilizzate per osservare i movimenti militari, conservare attrezzature, preparare sabotaggi o lanciare droni.

Il punto, però, è più ampio della singola operazione. La proprietà immobiliare può diventare uno strumento di accesso a luoghi sensibili, soprattutto quando la sorveglianza si concentra sull’acquisto in sé e trascura il contesto in cui avviene.Non è necessario dimostrare che ogni compravendita nasconda un piano ostile: basta riconoscere che un immobile collocato in una posizione strategica può creare una vulnerabilità da sfruttare durante una crisi.

È una logica che si inserisce nel repertorio delle operazioni coperte attribuite a Mosca. La raccolta di informazioni, la sorveglianza e la preparazione di azioni di disturbo non richiedono necessariamente agenti sotto copertura o infrastrutture clandestine. A volte possono beneficiare di una presenza apparentemente ordinaria, resa possibile da un acquisto regolare. Il Telegraph richiama anche altri casi svedesi, tra cui una chiesa ortodossa russa vicina a un aeroporto strategico, sulla quale le autorità hanno sollevato sospetti di attività di spionaggio.

Le reazioni dei lettori alzano un ulteriore punto: il problema non è esclusivamente europeo. Negli Stati Uniti sono state sollevate preoccupazioni analoghe per immobili acquistati da soggetti cinesi vicino a installazioni militari. Il confronto invita a evitare allarmismi selettivi: il criterio dovrebbe essere la vulnerabilità strategica, indipendentemente dalla nazionalità dell’acquirente, e la capacità delle autorità di verificare i rischi.

La notizia relativamente positiva, sottolineata anche nei commenti all’inchiesta, è che questa volta il problema è emerso e alcuni governi stanno agendo. La Svezia ha rafforzato i poteri di controllo sugli immobili sensibili e la Lituania ha introdotto restrizioni agli acquisti russi vicino a siti strategici.

Resta da capire quanto questi interventi saranno efficaci e quanto rapidamente potranno essere applicati. Servono controlli preventivi, verifiche sui beneficiari effettivi delle proprietà e un coordinamento più stretto tra autorità centrali, amministrazioni locali e responsabili della sicurezza. Perché individuare una vulnerabilità dopo che è diventata pubblica è importante; impedire che venga sfruttata è il vero obiettivo.

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