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Le indagini su Youssef Siher devono ancora provare che c’è di più e di peggio

28 October 2026 at 10:00

Da una settimana il governo ha una regola semplice per le piazze: chi rompe paga, e se è minorenne pagano i genitori. Per le redazioni nessuno ha pensato a nulla di simile, eppure sulle prime pagine le reputazioni si rompono con la stessa disinvoltura con cui a Milano si sfondano le vetrine.

Vale anche quando a subire la sassaiola degli articoli è un personaggio come Youssef Siher, trentenne bresciano, ricercatore con dottorato e giornalista freelance, fermato il 24 ottobre come amministratore del canali social del Movimento 17 ottobre. In poche ore è diventato la «mente» del movimento, poi il «capo e ideologo dei maranza», in un titolo che si apriva con due parole: «origine marocchina». Il suo gruppo Telegram, però, è nato alle 19.58 del 18 ottobre, a saccheggi conclusi. La procura descrive i devastatori come giovani «profondamente eterogenei», in gran parte minorenni, «non appartenenti a gruppi o associazioni politiche o d’area», e ammette che nei messaggi «non vi sono diretti riferimenti» a devastazioni o saccheggi. C’è chi l’ha definito un «capo postumo». Il regista è arrivato dopo il film.

Damiano Aliprandi, il cronista giudiziario più preparato e attendibile che abbiamo, subito dopo l’arresto aveva denunciato la «vergognosa analisi» di Siher sul 7 ottobre: «Definisce la mattanza di Hamas, con oltre milleduecento morti e i rapiti, “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”. Lo chiama “atto di liberazione”. E se la prende con chi, a sinistra, prova almeno a condannare la strage dei civili: secondo lui quella condanna morale è uno sguardo occidentale che depotenzia “la portata rivoluzionaria dell’atto”».

Qualche giorno dopo Aliprandi ha letto il provvedimento, le imputazioni e le richieste, e ne ha scritto su Facebook. Ha richiamato la teoria cospiratoria della società di Karl Popper, l’idea che ogni evento sia il risultato di un piano di qualcuno, con la variante che qui il piano è stato scritto dopo gli eventi. E ha fatto un’osservazione ineccepibile: «Le idee di Siher vanno combattute con le idee. E magari con una politica responsabile, penso all’opposizione disastrata di oggi, incapace di prendere le distanze con forza. Oggi tocca a lui. Domani a chi ci sta simpatico o dalla parte giusta. Magari anche a te che stai leggendo».

Noi sappiamo ancora poco di questo «malintenzionato»: perché abbia aperto il suo sito, quali relazioni abbia col mondo palestinista e jihadista, se sia una pedina della guerra ibrida putiniana o altro. Le procure e gli altri organi dello Stato ce lo diranno, confidiamo, senza forzature. Oggi il Gip deciderà se convalidare il fermo.

La diffidenza è giustificata: tanti fermati, tanti minorenni fra loro fanno una storia appetibile, ma forse non abbastanza. Magari serve un volto, e se ha un nome arabo, un master e un blog anti-occidentale, tanto meglio per dare slancio a un’inchiesta. Non vorremmo fosse così.

La professoressa Elisa Giunchi, che è stata sua docente alla Statale, esagera un pochinino quando dice che quelle frasi non le sembrano così gravi. A chiunque non abbia, per un motivo o per l’altro, un pregiudizio favorevole nei suoi confronti, quelle idee appaiono obbrobriose, anche se non hanno avuto il tempo di trasformarsi in azioni. Ma fino a prova contraria Siher è soltanto un malintenzionato, e ci deve essere proporzione nelle accuse. In attesa che le carte che non conosciamo o ulteriori indagini dimostrino che c’è di più e di peggio.

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Quando si arriva al dunque, l’Europa regredisce agli anni Cinquanta

28 October 2026 at 06:07

Sei governi, Germania in testa, hanno comunicato in questi giorni che vogliono un bilancio europeo più magro. L’Unione deve difenderci dalla Russia, proteggerci dalla Cina, renderci meno dipendenti dall’America, abbassare le bollette e finanziare l’innovazione. Poi arriva il conto, e loro si ricordano di essere tedeschi, olandesi, danesi, svedesi, austriaci e finlandesi. Così hanno chiesto di togliere «diverse centinaia di miliardi» dai quasi duemila proposti dalla Commissione per il 2028-2034. Del debito comune non vogliono sentir parlare. Dicono che bisogna spendere meglio, puntare su difesa e innovazione, tagliare gli sprechi. Come dissentire? Il guaio è che affidano all’Europa compiti da grande potenza e le lasciano il portafoglio di una provincia.

Il bilancio dell’Unione vale circa l’uno per cento della ricchezza europea. La spesa pubblica complessiva degli Stati vale quasi la metà del PIL: i soldi restano nelle capitali. A Washington le cose funzionano diversamente: il governo federale riscuote tasse, emette debito e paga difesa, ricerca e previdenza. Il bilancio federale americano supera i settemila miliardi di dollari l’anno, circa il 23 per cento del PIL. Certo, comprende grandi programmi previdenziali e sanitari che in Europa restano nazionali. Ma sulla parte comparabile, difesa, ricerca, capacità di indebitamento, la distanza resta enorme.

È la distanza fra una federazione che ha gli strumenti per governare e un’Unione che deve negoziarli ogni volta fra ventisette governi. In Europa abbiamo fatto la moneta senza il Tesoro. Quando un paese va in difficoltà se la deve cavare da solo, e spesso chi avrebbe più bisogno di investire è proprio chi ha meno margini per farlo. Vedi il caso tedesco. La Germania ha costruito la sua fortuna su fabbriche, export, salari moderati ed energia a buon mercato. Quel mondo non c’è più. Berlino ha reagito allentando i cordoni della borsa per infrastrutture e difesa, ma solo per le proprie.

Ed è qui che il meccanismo si inceppa. Se ognuno sussidia le proprie imprese con quello che ha, vince chi ha il portafoglio più grosso, non chi ha l’idea migliore. Il mercato è unico, la gara no. Ogni discussione sul bilancio europeo finisce sempre con la stessa domanda: perché i paesi frugali dovrebbero pagare per gli italiani? È la domanda sbagliata. Una federazione non è beneficenza fra Stati, ma un’assicurazione fra cittadini. Tanto che gran parte dei gruppi economici tedeschi si è opposta alla linea del cancelliere Friedrich Merz: in una lettera congiunta pubblicata il 14 ottobre e indirizzata al governo federale, ventidue organizzazioni imprenditoriali, sindacali, ambientaliste e della società civile hanno chiesto alla Germania di sostenere un bilancio «significativamente più ambizioso», capace di garantire all’Unione le risorse necessarie per affrontare le sfide economiche, geopolitiche e sociali dei prossimi anni. L’iniziativa, promossa dalla Europäische Bewegung Deutschland (End), il Movimento europeo tedesco, assume particolare rilevanza per la partecipazione del Bundesverband der Deutschen Industrie (Bdi), la federazione dell’industria tedesca, equivalente della Confindustria italiana, che peraltro è sulla stessa posizione.

Anche per il welfare il federalismo sarebbe la risposta giusta. Vari studi lo confermano: nelle federazioni gli shock si assorbono soprattutto con tasse e sussidi diretti alle famiglie, come l’indennità di disoccupazione, più che con trasferimenti fra governi.
Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, avverte che gli eurobond non sono una bacchetta magica: servono entrate proprie e qualcuno che ne risponda. L’obiezione è seria, e porta acqua al federalismo, perché un bilancio comune ben fatto aiuterebbe le persone, non i governi. Bassa produttività, crescita anemica, debito pubblico sono problemi italiani, e nessun bilancio europeo li risolverà al posto nostro. Ma è vero che la difesa comune non può essere la somma di ventisette eserciti, né la ricerca può competere con Stati Uniti e Cina restando divisa in ventisette pezzi. NextGenerationEU ha dimostrato che il debito comune si può fare. Poi però è rimasto un’eccezione.

Il circolo vizioso è sempre lo stesso: l’Europa non ha i soldi, quindi delude; siccome delude, nessuno vuole darle i soldi. Gli americani discutono se il loro governo federale spenda troppo o male. Noi dobbiamo ancora decidere se vogliamo averne uno. Una federazione fa sì che i cittadini, non i governi, divengano titolari di diritti e doveri comuni, sia quando si tratta di pagare le tasse sia quando si decide come spenderne i proventi. Lo sapevano già i fondatori. Dalla Ceca, che metteva in comune le fonti energetiche, alla Ced, che voleva unificare gli eserciti ma non ci riuscì: erano gli anni Cinquanta del Novecento, e, nonostante tutti i passi avanti, al momento delle decisioni essenziali siamo sempre lì.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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