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Cateno De Luca approda nel centrodestra. L’esordio a Roma con La Russa e ministri: “Chiamatemi Ulisse. Puntiamo al 3%”. E profetizza: “Voto il 9 e 10 maggio”

30 October 2026 at 07:46

A Cateno De Luca non manca certo un’ambiziosa spavalderia. “Non scelgo mai la strada del minimo sforzo e massimo risultato, e che ci volete fare sono un’Ulisse da questo punto di vista sì! Un Ulisse, sì!”, scalda la sala, ricordando il lungo percorso, che lo ha portato fino alla kermesse nella Capitale. Per celebrare l’approdo nel centrodestra di Sud Chiama Nord, formazione politica siciliana presieduta dall’ex 5 Stelle Laura Castelli, si è svolta una kermesse di assoluto primo piano con una tre giorni all’Hotel Massimo D’Azeglio a Roma, con la partecipazione dei principali ministri del governo Meloni. Da Crosetto, a Piantedosi, Da Lollobrigida a Pichetto Fratin e di viceministri e sottosegretari e che si è chiusa col videomessaggio del presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

“Siamo alla vigilia delle elezioni. Probabilmente le dimissioni (del governo Meloni, ndr) ci saranno dopo il ‘Milleproroghe’ per una questione anche tecnica e si voterà domenica e lunedì 9 e 10 maggio. Un election day con elezioni politiche ed elezioni comunali” afferma sicuro il leader di Sud Chiama Nord. Ad aprire la tre giorni il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, che molti indicano come uno degli sherpa che hanno lavorato all’approdo di De Luca nel centrodestra nazionale: “Mentre altri si dividono, si dividono, si frastagliano, noi ci allarghiamo senza fare ‘campi’ e questo allargamento con un movimento come Sud Chiama Nord per me è un motivo di orgoglio”.

Il partito guidato da De Luca, alle ultime elezioni regionali in Sicilia, prese il 25% e De Luca afferma “partiamo dal’1,5% ed è possibile arrivare e superare il 3%”. E la formazione siciliana riuscì nel 2022 ad eleggere un deputato, Francesco Gallo e una senatrice, Dafne Musolino, poi transitata in Italia Viva. Sud Chiama Nord è stata la prima formazione ad attivarsi, all’indomani dell’approvazione della nuova legge elettorale, ‘Melonellum’ o ‘Stabilicum’, formando una componente parlamentare all’interno del Gruppo Misto a Montecitorio attraverso il ‘prestito di un deputato da parte di Fratelli d’Italia e l’arrivo dal gruppo Misto dell’ex Fdi Manlio Messina, come vi avevamo già raccontato e che consentirà alla nuova formazione politica di raccogliere un numero inferiore di firme per la presentazione delle liste elettorali.

Il progetto ‘civico’ e di sindaci si contrappone a Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, che invece si posiziona nel centrosinistra, a cui Cateno De Luca riserva bordate: “civismo in provetta per un posto in Parlamento e noi diciamo No ed è stato il primo motivo per il quale non abbiamo accettato l’amore clandestino che ci ha proposto il centrosinistra”.

Ma Cateno De Luca ne ha anche per il leader di Futuro Nazionale. “Generale Vannacci non è assolutamente accettabile che tu diventi il generale delle stronz*****. Ogni cosa che dice, ogni ricetta che formuli è una stronz*****. E al partito dei caz******, c’è il partito del pragmatismo”.

In sala, nell’ultima giornata, ex leghisti come Mario Borghezio “non mi candido l’ho detto anche al generale” (Vannacci, ndr) e Paolo Grimoldi, oggi, alla guida di ‘Patto per il Nord’ a cui Cateno riserva parole al miele e citazioni di Gianfranco Miglio e una standing ovation per Umberto Bossi con l’annuncio “se lui vorrà” di una candidatura per il figlio Renzo. “La vostra è una scelta di campo e sono certa che gli italiani vi premieranno, Grazie e buon cammino” le parole di Giorgia Meloni. “Il ‘Campo largo’, grazie alla babele che rappresenta, politicamente, sicuramente, sarà un campo santo. Non ci sono discussioni su questo”.

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“Boia chi molla”, foto di Mussolini e fasci littori: in Lombardia le cene per la marcia su Roma. A Milano esponenti di FdI, Lega e Futuro nazionale

29 October 2026 at 14:22

Quattro cene, in Lombardia, per ricordare la marcia su Roma. Centinaia di nostalgici, tra cui alcuni esponenti politici locali, hanno voluto celebrare i giorni in cui le Camicie nere entrarono a Roma e quando, proprio il 28 ottobre del ’22, il governo Facta si dimise, aprendo la strada a Benito Mussolini grazie al diniego di Vittorio Emanuele III alla richiesta di firmare lo stato d’assedio. Quattro appuntamenti diversi, dunque: uno alle porte di Milano, a Zibido San Giacomo, uno a Pavia, uno a Brescia e uno a Salò con oltre 300 persone.

Camicie nere, sì, motti neofascisti come “boia chi molla”, cori, e poi lungo le pareti l’effigie del Duce, i fasci littori, l’aquila sul Tricolore. Nella trattoria Isola Fiorita, a due passi dal capoluogo lombardo, circa cento persone si sono ritrovate per festeggiare l’anniversario della data che ha permesso a Mussolini di arrivare al governo. Dietro l’organizzazione, ambienti di Futuro nazionale. In particolare il comitato 421 di Milano, il cui referente è l’avvocato Renato Maturo, già collaboratore di Ignazio La Russa, e lo storico esponente della destra sociale Roberto Jonghi Lavarini. Maturo, nei giorni scorsi, ha incontrato informalmente il candidato in pectore di Forza Italia a Milano, il sottosegretario Matteo Perego di Cremnago. E prima ancora il numero due di FnV, Massimiliano Simoni. Presenti, alla cena, anche alcuni esponenti locali di Fratelli d’Italia e Lega.

Da quanto apprende ilFattoQuotidiano.it, a mettere in piedi l’incontro pavese è stato Marcello Olivari, che risulta essere referente del comitato di Futuro nazionale di Codevilla, nonché esponente dell’area più ortodossa del partito (vale a dire, più a destra). Dietro la cena di Brescia, invece, ci sarebbe il dirigente di FnV Gianfranco Chiari, già fondatore dell’associazione Il Nord per Vannacci e, peraltro, vittima nei giorni scorsi di un’aggressione all’interno di un ristorante.

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La Russa: “La signora Ponzani ha fatto marcia indietro. Ritirare la querela? Ci penso”

27 October 2026 at 17:53

Lasciando l’assemblea di Sud Chiama Nord, ‘l’Italia dei territori’, il presidente del Senato Ignazio La Russa è tornato sulla vicenda della querela nei confronti della storica Michela Ponzani a seguito della polemica sulla sua ricostruzione relativa alla presenza di La Russa in scontri di piazza a Milano nel 1973: “Ho visto che ha fatto marcia indietro la Ponzani. Io non ho nemmeno partecipato alla manifestazione non autorizzata ammesso che tale fosse”.

”Ci penserò”, ha poi aggiunto il presidente La Russa, rispondendo ancora a chi gli chiedeva se avesse intenzione di ritirare la querela. “A dire il vero è professoressa a contratto, per questo non l’ho chiamata professoressa, altrimenti avrei dovuto dire professoressa a contratto… e poi l’ho chiamata signora, non mi sembra offensivo, ha detto che non vuole che io ritiro“.

“Noi capimmo subito essere quella una giornata trappola per creare incidenti, che l’Msi cercò di evitare in tutti i modi. E non potete neanche immaginare cosa rappresentò per l’Msi la morte di un agente di polizia, a margine di una sua manifestazione. Quelle foto che si vedono sono state fatte in Corso Monforte, non dove avvennero ahimè i contatti con quelle conseguenze drammatiche” della morte del poliziotto, ha sottolineato La Russa.

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Ponzani replica a La Russa: “Non ho alcuna intenzione di scusarmi. Gli storici non devono celebrare il potere”. E annuncia: “Ho sentito il mio avvocato”

27 October 2026 at 15:09

“La professoressa Ponzani non ha alcuna intenzione di scusarsi con il signor presidente del Senato“. La storica Michela Ponzani risponde così al presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha annunciato una querela nei suoi confronti dicendosi disposto a ritirarla soltanto in caso di scuse immediate. Ospite di Otto e mezzo, su La7, Ponzani, docente a contratto di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tor Vergata, rivendica la ricostruzione dei fatti del 12 aprile 1973 a Milano, quando un corteo neofascista vietato dalla Prefettura sfociò in violenti scontri durante i quali viene ucciso l’agente di polizia 22enne Antonio Marino. E avverte: “Se si vuol negare la storia, spiace dirlo per chi pensa di essere tornato ai tempi delle monarchie assolute, ma gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, devono casomai smontare le narrazioni di comodo. Questo è il nostro mestiere e io continuerò a farlo con tutti i mezzi a mia disposizione”.

La vicenda nasce dalle dichiarazioni della docente nella puntata del 22 ottobre della trasmissione condotta da Lilli Gruber. Commentando il nuovo decreto sicurezza del governo Meloni, approvato dopo i disordini di Milano del 17 e 18 ottobre, Ponzani ha osservato: “Io credo che se nel 1973, fosse stato approvato un decreto sicurezza come quello che viene discusso e approvato oggi, probabilmente noi oggi non avremmo un presidente del Senato“. La storica ha ricordato che quel giorno l’attuale seconda carica dello Stato si mise a capo di una manifestazione non autorizzata, organizzata dal Fuan, e che dall’interno del corteo partì il lancio di una bomba a mano che uccise un poliziotto di 22 anni. Parole che hanno provocato la reazione di La Russa, il quale ha dato mandato ai propri legali di procedere contro la docente per dichiarazioni giudicate “gravemente lesive” della sua onorabilità. Successivamente ha posto una condizione per rinunciare alle vie legali: “Sono pronto a rinunciare ad adire le vie legali qualora la signora Michela Ponzani chiedesse immediatamente scusa”.

La docente replica ribadendo: “La Russa era coinvolto perché era a capo di un corteo vietato dalla prefettura di Milano per motivi di ordine pubblico. Questa è cronaca riportata su varie fonti, noi storici lavoriamo con le fonti, non è che ci inventiamo le false notizie“. E aggiunge: “Se il presidente La Russa vuole querelare me, semplicemente per aver ricordato un fatto storico, deve querelare tutti gli autori di libri che parlano di questo fatto, deve querelare l’archivio centrale dello Stato che conserva ancora oggi la documentazione della questura di Milano e della prefettura di Milano, deve querelare i giornali dell’epoca che riportano fedeli le cronache di quel che accadde”.

La storica torna quindi sul cosiddetto Giovedì nero di Milano: Il 12 aprile 1973 La Russa era alla testa di un corteo neofascista vietato dalla Prefettura di Milano, durante il quale viene ucciso l’agente di polizia Antonio Marino, 22 anni, colpito da una bomba a mano. Per l’omicidio furono condannati i militanti neofascisti Vittorio Loi e Maurizio Murelli. Ignazio La Russa, all’epoca dirigente del Fronte della Gioventù, venne indagato, ma la sua posizione fu archiviata. Il fratello Romano viene processato e assolto. Su questo punto Ponzani sottolinea la distinzione tra la presenza alla manifestazione e la responsabilità per l’omicidio, precisando: “Io non ho detto che fu La Russa ad avere la responsabilità nell’omicidio, ho detto che era presente a quella manifestazione”. E ricorda che “i fascisti del Msi, del Fronte della Gioventù di cui La Russa era segretario, devastarono Milano con incidenti gravissimi“. La docente considera la minaccia di querela da parte di una delle più alte cariche istituzionali “una cosa gravissima” e “non una bella pagina per la democrazia”, per il rischio di mettere a tacere le voci critiche.

Poi arriva la domanda di Lilli Gruber: “La Russa ha detto ‘se la signora Ponzani si scusa immediatamente ritiro la querela’. Signora Ponzani, vuole scusarsi?”. La risposta della storica è accompagnata dall’annuncio di essersi già rivolta a un legale: “Io ho già sentito il mio avvocato Fabio Anselmo per tutelare quelle che sono le mie ragioni, quella che è la mia onorabilità, quella che è la mia professionalità”. Infine Ponzani replica anche al modo in cui La Russa si rivolge a lei, chiamandola “signora” anziché professoressa: “Vorrei ricordare al presidente del Senato della Repubblica italiana che i titoli accademici non si ereditano come i titoli nobiliari, costano tanta fatica, per le donne è ancora più faticoso raggiungere certe vette, quindi io pretendo che mi si riconosca almeno il titolo di professoressa universitaria“.

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La Russa ritirerà la querela contro Ponzani in cambio di pubbliche scuse: questa destra odia la memoria

27 October 2026 at 11:05

Il signor Ignazio Benito La Russa si è detto disponibile a ritirare la querela contro la “signora” Michela Ponzani in cambio di pubbliche scuse.

La professoressa, storica rigorosa e stimata dalla comunità scientifica per la sua serietà, ha respinto la richiesta, lo ha invitato a querelare, a confrontarsi in tribunale, e a chiamarla professoressa. Non sarà facile per il signor La Russa dimostrare la sua estraneità a quei cortei non autorizzati, compreso quello da dove partirono le bombe che colpirono l’agente Marino.

Sarà il caso di ricordare che il signor La Russa, insieme a Salvini, è stato tra i più attivi nel reclamare ed esibire le teste di Roberto Saviano e Sigfrido Ranucci. Telemeloni ha accolto le loro richieste, ma non sempre si può trovare un cortigiano pronto a inchinarsi. Quelle dichiarazioni la professoressa Ponzani le ha rilasciate durante la trasmissione “Otto e mezzo” condotta da Lilli Gruber, la replica non è stata oscurata, e la professoressa non farà un solo passo indietro.

Sara il caso di ricordare che questa destra odia la memoria, vuole cancellare la matrice, non casualmente proprio il signor La Russa ha più volte minacciato, deriso, diffamato il giornalista Paolo Berizzi, unico cronista sotto scorta in Europa per le minacce ricevute da gruppi nazifascisti. Berizzi ha il solo torto di ricordare ogni giorno le imprese, di ieri e di oggi, di chi non ha mai reciso il legame con Mussolini, Salo, Giorgio Almirante…

Se e quando vi sarà la prima udienza che vedrà di fronte il signor La Russa e la professoressa Ponzani, sarà nostro compito schierare la “scorta mediatica”, non solo per solidarizzare con chi ha respinto arroganza e intimidazione, ma anche per solidarizzare con la Costituzione antifascista.

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“Adda venì Vannacci”: chi è davvero il generale e perché una parte d’Italia lo aspetta? Dalla carriera militare alla Lega, il nuovo libro di Francesco Bonazzi indaga il fenomeno politico – L’estratto

27 October 2026 at 08:20

È in uscita il 27 ottobre per l’editore Aliberti Adda venì Vannacci. Chi è davvero il Generale e perché una parte d’Italia lo aspetta del giornalista Francesco Bonazzi. Dalla carriera militare ai rapporti con la Lega fino alla nascita di Futuro Nazionale, l’autore passa al vaglio le posizioni di Roberto Vannacci su sicurezza, famiglia, lavoro, immigrazione, Europa. In un ritratto tagliente e a tratti impietoso, in cui non si concedono scorciatoie nemmeno ai suoi avversari, mette alla prova quella promessa di buonsenso che attraversa i suoi discorsi. Per capirlo, sostiene Bonazzi, dargli del fascista non basta. Bisogna leggere ciò che scrive, osservare come si muove e guardare ai vuoti lasciati dalla politica che vorrebbe fermarlo. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto del volume:

Il dividendo dell’incertezza

Il fenomeno FN non è il trionfo della destra identitaria e non è neppure portatore di una qualche identità, come si cerca di far credere. V si piazza a gambe divaricate, sia fisicamente che idealmente, al centro di mille paure fomentate negli anni e indica un nuovo percorso politico e di conquista del potere alla nuova destra nazionalista e xenofoba. La destra di FN è orgogliosa, muscolare, giovane, senza grossi scheletri negli armadi e si rivende come la destra autentica e senza filtro che scaccia la falsa destra accomodante e imborghesita. V è la moneta cattiva che tenta di scacciare la moneta buona, come nella legge di Gresham.

O, se si vuole essere più brutali, come la nuova agenzia di vigilanza che viene ingaggiata dopo che quella presente non ha “performato” in modo adeguato.

In tutti questi mesi V ha tentato di accreditarsi sul mercato dell’offerta politica come la risposta baldanzosa e movimentista, a tratti persino spiritosa e futurista, alla destra grigia di Giovambattista Fazzolari, alla destra familista di Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, alla destra nepotista di Ignazio La Russa, alla destra inefficiente e tromboneggiante di Adolfo Urso, alla destra delle circolari torve e vagamente inquisitorie del ministro Giuseppe Valditara e a quella dandy e leggiadra di Alessandro Giuli.

V è la naturale evoluzione del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’eroe della campagna vaccinale, che tutto può e tutto risolve in un delirio di paure inedite e tecnocrazie in divisa, innescato da una classe politica inetta e che non vuole assumersi delle responsabilità che teme essere impopolari.

V è la prosecuzione sui social media del mitico onorevole Giuseppe Tritoni di Vogliamo i colonnelli, impersonato da Ugo Tognazzi. Più che un’identità, la sua destra è un eterno ritorno, una reincarnazione dell’uomo forte, perfetto per un popolo che forse è stato più mussoliniano che realmente fascista. Un popolo che oggi è in una certa misura già pronto a diventare vannacciano.

V pilota con fiero cipiglio questa nuova destra che si proclama efficiente e identitaria, ha gli stivaloni ben piantati nella tradizione italica più retorica e autocompiaciuta,

ma fonda il suo sistema di valori su una categoria farlocca come il concetto di identità e su un’elaborazione teorica debole o inesistente. Questa famosa identità esiste? Non esiste? Alla fine poco importa. Tanto serve solo a escludere.

L’identità e la sua estrema difesa diventano la giustificazione di ogni deriva securitaria, di ogni xenofobia, di ogni pulsione razzista e della fatidica remigrazione.

Senza la bandierina della «nostra identità» restano sul campo, nudi e impresentabili come il culo della scimmia, razzismo, discriminazioni e gli abusi di potere in divisa dell’ICE (Immigration and customs enforcement). Alla fine, come recita uno slogan di chi si è opposto alla polizia speciale di Trump «Police everywhere, justice nowhere» («polizia ovunque, giustizia da nessuna parte»). Vogliamo arrivarci anche in Italia?

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La Russa querela la storica Ponzani per un intervento in tv. Conte: “Ritiri, i fatti sono accertati”. Pd: “Dovrebbe tutelare la libertà di espressione”

25 October 2026 at 17:19

Ignazio La Russa annuncia un’azione giudiziaria contro una storica per un intervento in tv sull’ultimo decreto Sicurezza e sul passato politico della seconda carica dello Stato. Il presidente del Senato ha dato mandato ai legali di querelare Michela Ponzani che a Otto e mezzo, su La7, ha rievocato il Giovedì nero di Milano del 12 aprile 1973: una manifestazione dell’estrema destra non autorizzata durante la quale una bomba a mano uccise l’agente di polizia Antonio Marino, 22 anni. Con le nuove norme approvate dal governo Meloni, il succo, non avremmo La Russa presidente del Senato perché quel giorno si mise a capo della manifestazione. Pd e Movimento 5 Stelle chiedono che La Russa ritiri la querela.

Il 12 aprile 1973, a Milano, i vertici del Msi organizzarono una manifestazione nonostante il divieto imposto dalle autorità per ragioni di ordine pubblico. Tra i protagonisti anche La Russa, allora responsabile cittadino del Fronte della Gioventù. Il corteo degenerò in violenze e scontri con le forze dell’ordine. Furono lanciate due bombe a mano: una ferì un passante e un poliziotto, l’altra colpì mortalmente l’agente. Per l’omicidio furono condannati in via definitiva i militanti neofascisti Vittorio Loi e Maurizio Murelli. Per Emiliano Arrigo, portavoce di La Russa, dagli atti giudiziari risulterebbe “non soltanto l’assenza di qualsiasi sua responsabilità in relazione a quella tragica vicenda, ma persino alla semplice ipotesi di manifestazione non autorizzata”. A conferma di ciò, aggiunge, il presidente del Senato può vantare “un certificato penale intonso”.

“Invito il presidente La Russa a ritirare la querela annunciata”, chiede Giuseppe Conte. “Chi ha ruoli di grande responsabilità istituzionale non può scagliarsi contro una storica che esprime un giudizio negativo sull’ennesimo decreto sicurezza partorito dal Governo ed espone un più ampio ragionamento evocando il Giovedì nero di Milano. I fatti sono peraltro accertati da tempo: a capo del corteo non autorizzato che si tenne il 12 aprile 1973, a Milano, c’era anche Ignazio La Russa, all’epoca leader del Fronte della Gioventù di Milano, insieme ai vertici del Msi. Quella parata divenne l’occasione per compiere atti di aggressione e di teppismo da parte dei gruppi più estremisti della destra eversiva, in un clima sociale fortemente incandescente”. Il ‘potere di turno’, aggiunge l’ex premier, “lasci al dibattito storico, oltreché politico, la libertà di discutere liberamente senza subire intimidazioni. La conversione alla democrazia va dimostrata nei fatti!”.

Solidarietà alla storica arriva anche dal Pd. I senatori Dario Parrini, Francesco Verducci e Walter Verini definiscono l’annuncio della querela “un atto grave e infondato” e ricordano che la libertà di ricerca e di discussione pubblica è un principio fondamentale della democrazia. “È un triste giorno quello nel quale il Presidente del Senato annuncia una querela contro una storica di valore” che “ha ricordato, correttamente, una pagina buia della storia italiana. Anche il gruppo dem alla Camera contesta l’iniziativa: “La seconda carica dello Stato dovrebbe essere la prima a tutelare la libertà di ricerca e di espressione“.

Al fianco di Ponzani si schiera infine Differenza Donna, che denuncia il rischio di intimidazioni nei confronti di chi ricostruisce pagine scomode della storia italiana. “La ricerca storica non può essere sottoposta al controllo delle autorità politiche”, afferma l’associazione. “Come associazione femminista e transfemminista, conosciamo i meccanismi attraverso i quali si tenta di delegittimare la parola delle donne quando esercitiamo la libertà di parola esprimendo i saperi, quando interroghiamo il potere e mettiamo in discussione le narrazioni dominanti. La democrazia fondata sull’antifascismo ha il dovere di custodire la memoria, non di sottrarla al confronto pubblico”. La conclusione: “La storia non si querela”.

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