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La decisione su Youssef Siher, la reazione di Meloni, il senso della separazione tra accusa e giudizio

29 October 2026 at 10:00

Youssef Siher esce dal carcere di San Vittore, Milano (Italy) October 28 2026 (Photo Claudio Furlan/LaPresse) Youssef Siher leaves San Vittore Prison in Milan (Italy) on October 28, 2026 (Photo by Claudio Furlan/LaPresse)

Nella newsletter di ieri avevo formulato osservazioni critiche sulla richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare nei confronti di Youssef Siher, che avevo definito «il malintenzionato». L’ordinanza della gip di Milano Tiziana Landoni lo ha rimesso in libertà, suscitando la reazione della presidente del Consiglio, che ha deplorato la decisione come «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni».

È un’argomentazione che fa dubitare della sua piena consapevolezza nel sostenere, in passato, la separazione delle carriere tra il magistrato che accusa e il giudice chiamato a decidere.

Youssef Siher è ascrivibile alla categoria dei nemici dell’Occidente e della democrazia. Le sue affiliazioni politiche non lasciano dubbi: ha aderito al nucleo milanese dei Giovani Palestinesi d’Italia ed è in relazione con il movimento anti-israeliano BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), il Fronte della Gioventù Comunista, comitati sindacali di base di Firenze e Brescia, centri sociali del Nord-Est e altre sigle dello stesso genere.

Si può non condividere nulla di ciò che Siher pensa – e mi auguro siano in pochi a farlo. Si può trovare ambiguo o peggio il vademecum che invitava a «provare a sfondare» i cordoni di polizia, anche se non suggeriva di opporre resistenza ma di arretrare. Ma la responsabilità penale è personale, la libertà personale è inviolabile e il carcere prima del processo richiede indizi gravi. Se la Procura li ritiene presenti, ha un rimedio: l’impugnazione, come Meloni sa.

La giudice non ha assolto Siher. Ha respinto la convalida del fermo e la richiesta di custodia cautelare, ritenendo che mancassero un concreto pericolo di fuga e gravi indizi per i reati contestati. Ha lasciato espressamente aperta la possibilità di ulteriori acquisizioni investigative. L’indagine può proseguire. La privazione della libertà deve avere, già oggi, una giustificazione.

Ieri Il Giornale ha rivelato che la gip Tiziana Landoni aveva firmato, nel settembre 2025, l’Appello dei giuristi per Gaza promosso da “Giustizia Insieme”, dove si legge che «di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione». Questo ha rafforzato i sospetti di parzialità da parte della destra. Però nello stesso elenco dei 3.135 firmatari compariva anche Francesca Crupi – Procura Milano, cioè la pubblico ministero che ha chiesto il carcere per Siher. Accusa e giudice hanno firmato lo stesso testo e sono arrivate a conclusioni opposte. La duplice firma non prova niente.

Semmai pone una domanda che la cultura liberale ha rivolto spesso ai magistrati: è opportuno che firmino appelli pubblici su temi che dividono l’opinione pubblica? Il testo di “Giustizia Insieme” chiede di leggere in aula lo Statuto della Corte penale internazionale. Un’altra corte, la Corte europea dei diritti dell’uomo, ripete da decenni che la giustizia non deve solo essere imparziale, deve anche apparire tale. L’imparzialità percepita è un bene fragile, e chi indossa la toga dovrebbe custodirlo con una certa avarizia. Vale per la pm come per la gip.

La presidente del Consiglio ha pieno diritto di contestarne le decisioni. Ma presentare il controllo giudiziario come una mortificazione di chi protegge i cittadini significa mettere sotto accusa la funzione stessa della garanzia. La regola liberale è altra: indicare un passaggio, discuterne la logica, domandare se gli elementi siano stati valutati correttamente.

La magistratura non è sottratta al giudizio pubblico, ma chi sostiene la terzietà del giudice deve accettarne le conseguenze quando il giudice dice di no alla Procura. Altrimenti la separazione tra accusa e giudizio si riduce a una formula da pronunciare soltanto nei processi che coinvolgono persone politicamente vicine.

Uno Stato liberale protegge i negozi dalle devastazioni, gli agenti dalle aggressioni e gli indagati dalle detenzioni prive dei presupposti di legge. Deve fare tutte queste cose insieme. Il giudice che verifica quei presupposti esercita un potere di controllo indispensabile anche quando la sua decisione irrita il governo. È soprattutto allora che l’indipendenza smette di essere una parola cerimoniale e diventa una garanzia concreta.

Sullo stesso tema, leggi gli articoli di Carmelo Palma e di Mario Lavia.

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L’economia cresce, ma Sánchez rischia nella sfida fra stabilità e precarietà

29 October 2026 at 06:09

Spanish Prime Minister Pedro S‡nchez addresses lawmakers about the situation in Ceuta, the Spanish exclave in North Africa facing a migrant crisis, during a session of Parliament in Madrid, Thursday, Sept. 3, 2026. (Fernando S‡nchez/Europa Press via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La tragedia ferroviaria spagnola di ieri, la seconda del genere nel giro di pochi mesi, ha riportato la Spagna in prima pagina sui giornali di tutto il mondo e ha gettato una triste ombra sulla campagna elettorale in vista del 29 novembre. La Spagna vi si avvicina con un paradosso: una delle economie più dinamiche del continente potrebbe mandare a casa il governo che l’ha guidata. Pedro Sánchez ha risultati da rivendicare, ma i sondaggi indicano come possibile una maggioranza fra il Partido Popular e la destra radicale di Vox. Prima di parlare di ingratitudine degli elettori, occorre capire quanto la crescita abbia migliorato la loro vita e quanta fiducia conservino in chi li governa.

I risultati economici sono reali. Secondo gli ultimi dati dell’istituto statistico spagnolo, il Pil è cresciuto del 3,7 per cento nel 2024 e del 2,6 nel 2025. Per quest’anno la Banca di Spagna prevede un altro 2,6 per cento. Una performance superiore a quella delle maggiori economie dell’eurozona, che sarebbe scorretto liquidare come propaganda socialista. Sarebbe altrettanto sbagliato attribuirla interamente a Sánchez: vi hanno contribuito imprese, lavoratori, risorse europee e condizioni favorevoli alla specializzazione produttiva del Paese.

È utile chiedersi di chi sia davvero il merito di quel miracolo. Secondo Funcas, il principale centro studi economici spagnolo, quasi metà della crescita tra il 2022 e il 2025 si spiega con l’aumento della popolazione, cioè con l’immigrazione. Un elemento che dovrebbe mettere in difficoltà molte retoriche nazionaliste. Il Fondo monetario internazionale stima che abbia contribuito a circa tre quarti dell’aumento dell’occupazione fra il 2022 e il 2025. In una società che invecchia, i nuovi lavoratori producono, consumano e versano contributi. La Banca di Spagna ne rileva un apporto positivo anche alla crescita del prodotto per abitante: non si tratta soltanto di ingrandire l’economia aumentando la popolazione.

Hanno contato anche l’energia meno cara grazie alle rinnovabili, che ha permesso all’industria di crescere, e le esportazioni di servizi non legati al turismo. Ci sono poi i fondi europei. Il governo può rivendicare scelte precise, a cominciare dalla riforma del lavoro. Secondo una valutazione della Commissione europea, dall’inizio del 2022 la quota di occupazione temporanea è scesa di oltre dieci punti percentuali. Questo non significa che la precarietà sia scomparsa, ma dimostra che una politica pubblica può migliorare la stabilità dei rapporti di lavoro senza impedire la crescita dell’occupazione.

Il confronto con l’Italia aiuta a misurare anche i risultati salariali. Fra il 2020 e il 2025, nelle serie OCSE delle retribuzioni medie lorde equivalenti a tempo pieno, l’aumento è stato di circa il 27 per cento in Spagna e del 20 per cento in Italia. Nello stesso periodo i prezzi al consumo, misurati dall’indice armonizzato, sono saliti rispettivamente di circa il 22 e del 21 per cento. Correggendo quelle retribuzioni per questi rincari, emerge un guadagno di potere d’acquisto vicino al 4 per cento in Spagna e una lieve perdita, intorno all’uno per cento, in Italia.

Sono medie, non gli aumenti ricevuti da ogni lavoratore. E tuttavia, il vantaggio spagnolo resta significativo. La ripresa ha raggiunto anche le retribuzioni; il problema è che un miglioramento medio e moderato può convivere con difficoltà molto pesanti per alcuni gruppi sociali.

La casa è il caso più evidente. Un giovane può trovare un impiego più stabile ma continuare a non potersi permettere un appartamento. Il Fondo monetario internazionale segnala che nelle aree più esposte prezzi e affitti sono cresciuti più rapidamente dei redditi. L’inflazione generale, inoltre, non misura pienamente questa barriera: il prezzo di acquisto di una casa non entra nel paniere dei consumi come quello del pane o dell’elettricità.

Anche qui il confronto italiano è istruttivo. Vive in un’abitazione di proprietà del proprio nucleo familiare circa il settantaquattro per cento degli spagnoli e il settantasette per cento degli italiani. Entrambi sono Paesi con una proprietà abitativa molto diffusa. Ma queste percentuali comprendono i figli adulti rimasti nella casa dei genitori: descrivono la condizione abitativa della famiglia, non l’autonomia economica dei suoi componenti. Un Paese di proprietari può essere contemporaneamente un Paese nel quale i giovani faticano a diventarlo.

La stessa crescita può accentuare la divisione. Più occupati, più residenti e più domanda aumentano la pressione sugli alloggi quando l’offerta non tiene il passo. Chi possiede un immobile vede salire il valore del patrimonio; chi cerca un affitto rischia di spendervi l’intero aumento dello stipendio. Abitano nella stessa economia, ma ne ricevono benefici diversi.

Neppure il richiamo ai fondi europei basta a spiegare la distanza fra Spagna e Italia. Il PNRR ha sostenuto entrambe. Nelle considerazioni del maggio scorso, il governatore della Banca d’Italia ha stimato che le spese effettuate abbiano innalzato il livello del prodotto annuale italiano di quasi un punto percentuale, in media nel quinquennio 2021-2025. Senza quel sostegno, anche la nostra economia sarebbe stata più debole.

Resta il giudizio politico. Gli elettori non votano soltanto sulla crescita: valutano affidabilità, correttezza e capacità di governo. Le inchieste per presunta corruzione, da distinguere sempre dalle condanne, hanno logorato Sánchez. José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti e uomo forte del partito, è stato condannato a ventiquattro anni di carcere. L’estate ha poi portato la crisi di Ceuta, con circa ottantamila migranti arrivati nell’enclave. È stato un regalo politico enorme per chi chiede “prioridad nacional”, cioè la precedenza agli spagnoli nell’accesso a sussidi e case popolari. La frammentazione dei suoi appoggi parlamentari ha ristretto lo spazio d’azione.

Per un elettore italiano c’è poi un dettaglio quasi incredibile. Nella legislatura iniziata nel 2023 il governo non ha presentato alle Cortes un nuovo progetto di bilancio: lo Stato funziona con la proroga dei conti precedenti, che in Spagna non ha scadenza. Da noi l’articolo 81 della Costituzione limita l’esercizio provvisorio a quattro mesi. Possiamo lamentarci delle manovre scritte all’ultimo minuto, ma almeno siamo obbligati a scriverle. Governare a lungo senza maggioranza costa in trasparenza e in legittimità, e i buoni risultati economici non cancellano questa anomalia istituzionale.

Javier Cercas, scrittore e intellettuale di riferimento per la cultura liberale contemporanea, offre un criterio utile per orientarsi. Ha criticato duramente Sánchez e la tentazione di rispondere agli scandali denunciando complotti e attaccando chi controlla il potere. Nello stesso tempo difende l’accoglienza degli immigrati e combatte il nazionalpopulismo. Sono posizioni coerenti: chiedere conto alla sinistra dei suoi errori non obbliga a concedere credito alla destra radicale.

La domanda spagnola riguarda dunque anche noi: come trasformare la crescita in autonomia personale, sicurezza materiale, e fiducia democratica? Sánchez ha meriti che i suoi avversari dovrebbero riconoscere e responsabilità alle quali non può sottrarsi. Agli elettori non basta sapere che il Paese cresce: vogliono potervi costruire una vita migliore.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Tutti i trucchi Trump per le elezioni, e manca ancora una settimana

27 October 2026 at 10:24

President Donald Trump arrives to speak during a campaign rally at McMorran Place Sports and Entertainment Center, Sunday, Oct. 25, 2026, in Port Huron, Mich. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

In Alaska si vota già, ma la certificazione dei risultati dipenderà dal vincitore. È la premessa della causa del Dipartimento della Giustizia, che chiede a un giudice federale di bloccare, a certe condizioni, la certificazione dell’elezione al Senato se il repubblicano Dan Sullivan dovesse perdere. Trump ha rivendicato l’iniziativa: «Sono stato io a dire di farlo». Non è un’ipotesi sulle sue intenzioni, è una sua dichiarazione.

Il pretesto è un omonimo sulla scheda, Daniel J. Sullivan Jr., insegnante in pensione di Petersburg, che secondo l’amministrazione potrebbe sottrarre voti al senatore e favorire la democratica Mary Peltola. La richiesta: se Sullivan perde e con i voti dell’omonimo avrebbe vinto, la certificazione va rinviata in attesa di un’«indagine» sulle intenzioni degli elettori. Come si accerti, a voto concluso, che cosa pensasse chi ha votato in segreto, la causa non lo spiega.

Il problema è già stato affrontato da chi ne ha la competenza: lo Stato e i suoi tribunali. Il procuratore generale Todd Blanche sostiene che il dipartimento non voglia impedire né il voto né la certificazione, ma solo conservare le schede per eventuali verifiche. Lisa Murkowski, senatrice per l’Alaska, che pure sostiene Sullivan, ha scritto che il dipartimento «non avrebbe mai dovuto presentare questa causa». Nessuna elezione è stata annullata, ma l’esecutivo cerca di ostacolare la proclamazione di un risultato che non gli piace. E fin qui…

Andiamo avanti. Il «Trump dividend» promette cinquemila dollari a ogni adulto americano, se i repubblicani manterranno Camera e Senato. Trump dice di non vedere l’ora di «firmare quegli assegni», ma il conto sarebbe dello Stato: circa 1.200 miliardi di dollari secondo Reuters, e serve il Congresso. È un ricatto collettivo: se volete il dividendo, votate per i miei. Noi la chiameremmo «tangente politica». Sul piano giuridico è la faccenda discutibile, perché il beneficio andrebbe anche a chi vota democratico o non vota. Sul piano politico, però, racconta una Repubblica in cui il presidente mette la mano nel portafoglio dei cittadini.

Più brutale il messaggio ai veterani, alle famiglie e ai civili avvelenati dall’acqua di Camp Lejeune, che dal 2022 hanno presentato oltre 550mila richieste di risarcimento. Trump promette di chiudere presto quelle «legittime» se i repubblicani conserveranno il Congresso: «Se non vinciamo, non ci sono soldi». Ma i risarcimenti sono previsti da una legge bipartisan del 2022 e pagati con fondi già stanziati. Un diritto presentato come premio per la vittoria di un partito.

In Kansas la logica è la stessa. Trump ha già concesso la deroga per la benzina E15 tutto l’anno, ma lega la promessa di renderla permanente alla rielezione del senatore Roger Marshall: «Se vince Adam Hamilton, non lo faccio. Lo faccio solo per lui». Una scelta energetica diventa premio per chi vota repubblicano e punizione per un intero Stato se vota democratico.

Resta il denaro privato. Secondo Judd Legum, il No Going Back Pac (comitato per la raccolta dei fondi elettorali) costola del super Pac Maga Inc., ha speso circa 2,4 milioni di dollari per uno spot contro la democratica Kathy Castor, accusata di aver acquistato in passato azioni di Blackstone. Quanto? Meno di quindicimila dollari. Teniamo presente che fra i maggiori finanziatori di Maga Inc. c’è Stephen Schwarzman, cofondatore e amministratore delegato di Blackstone, con dieci milioni. Trump stesso ha posseduto azioni della società per 1,35-2,93 milioni.

Gli episodi hanno solidità diversa ma vanno nella stessa direzione: risorse pubbliche presentate come favori, decisioni amministrative usate per premiare e punire, apparati dello Stato chiamati a proteggere il potere, fedeltà personale come misura del merito.

Una democrazia si fonda su due pilastri: chi governa può perdere il potere, e chi vota contro il governo mantiene gli stessi diritti di chi lo sostiene. L’Alaska mette alla prova il primo, Camp Lejeune e il Kansas il secondo. Lo stato di diritto inizia dove finisce la pretesa del potere di decidere per chi le leggi debbano valere. Negli Stati Uniti non è più così sicuro.

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La Serbia ha voltato pagina, ora vediamo che cosa riuscirà a scriverci

27 October 2026 at 06:06

People celebrate outside the National Assembly, after Aleksandar Vucic, leader of the right-wing Serbian Progressive Party (SNS) conceded defeat in the parliamentary election in Belgrade, Serbia, Sunday, Oct. 25, 2026. (AP Photo/Armin Durgut) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Il 25 ottobre, la Serbia ci ha fatto una bella sorpresa. La Lista Studenti ha ottenuto circa il 52-53 per cento dei voti e la maggioranza assoluta in Parlamento, con un’affluenza record vicina al settanta per cento. Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta: dopo quattordici anni di potere, un ciclo si è chiuso con il voto, non con la forza. Il Paese ritrova una prospettiva democratica concreta e, con essa, una possibilità concreta di riaprire il dialogo con l’Europa.

Bruxelles ha reagito subito e con calore. Ursula von der Leyen e António Costa si sono congratulati con la Lista e hanno offerto sostegno alle riforme su stato di diritto, libertà dei media e lotta alla corruzione. La commissaria Marta Kos ha parlato di «nuovo capitolo» e di porta aperta. Non sono solo parole di circostanza: il negoziato di adesione era fermo dal 2021, con 22 capitoli aperti su 35 e due soli chiusi. Rimosso l’ostacolo politico rappresentato da Vučić, le condizioni di partenza cambiano.

Il nodo più controverso resta il rapporto con la Russia. Vučić, alleato storico di Putin, ha denunciato interferenze europee e un deep state americano anti-Trump, e ha previsto sanzioni contro Mosca entro la primavera 2027. Alcuni media russi e filo-russi hanno ripreso la narrazione, presentando la Lista come appaltatrice di interessi occidentali.

Dall’altro lato non sono mancate le critiche alla Lista, accusata di non prendere le distanze dal Cremlino. Sulla politica estera il programma è pragmatico. Secondo il Foreign Policy Forum e i testi ufficiali, la Lista mantiene la neutralità militare proclamata nel 2007; vuole «preservare il partenariato tradizionale» con Mosca, soprattutto per il coordinamento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’integrità territoriale serba, cioè il Kosovo; si oppone alle sanzioni, giudicandole controproducenti alla luce dell’esperienza serba degli anni Novanta. Allo stesso tempo riafferma l’integrità territoriale dell’Ucraina, sostiene una soluzione pacifica del conflitto e privilegia il partenariato economico con gli Stati membri UE, lasciando l’eventuale adesione a un referendum, senza chiudere porte. Il Times ha notato che in campagna ha evitato di alienarsi un’opinione pubblica storicamente simpatetica con Mosca, ma ha anche riportato le critiche di candidati come l’ex governatore della Banca centrale Dejan Šoškić all’ingerenza di Putin a favore di Vučić.

Tra i sostenitori europei degli studenti c’è Sandro Gozi, segretario generale del Partito Democratico Europeo ed eurodeputato di Renew Europe. Il PDE è stato al fianco degli studenti per tutta la durata delle proteste e ha sostenuto la candidatura del movimento al Premio Sakharov. A settembre dello scorso anno Gozi era a Belgrado, e all’Europe House ha definito i giovani serbi «la nuova generazione di democratici che rappresentano la speranza europea della Serbia». Dopo il voto ha scritto che la vittoria è «il frutto di un’intera generazione di giovani» capace di convincere cittadini di ogni età che il cambiamento era possibile, e che, dopo la sconfitta di Orbán in Ungheria, «anche Belgrado invia un chiaro messaggio all’Europa».

I media più autorevoli (Guardian, Financial Times, Reuters, BBC) hanno letto il voto come un segnale di vitalità democratica nei Balcani, paragonabile alla caduta di Viktor Orbán, mentre le cautele sul filo-russismo sono rimaste secondarie. Ed è giusto così: a essere stato mandato a casa è il putiniano Vučić, simbolo di un potere personalizzato e di una corruzione endemica, sconfitto da una mobilitazione civica senza precedenti. Le ambiguità in politica estera sono reali e riflettono vincoli strutturali (energia, opinione pubblica, Kosovo), ma non cancellano il significato democratico del risultato.

Il programma su magistratura indipendente, lotta alla corruzione, liberazione dei media pubblici e de-partitizzazione delle istituzioni coincide con i temi su cui Bruxelles insiste da anni senza risultati strutturali. Se il nuovo governo produrrà risultati misurabili, lo sblocco dei negoziati diventerà possibile. Il vero banco di prova è ora la capacità di formare un esecutivo e di tradurre le promesse in fatti.

Per questo credo che Nona Mikhelidze, ricercatrice senior presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), abbia indicato il taglio giusto: «Prima ancora che una questione di schieramenti internazionali, è una questione di principi. Ridurre tutto alla domanda “sono antirussi?” significa ignorare la questione più importante – quale modello di società e di potere vogliono affermare? Perché il punto non è stabilire se un movimento sia filorusso o antirusso. Il punto è capire da che parte stia rispetto alla libertà, alla democrazia e alla responsabilità del potere. È solo partendo da questi principi che, semmai, si può capire se sia filorusso oppure no».

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin

21 October 2026 at 11:37

Figures depicting US President Donald Trump and Russian President Vladimir Putin, right, are displayed at Marienplatz square, as part of a protest against fossil energy by the environment organisation Greenpeace during the Munich Security Conference in Munich, Germany, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.

Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.

Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.

Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.

Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.

Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.

Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».

Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.

I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.

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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

21 October 2026 at 06:39

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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La strada che porta a sinistra (e a destra) è pericolosa, liberali e riformisti ne traggano le conseguenze

19 October 2026 at 06:15

Tre

Dopo il dibattito di mercoledì scorso sulle comunicazioni del governo in vista del Consiglio Europeo, un vento chiarificatore ha tolto le ultime nuvole sulle scelte che liberali, radicali, riformisti e democratici, insomma gli avversari del bipopulismo, il termine coniato da Linkiesta, hanno davanti alle elezioni.

Il fatto nuovo è che tutti i gruppi della sinistra si sono per la prima volta uniti sulla consapevolezza che l’unica cosa che possono proporci è «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: per la prima volta hanno concordato che ciascuno avrebbe votato la propria risoluzione e si sarebbe astenuto su tutte le altre. L’uso del condizionale è dovuto al fatto che, una volta approvata la risoluzione della maggioranza, che prudentemente – immagino – le opposizioni hanno lasciato presentare per prima, tutte le altre sono decadute. Ma il fatto politico resta e dipinge il colore della prossima coalizione di sinistra: un grigio tendente al rossobruno.

Ovviamente la questione di fondo, non soltanto della discussione dell’altra settimana, ma delle future elezioni, sarà la collocazione internazionale dell’Italia, con le conseguenze che conosciamo su tutta l’attività del governo. Come sappiamo, non è stato finora possibile sanare le profonde differenze fra le posizioni del Pd a sostegno della resistenza ucraina e dell’invio di armi all’esercito di Kyjiv, e quelle del Movimento 5 stelle col suo «pacifismo» disarmato, ma non disarmante la Russia. È un contrasto che non può risolversi senza il cedimento o di Giuseppe Conte o di Elly Schlein, e il fatto che la decisione sia rimessa alle primarie del Campo Largo è comunque garanzia di un solo esito in caso di vittoria elettorale: confusione, ambiguità, governo soggetto a spinte antieuropeiste e parallelo rafforzamento del coacervo trumputinista delle ali estreme della destra e della sinistra europea.

Conte, come ho scritto altre volte, a differenza di Schlein vince anche se perde le elezioni, o almeno di questo è convinto: è leader incontrastato del suo partito, non teme di essere sbalzato di sella, e una rottura col Pd non inciderebbe negativamente sul risultato elettorale del Movimento 5 stelle, anzi. Tutto il contrario per Schlein. Questo gli rende più facile mostrarsi – fingere di farlo – all’elettorato dei gazebo e più tardi della sinistra come facilitatore di una convergenza delle diverse posizioni. Soprattutto ora che la sua idea – o provocazione – di trovare un candidato di mediazione è stata respinta da Schlein, ben decisa a proporsi in prima persona come ha confermato ieri all’assemblea Pd.

L’analisi delle contraddizioni interne al documento presentato dai Cinquestelle in Parlamento ci aiuta a capire a quali mostruosità di sintassi politica porti questo progetto di Conte.

Nella risoluzione a prima firma Luca Pirondini presentata al Senato, i Cinquestelle dichiarano di volere un’Europa che tenga testa a Donald Trump (come il Pd), ma si guardano bene dal mettere a sua disposizione gli strumenti per farlo. Dichiarano (come il Pd) che l’interesse italiano si realizza all’interno di quello europeo, che l’integrazione va difesa dalle pressioni esterne e dai ripiegamenti nazionalisti; poi, però, arriva l’Ucraina e qui il sostegno militare europeo diventa responsabile di allontanare la pace.

Propongono un mediatore europeo (come il Pd) e rinviano a una conferenza di pace, ma non spiegano come convinceranno Vladimir Putin a concluderla con un accordo rispettoso dell’indipendenza ucraina. Che fare se Putin insiste, come conferma quotidianamente, nel volere tutto il Donbas e pensa di ottenere di più continuando a bombardare un nemico disarmato?

La stessa ambiguità riguarda la difesa europea. Il Movimento 5 stelle chiede una «vera difesa comune europea» (come il Pd) ma fuori dalla Nato e senza riarmo, e denuncia la «parabola bellicista tracciata dall’Unione europea».

In sintesi, su quella che definisce «la guerra russo-ucraina», il Movimento 5 stelle è isolato rispetto a tutta la sinistra europea: Socialisti, Verdi e liberali, come il Pd, il Psoe e la Spd, hanno sostenuto l’Ucraina, pur con differenze tra loro, ma senza mettere in dubbio il nesso tra aiuto militare e negoziato. Le posizioni vicine a quelle del M5S stanno altrove: nelle destre sovraniste che parlano di «pace» per significare resa, in settori dei Patrioti, in Viktor Orbán, in AfD. Non sarà una complicità, ma è una convergenza oggettiva, e un movimento che si dice progressista dovrebbe chiedersi come mai si ritrova lì.

Anche su Israele e Palestina le posizioni di Cinquestelle e Pd prima si accostano e poi divergono. La risoluzione Pirondini chiede il riconoscimento immediato dello Stato palestinese (come il Pd), ma «quale Stato democratico e sovrano», formula che il Pd non ha mai espresso, credo e spero: in Cisgiordania non si vota per le politiche dal 2006 e Abu Mazen governa per decreto dal 2009. Di più: si chiedono restrizioni all’ingresso nell’Unione per chiunque abbia prestato servizio nelle forze armate israeliane dall’inizio del conflitto, una sanzione collettiva che colpirebbe anche chi ha manifestato contro Benjamin Netanyahu e che stride fastidiosamente con il diritto internazionale cui la risoluzione si richiama.

Di fronte a questo centrosinistra, i gruppi politici che si collocano contro il bipopulismo credo abbiano chiaro che una sua vittoria rappresenterebbe un cappottamento di tutta la storia politica italiana di ispirazione liberale, socialista, popolare, democratica. L’alternativa che si presenta oggi è quella, finora perseguita con coerenza, di costruire una lista che abbia la forza elettorale di contrapporsi a entrambi gli schieramenti, tanto da precludere loro l’accesso al premio di maggioranza. In questo caso si torna al sistema proporzionale puro che ci ha accompagnato dal 1948 al 1992, dove i governi si formano in Parlamento e le forze centriste moltiplicano il loro potere di determinare programma e compagine di governo.

Il rischio è di non avere questa forza, e molto dipenderà da come sapranno muoversi Carlo Calenda con Azione per convincere gli elettori liberali e moderati cui si rivolge, e Pina Picierno con Spazio Pubblico per conquistare un nuovo elettorato proveniente dal mondo liberale progressista (radicale o liberal-socialista) e dal riformismo ancora interno al Pd o già lontano da un partito visto come troppo incline al massimalismo e troppo vicino ai Cinquestelle.

Dell’altro corno dell’alternativa ha già cominciato a parlare Luigi Marattin, col suo piccolo e diviso Pld (il presidente Andrea Marcucci ha preso le distanze dal segretario), che guarda a un’alleanza col centrodestra formato da Meloni e senza Roberto Vannacci.

Qui è Rodi, qui salta (per arrivare al Rubicone c’è ancora un po’ di tempo, ma non troppo).

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