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Pepe Escobar - I brasiliani sconfiggono la “Madre di tutte le guerre ibride”


di Pepe Escobar - Geopolitics Prime

 

Non conta nulla se non ha quel tipico swing brasiliano. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: una questione di vita o di morte. Così, i brasiliani sono scesi in strada – e si sono recati ai seggi – riuscendo nell'impresa.

Hanno compiuto nientemeno che l'addomesticamento della "madre di tutte le guerre ibride", sconfiggendo – seppur momentaneamente – una coalizione potente e tossica che includeva l'intero apparato dell'amministrazione legata alla "dottrina Monroe"; il tecnofeudalesimo della Silicon Valley, promosso in particolare da Meta; Wall Street e la "dea del Mercato"; i molteplici tentacoli del "sionismo S.p.A."; le vecchie élite reazionarie – insieme ai loro media; le nuove élite ostentatamente ricche; il delirio evangelico; e, non da ultimo, una mediocre dinastia neofascista determinata a trasformare il Brasile in una neocolonia estrattivista, al servizio del "padrone" di turno.

L’effetto – rasserenante – è simile a quello di un classico della bossa nova di Antônio Carlos Jobim cantato da Frank Sinatra. Sì, il Brasile è troppo grande – e troppo selvaggio – per essere il cortile di casa di qualcuno. E che svolta, per quanto riguarda Lula personalmente: la geopolitica non vedeva un ritorno in grande stile come questo dai tempi della battaglia di Stalingrado.

Abbiamo perso: quindi le elezioni sono state “truccate”

Il giorno delle elezioni è iniziato all’insegna della tensione, ma con Flávio Bolsonaro che, secondo Polymarket – beniamino della DARPA – aveva ancora l’82% di probabilità di vittoria. È come se lo “Stato profondo” conoscesse il risultato in anticipo – proprio come al primo turno.

Eppure, alla fine, Lula ha vinto con 4,4 milioni di voti di vantaggio. Non senza una buona dose di colpi di scena. Poco prima della chiusura dei seggi, un giudice della Corte Suprema – ex avvocato personale di Lula durante il caso di corruzione “Lava Jato” – ha prorogato di due ore le operazioni di voto in tutto il Paese. Spettava al tribunale elettorale pronunciarsi in merito. Non lo ha fatto perché un altro giudice della Corte Suprema – nominato da Bolsonaro – stava temporeggiando sulla questione.

La proroga è stata fondamentale – perché a quel punto era già stato dimostrato che i sindaci bolsonaristi stavano deliberatamente ostacolando il trasporto pubblico, in particolare gli autobus, nelle roccaforti di Lula come Salvador, a Bahia: una tattica tratta direttamente dal manuale del sabotaggio oligarchico, utilizzata per sopprimere il voto popolare.

Il fatto fondamentale è che entrambe le campagne avevano chiesto una proroga delle votazioni. E questo smentisce completamente le affermazioni di quegli idioti bolsonaristi e legati al movimento MAGA secondo cui le elezioni sarebbero state “truccate”.

Com’era prevedibile, Flávio Bolsonaro si rifiuta di riconoscere la sconfitta e vuole che le elezioni vengano annullate. Ciò non accadrà – secondo lo stesso giudice nominato da Bolsonaro che, in primo luogo, stava temporeggiando.

Al secondo turno, Lula ha aumentato il proprio totale di voti di oltre 10,1 milioni, mentre Bolsonaro ne ha ottenuti solo 3,6 milioni in più. A ciò si aggiunge un dato quasi improbabile: ci sono state oltre 1,8 milioni in meno di schede nulle o non valide rispetto al primo turno – e la stragrande maggioranza è andata a Lula.

Diverse ragioni spiegano la performance del «Comeback Kid» – o «Nonno». A cominciare dalla massiccia mobilitazione popolare: l’astensionismo è sceso dal 21,08% al 19,21%. Quasi 3 milioni di persone in più si sono recate alle urne.
Lula ha ampliato i propri margini di vantaggio dove era già forte – nel Nordest – e ha ridotto le perdite nel ricco Sud-Est.

La campagna di Lula ha messo in atto un’importante autocorrezione: invece di concentrarsi sul passato – i risultati concreti del suo governo – ha iniziato a parlare della realtà attuale e drammatica: l’economia familiare; gli enormi livelli di indebitamento; il costo della vita; gli stipendi; e ha persino avanzato proposte concrete per i prossimi quattro anni.

La campagna di mobilitazione digitale è stata qualcosa di straordinario – completa di un’arma letale scatenata su WhatsApp: il canale “Esercito di Lula”, che è passato da circa 50.000 follower a ben 10 milioni in meno di tre settimane: una vera e propria fanteria digitale. Il Brasile è una delle nazioni più connesse del pianeta.

Guidata dal neoeletto deputato André Janones, la campagna ha dimostrato come Lula abbia battuto l’egemone tecno-feudale Meta al suo stesso gioco: questa strategia sarà studiata negli annali delle scienze politiche per generazioni.

E poi c’è la sbalorditiva incompetenza di Flávio Bolsonaro – un mix letale di arroganza e ignoranza che semplicemente non poteva essere spacciato come un’alternativa moderata.

Appena due giorni prima del ballottaggio, durante l’ultimo, cruciale dibattito, Bolsonaro, in diretta, davanti all’intera nazione e a milioni di elettori indecisi, ha chiamato Lula “il nove dita” – deridendo la sua disabilità fisica.

Lula ha sferrato il contrattacco in tempo reale, veloce come un cobra. Ha ricordato come, a 19 anni, avesse perso il mignolo in una pressa per la lavorazione dei metalli, vittima della precarietà e della mancanza di sicurezza che milioni di lavoratori in Brasile devono sopportare: «Qualcosa di molto diverso da te, Bolsonaro, che non hai mai lavorato».

Questo ha segnato la svolta: il mignolo perso come simbolo definitivo di dignità di fronte al privilegio.

La situazione si farà davvero brutta

Governare il Brasile sarà un’impresa sisifea per il quarto mandato di Lula. Il Senato (81 seggi) è controllato dall’estrema destra (48 seggi): una maggioranza assoluta. Al Congresso, l’estrema destra conta 303 seggi (ben al di sopra della maggioranza, fissata a 257), il centro ne ha 86 e la sinistra solo 124. Qualsiasi riforma, bilancio o legge si scontrerà con un muro di ferro.

Probabilmente la migliore definizione di Lula è stata data una volta dal grande Comandante, Fidel Castro, ormai scomparso:

«Non è mai stato un estremista di sinistra, né è diventato un rivoluzionario partendo da posizioni filosofiche, ma da quelle di un lavoratore di origini molto umili e di fede cristiana, che ha lavorato duramente creando plusvalore per gli altri».

Lula, ormai ottantenne, sembra aver ritrovato quella scintilla. Non c’è dubbio che sappia benissimo come questa massiccia sconfitta per Trump, il movimento MAGA e la Dottrina Donroe lo costringerà a mobilitare tutte le sue forze – per organizzare il Brasile e al contempo contenere la furia fuori controllo dell’Impero.

Qualunque sia l’esito delle elezioni di medio termine statunitensi della prossima settimana, Trump intensificherà inevitabilmente le sanzioni e/o i dazi contro il Brasile e continuerà a ricorrere a ogni mezzo e a lanciare operazioni sporche per destabilizzare il Paese. La CIA e lo «Stato profondo» sono profondamente intrecciati alla realtà brasiliana e in grado di scatenare una serie illimitata di trucchi sporchi.

Lula lo sa: la situazione si farà davvero brutta.

In sintesi, Lula può essere descritto come la personificazione di un Brasile cattolico, tradizionale, lusofono-meticcio e progressista.

Ciò si scontra frontalmente con l’asse reazionario, evangelico, neo-pentecostale e sionista anglo-americano. Dopotutto, i neo-pentecostali sostengono la folle teologia della “Fine dei Tempi” che ha plasmato il sionismo cristiano anglo-americano.

Flávio Bolsonaro – come tutti i membri del clan – ha promesso di trasferire l’ambasciata brasiliana a Gerusalemme; ha liquidato i BRICS definendoli «altamente ideologici»; e ha attaccato i rapporti di Lula con l’Iran (anch’esso membro dei BRICS). Flávio, un guscio vuoto, avrà anche perso le elezioni. Ma la macchina infernale che lo sostiene non si arrenderà mai.


(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Il terrorista (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio, Fatto Quotidiano - 27 ottobre 2026

 

Educati come siamo a “guardare ma non toccare” la roba d’altri, a non calpestare le aiuole, a non disturbare il conducente e altri bei comandamenti (inclusi i dieci canonici), nutriamo la più profonda antipatia per chi spacca vetrine. E anche per chi istiga a farlo. Ma, leggendo le accuse a Youssef Siher, ex stagista del nostro sito e ricercatore dell’Ispi, ci sorge qualche interrogativo. Non sulle accuse in sé (gli inquirenti tengono senz’altro nascoste le vere prove della sua attività eversiva – che non possono essere il nulla cosmico finora riportato dai media – per estrarle dal cilindro chissà quando). Ma sul concetto di “terrorismo” che quasi tutti i politici e i media prendono per oro colato. Ascanio Celestini fa notare che Tajani, alla condanna in primo grado di tre agenti dei Servizi egiziani per il sequestro di Regeni, poi torturato e ucciso, commentava: “I rapporti col governo egiziano non cambiano solo per una sentenza di primo grado”. Commento assurdo, visto che il regime è sicuramente responsabile del delitto Regeni (oltreché del golpe militare con cui salì al potere e di 13 anni di repressioni). Ma per Siher c’è molto meno di una condanna di primo grado: solo un fermo che non è neppure ancora un arresto. Quindi come può chi ignora le condanne provvisorie e pure definitive mostrificare un semplice fermato?

Se ci fossero dei video in cui spacca vetrine, picchia poliziotti, passa armi a qualcuno, se ne dovrebbe parlare: ma qui, al momento, c’è una chat creata dopo i saccheggi del 17 ottobre per organizzare e promuovere cortei di protesta e poco altro. Incluso l’“Allah akbar” sulla strage del 7 ottobre 2023 perpetrata da Hamas su 1200 israeliani, quasi tutti civili: strage orrenda come Hamas (che però purtroppo vinse le uniche elezioni nei territori palestinesi) e commento assurdo, ma non vietato da alcuna legge. Sennò i politici e i giornalisti che inneggiano a Netanyahu, il più grande terrorista del pianeta che di civili ne ha sterminati almeno 60 volte tanti, sarebbero tutti in galera. In una democrazia liberale ognuno inneggia a chi gli pare: se io impazzisco e fondo un Kim Jong-un Fan Club, devo essere libero di farlo. Divertente anche l’accusa di voler “fare la rivoluzione” come le “primavere arabe”. Ma se siamo in democrazia lo dobbiamo alle rivoluzioni inglese e francese, non proprio due pranzi di gala. E, per sostenere le primavere arabe, abbiamo bombardato la Libia. Quanto al “terrorismo”, è un concetto piuttosto elastico, appioppato già a Mazzini e ai partigiani. Un terrorista di al Qaeda e dell’Isis era al Jolani, ora presidente della Siria riconosciuto da tutto l’Occidente e omaggiato pure da al Tajani. Da terrorista a statista è un attimo, sempreché uno non faccia il Pro Pal in chat.

La guerra può diventare Nucleare: ma dov’è la Ue?

 

 
di Francesco Sylos Labini - Fatto Quotidiano (ottobre 2026)
 

Esistono due interpretazioni della guerra in Ucraina. Secondo la prima, l’invasione russa del febbraio 2022 è il prodotto dell’espansionismo di Mosca: di fronte a un’aggressione non provocata, l’Occidente deve rafforzare la deterrenza e sostenere militarmente l’Ucraina. La ricerca di un compromesso rischia così di apparire come appeasement.

George Beebe, già direttore dell’analisi sulla Russia alla CIA, propone una lettura differente. La guerra, sostiene, non può essere separata dall’espansione della NATO verso est seguita alla fine della Guerra fredda. L’obiettivo russo sarebbe impedirne l’integrazione nella NATO. Comprenderne le implicazioni non significa giustificare l’invasione: se Mosca considera l’ingresso dell’Ucraina nella NATO una minaccia fondamentale, aumentare la pressione militare potrebbe non indurla a ritirarsi, ma a rilanciare.

È qui che emerge il rischio dell’escalation nucleare. Nel novembre 2024 la Russia ha ampliato le circostanze nelle quali contempla l’impiego dell’arma atomica, anche in risposta a un attacco convenzionale che minacci criticamente la propria sovranità. Lo scorso settembre Mosca ha inoltre dichiarato di essere pronta a ricorrere alle armi nucleari qualora la NATO tentasse di isolare Kaliningrad. Il pericolo è una concatenazione di azioni e reazioni nella quale una pressione concepita come limitata venga interpretata dall’altra parte come un atto di guerra.

È proprio l’idea che una simile escalation possa essere controllata a dover essere messa in discussione. Questo è il punto centrale di Guerra nucleare: uno scenario di Annie Jacobsen, basato sui protocolli militari e su interviste a ex responsabili della sicurezza ed esperti nucleari. Jacobsen segue minuto per minuto ciò che potrebbe accadere dopo un singolo lancio: allerta, identificazione e decisione sulla risposta. Nel suo scenario bastano 72 minuti per arrivare a una guerra termonucleare su vasta scala, perché le decisioni devono essere prese in pochi minuti sulla base di informazioni incomplete. Parlare di “controllo dell’escalation” rischia allora di essere un ossimoro. La deterrenza funziona finché impedisce di oltrepassare la soglia. Una volta superata, presumere di poter decidere fino a quale gradino salire significa scommettere sulla razionalità e sull’assenza di errori proprio quando tali condizioni sono meno plausibili.

In questo quadro va valutato il riarmo europeo. Al vertice NATO dell’Aia del 2025 gli alleati si sono impegnati ad arrivare entro il 2035 al 5% del PIL per difesa e sicurezza: almeno il 3,5% per la difesa e fino all’1,5% per infrastrutture e industria militare. Per l’Italia significherebbe circa 80-85 miliardi di euro l’anno per la componente militare e 115-120 miliardi considerando l’intero obiettivo.

Chi beneficerà di questa enorme massa di investimenti? L’Europa parte da una forte dipendenza dagli USA. Secondo il SIPRI, nel 2020-2024 il 64% delle importazioni di grandi sistemi d’arma dei membri europei della NATO proveniva dagli USA, contro il 52% del quinquennio precedente. Lo stesso è avvenuto nell’energia: nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito quasi il 58% del GNL importato dall’Unione Europea e oltre un quarto di tutte le sue importazioni di gas. A queste dipendenze si aggiungono 264 miliardi per servizi cloud e acquisti di software. L’Europa ha rotto il rapporto energetico con la Russia e aumentato la spesa militare in nome dell’autonomia, ma trasferisce una parte crescente della propria dipendenza verso gli Stati Uniti: compra più gas e armamenti americani mentre Washington chiede agli europei di sostenere una quota maggiore dei costi della propria difesa. Il risultato rischia di essere una Ue più militarizzata, più dipendente dagli Usa e più esposta al confronto con una potenza nucleare.

Christopher Clark definì “sonnambuli” i dirigenti europei che nel 1914 avanzarono verso laguerra senza comprendere la catastrofe verso cui stavano conducendo il continente. Oggi i rischi sono conosciuti e sappiamo quanto rapidamente una crisi possa sottrarsi al controllo. Eppure l’Europa continua lungo una traiettoria che può portarla a un confronto con la Russia. Non siamo di fronte a un pericolo invisibile: le classi dirigenti europee sembrano incapaci di cambiare strategia. Per interrompere questa corsa occorre mutare radicalmente la politica estera, come ha sostenuto Giuseppe Conte nel confronto con Jeffrey Sachs. Solo una mobilitazione popolare può imporre il cambio di rotta che i governi europei non sembrano disposti a compiere.

Tassa sulle banche: la strategia di Meloni e le divisioni del Campo Largo

 

di Alessandro Volpi

 

Nella definizione delle entrate previste dalla Legge di Bilancio, il governo Meloni sembra avere deciso di fare sul serio nei confronti delle banche.
 
L'intervento fiscale rivolto ai settori bancario e assicurativo si configura infatti come una manovra combinata tra significativi ritocchi delle aliquote e differimento temporaneo dei crediti d'imposta.
 
La misura centrale prevede un incremento lineare di 3 punti percentuali dell'aliquota IRES, che porta l'aliquota ordinaria dal 27,5% al 30,5% per gli istituti di credito e dal 24% al 27% per le compagnie di assicurazione.
 
A questo ritocco verso l'alto delle imposte dirette si affiancano modifiche strutturali alla base imponibile IRAP e il blocco temporaneo della deducibilità delle DTA (Deferred Tax Assets, ossia le attività per imposte anticipate) legate a svalutazioni dei crediti, avviamenti e marchi aziendali.
 
Dal punto di vista della quantificazione economica, l'operazione è stimata generare un gettito complessivo per le casse dello Stato compreso tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro nel primo anno di applicazione, potendo raggiungere una cifra fino a 10-12 miliardi nel triennio di programmazione finanziaria.
 
La quota principale di questo contributo fa capo alle banche (circa 2,5-3 miliardi di euro), mentre la componente rimanente è sostenuta dal comparto assicurativo mediante l'anticipo dell'imposta sui premi e il rinvio delle svalutazioni.
 
La natura della misura non è rigidamente "una tantum" a fondo perduto, ma si tratta di un intervento temporaneo distribuito su più esercizi fiscali.
In questo senso, la durezza di Meloni verso le banche ha pochi precedenti nella storia recente e bisogno risalire al peraltro molto contraddittorio Salva Italia.
 
Giorgia Meloni sembra avere capito dunque due cose: che senza la tassazione sulle banche non ci sono coperture vere per la Legge e che senza una misura “contro” le banche la campagna elettorale sarebbe stata molto dura.
 
Si tratta di una sfida aperta alle titubanze del campo largo sulle questioni fiscali che ora deve decidere cosa intende proporre in materia di patrimoniale, di aliquote Ires sui profitti, di allargamento della base imponibile Irpef e fine dei regimi sostitutivi.
 
In estrema sintesi, la Destra ha mosso in direzione sociale e il Campo largo deve smettere di parlare di primarie e di leadership.

Europe must finally hold Russia accountable for hybrid attacks

28 October 2026 at 17:50

Europe has already learned to better recognize hybrid threats, which is definitely a good thing, but recognition alone is not enough and doesn't serve as sufficient deterrence.

European officials have grown accustomed to scenarios where a cyberattack disrupts public services and critical infrastructure, drones appear over sensitive sites,

Starving residents of Oleshky must not become props in Russian propaganda

27 October 2026 at 17:37

For months, desperate civilians remaining in the southern Ukrainian city of Oleshky have been blockaded inside, as Russia severed food and medicine supplies to the city amid constant shelling, food shop closures, and reports of looting; many of the city's elderly and less mobile residents have been forced

Colonialità di potere, islamofobia e cittadinanza sotto sospetto: una lettura decoloniale del caso Youssef Siher

 

di Angela Lano*

Il caso di Youssef Siher richiede una riflessione sui rapporti tra potere istituzionale, razzializzazione e criminalizzazione del dissenso nell’Italia contemporanea. Il ricercatore italiano di origine marocchina, trentenne, è stato fermato il 24 ottobre 2026 nell’ambito di un’indagine relativa ai canali digitali del Movimento 17 ottobre. Le notizie riportano accuse di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Le indagini sono in corso, pertanto le ipotesi accusatorie non equivalgono a fatti giudizialmente accertati.

Il contesto delle mobilitazioni e della risposta statale.

Il fermo di Siher è avvenuto in uno scenario di mobilitazioni giovanili e di intensificazione delle misure securitarie del governo italiano. Il 17 e il 18 ottobre 2026, il centro di Milano è stato teatro di scontri e saccheggi, nel contesto di manifestazioni contro il carovita, i finanziamenti alle guerre e i tagli di spesa destinati a scuola, università, sanità, ecc. La presenza di partecipanti molto giovani, provenienti soprattutto dalle periferie, e la circolazione di appelli alla mobilitazione attraverso i social network sono diventate elementi centrali del dibattito pubblico. Allo stesso tempo, esponenti del governo hanno iniziato a discutere di possibili “interferenze esterne” e forme di manipolazione digitale. Queste interpretazioni devono essere identificate come ipotesi, senza sostituirsi all’indagine sulle condizioni sociali e sulle responsabilità individuali.

È fondamentale distinguere questi avvenimenti dalla successiva nascita delle pagine del Movimento 17 ottobre: la pagina attribuita a Siher è stata creata dopo le proteste. Nei manifesti diffusi, il movimento adottava un linguaggio di rottura con la rappresentanza politica tradizionale, rivendicava autonomia ed esprimeva sfiducia nei confronti del governo e delle istituzioni. Questa dimensione permette di collocare la sua comunicazione nell’ambito di una contestazione generazionale.

La distinzione cronologica ha conseguenze sull’interpretazione pubblica del caso. Amministrare canali sorti dopo gli scontri non dimostra di aver organizzato gli avvenimenti precedenti, e tantomeno emergono finora collegamenti diretti tra Siher, sua moglie e gli autori degli scontri e dei saccheggi di quel fine settimana.

L’episodio si inserisce anche in un ampliamento delle misure di sicurezza. Il 24 ottobre si sono svolte manifestazioni in diverse città italiane sotto una forte presenza delle forze di polizia, con migliaia di identificazioni e centinaia di persone accompagnate in questura. Le mobilitazioni attribuite al Movimento 17 ottobre non si sono concretizzate come erano state annunciate.

Una lettura decoloniale interroga su ciò che accade quando questo scenario eterogeneo comincia a essere interpretato principalmente attraverso il linguaggio della minaccia. Il costo della vita, l’incertezza sul futuro e la crisi della rappresentanza possono perdere spazio a favore di una narrazione che concentra la spiegazione su leader occulti, influenze straniere o identità percepite come esterne alla comunità nazionale. Ciò significa ridurre gli avvenimenti a un problema di ordine pubblico e di repressione.

In questo processo, l’origine marocchina di Siher, la sua attività negli ambienti musulmani e la sua solidarietà alla Palestina possono essere pubblicamente accostate come se formassero una continuità esplicativa e costituenti una minaccia. Tale accostamento merita di essere contestato: un percorso intellettuale e politico non rappresenta una prova di finalità terroristiche. Il rischio di razzializzazione emerge precisamente quando le informazioni biografiche cominciano a conferire verosimiglianza a un’accusa prima che siano dimostrati i collegamenti pertinenti. Il modo in cui è stato presentato il suo percorso professionale rafforza questa questione.

Merita di essere esaminata anche la notizia secondo cui i procuratori avrebbero collegato le sue conoscenze informatiche alla capacità di sviluppare una strategia rivoluzionaria. Si tratta di un’argomentazione attribuita all’accusa, la cui pertinenza dipende dagli atti e dagli elementi concreti presentati. Competenza tecnologica, capacità organizzativa e critica politica non dimostrano un progetto terroristico e, inoltre, non vi sono elementi sui presunti contatti con hacker filorussi, ipotesi che circolava nella precedente copertura mediatica. La distinzione tra congettura ed evidenza è indispensabile per impedire che associazioni successive producano una colpevolezza per accumulo di sospetti.

Il contesto amplia, pertanto, la portata della riflessione sull’islamofobia istituzionale. La questione riguarda la possibilità che un cittadino italiano identificato come arabo e musulmano venga trasformato in una figura esplicativa di una crisi sociale più ampia. L’analisi decoloniale deve seguire il modo in cui questa rappresentazione viene costruita, quali differenze di trattamento produce e se influenza le decisioni istituzionali. Collocare il caso in questo scenario significa sostenere un’esigenza democratica concreta: indagare sulle condotte senza trasformare le appartenenze culturali in indizi, riconoscere le dimensioni sociali delle mobilitazioni e garantire che la risposta statale rimanga vincolata alla dimostrazione dei fatti. La cittadinanza di Siher non può essere messa tra parentesi a causa della sua origine familiare, così come la legittimità della critica politica non può dipendere dalla sua conformità alle aspettative del governo.

Una prospettiva decoloniale interroga le condizioni attraverso le quali determinate persone diventano più facilmente riconoscibili come minacce. Si domanda chi possa esprimere indignazione senza che venga messa in discussione la sua appartenenza nazionale, quali soggetti ricevano il beneficio del dubbio e quali identità vengano mobilitate per conferire plausibilità pubblica a un’accusa. Nel caso di Siher, questo approccio permette di esaminare i meccanismi attraverso i quali origine familiare, riferimenti culturali, partecipazione politica e produzione intellettuale possono essere riuniti in una narrazione del sospetto. Gli elementi pubblicamente disponibili, tuttavia, non bastano a stabilire che il procedimento giudiziario sia stato motivato da discriminazione religiosa o razziale. Consentono invece di analizzarne criticamente l’inquadramento pubblico e i rischi di riproduzione istituzionale dell’islamofobia.

L’islamofobia può funzionare come razzismo perché non si limita all’ostilità nei confronti di una dottrina religiosa. Trasforma le persone percepite come musulmane in appartenenti a una categoria presumibilmente omogenea, alla quale vengono attribuite caratteristiche come incompatibilità culturale, dubbia lealtà o propensione alla violenza. In questa operazione, nome, ascendenza, aspetto e legami comunitari possono contare più delle effettive convinzioni di ciascun individuo. L’identità attribuita comincia a orientare anticipatamente l’interpretazione delle sue parole e azioni.

È in questo senso che l’espressione “italiano di seconda generazione”, ripetuta nella copertura mediatico-politica su Siher, merita attenzione. Sebbene possa descrivere un percorso familiare, può anche produrre una cittadinanza permanentemente accompagnata da riserve. Alcuni cittadini appaiono semplicemente come italiani; altri devono portare con sé, a ogni esposizione pubblica, il ricordo di un’origine considerata esterna. Il confine nazionale viene così riprodotto all’interno della cittadinanza stessa. Il servizio biografico della Rai, la televisione di Stato italiana, sottolinea tanto la sua origine marocchina quanto il suo percorso accademico e la sua partecipazione all’organizzazione studentesca musulmana. Questi dati non costituiscono indizi di reato e devono rimanere chiaramente separati dalle condotte effettivamente oggetto d’indagine.

La colonialità del potere (Quijano, Grossfoguel) aiuta a comprendere questo confine interno. Il concetto permette di pensare la persistenza di gerarchie che distribuiscono in modo diseguale autorità, credibilità e appartenenza. Applicata al dibattito italiano, questa prospettiva mette in discussione una rappresentazione nazionale nella quale la presenza araba e musulmana continua a essere trattata come un elemento esterno, soggetto a ricorrenti dimostrazioni di integrazione. Un cittadino razzializzato può studiare, lavorare e partecipare alla vita pubblica e, ciò nonostante, vedere messa in discussione la propria legittimità quando assume una posizione politica di contrapposizione.

In questo contesto, la figura del ricercatore musulmano politicamente attivo può produrre una tensione particolare. La sua presenza contraddice l’aspettativa secondo cui il soggetto razzializzato debba apparire soprattutto come destinatario di integrazione, assistenza o sorveglianza. Quando produce conoscenza e organizza discorsi propri, rivendica l’autorità di interpretare la società in cui vive. Una lettura decoloniale esamina precisamente il passaggio attraverso il quale questa autonomia intellettuale può essere rappresentata come capacità di manipolazione o pericolo.

La definizione di Siher come “mente” del movimento deve essere discussa in questa prospettiva. La parola suggerisce comando, pianificazione e responsabilità centrale, potendo conferire un’apparenza di conclusione a un’ipotesi investigativa. Esiste, inoltre, una questione cronologica rilevante: secondo la Rai, i canali amministrati da Siher sono stati creati dopo gli scontri del 17 ottobre. Questa posteriorità impedisce che l’amministrazione delle pagine venga assunta automaticamente come prova della direzione degli avvenimenti precedenti. Ogni responsabilità deve essere dimostrata mediante elementi specifici.

La dimensione istituzionale del problema emerge quando categorie prodotte dall’indagine circolano come verità accertate tra autorità politiche e mezzi di comunicazione. Nel materiale pubblicato dalla Rai, le dichiarazioni di esponenti del governo presentano l’identificazione dell’indagato come dimostrazione dell’efficacia statale e associano il suo percorso professionale all’episodio. Un’interpretazione decoloniale può leggere questo inquadramento come un’aspettativa di gratitudine: le opportunità di studio e lavoro appaiono implicitamente come concessioni che dovrebbero produrre conformità. Tuttavia, diritti, formazione e partecipazione pubblica non costituiscono favori la cui contropartita sia il silenzio politico.

L’origine geografica di un riferimento politico non ne dimostra la natura terroristica; né basta individuare un linguaggio politicamente antagonico per risolvere la questione della responsabilità penale: l’esame critico deve domandarsi che cosa sia stato effettivamente proposto, contro chi, con quali mezzi e attraverso quali collegamenti dimostrabili.

Qui si pone una questione di giustizia epistemica: i riferimenti politici arabi ricevono lo stesso trattamento interpretativo riservato ad altre tradizioni di contestazione? Quando viene evocata un’esperienza di mobilitazione, ne viene analizzato il contenuto oppure la sua provenienza culturale produce già una presunzione di pericolo? Queste domande mirano a impedire che la conoscenza delle società arabe e musulmane venga trasformata, per associazione, in un segnale di adesione alla violenza.

Un’analisi decoloniale deve anche evitare la confusione tra categorie distinte: essere arabo, essere musulmano, studiare l’Islam politico e partecipare alla solidarietà con la Palestina non costituiscono prove di partecipazione criminale. Quando queste dimensioni vengono concatenate senza dimostrare i collegamenti pertinenti, si forma un sospetto cumulativo: ogni elemento biografico sembra confermare gli altri, sebbene l’insieme possa continuare a non provare la condotta contestata.

È in questa trasformazione dell’identità in indizio che il razzismo islamofobico acquisisce un potenziale istituzionale. Può operare senza dichiarazioni esplicitamente ostili, attraverso criteri apparentemente neutrali che attribuiscono pesi diversi a comportamenti simili.

La questione centrale, pertanto, è la possibilità di una cittadinanza senza tutela razziale: le persone italiane di origine araba o identificate come musulmane devono poter produrre conoscenza, organizzarsi e contestare le politiche pubbliche con le stesse garanzie assicurate alle altre. L’attribuzione di responsabilità per eventuali reati deve fondarsi su condotte dimostrate; l’origine familiare, la religione e la solidarietà politica non possono colmare lacune probatorie.

Alla luce delle informazioni disponibili al 26 ottobre 2026, il caso di Youssef Siher consente una critica decoloniale dei meccanismi di razzializzazione presenti nel dibattito pubblico e dei rischi della loro incorporazione nell’azione istituzionale.

*Storica, docente universitaria e giornalista.

 

Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Almeida, Silvio. Racismo estrutural. São Paulo: Pólen, 2019.

Bonilla-Silva, Eduardo. Rethinking racism: toward a structural interpretation. American Sociological Review, v. 62, n. 3, p. 465–480, 1997.

Bonilla-Silva, Eduardo. Racism without Racists: Color-Blind Racism and the Persistence of Racial Inequality in America. Lanham: Rowman & Littlefield.

Du Bois, W. E. B. The Souls of Black Folk. Chicago: A. C. McClurg, 1903.

Feagin, Joe R. Systemic Racism: A Theory of Oppression. New York: Routledge, 2006.

Grossfoguel, Ramo?n. Para descolonizar os estudos de economia política e os estudos pós-coloniais: transmodernidade, pensamento de fronteira e colonialidade global. Coimbra:

Revista Critica de Ciencias Sociais n. 80, mar. 2008,

https://journals.openedition.org/rccs/697

Quijano, Anibal. Colonialidade do poder.

https://it.scribd.com/document/982795777/Colonialidade-Do-Poder-Anibal-Quijano

https://www.scielo.br/j/inter/a/wbtt55LdndtrwkfkvRN5vqb/?format=html&lang=pt

SAID, Edward. Orientalismo, 1978

 

Terzo vertice “Russia-Africa” 2026: partecipanti, ordine del giorno e risultati dei precedenti forum

 

di Michele Merlo

 

Il terzo vertice «Russia-Africa» si terrà a Mosca il 28 e 29 ottobre, in concomitanza con il Forum economico e umanitario. Il tema principale del Forum economico e umanitario Russia-Africa di quest’anno è «Insieme sviluppiamo una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e il potenziale di ogni paese africano». All’inizio di ottobre avevano confermato la loro partecipazione 30 Stati africani; la parte russa prevede che alla fine saranno presenti rappresentanti di quasi tutti i 54 paesi del continente, oltre che di associazioni regionali e del mondo imprenditoriale.

Il principale risultato organizzativo del vertice dovrebbe essere il nuovo piano d’azione del Forum di partenariato «Russia-Africa» per il periodo 2027–2029, che subentra al documento adottato a San Pietroburgo per il periodo 2023–2026.

 

Formato e contesto storico

I legami di Mosca con l’Africa hanno una storia di lunga data: l’URSS sosteneva i movimenti anticolonialisti, formava personale qualificato nelle università sovietiche, forniva armi e contribuiva alla costruzione di impianti industriali e infrastrutture. Dopo il crollo dell’URSS la presenza della Russia si è ridotta, ma a partire dagli anni 2000 Mosca ha iniziato a ristabilire le relazioni attraverso la fornitura di energia e armamenti, progetti nucleari, prodotti alimentari, sicurezza e programmi educativi. Il formato «Russia-Africa» è stato lanciato nel 2019 a Sochi. Il suo obiettivo era quello di riunire in un’unica piattaforma il dialogo politico, la sicurezza, il commercio, gli investimenti, la scienza, l’istruzione, la sanità e i legami umanitari. Si è svolto all’insegna del motto «Per la pace, la sicurezza e lo sviluppo». Vi hanno partecipato rappresentanti di tutti i 54 paesi africani, mentre 43–45 paesi erano rappresentati dai capi di Stato o di governo. È stata adottata una dichiarazione su politica, sicurezza, economia, scienza e cooperazione umanitaria; sono stati firmati memorandum con l’Unione Africana e, complessivamente, sono stati siglati 92 accordi per un valore superiore a 12,5 miliardi di dollari.

Il secondo vertice si è tenuto nel luglio 2023 a San Pietroburgo. In tale occasione sono stati adottati una dichiarazione in 74 punti e un piano d’azione per il periodo 2023–2026; sono state inoltre approvate dichiarazioni specifiche sul terrorismo, sulla sicurezza informatica e sulla prevenzione della corsa agli armamenti nello spazio.

 

Le basi economiche 

Nel 2024 il volume degli scambi commerciali della Russia con i paesi africani ha raggiunto i 27,8 miliardi di dollari, mentre la quota dell’Africa sul totale degli scambi commerciali della Russia è cresciuta fino al 3,9%. Nel 2024 le esportazioni di prodotti agroalimentari russi verso l’Africa hanno superato i 7 miliardi di dollari, registrando un aumento del 19%; il commercio reciproco di prodotti del settore agroalimentare ha raggiunto quasi 10 miliardi di dollari.  Ciò rende la sicurezza alimentare, i fertilizzanti, le forniture di cereali, l’energia, i trasporti, l’estrazione di minerali e la formazione del personale i temi pratici più probabili del forum di Mosca.

 

Quali legami esistono tra i partecipanti al vertice?

 ??Egitto

L’Egitto è uno dei partner chiave della Russia in Nord Africa e ha copresieduto il primo vertice del 2019 insieme alla Russia.  Quest’anno è prevista la partecipazione del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Il Cairo mantiene una politica estera multivettoriale: è strettamente legato agli Stati Uniti, ai paesi del Golfo e all’Europa, ma allo stesso tempo sviluppa relazioni con Mosca. L’economia egiziana è sotto pressione a causa dell’elevato debito estero, della svalutazione della sterlina e della dipendenza dalle importazioni alimentari; il grano e i fertilizzanti russi rimangono per il Paese importanti voci di importazione. Ma la Russia e l’Egitto sono legati da un partenariato di lunga data e multiforme: le relazioni diplomatiche sono state stabilite nel 1943 e dal 2021 è in vigore un accordo di partenariato globale e cooperazione strategica. Le relazioni si basano su un dialogo regolare ai massimi livelli e sulla cooperazione sulle questioni relative al Medio Oriente e all’Africa. Negli anni ’50 e ’60 l’Unione Sovietica era un alleato chiave dell’Egitto: contribuì alla costruzione della diga di Assuan e di oltre cento impianti industriali; dopo il crollo dell’URSS i legami sono stati ripristinati e si sono particolarmente intensificati a partire dagli anni 2010. Tra le tappe fondamentali figurano le visite di Putin e al-Sisi tra il 2014 e il 2018 e la firma di un accordo strategico nel 2018. Il volume degli scambi commerciali nel 2021 è stato pari a 4,77 miliardi di dollari, mentre nel 2022 ha superato i 6 miliardi di dollari, con una crescita di circa il 30% rispetto all’anno precedente.

??Sudafrica

Il Sudafrica è la più grande economia industriale dell’Africa e membro del BRICS. È prevista la partecipazione di una sua delegazione al vertice di Mosca. Pretoria conduce una politica cauta ma autonoma di «neutralità amichevole»: non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia e sottolinea il proprio impegno a favore del multilateralismo. L’economia del Paese deve affrontare un alto tasso di disoccupazione, una crisi energetica e disuguaglianze, ma vanta settori minerario, automobilistico e finanziario ben sviluppati.

Le relazioni tra la Russia e il Sudafrica si sono evolute da contatti sporadici nel XIX secolo a un partenariato strategico; tuttavia, la vicinanza politica continua a superare nettamente la portata della cooperazione economica e culturale. Il Sudafrica e la Russia si posizionano come sostenitori di un mondo multipolare, del rafforzamento del ruolo dell’ONU e del coordinamento nell’ambito dei formati BRICS e del «Gruppo dei Venti». I documenti chiave sono stati il Trattato di amicizia e partenariato del 2006 e la dichiarazione sul partenariato strategico globale del 2013.

I legami economici rimangono limitati rispetto al partenariato politico: nel 2021 il volume degli scambi commerciali è stato pari a circa 1,14 miliardi di dollari, una cifra modesta per entrambe le economie. La Russia esporta fertilizzanti, prodotti petroliferi, materie plastiche e cereali; dal Sudafrica verso la Russia vengono esportati, in particolare, manganese e agrumi. La cooperazione si sta sviluppando nei settori dell’estrazione mineraria, dell’energia, dell’agricoltura e degli investimenti, ma il suo potenziale è stato realizzato solo in parte a causa della distanza geografica, della logistica e dell’orientamento del Sudafrica verso i mercati occidentali e asiatici.

??Mali, Burkina Faso e Niger

I leader dei tre paesi del Sahel — Assimi Goïta, Ibrahim Traoré e Abdourahmane Tchiani — sono stati annunciati come partecipanti al vertice. Questi Stati formano la Confederazione degli Stati del Sahel e, a seguito del raffreddamento dei rapporti con alcuni partner occidentali, puntano sulla diversificazione delle relazioni esterne.

Tutti e tre i paesi devono affrontare la minaccia dei gruppi jihadisti, l’instabilità politica a seguito dei colpi di Stato militari e le difficoltà di un’economia che dipende dall’agricoltura, dall’oro e dagli aiuti esteri. Per loro la Russia è innanzitutto un partner nel campo della sicurezza, della formazione del personale e della fornitura di armi; i legami storici con l’URSS includevano la formazione di specialisti militari e civili.

Mali

Il Mali e la Russia intrattengono relazioni dal 1960: queste si sono sviluppate come un partenariato amichevole tra l’URSS e il giovane Stato africano e, dopo la transizione politica del 2020, si sono notevolmente rafforzate in ambito politico, militare ed economico; Bamako ha iniziato a guardare a Mosca come a un partner chiave in materia di sicurezza: La Russia ha fornito armi e attrezzature, oltre a partecipare all’addestramento delle forze di sicurezza maliane.  Nel giugno 2025 sono stati firmati a Mosca un accordo quadro sulle relazioni bilaterali, un accordo sulla commissione commerciale ed economica e un accordo sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. Il volume degli scambi commerciali rimane per ora modesto, ma le parti vedono un potenziale nell’estrazione dell’oro, nella prospezione geologica, nel settore energetico, nell’agricoltura, nei trasporti e nella logistica.  La Russia forniva al Mali grano, fertilizzanti e prodotti petroliferi, in un’ottica di sicurezza alimentare e di sostegno al settore agricolo.  In passato l’Unione Sovietica ha aiutato il Mali a costruire strutture industriali, sanitarie, scolastiche e di irrigazione; questa base storica influenza ancora oggi la percezione della Russia nel Paese. Dal 1961, docenti, medici, sportivi e artisti sovietici si recavano in Mali, mentre gli studenti maliani studiavano in URSS. Numerosi progetti sono attualmente in fase di accordo, preparazione e realizzazione. Tra questi:

  • Una centrale solare nei pressi di Bamako con una potenza di 200 MW,
  • La cooperazione con Rosatom nel settore dell’energia nucleare a fini pacifici, con lo sviluppo di prospezioni geologiche, l’estrazione di minerali e la possibile estrazione e lavorazione congiunte del litio, al fine di aumentare l’attrattiva del Paese per gli investitori.
  • L’apertura nel 2027 di un impianto di lavorazione dell’oro a Bamako: capacità iniziale fino a 100 tonnellate di oro all’anno, con possibilità di espansione fino a 200 tonnellate.
  • Costruzione e ristrutturazione delle ferrovie, sviluppo del trasporto acquatico e della navigazione fluviale.
  • Creazione sul territorio del Mali di uno stabilimento di assemblaggio KamAZ, che dovrebbe garantire posti di lavoro a livello locale e il trasferimento di tecnologie.
  • Standardizzazione e rimozione delle barriere commerciali, sviluppo dell’industria petrolchimica e dell’agricoltura.
  • Formazione universitaria di specialisti maliani in intelligenza artificiale, robotica, tecnologie digitali nell’industria, settore minerario, energia, medicina e conservazione del patrimonio culturale.

La questione della sicurezza riveste un’enorme importanza. Il Mali rimane una zona di intensa attività di gruppi armati legati ad «Al-Qaeda» e ai separatisti tuareg; questi attaccano strutture economiche, convogli di carburante e vie di trasporto.  Per le miniere, la centrale solare, la ferrovia e i corridoi di esportazione ciò comporta la necessità di costose misure di sicurezza, il rischio di interruzione dei lavori e la perdita di attrezzature.

 

Burkina Faso

Le relazioni tra la Russia e il Burkina Faso hanno attraversato un percorso che va dalla cooperazione sovietico-africana degli anni ’60-’80 a un notevole avvicinamento dopo il 2022. Nel periodo sovietico la cooperazione si limitava principalmente alla formazione di studenti burkinabé nelle università dell’URSS, a prestiti e ad accordi specifici in materia di commercio, collegamenti aerei e relazioni culturali e scientifiche. Dopo il crollo dell’URSS, i rapporti bilaterali si sono indeboliti a lungo e le ambasciate sono state chiuse. La svolta è avvenuta dopo l’ascesa al potere del capitano Ibrahim Traoré nel settembre 2022. Il governo del Burkina Faso, di fronte alla minaccia jihadista e prendendo le distanze dalla Francia e dall’ECOWAS, ha iniziato a perseguire una politica di avvicinamento a Mosca e ai partner dell’Alleanza degli Stati del Sahel. La Russia ha riaperto l’ambasciata a Ouagadougou alla fine del 2023 e, dopo il vertice «Russia-Africa» tenutosi a San Pietroburgo nel luglio 2023, le parti hanno intensificato il dialogo politico e la cooperazione militare. Mosca fornisce armamenti, invia consiglieri militari e aiuta il Burkina Faso nella lotta contro i gruppi armati.  L’attuale partenariato si fonda su tre pilastri: sicurezza, sovranità e diversificazione delle relazioni esterne. Per il Burkina Faso la Russia rappresenta una fonte di sostegno militare, generi alimentari, energia e opportunità nel campo dell’istruzione; per la Russia, invece, è una piattaforma per rafforzare la propria influenza nel Sahel.

I legami economici rimangono per ora modesti in termini di volume, ma si stanno rapidamente espandendo. Le esportazioni russe comprendono generi alimentari, materie prime agricole, macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto; sono in fase di discussione progetti nei settori dell’estrazione mineraria, dell’energia, dell’agricoltura, della prospezione geologica e della digitalizzazione della pubblica amministrazione.

Tra le aree di maggiore rilevanza figurano le forniture di grano russo per mitigare la crisi alimentare e la cooperazione con «Rosatom» nell’uso pacifico dell’energia nucleare. La Russia manifesta inoltre interesse per lo sviluppo del settore aurifero del Burkina Faso. La presenza culturale della Russia in Burkina Faso si è notevolmente rafforzata: a Ouagadougou si tengono festival di graffiti, proiezioni cinematografiche, conferenze, tornei di sambo e trasmissioni radiofoniche in lingua francese e russa. Circa 3.500 cittadini del Burkina Faso hanno conseguito una formazione presso università sovietiche e russe. Le parti stanno inoltre sviluppando la formazione professionale e universitaria, mentre la Russia offre borse di studio e collaborazioni accademiche.


Niger

Fino all’indipendenza del Niger nel 1960, i contatti diretti con l’Impero russo erano praticamente inesistenti. L’URSS stabilì relazioni diplomatiche con il Niger nel 1972, ma la cooperazione rimase modesta: il Niger guardava alla Francia, agli Stati Uniti e alle istituzioni occidentali. Durante il periodo sovietico furono firmati accordi in materia di commercio, cooperazione culturale e tecnica; diverse centinaia di nigerini ricevettero un’istruzione nelle università sovietiche. Dopo il crollo dell’URSS, i legami si indebolirono a lungo e le ambasciate furono chiuse. Il colpo di Stato del 26 luglio 2023 ha rappresentato una svolta: in seguito ad esso, le autorità del Niger hanno preso le distanze dalla Francia e dall’Occidente e hanno iniziato a cercare appoggio a Mosca. Per il Niger si tratta di una parte di una più ampia strategia di diversificazione dei partner esterni e di rafforzamento della sovranità; per la Russia, è un’opportunità per espandere la propria influenza nel Sahel. I legami economici sono stati storicamente modesti, ma ora si stanno spostando verso le risorse strategiche e le infrastrutture. Il Niger possiede ingenti riserve di uranio e, dopo la nazionalizzazione della società uranifera Somair nel 2025, Niamey ha iniziato a coinvolgere più attivamente partner alternativi, tra cui la Russia.

All’inizio del 2024 i due paesi hanno firmato memorandum di cooperazione nel settore agricolo e nella fornitura di fertilizzanti, in relazione alla sicurezza alimentare del Niger. In precedenza, le aziende russe avevano partecipato a progetti nel settore energetico e nell’estrazione dell’uranio, sebbene alcuni contratti, tra cui la costruzione della diga di Kandaji, siano stati interrotti. Inoltre, il Niger considera la Russia un partner nei settori della scienza, dell’istruzione e della cultura, nel tentativo di ridurre la dipendenza dal modello educativo e informativo francofono.

Il fattore principale di questi cambiamenti è il passaggio del Niger, dopo il 2023, da un orientamento occidentale a una politica estera più autonoma e multivettoriale.

 

??Libia

Il Paese rimane diviso tra centri di potere rivali, pur disponendo delle riserve accertate di petrolio più grandi dell’Africa. Per la Russia, la Libia è importante come potenziale partner nei settori dell’energia, della ricostruzione e della politica mediterranea.

Le relazioni diplomatiche sono state instaurate nel 1955. Dopo la rivoluzione del 1969 e l’ascesa al potere di Muammar Gheddafi, l’URSS fu il primo Stato a riconoscere il nuovo regime libico; negli anni ’70 e ’80 i due Paesi collaborarono attivamente nei settori dell’energia, dell’edilizia, dei trasporti e in ambito militare-tecnico. Dopo il crollo dell’URSS la cooperazione si è ridotta, ma dalla fine degli anni ’90 ha iniziato a riprendersi: si è discusso di debiti, energia, gasdotti e grandi progetti infrastrutturali. Nel 2008 le relazioni si sono notevolmente intensificate, tuttavia gli eventi del 2011 — la caduta del regime di Gheddafi e la guerra civile — hanno portato al congelamento di molti contratti russi e hanno complicato i rapporti bilaterali. La Russia si schiera a favore del mantenimento di una Libia unita, sovrana e territorialmente integra e mantiene contatti con diverse forze politiche del Paese. Dopo una relativa stabilizzazione, nel 2023 Mosca ha ripreso la propria presenza diplomatica in Libia.

Le principali prospettive di cooperazione riguardano l’energia, il petrolio e il gas, l’agricoltura, i trasporti e le infrastrutture. In Libia continuano a operare alcune aziende russe, anche nel settore petrolifero e del gas; la Libia è inoltre un importante acquirente di gasolio, orzo e mais russi. Il volume degli scambi commerciali nel 2022 è stato pari a circa 492 milioni di dollari e nel 2023 ha continuato a crescere. Tuttavia, lo sviluppo su larga scala dell’economia è frenato dall’instabilità politica, dalla frammentazione del potere e dall’incompiutezza di molti progetti precedenti.

 

??Ghana

La Russia e il Ghana intrattengono relazioni diplomatiche dal 1958. La loro cooperazione si è sviluppata in modo particolarmente intenso durante il mandato del primo presidente Kwame Nkrumah (1957–1966), quando l’URSS forniva sostegno ad Accra nei settori dell’industria, dell’energia, dell’istruzione, della medicina e della cultura; furono firmati accordi in materia di commercio, cooperazione economica e tecnica, cultura, collegamenti aerei e uso pacifico dell’energia atomica. Migliaia di cittadini ghanesi hanno ricevuto istruzione e formazione professionale nell’URSS e molti di loro hanno successivamente contribuito allo sviluppo del proprio Paese. Dopo la destituzione di Nkrumah e durante il periodo dei regimi militari, i rapporti si sono notevolmente indeboliti; tuttavia, in seguito all’adozione della Costituzione del Ghana nel 1992, è iniziata una graduale ripresa del dialogo politico e della cooperazione concreta. Settori chiave rimangono il commercio, l’energia, l’agricoltura, l’industria mineraria, l’istruzione e i rapporti scientifici e tecnologici. Di particolare importanza è l’energia nucleare a fini pacifici.

Tuttavia, negli ultimi anni le relazioni si sono complicate: il Ghana ha condannato l’operazione militare speciale russa in Ucraina, mentre le sanzioni e la pandemia hanno frenato una serie di progetti economici. Ciononostante, Mosca e Accra mantengono contatti diplomatici e continuano a sviluppare singoli settori di cooperazione, soprattutto nei campi dell’energia, dell’istruzione e degli affari.

Il presidente del Ghana John Mahama, secondo quanto riferito, spera di incontrare Vladimir Putin a Mosca. Il Ghana è una delle democrazie più stabili dell’Africa occidentale, nonché un importante produttore di oro, cacao e petrolio. Negli ultimi anni la sua economia ha attraversato una crisi del debito e un programma di ristrutturazione, motivo per cui Accra è interessata a investimenti, commercio e progetti tecnologici.

 

??Ruanda

Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, ha confermato la propria partecipazione al vertice.

Il Ruanda è una delle economie in più rapida crescita dell’Africa orientale, nota per i servizi pubblici digitali, lo sviluppo del turismo e una governance relativamente efficiente. La sua politica è caratterizzata da un forte potere presidenziale e da un ruolo attivo nella sicurezza regionale.

La Russia e il Ruanda intrattengono relazioni diplomatiche dal 1963. Durante il periodo sovietico, i rapporti si basavano principalmente sul dialogo politico, sulla formazione del personale e sui legami umanitari, sebbene la portata della cooperazione rimanesse limitata. Oggi la cooperazione abbraccia i settori dell’istruzione, della sicurezza, della sanità, delle tecnologie digitali e dell’uso pacifico dell’energia nucleare. Nel 2019, in occasione del vertice Russia-Africa a Sochi, le parti hanno concordato la creazione in Ruanda di un Centro di scienze e tecnologie nucleari con la partecipazione di «Rosatom». Di particolare importanza sono i programmi formativi nei settori della medicina, del diritto, delle relazioni internazionali e di altre discipline. Gli scambi commerciali tra i due paesi rimangono modesti, ma entrambe le parti dichiarano l’intenzione di ampliare gli investimenti e i legami commerciali. I contatti politici si sono intensificati dopo gli incontri tra Vladimir Putin e Paul Kagame nel 2018–2019. Nel complesso, le relazioni tra Russia e Ruanda possono essere descritte come un partenariato pragmatico e in graduale espansione: il Ruanda mira a diversificare i propri legami con l’estero, mentre la Russia rafforza la propria presenza in Africa attraverso l’istruzione, l’energia e la sicurezza.

 

??Nigeria

La Nigeria è il Paese africano con la popolazione più numerosa e uno dei principali mercati potenziali per le esportazioni russe. Il Paese dispone di ingenti riserve di petrolio e gas, ma dipende dalle importazioni di prodotti petroliferi e deve affrontare problemi legati alla sicurezza, all’inflazione e alla diversificazione dell’economia.

La Russia e la Nigeria intrattengono relazioni diplomatiche dal 1960. La loro cooperazione si è evoluta dal sostegno sovietico-nigeriano durante gli anni della guerra civile fino ai progetti odierni nei settori dell’energia, della sicurezza, dell’istruzione e del commercio.

Negli anni ’70 e ’80 la cooperazione si è ampliata: sono stati firmati accordi sul commercio, sui collegamenti aerei, sugli scambi scientifici, tecnici e culturali, e si sono sviluppati progetti nel settore petrolifero e del gas, nella geologia e nella metallurgia. Nel 2001 i presidenti Vladimir Putin e Olusegun Obasanjo hanno firmato la Dichiarazione sui principi delle relazioni amichevoli e di partenariato, mentre nel 2009 Dmitrij Medvedev ha effettuato la prima visita ufficiale di un presidente russo in Nigeria.

Oggi la cooperazione abbraccia i settori dell’energia, del petrolio e del gas, dell’agricoltura, dell’industria, della scienza, dell’istruzione e della sicurezza. Nel 2021 i due paesi hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare che prevede la fornitura di attrezzature, la formazione del personale e il trasferimento di tecnologie.

Mosca e Abuja sottolineano il reciproco interesse per l’espansione del commercio, degli investimenti, dei progetti energetici e tecnologici, nonché per la cooperazione in materia di sicurezza. Nel 2025 i due paesi hanno celebrato il 65° anniversario delle relazioni diplomatiche, descrivendole come un partenariato solido, fondato sul rispetto reciproco e sugli interessi comuni.

 

??Sudan e Sud-Sudan

Il Sudan sta attraversando un devastante conflitto armato interno, una crisi umanitaria e un collasso economico. Il Sud-Sudan dipende dai proventi del petrolio e deve affrontare una situazione di instabilità politica. Storicamente, l’URSS ha aiutato il Sudan nella realizzazione di progetti infrastrutturali e nella formazione di personale specializzato; la Russia mantiene il proprio interesse per il porto sudanese, il settore energetico, l’estrazione dell’oro e il dialogo politico.

La Russia intrattiene con il Sudan relazioni di lunga data, prevalentemente strategiche, mentre con il Sud Sudan ha instaurato un partenariato più recente, ma in rapido rafforzamento. In entrambi i casi, Mosca punta sulla diplomazia, sulla sicurezza, sulle risorse e sui progetti economici.

Le relazioni diplomatiche tra l’URSS e il Sudan furono stabilite nel 1956, si svilupparono attraverso accordi a lungo termine, poi subirono un periodo di stasi e, a partire dagli anni ’90, furono ripristinate. I legami divennero particolarmente stretti durante il mandato di Omar al-Bashir: nel 2017 egli visitò Mosca.

La Russia è stata tra le prime a riconoscere l’indipendenza e a stabilire relazioni diplomatiche con il Sud Sudan, nel 2011. L’attuale cooperazione riguarda il petrolio e l’energia, la prospezione geologica, l’agricoltura, l’istruzione e i legami umanitari. Le aziende russe partecipano a progetti petroliferi, tra cui la costruzione di raffinerie, mentre il Sud Sudan beneficia di borse di studio russe. La visita del presidente Salva Kiir a Mosca nel settembre 2023 e l’apertura dell’ambasciata della Federazione Russa a Juba nel 2025 hanno rappresentato importanti tappe nel ravvicinamento tra i due paesi. Le parti stanno inoltre discutendo la creazione di una commissione intergovernativa per la cooperazione economica, scientifica e tecnica.

Tuttavia, le relazioni con entrambi i paesi sono complicate dai loro conflitti interni e dalle controversie reciproche tra Khartoum e Juba.

 

??Uganda

Le relazioni diplomatiche tra i due Paesi furono instaurate nel 1962, pochi giorni dopo la proclamazione della Repubblica. Durante il periodo sovietico, Mosca sosteneva i movimenti anticoloniali africani e sviluppava legami commerciali ed economici con Kampala: nel 1964 furono firmati accordi sul commercio e sulla cooperazione tecnica, che includevano un prestito da parte dell’URSS. Negli anni 2000 e 2010 i contatti si sono intensificati, anche grazie alle visite a Mosca del presidente ugandese Yoweri Museveni e alla firma di un accordo di cooperazione tecnico-militare nel 2012. Oggi il settore di cooperazione più rilevante rimane quello della difesa: l’Uganda utilizza equipaggiamenti militari sovietici e russi, mentre la Russia fornisce armamenti, forma specialisti e offre assistenza nella manutenzione dei mezzi. Nel 2026 i due paesi hanno presentato una serie di progetti russi: centri di riparazione dei mezzi, strutture per la sicurezza marittima e infrastrutture di addestramento per le forze armate ugandesi. Parallelamente si sviluppano il commercio, l’energia, l’istruzione e lo scambio tecnologico. In particolare, si sta discutendo di una collaborazione con «Rosatom» per l’uso pacifico dell’energia nucleare, mentre l’Uganda sta cercando di ampliare i programmi di borse di studio per i propri studenti in Russia.

 

??Kenya

La Russia e il Kenya intrattengono relazioni diplomatiche da oltre 60 anni.

Durante la Guerra Fredda, il Kenya, in quanto membro del Movimento dei Paesi Non Allineati, manteneva rapporti pragmaticamente amichevoli con l’URSS. L’Unione Sovietica offriva ai kenioti borse di studio e partecipava alla formazione del personale. Una tappa importante è stata il vertice «Russia-Africa» tenutosi a Sochi nel 2019, in cui i presidenti Vladimir Putin e Uhuru Kenyatta hanno concordato di istituire un consiglio commerciale russo-keniota per lo sviluppo del commercio e degli investimenti. Oggi le relazioni si sviluppano nei settori del commercio, dell’agricoltura, dell’energia, dell’istruzione, delle tecnologie e della cultura. La Russia fornisce al Kenya grano e fertilizzanti, mentre il Kenya esporta tè, caffè, fiori e altri prodotti agricoli; nel 2025 il volume degli scambi commerciali bilaterali era stimato a circa 600 milioni di dollari. La Russia sta ampliando i programmi educativi e presso l’Università di Nairobi è stato inaugurato il Centro di studi russi. Le parti stanno inoltre discutendo di cooperazione nei settori dell’energia nucleare, del turismo e delle tecnologie digitali.

 

??Burundi

La Russia e il Burundi intrattengono relazioni amichevoli dal 1962. Durante il periodo sovietico, la cooperazione comprendeva sostegno politico, formazione del personale e aiuti umanitari. Dalla fine degli anni 2010 e soprattutto dopo il 2022, i contatti si sono intensificati: il Burundi assume spesso una posizione vicina a quella di Mosca all’ONU e sottolinea i principi di sovranità e non ingerenza. Nel 2023 si sono tenuti negoziati a Sochi, la prima visita del ministro degli Esteri russo in Burundi e l’incontro tra i presidenti in occasione del vertice «Russia-Africa» a San Pietroburgo. In quell’occasione sono stati discussi accordi in materia di sanità, giustizia, istruzione, lavoro e energia nucleare a fini pacifici. A Bujumbura è stato inaugurato il centro russo-burundese per lo studio delle malattie infettive; la Russia fornisce apparecchiature diagnostiche e contribuisce alla lotta contro le infezioni pericolose. Si sta sviluppando la cooperazione nel settore dell’energia nucleare a fini pacifici, compresa la formazione del personale e l’interesse del Burundi per i reattori modulari di piccole dimensioni. In pratica, le relazioni tra Russia e Burundi si sono evolute dal sostegno sovietico al giovane Stato africano a un partenariato moderno, in cui l’accento è posto sul ravvicinamento politico, la medicina, l’energia, l’istruzione e la diplomazia multilaterale.

 

??Madagascar

La Russia e il Madagascar intrattengono relazioni dal 1972. La cooperazione si è sviluppata nei settori del commercio, dell’industria, dell’agricoltura e della formazione del personale. Durante il periodo sovietico, Mosca forniva al Madagascar assistenza tecnica e finanziaria; con il sostegno dell’URSS, sull’isola furono costruiti 14 impianti industriali. Nel 1974–1975 le parti hanno firmato accordi di cooperazione economica, tecnica e commerciale. Oggi la Russia considera il Madagascar uno dei suoi partner più importanti nei settori dell’energia, della prospezione geologica, della sanità, dell’istruzione e delle infrastrutture. Nel febbraio 2026 il presidente del Madagascar Michael Randrianirina si è recato in visita a Mosca e le parti hanno dichiarato la propria disponibilità ad ampliare la partnership, includendo la sfera culturale e umanitaria e la cooperazione in seno all’ONU. Gli scambi commerciali rimangono modesti: nel 2021 il volume degli scambi ammontava a circa 29,6 milioni di dollari, con la Russia che esportava prevalentemente cereali.   Le relazioni possono essere descritte come un partenariato pragmatico, in cui si intrecciano interessi economici, educativi e, sempre più, politico-militari.

 

?? Mozambico, Zimbabwe, Guinea-Bissau

Il Mozambico dispone di notevoli riserve di gas naturale, ma deve affrontare una rivolta islamista nel nord del Paese e un pesante indebitamento. Lo Zimbabwe è ricco di risorse minerarie, tra cui litio e platino, ma è afflitto da problemi valutari e inflazionistici. La Guinea-Bissau è una piccola economia agricola, nota per la produzione di anacardi.

L’URSS sosteneva attivamente i movimenti di liberazione nazionale in Mozambico, Zimbabwe e Guinea-Bissau, fornendo armi, addestramento del personale e sostegno politico. Questi legami storici influenzano ancora oggi la percezione della Russia da parte di una parte delle élite politiche.

 

??Ciad e Gabon

Anche il Ciad e il Gabon dovrebbero essere tra i partecipanti. Il Ciad, dopo la morte di Idriss Déby nel 2021, ha attraversato un periodo di transizione sotto la guida di suo figlio Mahamat Idriss Déby Itno; l’economia dipende dal petrolio, dall’oro e dall’allevamento. Il Gabon è un paese ricco di petrolio e manganese, con un reddito pro capite relativamente elevato per gli standard africani, ma caratterizzato da notevoli disuguaglianze e da una forte dipendenza dalle esportazioni di materie prime. Durante il periodo sovietico entrambi i paesi ricevevano assistenza militare e tecnica; oggi la Russia sta sviluppando con loro rapporti nei settori della sicurezza e delle risorse.

Nel 2025 le esportazioni della Russia verso l’Africa ammontavano a circa 22,7 miliardi di dollari, mentre le importazioni a 4,4 miliardi di dollari. Le importazioni sono aumentate del 126,1% rispetto al 2024, registrando uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi anni. Le esportazioni russe sono costituite principalmente da petrolio e prodotti petroliferi, grano, metalli e fertilizzanti. Dall’Africa la Russia importa prevalentemente prodotti agricoli: frutta, cacao, caffè e altri prodotti agricoli. Petrolio, prodotti petroliferi e metalli rimangono le voci principali delle esportazioni russe. Nel giugno 2025, la quota dei pagamenti in rubli tra la Russia e i paesi africani ha raggiunto l’85,4%, riducendo così la dipendenza dai tradizionali canali di pagamento occidentali e i rischi economici legati alla realizzazione dei progetti.

Tra i temi previsti per il terzo vertice figurano: l’adozione di un piano d’azione per il periodo 2027–2029; l’espansione del commercio, della cooperazione industriale e degli investimenti; il settore energetico, compresi petrolio, gas, energia elettrica e uso pacifico del nucleare; la sicurezza alimentare, le forniture di cereali e fertilizzanti; la sicurezza, la lotta al terrorismo e la formazione del personale; la digitalizzazione, la scienza, l’istruzione e la sanità; il coordinamento in seno alle Nazioni Unite e il sostegno all’idea di un mondo multipolare.

Il terzo vertice consoliderà il percorso della Russia verso l’istituzionalizzazione delle relazioni con l’Africa con un piano d’azione triennale, in un contesto caratterizzato da sanzioni costanti e dai tentativi dell’Occidente di esercitare pressioni sui paesi africani.

Musk's meddling in Ukraine's Starlink is a warning to every country relying on private tech

26 October 2026 at 16:05

In the midst of Donald Trump's attempt to turn Russian diesel into a political asset to help him avoid disaster in November's midterm elections, the internet went out on the front lines.

Since the beginning of the full-scale invasion, Ukrainian forces have relied on Starlink to

La Cina sta realizzando il sogno storico del socialismo (di Pino Arlacchi)

 

di Pino Arlacchi 
 
La Cina è diventata ormai “la fabbrica del mondo” in larga parte grazie alla pianificazione dell’economia, sempre più affidata all’Intelligenza artificiale. La pianificazione flessibile e sperimentale di un sistema di impianto socialista governa mercati e imprese, dirigendo la forza vitale del capitalismo verso il benessere collettivo senza sacrificare il profitto. Ma è già in atto un prossimo passo, che consiste nel rendere superfluo il capitalismo automatizzando il sistema della produzione e del reinvestimento del surplus generato. Il sogno della “fabbrica unica” che sincronizza domanda e offerta tramite l’interazione di “agenti”, che rendono necessario l’intervento umano solo quando un agente segnala un caso che non sa risolvere: un cliente che contesta, un guasto anomalo, un materiale introvabile. Non stiamo parlando di un futuribile, ma di un traguardo che la Cina può raggiungere tra il 2035 e il 2040. Nel 2025 il Paese ha installato 354 mila robot industriali, il 59% del totale mondiale. Le consegne di robot umanoidi, destinati ai lavori manuali più vari che i robot tradizionali non riescono a svolgere, dovrebbero passare dalle 50 mila unità del 2026 a quasi mezzo milione all’anno nel 2030. Entro la fine del decennio gli agenti di AI coordineranno la grande industria, e nel decennio successivo elettronica, automobile, chimica e siderurgia funzioneranno “al buio”: dentro fabbriche prive di illuminazione, diventata superflua. La maggior parte del valore aggiunto manifatturiero uscirà da impianti senza presenza umana sistematica.

È la realizzazione di un sogno antico che il socialismo del '900 aveva inseguito senza successo. Nel 1945 Friedrich von Hayek aveva sostenuto che nessun pianificatore avrebbe mai potuto raccogliere le informazioni disperse tra milioni di produttori e consumatori, compito che solo il sistema dei prezzi sapeva svolgere. A metà degli anni 60 Oskar Lange gli rispose che il calcolatore avrebbe risolto in un istante le equazioni che il mercato risolve a tentoni, ma i computer di allora erano macchine da laboratorio. In Unione Sovietica Viktor Gluškov progettò una rete nazionale di elaboratori per governare l’economia, e fu la stessa burocrazia che avrebbe dovuto servire ad accantonarla. In Cile il governo di Salvador Allende affidò a Stafford Beer il progetto Cybersyn che collegava le fabbriche nazionalizzate a una sala di controllo centrale. Il colpo di Stato del 1973 lo spense prima che potesse mostrare di cosa fosse capace. Oggi il problema posto da Hayek trova una soluzione che non viene dalla teoria ma dalla tecnica. Gli agenti di AI non hanno bisogno di accumulare in un centro tutte le informazioni dell’economia perché lavorano dove le informazioni nascono: nel reparto, nel magazzino, nell’ufficio acquisti, nel rapporto tra fornitore e cliente. Leggono la domanda nel momento in cui si forma e la traducono in ordini, piani di produzione e acquisti di materiali, senza bisogno di un’autorità onnisciente. È una pianificazione diffusa che conserva la flessibilità del mercato senza dipendere dalla sua cecità.

La Cina è il primo Paese a disporre di tutti gli ingredienti per tentare l’impresa. Dispone della più grande base manifatturiera del pianeta, di una filiera che produce in casa i componenti delle macchine e di uno Stato capace di fissare obiettivi di lungo periodo, come il programma AI plus che punta a integrare l’AI nel 90% dell’economia entro il 2030. Nelle imprese il cambiamento è già cominciato. Piattaforme come quella della Black Lake mettono al lavoro agenti che interpretano i disegni tecnici, preparano i preventivi, programmano la produzione e controllano la qualità. Il passaggio decisivo, tuttavia, riguarda il reinvestimento del surplus. Per Braudel e per Arrighi, il capitalismo non coincide con il mercato. È lo strato superiore dell’economia in cui pochi soggetti decidono dove spostare i capitali in cerca del profitto più alto. Quando una rete di agenti saprà rilevare dove servono nuove capacità produttive, macchine e infrastrutture, destinandovi le risorse secondo criteri stabiliti dalla collettività, il capitalista come arbitro privato dell’accumulazione perderà la sua ragione d’essere. Il profitto non scomparirà, ma da padrone del processo diventerà uno dei suoi indicatori.
L’intervento umano ridotto all’eccezione non segna però la fine della politica, ma il suo ritorno al centro della scena. Le macchine sanno come produrre, non che cosa valga la pena produrre, per chi e a quale prezzo per l’ambiente e le generazioni future. Le società che avranno costruito la fabbrica unica si troveranno davanti alla sola domanda cui nessun agente può rispondere: a cosa serve tanta abbondanza? Su questa domanda, e non più sul costo del lavoro, ha iniziato a giocarsi la sfida tra i sistemi politici di questo secolo. Ed è qui che l’idea socialista viene chiamata a misurare la sua superiorità sullo spirito del capitalismo e sulla mistica dei mercati.
[di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 25 ottobre 2026]

I mandanti occulti (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano 25 ottobre 2026

 

I ragazzi che protestano vivono in tuguri di periferia, perché nelle grandi città del lusso, dei b&b, dei palazzoni sfitti, dei grattacieli vuoti, dei boschi verticali e delle mazzette orizzontali non c’è posto per il ceto medio, figurarsi per loro. I genitori, se hanno culo, cioè un lavoretto precario, guadagnano una miseria e non arrivano a metà mese. E ora ricevono bollette del gas e della luce da paura, per non parlare di quando tentano di fare benzina. Se sono autotrasportatori sono rovinati, se sono pescatori o agricoltori pure. Prima integravano col reddito di cittadinanza (550 euro al mese di media per arrivare a 750 col resto, roba da nababbi), ma ora gli han tolto pure quello, divanisti e fancazzisti che non sono altro. Un tempo la nonna dava una mano alla famiglia a sbarcare il lunario, ma ora s’è arresa: la sanità pubblica costa quasi quanto la privata. Passeggiano in centro e le vetrine gli sbattono in faccia un lusso sfrenato, che per loro è fantasy: non potranno mai neppure sfiorarlo. Ma c’è gente che entra, compra, striscia la carta ed esce con le borse griffate zeppe. Sono i miliardari stranieri, che la città “attrattiva” richiama più di Dubai, grazie alla tassuccia piatta del noto progressista Renzi; e quelli italiani, tutti ceo, founder, creator, merchandiser, stylist e influencer che parlano solo di figa, “ape” e soldi, anzi business, call, brainstorming, brand, warming, location, Rolex, Porsche, Maserati, chef stellati, fiumi di coca e mignotte à go go, pardon escort, e si arrapano per City Life, Expo, Fashion Week e tutte le altre Week.

I ragazzi li guardano e imparano dai social che i modelli di vita sono quelli, non loro sfigati senza speranza, neppure quella di avere la stessa vita sfigata dei genitori. A scuola vedono solo brutture e nulla che funzioni, a parte i crolli e i topi. Poi scoprono sul web che il governo non ha soldi per nulla che li riguardi, ma per il riarmo e Kiev i miliardi li trova sempre, a costo di indebitarsi (cioè di indebitarli). Sentono dire che Eni, Leonardo e le banche, grazie ai rincari dell’energia, cioè alle guerre, raddoppiano e triplicano gli utili, ma tosarli per i bisogni della gente è una bestemmia. Tutto intorno a loro non si parla che di guerre, armi, bunker, arruolamenti, esercitazioni, nemici da sconfiggere o da inventare. E tra i nemici ci sono pure loro. Li chiamano pure “maranza”, un po’ marocchino e un po’ melanzana, per farli sentire un po’ più diversi, sbagliati, estranei: “In galera!”. In tv Fazio e Serra, Scurati e Zoro parlano di loro con l’aria dei colonnelli in pensione e delle sciure all’ora del tè: il pane non gli manca, ma sono viziati, vogliono pure le sneakers e i libri mica li rubano, eh no, perché sono pure ciucci, signora mia. Quindi non si capisce proprio cosa abbiano da protestare. Ci dev’essere per forza qualcuno dietro.

Le proteste servono

 

di Gabriele Busti

 

Le proteste servono, per quanto Giorgia pare che stamattina abbia chiuso la questione con un piatto di lenticchie, 110 milioni agli autotrasportatori e una settantina tra agricoltura e pesca. Qualcuno sostiene che dal nostro meraviglioso paese siano usciti 27 miliardi all'anno, negli ultimi quattro anni, variamente connessi alla nostra decisione di seguire in tutto e per tutto il suicidio europeo nella guerra di Ucraina.

Le proteste servono come il pane, servono a cambiare il clima, a strappare, anche solo per un momento, la narrazione dalle mani dei camerieri. Le proteste servono anche quando vengono tacitate, minimizzate, filtrate, pervertite, strumentalizzate, annacquate, risignificate e tirate per la giacchetta.

Le proteste bucano il velo di un'irrealtà costruita a mezzo di mille finti conflitti identitari, connettono il piano del reale con quello della rappresentazione, riavvicinano il discorso pubblico a quello privato.

Le proteste servono perché fanno sentire chi soffre meno solo, perché danno la sveglia, perché bucano quel velo depressivo che indirizza le sofferenze sociali verso la dimensione privata.

Le proteste servono ma sono ancora una goccia nel mare e questo non è nemmeno il più grave dei problemi.

Le proteste servono ma sono confuse e questo è il più grave dei problemi. Sono confuse perché tutti vogliono spiluccare sulle proteste, ma non esiste, ad oggi, un attore politico che abbia legittimità di porre sul piatto le cause reali di un problema che invece ha nome, cognome, indirizzo e codice postale.

Le proteste servono perché di certe cose non si può parlare, non è data liceità nel dibattito pubblico. Le proteste servono ma serve ancor più una forza politica che provi a dare una spiegazione alle rabbie, alle sofferenze e alle proteste. Nessuno dei partiti e dei movimenti che stanno in parlamento può permettersi di farlo.

Le proteste servono perché dal primo giorno della guerra di Ucraina l'inflazione è salita del 27% e gli stipendi sono cresciuti in media del 6%, i mutui a tasso variabile sono aumentati del 30%. E si veniva dalla pandemia, non certo dal Bengodi.

Le proteste servono perché il nostro governo appoggia la coalizione Epstein che ha scatenato la guerra in Iran e ha fatto saltare il prezzo della benzina.

Le proteste servono perché in questi ultimi anni la gente ha attinto dal risparmio privato, dai finanziamenti, dalle rate dalla vendita dei propri immobili. Lo ha fatto per cercare di mantenere un tenore di vita che credeva le spettasse per diritto e a cui si era irrimediabilmente abituata, e non ce la sta più facendo, e molti stanno deragliando.

Le proteste servono perché non avere il coraggio di interpretare il collasso demografico come il segnale definitivo del suicidio del paese significa essere depressi in modo irrimediabile.

Le proteste servono perché non ci si può più tirare indietro rispetto alla nostra riduzione a colonia. Servono le proteste per creare una massa critica che ponga disperatamente il problema della sovranità popolare del paese.

Le proteste che servono sono quelle che invocano la fine dell'Unione Europea che è un aborto delinquenziale nella sua intima costituzione. Per far emergere davvero questa verità che sta lentamente venendo a galla, servono anche le proteste.

Le proteste servono per convincere la gente che è arrivato il momento, a pena della morte, di mettere in discussione un vincolo atlantico che abbiamo già abbondantemente pagato. Attenuarlo, assecondarlo, contrastarlo dall'interno, ricontattarlo, le abbiamo provate tutte e ci siamo anche riusciti, ma oggi la la tenaglia è troppo stretta e non si allargherà più. E questo, o lo capiamo o moriremo.

Le proteste servono perché la maggioranza del paese indossa schemi mentali che fanno apparire l'eventualità di autodeterminarci in opposizione agli americani e all'Unione Europea come un orrore. Solo se le proteste andranno a buon segno, capiranno che non è vero. Solo se puntiamo al massimo otterremo almeno qualcosa.

Le proteste servono perché la via parlamentare ce l'hanno preclusa, e prima di andarci a schiantare dobbiamo tentare la strada delle proteste.
 
 

La finanza è la continuazione della guerra con altri mezzi (di Alessandro Volpi)

 
di Alessandro Volpi


Per usare una parafrasi.

La finanza è la continuazione della guerra con altri mezzi.

Il crollo progressivo e la traiettoria calante delle Borse cinesi mostrano come la finanza globale sia mossa da precise scelte di allocazione dei capitali.

Dietro le forti flessioni registrate sugli indici di Shanghai, Shenzhen e Hong Kong non vi è semplicemente un rallentamento della seconda economia mondiale, ma l’azione coordinata e chirurgica dei grandi colossi del risparmio gestito globale e dei fondi speculativi.

BlackRock, Vanguard e Fidelity, che da soli governano circa 40 mila miliardi di dollari e orientano le scelte di milioni di risparmiatori, hanno progressivamente ridotto il proprio peso sui listini orientali.

Attraverso il riallineamento periodico dei portafogli e la revisione degli indici benchmark internazionali, questi giganti della gestione hanno innescato un deflusso costante e programmato di liquidità.

In un sistema di scambi in cui l'effetto emulazione domina, il semplice cambio di raccomandazione da parte dei gestori statunitensi ed europei basta a spaventare il mercato e a svuotare di risorse importanti settori azionari.

A questo disinvestimento strutturale si è affiancata l’azione aggressiva degli hedge fund, che hanno colto l'occasione per orchestrare imponenti manovre speculative. Sfruttando le fragilità del settore immobiliare e le paure del retail cinese, i fondi speculativi hanno moltiplicato le posizioni corte e le vendite allo scoperto, spingendo al ribasso le quotazioni dei colossi tecnologici e industriali.

Questo circolo vizioso ha accelerato le uscite e travolto anche gli ordini automatici delle piattaforme di trading algoritmico, rendendo infruttuosi anche gli interventi di sostegno tentati dalle istituzioni pubbliche cinesi.

Tuttavia, la vera chiave di lettura di questo imponente travaso di capitali risiede oltreoceano e risponde a precise dinamiche della finanza statunitense.

L'uscita di massa dalla Borsa di Pechino è servita a drenare liquidità da un competitor strategico per incanalare enormi volumi di denaro sulle società americane legate all'intelligenza artificiale.

Negli Stati Uniti, le enormi valutazioni raggiunte dai colossi dei semiconduttori, del software e dell'infrastruttura cloud necessitano di un flusso ininterrotto di capitali freschi per giustificare multipli di mercato estremamente elevati.

La bolla dell'IA a Wall Street vive e si alimenta della fame costante di nuove risorse liquide per sostenere spese da capogiro e aspettative d'incasso future.

Prosciugare i mercati emergenti cinesi ha così permesso agli investitori istituzionali di alimentare la narrazione tecnologica occidentale, garantendo quella spinta finanziaria necessaria a tenere in piedi la mega-bolla delle big tech americane.

Si tratta di un gigantesco gioco di vasi comunicanti dove la penalizzazione dei listini orientali e la speculazione al ribasso diventano lo strumento perfetto per finanziare la leadership e le valutazioni stellari del comparto tech Usa.

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