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Nucleare, l’ultima di Pichetto sul deposito: “Se non arrivano candidature, ci sono le aree militari”. Ma dimentica la lezione di Scanzano

28 October 2026 at 14:52

Deposito nazionale delle scorie nucleare, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ne spara un’altra: “Stiamo riaprendo la fase delle candidature (dei Comuni per ospitarlo, ndr). Se non ci fossero candidature, ci sono le aree militari”. Lo ha detto, intervenendo all’Assemblea di Confindustria Energia, a Roma. Premessa: l’Italia ha bisogno di quel deposito per non essere costretta a continuare a pagare a caro prezzo lo stoccaggio tra Francia e Regno Unito e per tenere le scorie in un posto più sicuro almeno rispetto ai depositi temporanei. Ma le parole del ministro aprono all’ennesima ipotesi ventilata negli ultimi anni, anche dallo stesso Pichetto Fratin. Il fatto è che la partita delle candidatura è da giocare tutta in salita. Una manciata di giorni fa, nel corso di un incontro organizzato alla Provincia di Viterbo, il territorio ha fatto fronte comune: nessuno dei siti della Carta Nazionale delle Aree Idonee (Cnai) individuati nella Tuscia – che sono ben 21 su un totale di 51 – rispetta i criteri di sicurezza richiesti. Da anni comitati, sindaci, Provincia di Viterbo e associazioni osteggiano l’ipotesi che il deposito possa finire nel Viterbese, tanto che a giugno scorso la protesta è arrivata anche nella Capitale. Così Pichetto esplora nuove possibilità, ossia le aree militari. Ma dimentica la storia recente del Paese. Perché c’è un precedente storico: non riguarda un sito militare, ma una decisione calata dall’alto, quella sì.

Il ministro Pichetto Fratin la spara grossa ma dimentica la lezione di Scanzano

Era il 2003, quando con il decreto-legge 314 il Governo Berlusconi dell’epoca decise d’imperio che le cave di salgemma di Terzo Cavone, a Scanzano Jonico (Matera), in Basilicata, avrebbe ospitato il sito nazionale per le scorie nucleari accumulate dalla dismissione delle centrali italiane e da attività di ricerca. Il decreto era intitolato “Disposizioni urgenti per la raccolta, lo smaltimento e lo stoccaggio, in condizioni di massima sicurezza, dei rifiuti radioattivi” e definita il deposito come un’“opera di difesa militare di proprietà dello Stato”. Il sito quindi, come assicurava il governo non si sa su quali basi, avrebbe dovuto accogliere “in condizioni di massima sicurezza” scorie di seconda e terza categoria, rispettivamente quelle di bassa e media attività e quelle di alta attività che richiedono migliaia di anni per perdere pericolosità. Sono, per intenderci, le scorie che in futuro verranno trasferite definitivamente in un deposito geologico a centinaia di metri di profondità. Quella decisione, presa senza consultare la popolazione locale, scatenò una rivolta popolare di massa, mobilitazione che durò 15 giorni. Iniziò la mattina del 13 novembre, quando i cittadini della Basilicata appresero dai giornali del decreto. I primi blocchi furono organizzati il giorno stesso da un comitato spontaneo di cittadini, agricoltori e sindaci. La protesta si trasformo in pochi giorni in una insurrezione pacifica di tutta la regione: venne occupata la strada statale 106 Jonica che collega Taranto a Reggio Calabria, oltre alla stazione di Metaponto. Vennero montate tende sui binari e la popolazione si organizzò in turni di giorni e turni di notte, cucinando in strada e offrendo solidarietà a chi manifestava. Il 23 novembre 2003, il momento storico, la ‘Marcia dei centomila’, un corteo sterminato sul litorale ionico. Alla fine, il secondo Governo Berlusconi dovette arrendersi: il 27 novembre il decreto venne emendato in Parlamento, ma il riferimento a Scanzano Jonico fu ufficialmente cancellato dal testo.

L’extrema ratio e le altre proposte (con meno ratio) di Pichetto

La domanda è lecita: cosa sarebbe accaduto se le comunità locali non fossero insorte? Di fatto, da allora, è nato un certo orientamento tecnico all’interno dei vari ministeri secondo cui, senza il consenso della popolazione, l’extrema ratio potrebbe essere la zona militare off-limits. Un’area su cui sindaci e presidenti delle province vari non hanno potere, ma comunque un’area del territorio, in alcuni casi interne agli stessi centri urbani. Lo sa bene Pichetto che, prima di parlare delle aree militare, le ha dette tutte. Una delle proposte più eclatanti è stata quella di cui ha parlato a settembre 2024: “Il deposito delle scorie nucleari non lo vuole nessuno? E allora ne facciamo tre: uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud. E i rifiuti più radioattivi, quelli delle vecchie centrali, li lasciamo all’estero. A pagamento”.

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Dal disastro di Trecate 1994 alla geotermia innovativa: il Ticino punta sui pozzi dismessi

27 October 2026 at 06:42

di Mario Agostinelli e Oreste Magni

La geotermia è una fonte programmabile continua, tanto interessante quanto poco conosciuta.
Nata in Italia nel 1904 a Larderello ha un grande passato, ma oggi potrebbe avere un futuro strategico, dato che con le tecniche innovative del ciclo binario chiuso ha tutti i vantaggi per accompagnare efficacemente la transizione energetica oltre il fossile e senza il nucleare.

Noi che abitiamo nella zona a cavallo del Ticino, che una quarantina di anni fa veniva descritta da AGIP come la nuova Dallas d’Italia, ne stiamo valutando le potenzialità. Nel nostro territorio, al di qua e al di là del fiume, vennero realizzate decine di trivellazioni petrolifere. Ci veniva detto che nel campo di Villafortuna Trecate c’era il maggior giacimento petrolifero italiano e che ci sarebbe stata ricchezza: le narrazioni di questo tipo si infransero il 28 febbraio 1994 quando una eruzione incontrollata del pozzo petrolifero TR24 inondò di petrolio misto ad acqua circa 24 Km di risaie e la cittadina di Trecate. Questo disastro cominciò a stimolare, quantomeno in alcune associazioni tra cui la nostra (www.ecoistitoticino.org) ragionamenti diversi su come poteva essere il futuro energetico del territorio. La mobilitazione che ne conseguì arrivò fino al Parlamento europeo dove all’unanimità gli europarlamentari italiani di ogni colore politico, sottoscrissero le nostre ragioni che portarono al blocco di ulteriori trivellazioni petrolifere nel Parco del Ticino.

Una decina di anni fa cominciammo a sollevare il tema di una alternativa ai pozzi petroliferi ormai abbandonati. Oggi, complice la drammatica situazione energetica, si propone il tema delle decine di trivellazioni petrolifere profonde oltre 6000 metri e in via di dismissione che potrebbero essere riutilizzate con le tecnologie geotermiche. Un convegno su questo tema a maggio di quest’anno (rivedi qui) aveva posto le basi per l’utilizzo della nuova tecnologia binaria a ciclo chiuso per ricavare calore ed elettricità. Si tratta di tecnologie più evolute rispetto alle tradizionali utilizzate nella zona di Larderello e dell’Amiata (le cosiddette tecnologie flash). Il convegno sollevava un problema di fondo: riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo delle comunità locali nella transizione energetica, partendo da una risorsa sottovalutata ma strategica per il territorio nazionale come la geotermia. Si proponeva una chiave di lettura chiara: la transizione energetica non può essere calata dall’alto, ma deve partire dai territori. L’esperienza dei pozzi dismessi diventava così un’opportunità sia per il riutilizzo delle infrastrutture esistenti che per la valorizzazione di competenze totalmente italiane con il superamento delle logiche legate alle fonti fossili ed a complemento della transizione alle rinnovabili senza il nucleare.

L’obiettivo era ed è costruire un modello energetico più autonomo e resiliente, meno esposto alle tensioni geopolitiche e alle dinamiche dei mercati globali. Infatti, la geotermia, risorsa sottoutilizzata, fonte continua e stabile, si distingue dalle rinnovabili come l’eolico e il fotovoltaico per una caratteristica fondamentale: produce energia in modo continuo, indipendentemente dalle condizioni meteo grazie al costante calore della terra che a quelle profondità è di circa 160 gradi, temperatura più che idonea per produrre energia elettrica e calore. Un ottimo complemento all’integrazione delle reti rinnovabili.

Un altro punto centrale è quello dei costi. La geotermia, se richiede investimenti iniziali consistenti legati alle perforazioni (ma nell’area Ticino sono già realizzate), nel lungo periodo ha costi di gestione molto bassi e presenta un costo assai competitivo. Eppure, ha una possibilità di utilizzo ancora inespresso: il documento Scenario Energia di TEHA Group-Ambrosetti parla di risorse capaci di coprire oltre quattro volte l’intero fabbisogno nazionale complessivo di elettricità e calore, mentre oggi la geotermia copre solo il 2% della domanda elettrica nazionale.

La transizione energetica non è solo una questione tecnologica, ma anche e soprattutto territoriale e sociale. Riutilizzare infrastrutture esistenti, come i pozzi petroliferi dismessi, significa ridurre i costi, creare valore locale, rafforzare l’autonomia energetica delle comunità. Crediamo sia una sfida da raccogliere soprattutto di questi tempi. Lo scorso 12 e 13 ottobre è stato organizzato un gruppo di trenta persone, tra cui amministratori locali, funzionari regionali, docenti universitari, cittadini sensibili, per visitare gli impianti geotermici innovativi realizzati da aziende italiane in Baviera, a Holzkirchen e Sauerlach, impianti che forniscono energia elettrica e calore alle due cittadine, rendendole di fatto energeticamente autosufficienti assieme alla fornitura di sole e vento (v. info@ecoistitutoticino.org).

C’è da domandarsi come la filiera del geotermico avanzato, completamente italiana, sia di fatto costretta ad intervenire all’estero. L’occasione di sviluppo nel parco del Ticino è ora a disposizione. L’aspetto da non sottovalutare è quello che una diffusione della geotermia di nuova generazione potrebbe assicurare quella fornitura continua di energia attualmente assicurata dal gas e, nelle intenzioni del governo addirittura dal nucleare. Gli impianti visitati a ridosso delle due cittadine sono apprezzati dagli abitanti per le ricadute energetiche positive, per i risparmi in bolletta e per il superamento degli impatti ambientali della geotermia flash di vecchia generazione attualmente presente nel sud della Toscana.

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Sul nucleare siamo solo all’inizio

16 October 2026 at 09:22

L’approvazione della legge delega non significa l’adozione automatica e immediata del nucleare. È l’atto con cui il Parlamento chiede al governo di scrivere le regole del gioco. Due le grandi decisioni da prendere: il tipo di reattori e dove localizzarli.

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