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Ilha nas Filipinas troca betão pela natureza

30 October 2026 at 07:49
Barreiras feitas de conchas de ostra funcionam em conjunto com as estruturas de bambu destinadas a reter os sedimentos. País recorreu durante muito tempo a diques de betão, sem estudos adequados.

© FRANCIS R. MALASIG/EPA

Os habitantes disseram que as barreiras suavizaram as ondas e ajudaram a manter a água afastada durante os tufões e as chuvas das monções

Crianças de Albufeira aprendem a proteger a natureza com bombas de sementes

30 October 2026 at 07:40

Recolher sementes, reconhecer legumes e ervas aromáticas e perceber porque são tão importantes os polinizadores. Estas foram algumas das descobertas

O conteúdo Crianças de Albufeira aprendem a proteger a natureza com bombas de sementes aparece primeiro em Algarve 7.

La politica resta cieca davanti alla policrisi del secolo: la soluzione è fare fronte comune

30 October 2026 at 05:56

a cura di Marzio Chirico

Aprire in questi giorni un sito di notizie o piuttosto sfogliare un quotidiano restituisce un mosaico quasi schizofrenico dell’attualità, seppur chiaro nella sua eccezionalità.

Da un lato gli scaffali iniziano a svuotarsi a macchia di leopardo, in modo pericoloso, dal Mezzogiorno in su. L’Università Federico II di Napoli sposta le lezioni online mentre alcuni supermercati in Puglia e in Calabria non ricevono le nuove scorte di merci e alimentari, per via della paralisi dello sciopero degli autotrasportatori; dall’altro le tensioni e i disordini urbani, Milano capofila, gestiti dal Viminale con una ricetta che ormai è palesemente securitaria e repressiva.

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha quasi il record per decreti sicurezza varati in una singola legislatura (mancherebbero ancora dei mesi). Nel mezzo, e a origine delle tematiche il dibattito sulle proteste giovanili, sulle vetrine rotte, su cosa intendiamo per violenza e le dichiarazioni dei Ministri o dei politici di turno, in solidarietà coi giovani o in aperto conflitto. Come movimento ambientale, è superfluo sottolineare che i giovani non scendono più in piazza, sia in numero che in modalità, come nel biennio ‘19-’20.

Ecco, ci raccontano, dai media mainstream, che questi momenti di crisi sono ricorrenti, episodici, sono transizione da un periodo difficile a un altro. Possiamo affermare serenamente che è una falsità. La rabbia sociale che attraversa le periferie e i lavoratori, fino a esprimersi in modi nuovi e più consistenti, ha come scenografia il modello economico basato sui fossili, sullo sfruttamento estremo dei territori e dei corpi e sulla mercificazione di ogni risorsa.

Se qualche giovane non avesse rubato qualche borsa Louis Vuitton, forse non si sarebbe parlato delle proteste al Sud. Invece, considerato il nuovo modo di protestare, contraddistinto dall’organizzazione sui social, la stretta securitaria per i giovani ha costretto l’esecutivo e reprimere anche gli autotrasportatori, alludendo a “infiltrazioni mafiose”, che non solo delegittimano una protesta giusta e importante, quanto piuttosto si rifanno a dei pregiudizi storici radicati su come il Nord vede il Sud.

E dunque, la paralisi della logistica, l’inflazione che galoppa, il collasso dell’agricoltura, messa già in difficoltà da caldo ed eventi metereologici estremi, assieme alla rabbia sociale che si insinua ed espande nei vari strati della popolazione, sono causa e conseguenza di una unica grande policrisi, quella del XXI secolo.

Le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud non arrivano dal nulla. Si trovano stritolati tra il costo insostenibile del carburante e la devastazione climatica che sta desertificando le campagne e impoverendo i raccolti. A doppio filo, le guerre e la conseguente speculazione energetica fossile, col tema dello stretto di Hormuz quale punta dell’iceberg, ma che nasconde di fatto la questione centrale: un mondo che funziona a combustibili fossili è un mondo in cui diventa insostenibile anche la produzione e la distribuzione di cibo e merci.

Quando il clima estremo distrugge i raccolti e il caro-carburante blocca i camion in protesta, la merce non arriva. La logistica globale è fragile perché fondata sull’estrazione e sullo spreco. La risposta, da Piantedosi in giù, è una sola: manganelli. La ricetta prevede poi restringimenti dei manifestanti in piccole vie con lacrimogeni, idranti sparati ad altezza visto, camionette a zig zag in piazza Duomo, lanciate sulla folla; ricette che non si vedevano dal G8 di Genova. Mentre il mondo va a fuoco, la pretesa di mantenere l’ordine si fa con nuovi e aggiornatissimi decreti sicurezza.

Ora, di tutto si parla tranne che di crisi climatica. Forse c’è il tentativo, ai piani alti, di archiviare la questione come una moda giovanile ormai passata. In realtà, i movimenti climatici non sono scomparsi, a partire dal nostro. Tutt’altro. Sono vivi e vegeti e si stanno radicando sui territori, collaborando con i comitati, portando avanti lotte e istanze territoriali. Hormuz è l’esempio precipuo di come si discuta del problema senza mettere in discussione il sistema stesso che quel problema ha generato.

Ieri come oggi, la lotta climatica non è solo una questione di sensibilità ecologica individuale, ad esempio sulla differenziata o sul “salvare gli orsi polari”. La questione climatica riguarda il benessere su un pianeta salubre con pari diritti: diritto alla casa, alla salute pubblica, per un salario equo e giusto, per la difesa dei servizi essenziali, contro l’1% più ricco del mondo che tanto più inquina quanto più monetizza l’aria che respiriamo.

Le mobilitazioni di queste settimane sono destinate a moltiplicarsi nei prossimi mesi e anni se non arriverà una messa in discussione sistemica al tema del profitto dell’1% più ricco contro il 99% della popolazione che vede sempre più eroso il diritto a una vita dignitosa.

Non c’è e non ci può essere la ricetta della soluzione totale. Questa richiede un deciso ritorno alla programmazione pubblica nei settori strategici. Lo Stato non solo deve tornare a produrre e installare direttamente impianti ed energia pulita, ma proprio costituire una filiera delle componenti degli impianti rinnovabili, laddove l’agricoltura va ridefinita valorizzando i contadini come custodi del territorio e operatori della collettività. Un cambiamento radicale che si fonda sulla reintroduzione dei servizi universali di base, pilastro irrinunciabile di una vera giustizia sociale ed ecologica.

Trattare il carovita, la guerra, la crisi energetica e la cementificazione come compartimenti stagni significa avere una visione miope sul futuro che, invece, possiamo costruire dal basso, prospero per tutte e tutti. Per questo, dai giovani agli agricoltori, è necessario costruire un fronte comune che possa riprendere il controllo pubblico dell’energia, dei servizi, dei diritti, contro un futuro gestito a colpi di decreti sicurezza e manganelli.

Le periferie insorgono, i fiumi si prosciugano, le catene di approvvigionamento si spezzano. Il sistema fossile è fallito. Bismillah, c’est les ténèbres.

L'articolo La politica resta cieca davanti alla policrisi del secolo: la soluzione è fare fronte comune proviene da Il Fatto Quotidiano.

Natalia Chueca, alcaldesa de Zaragoza: “Todos vivimos las consecuencias del cambio climático y negar la obviedad tiene poco recorrido”

30 October 2026 at 04:30
Natalia Chueca, alcaldesa de Zaragoza, en el balcón de su despacho del Ayuntamiento.

A principios de mes, Zaragoza fue designada Capital Verde Europea por la Comisión Europea. Es un reconocimiento a varias décadas de apuesta por políticas locales medioambientales, según explica su alcaldesa Natalia Chueca (50 años, Zaragoza). Pero también supone que la cuarta ciudad más poblada de España deberá poner en marcha un programa para 2028 que afiance un proyecto centrado en la lucha contra el cambio climático y la adaptación a los impactos del calentamiento. La regidora del PP recibió hace una semana a EL PAÍS en su despacho del Ayuntamiento, en la Plaza del Pilar.

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Chueca, en un momento de la entrevista. Natalia Chueca, la semana pasada, en la Plaza del Pilar de Zaragoza.

Brasil tem cinco regiões de recifes de corais costeiros sob ameaça

29 October 2026 at 21:32

Cinco ecorregiões de recifes de corais brasileiras foram classificadas como criticamente em perigo pela Lista Vermelha de Ecossistemas, lançada na 17ª Conferência das Partes das Nações Unidas (COP17) da Convenção sobre Diversidade Biológica (CDB), em Yerevan, na Armênia.

O Brasil teve oito ecorregiões de recifes de corais analisadas, mas três não contavam com dados suficientes para receber uma classificação geral de risco.

As cinco áreas sob alerta são:

  • Parrachos;
  • Atol das Rocas e Fernando de Noronha;
  • Costa dos Corais;
  • Baía de Todos os Santos e Baixo Sul;
  • Abrolhos.

A classificação Criticamente em Perigo significa que, apesar de abrigarem corais vivos e funcionarem como ecossistemas recifais, é necessário agir com urgência para protegê-las.

Essa foi a primeira avaliação global, para esses ecossistemas, promovida pela União Internacional para a Conservação da Natureza (UICN).

O documento lista as ecorregiões conforme o risco de colapso, considerando a distribuição dos corais, as restrições geográficas, a degradação e outros critérios ambientais. Os locais são classificados como: Vulneráveis (VU), Em Perigo (EN), Criticamente em Perigo (CR) ou Colapsados (CO).

Houve dados insuficientes para Parcel de Manuel Luís, Costa Semiárida e Queimada Grande. Para a analista de Conservação do WWF-Brasil, Ana Lídia Gaspar, a falta de informação não pode ser lida como ausência de risco.

“A avaliação aponta a necessidade de ampliar o conhecimento sobre essas áreas para compreender melhor sua situação e orientar medidas de conservação”, reforça a pesquisadora.

As cinco regiões criticamente em perigo foram avaliadas sobre as mudanças ocorridas nos últimos 50 anos e as projeções de estresse térmico provocado pelo aquecimento dos oceanos nas próximas cinco décadas.

A avaliação concluiu que, nos últimos 50 anos, Parrachos, Costa dos Corais e Atol das Rocas e Fernando de Noronha já apresentavam condições para uma classificação CR. Já Baía de Todos os Santos e Baixo Sul e Abrolhos ficariam classificados como EN.

O nível de perigo crítico foi alcançado pelas cinco ecorregiões devido às projeções para os próximos 50 anos de estresse térmico, com base em um cenário intermediário apontado pelo Painel Intergovernamental sobre Mudanças Climáticas (IPCC).

Ameaças

As ondas marinhas de calor são apontadas como principais ameaças aos recifes brasileiros, tendo como referência importantes eventos de estresse térmico que resultaram em branqueamento severo e mortalidade de espécies-chave de corais, como os ocorridos em 2019/2020 e 2024.

“Pressões humanas locais, como a sobrepesca, o desenvolvimento costeiro, o turismo e o aporte de sedimentos e nutrientes provenientes do continente, contribuem para a degradação da qualidade da água, reduzindo a resiliência e a capacidade de recuperação dos recifes”, aponta a avaliação sobre as ecorregiões brasileiras.

O estudo destaca também pressões adicionais, como a exploração de petróleo e gás, mineração e navegação, além da invasão de espécies exóticas como os corais-sol e o peixe-leão.

“De modo geral, os recifes costeiros estão expostos a pressões cumulativas maiores do que os recifes situados mais longe da costa”, acrescenta o documento.

Metodologia

A avaliação global analisou apenas recifes de coral fóticos, que ocupam regiões mais rasas e ensolaradas. Não foram incluídos recifes profundos, rochosos e corais de água fria.

Em todo o mundo, foram analisados 127 ecorregiões em mais de 80 países e territórios, agrupados em dez macrorregiões. Desse total, 122 ecorregiões foram classificadas como Criticamente em Perigo, o equivalente a 96%.

Quando consideradas apenas as mudanças ocorridas nos últimos 50 anos, sem as projeções do IPCC, 30 ecorregiões já estão criticamente em perigo e outras 116 estão ameaçadas.

Ferramenta

A Lista Vermelha de Ecossistemas é uma das ferramentas para a revisão do tratado internacional da biodiversidade de Kunming-Montreal, estabelecido em dezembro de 2022, do qual o Brasil é signatário.

A avaliação serve como referência para relatórios e adoção de políticas nacionais capazes de proteger os recifes, recuperar as populações de espécies marinhas e reduzir as pressões locais.

A análise destaca, no entanto, que ações locais devem ser vistas como complementares à ação climática global.

“Medidas locais não são capazes de impedir as ondas de calor marinhas, portanto, cortes rápidos nas emissões continuam sendo essenciais”, destaca a análise.

© Fernando Frazão/Agência Brasi

Brasil tem cinco regiões de recifes de corais costeiros sob ameaça

Porto de Sines promoveu conferência sobre “Ambiente, Proteção e Segurança – do Risco à Resiliência”

29 October 2026 at 21:56

Descarbonização e Transição Energética, Prevenção e Segurança ao Serviço da Sustentabilidade e Resiliência e Riscos no Transporte Multimodal de Produtos Perigosos, foram temas em discussão. A APS – Administração dos Portos de Sines e do Algarve realizou, nos dias 28 e 29 de outubro, no Auditório do Porto de Sines, a Conferência “Ambiente, Proteção e […]

Crianças de Albufeira aprendem a proteger a natureza com ‘bombas de sementes’

29 October 2026 at 19:42

Com as mãos na terra, 222 crianças das escolas de Caliços, Guia e Sesmarias, descobriram como uma pequena semente pode ajudar a cuidar da natureza. Entre 12 e 29 de outubro, passaram pelas Hortas Comunitárias de Alpouvar, onde conheceram o que ali se cultiva, aprenderam a importância dos polinizadores e prepararam as suas próprias ‘bombas de sementes’, numa atividade promovida pela Câmara Municipal de Albufeira.

Recolher sementes, reconhecer legumes e ervas aromáticas e perceber porque são tão importantes os polinizadores. Estas foram algumas das descobertas que levaram 222 crianças às Hortas Comunitárias de Alpouvar.

A atividade decorreu ao longo de 10 sessões onde os alunos do 1.º ciclo conhecerem os espaços de cultivo e exploraram a relação entre as plantas, os insetos e os alimentos que chegam à mesa. A visita permitiu explicar o papel dos polinizadores na reprodução das plantas e na produção de alimentos, bem como dar a conhecer práticas da agricultura biológica.

Depois, foi o tempo de pôr as mãos na terra. Com sementes, composto e argila, as crianças prepararam pequenas bolas de terra, conhecidas como “bombas de sementes”, que podem favorecer a germinação quando encontram humidade e condições adequadas.

As sementes foram recolhidas pelos próprios alunos nos terrenos envolventes. Este contacto permitiu também aprender a distinguir plantas autóctones de espécies invasores e compreender por que motivo as sementes destas últimas não devem ser utilizadas na atividade.

A ideia foi ajudar as crianças a conhecer melhor a natureza que têm por perto e a perceber como podem cuidar dela. Nas hortas, puderam aprender com o que viram e fizeram, desde reconhecer uma planta até saber que sementes recolher.

A vereadora da Câmara Municipal de Albufeira, Maria Cristina Corado, esteve presente na atividade e salientou a importância de aprender em contacto com a natureza. “Queremos que as crianças tenham oportunidades de sair da sala de aula, mexer na terra e perceber de onde vêm os alimentos. Conhecer as plantas e os animais que existem à nossa volta ajuda-nos a compreender por que razão precisamos de os proteger”, destacou.

A atividade integrou a programação da Câmara Municipal de Albufeira para o Algarvensis Geoparque Mundial da UNESCO e associou a educação ambiental à valorização do património natural do concelho. A proteção da flora autóctone, a recuperação da vegetação e a capacidade dos ecossistemas para enfrentar as alterações climáticas estiveram entre os temas abordados.

Portugal redefine prioridades do Fundo de Modernização da UE

29 October 2026 at 20:57
O Ministério do Ambiente e Energia adianta que a agência deverá identificar as áreas prioritárias para a apresentação de candidaturas ao Comité de Investimento do Fundo de Modernização em 2027.

© TIAGO PETINGA/LUSA

A orientação dada à Agência para o Clima, que assumirá a coordenação nacional desde fundo europeu, do qual Portugal beneficia desde 2024

O fumo expulsou os corredores de Singapura para dentro dos centros comerciais

By: AFP
29 October 2026 at 20:30
O fumo proveniente dos incêndios florestais na Indonésia deteriorou drasticamente a qualidade do ar em Singapura nas últimas semanas, atingindo os piores níveis em mais de uma década e levando ao cancelamento de atividades ao ar livre. No sábado, mais de 80 corredores transformaram as galerias do centro comercial Marina Square em pistas de corrida improvisadas, percorrendo dois pisos e dando voltas junto às montras antes da abertura das lojas ao público. As regras eram rigorosas. “É proibido correr a toda a velocidade, ultrapassar ou gritar”, avisou Eugene Beh, de 52 anos, fundador do Singapore Runners Club, perante cerca de

Empresa que quer explorar lítio em Trás-os-Montes conclui trabalhos geotécnicos e diz que vê “cada vez maior aceitação”

29 October 2026 at 19:50

A Savannah anunciou hoje que concluiu os trabalhos geotécnicos no âmbito da mina de lítio do Barroso, em Boticas, numa área onde se instalará a fábrica e se concentrarão as atividades durante os primeiros oito anos de operação.

“A conclusão desta campanha representa mais um passo concreto no desenvolvimento do projeto lítio do Barroso. Foram cinco meses de trabalho intenso, com uma equipa alargada e envolvendo empresas locais e regionais, que nos permitiram recolher um conjunto muito significativo de informação técnica para a próxima fase do projeto”, afirmou, citado em comunicado, o diretor-executivo (CEO) da Savannah, Emanuel Proença.

Entre terça-feira e hoje, algumas dezenas de pessoas concentraram-se junto a um local de sondagens em Covas do Barroso, em terreno baldio abrangido pela servidão administrativa concedida pelo Governo em maio, para bloquearem os trabalhos da empresa e protestarem contra o projeto mineiro.

Hoje juntaram-se cerca de 50 pessoas naquela área florestal onde estavam máquinas da empresa.

No comunicado divulgado hoje, a Savannah disse que, “ao contrário do referido repetidamente, o protesto dos últimos dias não paralisou trabalhos”.

“Conforme a empresa foi esclarecendo, não estavam previstas intervenções no local dos protestos, encontrando-se o programa já concluído nessa área. As operações prosseguiram noutras frentes de trabalho, de acordo com o planeamento definido pela empresa. A Savannah reafirma que a sua atuação no local ocorreu ao abrigo da servidão administrativa concedida pela Estado português”, salientou a empresa.

A Savannah disse ter comunicado hoje ao mercado que concluiu “com sucesso” no início da semana os trabalhos de reconhecimento geotécnico e hidrogeológico previstos para o bloco neste do projeto. Esta é a área onde se instalará a fábrica e se concentrarão as atividades durante os primeiros oito anos de operação.

“Relativamente à contestação ao projeto dos últimos dias, por sermos da região, sabemos que a mesma não representa o sentimento local. Nós vemos no dia a dia a cada vez maior aceitação do projeto por todos aqueles que acolheram a via do diálogo, vemos o interesse que as pessoas têm no projeto e nas oportunidades que ele está já a criar nas comunidades”, acrescentou Emanuel Proença.

O responsável referiu que “mais de 2.000 candidatos a novos empregos e 50 novas vagas para preencher nos próximos meses, reforçam a grande responsabilidade” que a empresa “tem em mãos”.

A campanha durou cinco meses e envolveu 276 pontos de observação e mais de 180 poços de reconhecimento e, segundo a empresa, os trabalhos “representaram um investimento superior a 500 mil euros em serviços diretos na economia local”.

Realizaram-se ainda 32 sondagens para piezómetros, que permitem medir e acompanhar os níveis de água, e 30 sondagens geotécnicas, que forneceram dezenas de amostras destinadas a caracterizar as condições das fundações das futuras instalações e a qualidade dos materiais que poderão ser utilizados em construção.

A empresa concretizou que, para além dos mais de 40 trabalhadores da Savannah envolvidos nesta campanha, os trabalhos mobilizaram, em média, cerca de 30 profissionais por dia.

A contestação à mina é feita há oito anos e já a 09 de outubro a associação Unidos em Defesa de Covas do Barroso interrompeu os trabalhos da empresa, com a GNR a identificar 27 opositores à mina de lítio.

O projeto mineiro foi viabilizado pela Agência Portuguesa do Ambiente (APA), com a emissão de uma Declaração de Impacte Ambiental (DIA) favorável condicionada em 2023.

A empresa Savannah Resources pretende iniciar a construção em 2027 e alcançar a primeira produção em 2028.

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Brasil tem cinco regiões de recifes de corais costeiros sob ameaça

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Cinco ecorregiões de recifes de corais brasileiras foram classificadas como criticamente em perigo pela Lista Vermelha de Ecossistemas, lançada na 17ª Conferência das Partes das Nações Unidas (COP17) da Convenção sobre Diversidade Biológica (CDB), em Yerevan, na Armênia.

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A classificação Criticamente em Perigo significa que, apesar de abrigarem corais vivos e funcionarem como ecossistemas recifais, é necessário agir com urgência para protegê-las.

Essa foi a primeira avaliação global, para esses ecossistemas, promovida pela União Internacional para a Conservação da Natureza (UICN).

O documento lista as ecorregiões conforme o risco de colapso, considerando a distribuição dos corais, as restrições geográficas, a degradação e outros critérios ambientais. Os locais são classificados como: Vulneráveis (VU), Em Perigo (EN), Criticamente em Perigo (CR) ou Colapsados (CO).

Houve dados insuficientes para Parcel de Manuel Luís, Costa Semiárida e Queimada Grande. Para a analista de Conservação do WWF-Brasil, Ana Lídia Gaspar, a falta de informação não pode ser lida como ausência de risco.

“A avaliação aponta a necessidade de ampliar o conhecimento sobre essas áreas para compreender melhor sua situação e orientar medidas de conservação”, reforça a pesquisadora.

As cinco regiões criticamente em perigo foram avaliadas sobre as mudanças ocorridas nos últimos 50 anos e as projeções de estresse térmico provocado pelo aquecimento dos oceanos nas próximas cinco décadas.

A avaliação concluiu que, nos últimos 50 anos, Parrachos, Costa dos Corais e Atol das Rocas e Fernando de Noronha já apresentavam condições para uma classificação CR. Já Baía de Todos os Santos e Baixo Sul e Abrolhos ficariam classificados como EN.

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Ameaças

As ondas marinhas de calor são apontadas como principais ameaças aos recifes brasileiros, tendo como referência importantes eventos de estresse térmico que resultaram em branqueamento severo e mortalidade de espécies-chave de corais, como os ocorridos em 2019/2020 e 2024.

“Pressões humanas locais, como a sobrepesca, o desenvolvimento costeiro, o turismo e o aporte de sedimentos e nutrientes provenientes do continente, contribuem para a degradação da qualidade da água, reduzindo a resiliência e a capacidade de recuperação dos recifes”, aponta a avaliação sobre as ecorregiões brasileiras.

O estudo destaca também pressões adicionais, como a exploração de petróleo e gás, mineração e navegação, além da invasão de espécies exóticas como os corais-sol e o peixe-leão.

“De modo geral, os recifes costeiros estão expostos a pressões cumulativas maiores do que os recifes situados mais longe da costa”, acrescenta o documento.

Metodologia

A avaliação global analisou apenas recifes de coral fóticos, que ocupam regiões mais rasas e ensolaradas. Não foram incluídos recifes profundos, rochosos e corais de água fria.

Em todo o mundo, foram analisados 127 ecorregiões em mais de 80 países e territórios, agrupados em dez macrorregiões. Desse total, 122 ecorregiões foram classificadas como Criticamente em Perigo, o equivalente a 96%.

Quando consideradas apenas as mudanças ocorridas nos últimos 50 anos, sem as projeções do IPCC, 30 ecorregiões já estão criticamente em perigo e outras 116 estão ameaçadas.

Ferramenta

A Lista Vermelha de Ecossistemas é uma das ferramentas para a revisão do tratado internacional da biodiversidade de Kunming-Montreal, estabelecido em dezembro de 2022, do qual o Brasil é signatário.

A avaliação serve como referência para relatórios e adoção de políticas nacionais capazes de proteger os recifes, recuperar as populações de espécies marinhas e reduzir as pressões locais.

A análise destaca, no entanto, que ações locais devem ser vistas como complementares à ação climática global.

“Medidas locais não são capazes de impedir as ondas de calor marinhas, portanto, cortes rápidos nas emissões continuam sendo essenciais”, destaca a análise.

75 sismos em São Miguel desde 20 de outubro

29 October 2026 at 18:25
Desde 20 de outubro, a ilha de São Miguel registou 75 sismos, quatro dos quais sentidos. A zona já viveu crises semelhantes em 1988 e 1997, recorda o IPMA.

© ANTÓNIO ARAÚJO/LUSA

Aprovada proteção de captações de água que abastecem 19 habitantes na Peneda-Gerês

29 October 2026 at 15:45

O ministério do Ambiente aprovou a delimitação do perímetro de proteção de duas captações de águas subterrâneas na freguesia de Gavieira, Parque Nacional da Peneda-Gerês, destinadas ao consumo humano, refere a portaria hoje publicada em Diário da República (DR).

De acordo com o documento, a delimitação dos perímetros de proteção, que entra em vigor na sexta-feira, abrange as captações designadas por “Furo F1” e “Furo F2” do polo de captação de Beleiral-Gavieira, localizadas no concelho de Arcos de Valdevez.

A “massa de água onde se inserem as captações, Maciço Antigo Indiferenciado da Bacia do Lima, foi classificada no âmbito do Plano de Gestão da Região Hidrográfica Minho e Lima, com Estado Global Bom”.

As captações abastecem 19 habitantes, com um volume médio de 1,13 metros cúbicos por dia.

Os “perímetros de proteção visam prevenir, reduzir e controlar a poluição das águas subterrâneas, nomeadamente, por infiltração de águas pluviais lixiviantes e de águas excedentes de rega e de lavagens”.

Estes perímetros pretendem “potenciar os processos naturais de diluição e de autodepuração das águas subterrâneas, prevenir, reduzir e controlar as descargas acidentais de poluentes e, por último, proporcionar a criação de sistemas de aviso e alerta para a proteção dos sistemas de abastecimento de água proveniente de captações de águas subterrâneas, em situações de poluição acidental destas águas”.  

Aprovada proteção de captações de água que abastecem 19 habitantes na Peneda-Gerês
Fonte: Diário da República

Segundo a portaria hoje publicada em DR, o regime jurídico da qualidade da água destinada ao consumo humano atribuiu à Agência Portuguesa do Ambiente (APA) a avaliação do risco das bacias de drenagem dos pontos de captação de água destinada ao consumo humano.

Aquele regime jurídico inclui “a georreferenciação dos pontos de captação nas bacias de drenagem (…) que apenas pode ser dada a conhecer à Entidade Reguladora dos Serviços de Águas e Resíduos (ERSAR), às autoridades de saúde, à Autoridade de Segurança Alimentar e Económica (ASAE), aos órgãos de polícia criminal e às entidades gestoras de sistemas públicos e privados de abastecimento de água servidos pelos pontos de captação”.

“Nesse sentido, a APA apresentou (…) uma proposta de delimitação do perímetro de proteção e respetivos condicionamentos das duas captações de água, sustentada nos estudos que lhe foram apresentados pela Águas do Alto Minho, entidade gestora das captações”, lê-se na portaria.

Todas as captações de águas subterrâneas destinadas ao abastecimento público de água para consumo humano, bem como a delimitação dos respetivos perímetros de proteção, estão sujeitas às regras previstas na legislação em vigor, bem como na Lei da Água.

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Será que Lula 4 nos conduzirá ao futuro ancestral?

29 October 2026 at 15:00

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Em seu discurso de vitória na noite de 25 de outubro, Luiz Inácio Lula da Silva (PT) prometeu, em seu quarto mandato, uma nova forma de governar. Com isso, quis dizer que buscaria uma comunicação mais ativa com as ruas, prolongando o sucesso da estratégia digital e de mobilização no segundo turno. Me pergunto se o novo mandato também poderia representar uma oportunidade de inovar na economia e no meio ambiente. Seria possível aprofundar um projeto socioambiental que proteja nossos biomas e favoreça os povos indígenas?

Na candidatura de Lula, a redução do desmatamento, o combate às mudanças climáticas e a proteção aos direitos indígenas estavam presentes. Bem ao contrário do projeto abertamente danoso do bolsonarismo, que negava o direito à demarcação dos territórios indígenas e prometia o desmonte da legislação ambiental. Os jornalistas e ativistas que analisaram os programas de governo dos candidatos do PT e do PL encontraram centenas de menções aos temas socioambientais no caso do petista e quase nenhuma nas propostas de Flávio Bolsonaro.

Por isso, julgo que, a partir de janeiro de 2027, há possibilidades de avanços nas políticas do poder executivo. A trajetória de redução do desmatamento coloca o Brasil como líder na transição ecológica. Tudo indica que será possível acabar com as derrubadas ilegais na Amazônia até 2030. O caminho pode ser um pouco mais longo no Cerrado, onde a agricultura industrial obtém maior lucro. Para estancar a destruição neste bioma, será preciso repensar incentivos financeiros, como os créditos agrícolas, ou mesmo sancionar as propriedades privadas que insistem em destruir para produzir.

Há, no entanto, um caminho mais profundo e de longo prazo. Uma articulação política e territorial que se inspira nos modelos comunitários e de manejo da natureza dos povos indígenas.

A frase “O futuro é ancestral” se popularizou a partir do pensador e escritor Ailton Krenak, o primeiro indígena a ser eleito para a Academia Brasileira de Letras. Em seu livro de mesmo nome, publicado em 2022, ele traz uma mensagem de esperança ao apontar que o futuro não precisa ser apocalíptico, já que a solução sobre como viver em harmonia neste planeta já está entre nós. Contrário à noção de um progresso ocidental, que transforma a natureza somente em recurso, o pensamento indígena enxerga a terra, as florestas e os rios como entes vivos, nossos parentes mais antigos neste mundo.

Krenak popularizou o conceito, mas o senso de comunidade e o respeito à mãe natureza são algo que observamos em muitas culturas indígenas. Quando escutamos que grandes lideranças como o xamã Yanomami Davi Kopenawa nos alertam dos riscos de liberar os espíritos maléficos quando destruímos a floresta, é fácil entender a violência das invasões garimpeiras em seu território.

Essa visão de mundo, tão distinta da economia capitalista, tem consequências concretas para todos nós. A demarcação de terras indígenas, direito garantido aos povos originários na Constituição de 1988, permitiu que uma vasta extensão de ecossistemas nativos na Amazônia, Cerrado, Mata Atlântica e Pantanal fosse conservada até hoje. Existe uma centena de estudos científicos que demonstram que as áreas sob cuidado dos indígenas estão em melhor condição do que as terras não demarcadas.

Em complemento a estas evidências sobre a efetividade dos territórios indígenas nas estratégias de conservação, temos um estudo muito importante liderado pelos pesquisadores do grupo de ecologia tropical do Instituto Serrapilheira, que foi capaz de calcular a contribuição econômica que as terras indígenas geram ao agronegócio.

A conexão entre floresta, chuvas e lavouras

Essa conexão se dá exatamente pela relação entre a floresta e as chuvas: a umidade advinda dos chamados rios voadores alimenta as lavouras do Centro-Oeste e Sul do país. Segundo nota técnica publicada em dezembro de 2024, as chuvas vindas das terras indígenas da Amazônia abasteceram 80% da atividade agropecuária do país, o que gerou R$ 338 bilhões em 2021, ou 57% da receita total.

Estes mesmos pesquisadores, junto a outros nomes de peso, como José Marengo, atual diretor do Centro Nacional de Monitoramento de Desastres Naturais, publicaram também em 2024 na revista Nature um artigo em que mostram que as terras indígenas são essenciais para evitar o colapso ambiental da Amazônia, o chamado ponto de não retorno. Neste estágio crítico, as florestas deixariam de absorver carbono em quantidade útil para o equilíbrio do clima. Tornando-se mais seca com tantas queimadas e calor, a maior floresta tropical úmida do mundo não mais seria a provedora de chuvas essenciais.

Por esta razão, políticas públicas que reconheçam a importância das terras indígenas para o bem-estar de toda a nação são cada vez mais urgentes. Lula, junto à ministra Marina Silva foram bem sucedidos em criar o Fundo Amazônia em 2008 e com isso atrair recursos de governos estrangeiros e investir na manutenção e proteção dos territórios indígenas.

Mas é preciso avançar mais nos mecanismos de pagamento por serviços ambientais, que ainda engatinham ou flertam com soluções mercadológicas como os créditos de carbono.

Reforço o que havia dito há algumas semanas, quando defendi que povos da floresta estão unidos contra a extrema direita. O senso comunitário que historicamente permitiu a mobilização política em defesa dos direitos à terra, contra a invasão de desmatadores, garimpeiros ilegais é o mesmo que se uniu contra a proposta de entregar o Brasil aos grileiros.

Para saber mais

Já que hoje estamos falando do saber indígena, gostaria de recomendar a leitura do especial “Manejo do Mundo” publicado na edição deste mês da revista piauí e reproduzido em uma super versão interativa no site da mesma.

Este trabalho mostra como atuam os Agentes Indígenas de Manejo Ambiental (AIMAS) das terras indígenas do Alto Rio Negro. Através de diários sobre as condições climáticas e observações da fauna e flora, estes pesquisadores indígenas trazem uma representação incrivelmente completa do meio ambiente e suas transformações.

https://piaui.uol.com.br/revista/241/o-manejo-do-mundo/

Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

29 October 2026 at 14:30

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

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El Quijote marino que persigue gigantes de roca: "Nadie había estado antes en ese lugar"

29 October 2026 at 14:35
El aventurero y escritor Sylvain Tesson ha recorrido el planeta en busca de farallones, columnas de piedra situadas en la costa o incluso en mitad del océano que considera símbolos de rebeldía. "Es de lo más peligroso que he hecho en mi vida", cuenta tras catalogarlos y escalarlos Leer

El aventurero y escritor Sylvain Tesson ha recorrido el planeta en busca de farallones, columnas de piedra situadas en la costa o incluso en mitad del océano que considera símbolos de rebeldía. "Es de lo más peligroso que he hecho en mi vida", cuenta tras catalogarlos y escalarlos

Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto

29 October 2026 at 14:30

Gli agricoltori difficilmente si allontanano dalle aziende e dai campi. Se lo fanno è solo per ragioni molto serie. Pertanto, quando i contadini vanno in piazza, rovesciano in strada il frutto del loro duro lavoro, portano i trattori in tangenziale, stanno disperatamente chiedendo di essere visti e ascoltati. Quando la gente piange, angosciata perché non sa come fare a pagare i conti del mese, come sostenere la propria famiglia, pagare le rate del trattore, offrire un futuro ai figli, significa che il vaso è colmo. Trabocca. La trave nel piatto è che non si tratta solo del caro gasolio, non solo del blocco dello stretto di Hormuz, non solo della crisi climatica e ambientale, non solo della siccità, non solo della perdita di fertilità del suolo, si tratta di una crisi strutturale a cui finora nessuno ha saputo dare risposte.

I camion e i trattori bloccano gli snodi stradali spesso senza essere organizzati dalle sigle sindacali, ma spontaneamente: le storie che ne emergono sono autentiche e toccanti. Una tra tutte, quella di chi si presenta con l’asino invece che col trattore perché non ce la fa più a mantenere nemmeno quello: il fieno per nutrirlo costa ormai 45 euro a balla. Ma, più diffusamente, Cia – Agricoltori Italiani- certifica che mentre a settembre scorso, col salire dell’inflazione, i prezzi degli alimentari freschi per i cittadini sono cresciuti del 5,5% rispetto allo stesso periodo 2025, i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono drammaticamente crollati: -50% per l’olio extravergine d’oliva, -30% per le susine, -25% per albicocche e uva da tavola, -24% per il latte crudo sfuso. E il delta tra i prezzi di vendita sul campo e al dettaglio è violento: le carote pagate 0,28 euro al chilo sul campo vanno a 1,46 euro al chilo sulla tavola (+421%); l’uva da tavola da 0,58 euro al chilo a 2,99 euro (+416%); le melanzane da 0,62 a 2,75 euro (+344%); le pesche da 0,74 a 2,88 euro (+290%). Allora quando ci si scandalizza di fronte ai sussidi pubblici destinati all’agricoltura – che comunque per la prossima PAC sono previsti in diminuzione del 15-20% perché si preferisce investire nella guerra – si deve anche aver chiaro che quei soldi continuano a fluire verso poche grandi aziende: l’80% dei finanziamenti va al 20% dell’agricoltura. Viene premiata l’agricoltura industriale fortemente meccanizzata, quella ipertecnologica che ha sempre meno bisogno di esseri umani, quella intensiva che non può permettersi la biodiversità perché la sua religione è “l’efficienza” della monocoltura, quella che genera paesaggi agrari semplificati, quella più diffusa in Pianura Padana dove secondo il “Bird Farmland Index” la popolazione di uccelli degli ambienti agricoli, al 2025, è diminuita del 50% rispetto al 2000, mentre la media nazionale si attesta al -33%.

Se ne avvantaggiano le grandi multinazionali e i grandi gruppi della distribuzione e dei trasporti che controllano semi, fertilizzanti e pesticidi di sintesi, meccanizzazione e logistica, lasciando le briciole, quel residuale 20%, all’80% dell’agricoltura italiana, fatta di aziende di piccola e media scala. Cioè a quell’agricoltura che realmente presidia i territori, che contrasta il dissesto geologico, quella più adatta alle terre collinari e montane che sono il 70% del territorio nazionale, quella in cui i contadini abitano sui terreni che coltivano e hanno tutto l’interesse che quei luoghi siano salubri e tutelati. Scrivono gli attivisti Slow Food dalla Campania: “Negli scaffali dei supermercati vuoti non c’è carne, pasta, verdure fresche, uova. Però, mentre assistiamo a tutto questo, nei mercati rionali si trova frutta e verdura prodotta localmente e una prima riflessione da farsi è sulla fragilità di un sistema logistico che può paralizzare un paese intero perché ‘totalitario‘, mentre la produzione e commercializzazione dei prodotti locali continua nonostante tutto”.

A distribuire i fondi pubblici in maniera così poco lungimirante sono le istituzioni politiche, costituite da persone che noi stessi scegliamo per rappresentarci. Alla politica chiediamo responsabilità: cioè capacità di risposta. Ma servono risposte lungimiranti, sagge, non solo emergenziali e non solo di reazione. Una politica che si accontenta del consenso ricavato dalle concessioni ottenute nell’immediato abdica al suo dovere di costruire le condizioni per una trasformazione diffusa della società tutta. Per noi è scoccata da molto l’ora di pianificare strategicamente un sistema alimentare che sia buono pulito e giusto per tutte e tutti. Per noi non esiste un momento migliore di questo per bandire la fame e lo spreco di cibo che, nel modello attuale, vanno a braccetto. Per noi era già ieri il giorno più giusto per iniziare a costruire, invece che inficiare, il futuro delle nuove generazioni!

Non serve far la voce grossa di fronte al disagio diffuso di tanta Italia: le rivendicazioni emergono da gruppi diversi – agricoltori, camionisti, studenti- ma è unica la domanda di cambiamento e come tale va letta. E come tale va trattata: trasformandola in un progetto collettivo. Quando una parte della popolazione percepisce la propria esistenza come una promessa tradita, quando si arriva a considerare il proprio futuro una sfida quotidiana di sopravvivenza, quando si sente di non aver niente da perdere, all’interno di una società che adotta diffusamente un linguaggio, un pensiero, un modello relazionale e una cultura violenta, l’espressione di quel disagio sarà a sua volta violenta.

Serve invece l’onestà di prendere atto, serve l’umiltà di ascoltare, serve la ferma volontà di capire e infine il coraggio di agire. Di cambiare finalmente strada, perché questa va verso il baratro, ormai è chiaro a tutti. Soltanto la biodiversità ci consentirà di adattarci agli effetti della crisi climatica: va sostenuta una produzione alimentare resiliente, in armonia con gli ecosistemi, non energivora, che tutela la salute degli esseri umani e del Pianeta. Senza una immediata transizione agroecologica e al contempo sociale, il nostro sistema alimentare sarà vulnerabile e sempre più in balia delle multinazionali e degli interessi del mercato. La nostra agricoltura perderà ma soprattutto noi perderemo definitivamente la nostra agricoltura. E la coesione sociale. I nostri contadini, e i nostri giovani, saranno sempre più disperati.

Ma la situazione attuale è il risultato di scelte e decisioni che possono e devono essere cambiate: tutte e tutti noi dobbiamo pretendere che ciò accada e che finalmente il bene comune a lungo termine, e non la legge del più forte che si impone nell’immediatezza, sia la stella polare che determina le decisioni che ci riguardano.

L'articolo Agricoltori in piazza, la crisi che va oltre il caro-gasolio. Serve l’umiltà di ascoltare e cambiare strada – La trave nel piatto proviene da Il Fatto Quotidiano.

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