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Israele oltre Netanyahu. La sfida dell’unità nazionale e la partita con l’Iran secondo Molinari

29 October 2026 at 15:54

La democrazia israeliana è in trasformazione, dalle elezioni sono usciti più vincitori, il presidente Isaac Herzog lavora all’unità nazionale e i cambiamenti in corso possono avere impatto non solo in Medio Oriente: questa la lettura del voto nello Stato ebraico da parte di Maurizio Molinari, giornalista e scrittore, già corrispondente de La Stampa da Gerusalemme-Ramallah prima di diventare direttore de La Stampa, di Repubblica e, ora, direttore editoriale del gruppo SAE. Nel suo ultimo libro “Le mappe per capire il potere” (edito da Rizzoli) c’è un’attenta analisi dei cambiamenti in corso in Medio Oriente che aiutano a comprendere anche ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Israele senza maggioranza: è la fine dell’era Netanyahu o la prova che resta il leader più abile nel gestire la frammentazione?

La chiave di lettura di questo voto è che hanno vinto in tre. Ha vinto Benjamin Netanyahu, perché il Likud resta il primo partito con 26 seggi e il suo blocco, 53 seggi, è il più numeroso. Ha vinto Gadi Eisenkot, perché Yashar, al debutto, è subito il secondo partito con 21 seggi e lui è il leader indiscusso del fronte del cambiamento. Hanno vinto i partiti arabi, che con 19 seggi ottengono un risultato storico, quasi il doppio della legislatura uscente. Non siamo davanti alla fine dell’era Netanyahu. Siamo davanti alla fine dell’era in cui Netanyahu poteva governare da solo con la destra radicale e i partiti religiosi. Il premier resta indispensabile ma non è più autosufficiente. Ed è proprio questo equilibrio tra vincitori, nessuno dei quali può governare da solo, a rendere l’unità nazionale l’esito più probabile.

Quali scenari di governo sono realistici? E cosa rischia Netanyahu, politicamente e giudiziariamente?

L’ipotesi più probabile, anche se la più difficile, è un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar. I motivi sono cinque. L’aritmetica: Likud e Yashar insieme hanno 47 seggi e possono agilmente raggiungere la maggioranza di 61 con alleati di centro e di destra, senza dipendere né dagli arabi né dall’estrema destra. I veti incrociati che bloccano le alternative: Netanyahu esclude i partiti arabi, Liberman rifiuta un governo di minoranza o con arabi e haredi. Liberman, anzi, punta proprio su un’intesa Eisenkot-Netanyahu. L’inchiesta sulle interferenze straniere: è stata aperta un’indagine sul sospetto che Qatar e Turchia abbiano inviato ingenti fondi in Israele per mobilitare l’elettorato arabo e rendere il Parlamento ingovernabile. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, ha ordinato allo Shin Bet di indagare sul sospetto che entità straniere abbiano finanziato la mobilitazione degli elettori arabi. È un passo senza precedenti nella storia elettorale israeliana. Il sospetto riguarda fondi provenienti da Paesi vicini ai Fratelli Musulmani e la polizia ha già arrestato quattro persone nel sud per presunta corruzione elettorale. Finché l’indagine è aperta, un governo dell’opposizione con l’appoggio esterno arabo diventa politicamente ancora più costoso. Il costo del ritorno alle urne: nuove elezioni indebolirebbero un Paese ancora alle prese con Hamas a Gaza e la minaccia iraniana. Senza contare che molti in Israele ritengono che le cinque elezioni successive, fra il 2019 e il 2022, furono il momento nel quale Hamas maturò che c’erano le condizioni migliori per lanciare l’attacco del 7 ottobre. La pressione di Washington. È un fattore cruciale perché Trump ha bisogno di avere in Israele un alleato stabile in vista della ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.

Quali sono gli ostacoli maggiori sull’unità nazionale?

L’ostacolo maggiore resta il rifiuto di Eisenkot di servire sotto Netanyahu, anche a rotazione. Ma in Israele le promesse elettorali sono assai spesso posizioni negoziali ed Eisenkot ha già fatto parte del gabinetto d’emergenza dopo il 7 ottobre. La trattativa ruoterà su tre nodi: chi guida per primo, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la leva degli ultraortodossi.

Sul piano giudiziario, l’unità nazionale offrirebbe a Netanyahu una via d’uscita. Herzog vuole un accordo tra le parti prima di valutare la grazia, e non esiste un precedente di grazia a processo in corso. Un patteggiamento legato a un passo indietro concordato potrebbe diventare parte dell’intesa di governo.

Dopo la riforma della giustizia, il 7 ottobre e la guerra, questo voto segna un cambiamento politico o un cambiamento della società?

Il voto descrive un cambiamento profondo della società e il segnale più forte arriva dagli arabi israeliani. L’affluenza nazionale ha toccato il 77,7%, la più alta dal 1999, e quella araba ha sfiorato l’80%. Per la prima volta, secondo le stime preliminari, gli arabi hanno votato in proporzione più degli ebrei.

Il dato più simbolico viene da Gerusalemme Est. Oltre 10.000 palestinesi con cittadinanza israeliana hanno votato, triplicando il dato precedente e rompendo un boicottaggio che durava dal 1967. Questo significa che sta cadendo, tra gli arabi, il tabù dello Stato sionista. Votare per la Knesset vuol dire riconoscere le istituzioni d’Israele come il luogo in cui difendere i propri diritti. È la smentita più netta della narrativa di Hamas e dell’Iran, che descrivono Israele come un’entità da cancellare.

Qui serve una distinzione netta fra il sospetto di ingerenze straniere e il voto popolare. Un conto sono gli eventuali finanziatori stranieri, che vanno perseguiti con rigore. Un altro sono gli elettori arabi, che hanno esercitato un diritto. La polizia ha respinto le accuse del Likud di elezioni “rubate”, affermando che non ci sono prove a sostegno. Eisenkot chiede di indagare a fondo ma avverte di non usare l’inchiesta per ritardare l’insediamento della Knesset. Se Doha e Ankara hanno cercato di sfruttare il voto arabo, è proprio perché quel voto ormai conta. La partecipazione resta una vittoria della democrazia israeliana; l’eventuale interferenza è un attacco contro di essa. Accanto agli arabi, gli altri due vincitori rappresentano Israele che chiede forza contro l’Iran, con Netanyahu, e quello che chiede responsabilità dopo il 7 ottobre, con Eisenkot. Nessuna delle tre identità può governare contro le altre, e l’unità nazionale può essere la risposta politica migliore.

Iran e Hezbollah: un nuovo governo può cambiare strategia senza apparire debole? Discontinuità politica o svolta militare?

Un governo di unità sarebbe la risposta più forte ai nemici di Israele. A Teheran e ai suoi alleati arriverebbe un messaggio chiaro: il Paese è diviso sulla politica, non sulla sicurezza. L’Iran esce dal conflitto iniziato con i raid israelo-americani del 28 febbraio, Hezbollah resta armato a nord e Hamas dentro Gaza. Con l’unità nazionale Netanyahu può incassare la continuità strategica e rafforzare il rapporto con Washington. Eisenkot, ex capo di stato maggiore e autore della dottrina della deterrenza contro Hezbollah, può invece rafforzare una credibilità militare che nessuno mette in dubbio. La dottrina della prevenzione non cambierebbe. Può invece cambiare il metodo: decisioni condivise con gli apparati di sicurezza, invece che dettate dalle esigenze di sopravvivenza di una coalizione. La discontinuità sarebbe politica, non militare.

Senza Netanyahu, Washington perderebbe un alleato privilegiato o guadagnerebbe spazio diplomatico?

Trump è il potenziale regista dell’unità nazionale. Ha sostenuto Netanyahu in campagna elettorale ma fonti a lui vicine riferiscono che vuole escludere Ben-Gvir, e probabilmente Smotrich, dal prossimo governo. Il motivo è strategico: i due hanno votato contro il suo accordo su Gaza e si oppongono alla sua linea sulla Cisgiordania, dove Trump ha detto che non permetterà l’annessione. Un governo con Eisenkot e senza l’estrema destra può servire a tre obiettivi americani: stabilizzare Gaza, allargare gli Accordi di Abramo e aprire la strada alla normalizzazione con l’Arabia Saudita. Nell’entourage di Trump si ipotizza perfino una rotazione con Netanyahu premier per primo ed Eisenkot a seguire. Anche l’ambasciatore israeliano a Washington ha detto che Netanyahu preferisce l’unità nazionale.

La Casa Bianca, ufficialmente, frena: definisce prematuri i resoconti su una preferenza per una specifica coalizione. E Netanyahu ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich. Ma è il gioco delle parti di ogni trattativa. Washington punta su un Netanyahu liberato dagli alleati più scomodi.

Gaza, insediamenti, partner arabi: un nuovo governo può cambiare rotta o il consenso sulla sicurezza lo impedisce?

Qui le novità del voto si incontrano. Un governo di unità senza Ben-Gvir e Smotrich può liberare Israele dal veto dell’estrema destra. E la partecipazione araba, compresa quella di Gerusalemme Est, porta nel sistema politico israeliano una voce che nessun governo potrà ignorare. Ra’am di Mansour Abbas ha accettato Israele come Stato ebraico e democratico, e rappresenta un ponte possibile. Non ci sarà uno Stato palestinese a breve, perché sulla sicurezza il consenso è trasversale e il 7 ottobre ha allontanato di molto nel tempo l’idea della convivenza fra due Stati e due popoli su cui si basavano gli Accordi di Oslo. Ma un governo di unità potrebbe agire in tre nuove direzioni: frenare gli insediamenti non autorizzati, attuare il piano americano per Gaza con Egitto, Giordania e Paesi del Golfo, tornare a dialogare con un’Autorità palestinese riformata.

Il nuovo quadro apre spazio all’Europa o Bruxelles resterà marginale rispetto agli Stati Uniti?

Un governo di unità nazionale può offrire all’Europa la migliore occasione degli ultimi anni. Bruxelles avrebbe di fronte un esecutivo meno ideologico, senza l’estrema destra e più disposto a discutere di Gaza e della Cisgiordania. Ma l’Europa deve prima superare le sue profonde divisioni sul Medio Oriente. Vi sono governi, partiti e leader per i quali le sanzioni contro Israele contano più della condanna del terrorismo di Hamas.

Per contare, l’Ue ha bisogno di strumenti concreti: fondi per la ricostruzione di Gaza, unanimità contro il terrorismo, sostegno alle riforme dell’Autorità palestinese e all’estensione dei Patti di Abramo, investimenti sul corridoio di infrastrutture Imec dall’India all’Europa. E serve riconoscere il valore della partecipazione arabo-israeliana come investimento sulla democrazia d’Israele. Senza coesione Ue, Israele guarderà sempre più a Washington e al Golfo.

Gli antidoti democratici di Israele funzionano. Sarà il dopo Netanyahu? La lettura dell’amb. Mattiolo

28 October 2026 at 16:20

Le urne non hanno consegnato a Israele il verdetto definitivo su Benjamin Netanyahu. Gli hanno però presentato il conto di una stagione politica consumata tra guerre, tensioni interne e un Paese costretto a misurarsi con troppe emergenze contemporaneamente. L’affluenza oltre il 70%, insieme alla mobilitazione degli elettori arabi, racconta una democrazia tutt’altro che rassegnata. Ma la tenuta del Likud dimostra che archiviare Netanyahu è un’operazione molto più complessa del previsto. Ora il pallino passa alle alleanze: il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot cerca i numeri per costruire un’alternativa, mentre sul tavolo restano i dossier più esplosivi, dagli insediamenti in Cisgiordania al servizio militare degli ultraortodossi, fino al futuro del rapporto con Washington e alla minaccia iraniana.

A leggere gli equilibri usciti dalle urne è Luigi Mattiolo, ambasciatore e profondo conoscitore delle dinamiche internazionali. Perché la partita israeliana non si esaurisce nella sfida tra un premier e i suoi avversari: riguarda la capacità di un Paese sotto pressione di cambiare direzione senza perdere di vista la propria sicurezza.

Ambasciatore, partiamo dal dato più evidente: un’affluenza superiore al 70%. Che cosa ci racconta questa partecipazione in un Paese sottoposto a una pressione securitaria straordinaria?

È un dato che colpisce e che merita di essere sottolineato. La partecipazione al voto è un segnale di vitalità democratica, tanto più significativo in un Paese come Israele, che attraversa una fase di forte tensione e deve confrontarsi con minacce su più fronti. È altrettanto importante la partecipazione della popolazione araba israeliana, che ha dimostrato di credere nella democrazia parlamentare del proprio Paese. Non dimentichiamo che Netanyahu aveva cercato di escludere i partiti arabi dalla competizione, ma la Corte suprema ha annullato quella decisione. È un elemento che invita a guardare alla realtà israeliana con maggiore complessità, senza appiattirla sulla narrazione di uno Stato irrimediabilmente antidemocratico.

Eppure chi pronosticava una bocciatura netta di Netanyahu è rimasto deluso. Il Likud ha tenuto e ha sottratto consensi anche alla destra più radicale. È ancora lui il baricentro della politica israeliana?

Il risultato dimostra che Netanyahu conserva una forza politica considerevole. Il Likud ha recuperato voti anche a scapito di altri partiti alla sua destra, un elemento di cui il premier potrà certamente vantarsi. Ma sarebbe sbagliato confondere la tenuta del suo partito con la possibilità di governare senza difficoltà. Il sistema elettorale israeliano, con la sua soglia di accesso alla Knesset, favorisce una rappresentanza articolata e rende indispensabili le coalizioni. Nessuno può governare da solo: la capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva.

Il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot può davvero contendere il governo a Netanyahu? E quale margine ha per costruire una maggioranza alternativa?

La possibilità esiste, ma dipende dalla capacità di aggregare forze politiche diverse attorno a un progetto comune. Il blocco del cambiamento deve dimostrare di poter andare oltre la contrapposizione a Netanyahu e trovare una sintesi sulle questioni decisive per il futuro del Paese. In questa fase, la costruzione di una maggioranza è più importante del risultato del singolo partito. Il presidente Isaac Herzog dovrà valutare chi abbia le maggiori possibilità di raccogliere almeno 61 deputati su 120. L’incarico potrebbe essere affidato a più di un leader politico: la vera discriminante sarà la capacità di costruire una coalizione sostenibile.

I partiti arabi possono diventare gli arbitri della prossima maggioranza?

È una possibilità concreta. Se il blocco del cambiamento riuscisse a ottenere un sostegno esterno dai partiti arabi, potrebbe aprirsi una strada per la formazione di un governo. Resta anche l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale. L’incertezza è inevitabile, perché il sistema israeliano produce coalizioni composite, spesso fragili. La tenuta degli accordi sarà quindi fondamentale: una maggioranza numericamente sufficiente non è necessariamente una maggioranza in grado di governare con stabilità.

Al di là dei numeri, il voto può segnare una discontinuità rispetto alla stagione politica di Netanyahu?

Il segnale di una domanda di cambiamento esiste, anche se non si è tradotto in una bocciatura inequivocabile del premier. Una parte consistente della società israeliana ritiene che il Paese non possa continuare a essere impegnato contemporaneamente su tutti i fronti. Le questioni della sicurezza restano centrali, ma cresce la consapevolezza che occorra trovare un equilibrio diverso tra esigenze militari, tenuta interna e prospettive politiche. La vera incognita è se questa domanda riuscirà a trovare uno sbocco in una maggioranza parlamentare coerente.

Uno dei dossier più divisivi è quello degli insediamenti in Cisgiordania. Un eventuale governo del cambiamento potrebbe invertire la rotta?

È uno dei terreni sui quali potremmo assistere a una discontinuità. La politica degli insediamenti è stata uno degli elementi caratterizzanti dell’esecutivo Netanyahu e ha alimentato tensioni sia sul piano interno sia nei rapporti con la comunità internazionale. Un governo con una diversa composizione potrebbe quantomeno rimettere in discussione alcune scelte. Ma bisognerà capire quali forze entreranno nella coalizione e quale sarà il loro peso effettivo. Non basta evocare il cambiamento: occorre verificare se esistano le condizioni politiche per tradurlo in decisioni concrete.

C’è poi la questione dell’esenzione degli ultraortodossi dal servizio militare. Perché può diventare una linea di frattura decisiva?

Perché tocca un nervo scoperto della società israeliana: la distribuzione degli oneri della sicurezza. In un Paese che ha affrontato una lunga fase di conflitto, il tema del servizio militare non è soltanto una questione amministrativa, ma riguarda il principio di equità tra i cittadini. Eisenkot ha costruito una parte importante della propria campagna proprio su questo nodo. Un eventuale governo alternativo potrebbe provare a intervenire, ma si troverebbe davanti a resistenze politiche e sociali significative. È una delle questioni sulle quali si misurerà la capacità di un nuovo esecutivo di rispondere alle aspettative dei propri elettori.

Sul fronte palestinese, invece, esiste davvero uno spazio per riprendere un processo politico? O la sicurezza continuerà a dettare l’agenda?

La sicurezza rimane una precondizione imprescindibile. In Israele c’è una convergenza ampia sulla necessità del disarmo di Hamas, considerato un passaggio fondamentale per qualsiasi prospettiva politica credibile. Ma sicurezza e iniziativa diplomatica non dovrebbero essere considerate alternative. La sfida consiste nel creare le condizioni per superare la fase attuale e riaprire uno spazio di confronto tra israeliani e palestinesi. Il disarmo di Hamas, da solo, non risolve tutte le questioni del conflitto: è necessario capire quale assetto possa garantire stabilità e prospettive politiche nel lungo periodo.

Quanto ha pesato l’endorsement di Donald Trump a Netanyahu? E quanto conterà Washington nella fase che si apre?

Non credo che il sostegno di Trump abbia modificato in maniera determinante gli orientamenti dell’elettorato. È possibile che una parte dei votanti che in precedenza guardavano ai partiti ultraortodossi abbia finito per convergere sul Likud, ma sarebbe riduttivo attribuire l’esito del voto a un singolo fattore. Il rapporto con gli Stati Uniti sarà comunque decisivo. Un eventuale governo diverso da quello di Netanyahu potrebbe avere margini differenti nel dialogo con Washington, mentre una sua riconferma non farebbe prevedere cambiamenti sostanziali nell’impostazione dei rapporti bilaterali. Le elezioni di metà mandato americane aggiungeranno un ulteriore elemento di incertezza, anche se il presidente manterrà ampi poteri in materia di politica estera e difesa pure nell’eventualità di una perdita della maggioranza al Congresso.

Se Netanyahu dovesse restare al potere, quale dossier rischierebbe di tornare in cima all’agenda internazionale?

La minaccia nucleare iraniana potrebbe tornare a occupare una posizione ancora più centrale. Se non dovesse aprirsi una nuova stagione politica in Israele, è plausibile che la questione iraniana continui a rappresentare uno dei principali punti di convergenza tra Netanyahu e Trump. Il tema non riguarda soltanto la sicurezza israeliana, ma investe l’intero equilibrio mediorientale e il ruolo degli Stati Uniti nella regione.

Chiudiamo tornando al dato democratico. Il voto può essere letto come una risposta a chi descrive Israele come una democrazia ormai compromessa?

I segnali vanno letti con attenzione, senza trarre conclusioni assolute. L’affluenza, la partecipazione della componente araba e il ruolo di una diaspora israeliana particolarmente sensibile al tema dell’antisemitismo mostrano una società mobilitata e consapevole della posta in gioco. Anche il confronto tra forze politiche profondamente divise testimonia che gli strumenti democratici continuano a funzionare. Questo non significa ignorare le contraddizioni, le tensioni istituzionali o le criticità del rapporto con i palestinesi. Significa riconoscere che la realtà israeliana è più complessa di qualsiasi rappresentazione univoca. La prova decisiva, adesso, sarà trasformare la partecipazione elettorale in una soluzione politica capace di dare stabilità al Paese.

Il dopo Vučić deve essere l’Ue. La traiettoria di Belgrado per sfuggire a Mosca e Pechino secondo Onori

27 October 2026 at 14:35

La piazza può rovesciare gli equilibri, ma è quando entra nelle urne che il dissenso diventa una sfida al potere. La Serbia offre oggi una lezione politica che supera i confini dei Balcani: dopo oltre un decennio di dominio di Aleksandar Vučić, la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in consenso elettorale, mettendo in discussione gli assetti consolidati e riportando al centro la lotta alla corruzione, lo Stato di diritto e la credibilità delle istituzioni.

A osservare da vicino questo passaggio è stata Federica Onori, deputata di Azione e capo delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Osce in Serbia. La sua lettura va oltre il ricambio generazionale: il risultato racconta una domanda di democrazia rimasta a lungo senza risposte, ma apre anche una partita decisiva per il futuro europeo di Belgrado. Perché il voto, da solo, non basta a garantire riforme e trasparenza, mentre sul Paese continuano a pesare i legami strategici con Mosca e Pechino. Ora la responsabilità passa anche a Bruxelles: trasformare questa finestra politica in un percorso concreto di avvicinamento all’Unione, senza lasciare che altri attori occupino lo spazio.

Lei era in Serbia come capo delegazione dell’Assemblea parlamentare dell’Osce e ha potuto osservare da vicino una mobilitazione che ha trasformato le piazze in consenso elettorale. Che cosa ha reso possibile la vittoria degli studenti e, soprattutto, come sono riusciti a superare la distanza tra protesta e rappresentanza politica, mettendo in difficoltà un sistema che ruotava da anni attorno ad Aleksandar Vučić?

Sono state certamente elezioni storiche. Dopo oltre un decennio segnato dalla leadership di Vučić, il Paese ha scelto una nuova direzione. Per tutta la giornata noi osservatori abbiamo visto file lunghissime ai seggi, un’affluenza molto alta e soprattutto una grande partecipazione dei giovani. Sono stati loro i veri protagonisti. La Lista degli studenti nasce dopo la tragedia di Novi Sad del 2024 ed è cresciuta attorno all’idea della lotta alla corruzione – e credo che la sua forza sia stata proprio questa. Il passaggio dalla piazza alle urne è il percorso che una democrazia dovrebbe sempre offrire al dissenso. E in Serbia è avvenuto in un contesto non semplice: la competizione è stata molto accesa e la campagna squilibrata, con un uso improprio delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, pressioni sugli elettori e una copertura mediatica fortemente sbilanciata.

Il successo della lista studentesca ridimensiona anche l’opposizione tradizionale, incapace finora di contendere efficacemente il potere a Vučić. Siamo davanti a un ricambio generazionale oppure a una crisi più profonda dei partiti e delle forme classiche della rappresentanza democratica?

Le elezioni stabiliscono chi parla a nome dei cittadini. Un sistema democratico, però, si misura anche su ciò che accade tra un’elezione e l’altra, se le istituzioni sanno ascoltare, se le voci diverse trovano spazio, se i cittadini si sentono rappresentati. Quando la risposta è no, a volte le persone non smettono di fare politica: la fanno altrove, nelle università, nelle piazze, nella società civile. In Serbia quell’energia è rientrata nel circuito elettorale. Più che una crisi della democrazia, la leggo come una forte domanda di democrazia rivolta alle forme tradizionali della rappresentanza.

La vittoria apre una partita decisiva sul rapporto tra Belgrado e Bruxelles. Il movimento studentesco ha costruito il proprio consenso soprattutto sulla lotta alla corruzione, sullo Stato di diritto e sulla ricostruzione delle istituzioni, senza fare dell’adesione europea la sua principale bandiera. Quali condizioni servono perché questa svolta democratica si traduca in un’accelerazione concreta del percorso europeo della Serbia?

Questo voto può rappresentare una grande chance per il popolo serbo, che ha dimostrato di voler essere davvero protagonista del proprio destino. Ma le istituzioni democratiche forti non nascono in una notte né con un’unica elezione: servono tempo e volontà politica. Le priorità sono già scritte nelle raccomandazioni di ODIHR e della Commissione di Venezia, alcune ancora inattuate. Parlo dell’indipendenza dei media e del loro regolatore, della sicurezza dei giornalisti, della trasparenza sul finanziamento delle campagne, di una separazione netta tra Stato e partito e della fiducia nelle liste elettorali. Per questo, anche se l’Europa non è stata la bandiera della campagna, l’agenda riflette la necessità di rafforzare lo Stato di diritto, uno dei pilastri del sistema di valori europeo.

Che cosa cambia negli equilibri europei? Una Serbia più vicina all’Unione potrebbe contribuire a ridisegnare gli assetti dei Balcani occidentali e a ridurre gli spazi d’influenza di Russia e Cina. Quanto pesa questo risultato nella competizione geopolitica e quale responsabilità ricade ora sull’Europa?

I legami della Serbia con Mosca e con Pechino sono profondi e stratificati, e non è chiaro quale sarà la direzione che intraprenderà il nuovo governo. Con la Russia passano anzitutto dall’energia: NIS, la principale compagnia petrolifera del Paese, è da anni nelle mani di Gazprom, e il futuro di questo asset strategico sarà importante per leggere il posizionamento internazionale della Serbia. A questo si aggiunge un legame politico e culturale di lunga data. Anche con la Cina il rapporto è di natura strategica: dall’acciaieria di Smederevo alle miniere di rame di Bor, fino alle grandi infrastrutture e a un accordo di libero scambio, Pechino è diventata in pochi anni uno dei principali investitori nel Paese. Sono interdipendenze reali. E ogni volta che l’Unione si distrae, altri prendono spazio. Ogni passo della Serbia verso istituzioni più trasparenti e uno Stato di diritto più solido riduce quegli spazi più di qualunque dichiarazione geopolitica. La responsabilità dell’Europa adesso è non sprecare questo momento: accompagnare le riforme, investire nella cooperazione tra parlamenti e offrire segnali tangibili.

Dalla Serbia arriva un messaggio forte, che parte dai ragazzi. Secondo lei potrebbe verificarsi una dinamica simile anche ad altre latitudini in prospettiva?

Ogni Paese ha la sua storia, e il caso serbo nasce da condizioni specifiche: la tragedia di Novi Sad ha scosso profondamente la società ed è stata il catalizzatore di un percorso culminato nel risultato elettorale di questi giorni. Ma il messaggio viaggia oltre i confini, perché quando i giovani vedono nella politica uno strumento credibile, partecipano, eccome. La lezione per l’Europa, anche vedendo quello che succede da noi in questi giorni, è che la distanza tra cittadini e istituzioni non è un destino. Si accorcia con la trasparenza, con la lotta alla corruzione e con istituzioni capaci di ascoltare. E anche l’Osce, in particolare nella sua dimensione parlamentare, può costituire un importante strumento di dialogo per sostenere queste riforme.

Da Belgrado a Brasilia, il consenso non è più blindato. La sfida per l’Europa secondo Pirozzi (Iai)

26 October 2026 at 15:49

Le urne non abbattono soltanto governi: possono incrinare sistemi di potere che sembravano inamovibili e rimettere in discussione gli equilibri geopolitici. Dalla Serbia, dove la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in una sfida politica alla leadership consolidata, al Brasile, dove Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro, affiora una domanda di cambiamento che attraversa contesti diversi e supera i confini nazionali. Non è ancora una ritirata globale del populismo, né la prova di una nuova stagione democratica. È, piuttosto, il segnale che il consenso resta contendibile e che la partecipazione dal basso può riaprire partite che parevano chiuse.

Per l’Europa, stretta tra le ambizioni delle grandi potenze, le ingerenze esterne e la crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, la questione è cruciale: capire se questi scossoni possano diventare un’occasione politica o se finiranno per lasciare spazio a nuove forme di instabilità.

Per Nicoletta Pirozzi, vicedirettrice e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), il caso serbo rappresenta un modello politico di particolare interesse, osservato da mesi e capace di sorprendere per la portata del risultato. Ma la discontinuità elettorale, da sola, non garantisce una svolta geopolitica: la composizione eterogenea del movimento studentesco lascia aperti interrogativi sulla futura collocazione internazionale di Belgrado. Anche in Brasile, la capacità di intercettare il malcontento e costruire coalizioni ampie si intreccia con la ricerca di autonomia dalle grandi potenze. Per l’Unione europea, la sfida è trasformare questi segnali in una strategia, senza sottovalutare le minacce che arrivano dall’esterno e le fratture che attraversano le proprie società.

La vittoria degli studenti serbi è il risultato di una mobilitazione durata circa due anni, nata attorno alla lotta alla corruzione e alla difesa dello Stato di diritto. Che cosa rende questo modello così interessante? E quanto è replicabile in altri Paesi europei?

È un’affermazione molto importante. Seguivamo questo modello da alcuni mesi e immaginavamo che potesse esserci un cambiamento, anche se la portata della vittoria ha sorpreso tutti. L’elemento più significativo è la capacità di trasformare un malcontento diffuso, soprattutto tra i giovani, in partecipazione politica e quindi in una maggioranza parlamentare, mettendo in discussione una leadership consolidata. La mobilitazione ha trovato nella lotta alla corruzione e nella difesa dello Stato di diritto i suoi principali motori. Non è semplice dire se questa dinamica possa riprodursi altrove. Nel caso serbo, infatti, la protesta si è legata anche alle aspettative di democratizzazione, benessere e avvicinamento all’Europa. È una componente specifica del contesto nazionale, che rende il fenomeno particolarmente interessante ma non automaticamente trasferibile ad altre realtà europee.

La vittoria elettorale non significa necessariamente una svolta europeista. Il movimento studentesco e i suoi referenti politici sono eterogenei, con sensibilità anche vicine alle posizioni russe. Quale spazio ha Bruxelles per riaprire il percorso di avvicinamento della Serbia all’Unione?

Non è automatico che da questo risultato discenda una trasformazione in senso europeista, proprio per l’eterogeneità delle componenti che hanno sostenuto il cambiamento. All’interno del movimento convivono sensibilità diverse, anche rispetto alla collocazione internazionale del Paese. C’è però un dato politico rilevante: l’affermazione di principi come la democrazia e lo Stato di diritto, che appartengono all’eredità europea e possono costituire una base per avvicinare Belgrado a Bruxelles. Su queste fondamenta occorre costruire. Il rinnovamento elettorale può offrire l’occasione per riavviare il processo di avvicinamento all’Unione, ma serve un investimento politico europeo. Bruxelles non può limitarsi a osservare: deve accompagnare il cambiamento, sostenendo le riforme e facendo in modo che le aspettative democratiche trovino uno sbocco concreto.

Dal fronte europeo a quello latinoamericano. In Brasile, Lula ha prevalso su Flávio Bolsonaro in una competizione segnata anche dalla polarizzazione e dal peso internazionale di Donald Trump. Quanto ha inciso il fattore americano e che cosa ci dice questo risultato sulla tenuta del consenso populista?

Il fattore Trump ha inciso parecchio. Lula ha puntato molto su una politica estera orientata all’autonomia strategica e alla diversificazione delle relazioni internazionali, rivendicando la capacità del Brasile di determinare autonomamente le proprie scelte. Sul piano interno, ha saputo intercettare istanze sociali importanti, costruendo una coalizione ampia e mobilitando il consenso attorno alla democrazia e al contrasto alla corruzione. È un elemento significativo: la capacità di aggregare sensibilità diverse e trasformare il malcontento sociale in partecipazione politica può fare la differenza anche in contesti fortemente polarizzati. Naturalmente, Serbia e Brasile sono realtà differenti e non vanno sovrapposte. Ma in entrambi i casi emerge quanto sia importante saper dare rappresentanza a domande di cambiamento che non trovano più risposte nelle leadership consolidate.

Dalla Serbia al Brasile sembra emergere una domanda di autonomia, tanto dalle leadership nazionali consolidate quanto dai condizionamenti delle grandi potenze. È un segnale di arretramento del populismo o piuttosto l’inizio di una nuova fase, nella quale la mobilitazione dal basso torna a condizionare gli equilibri internazionali?

Il messaggio che si può cogliere è proprio la ricerca di autonomia rispetto alle autocrazie e alle grandi potenze internazionali, insieme alla volontà di diversificare i modelli politici rispetto a quelli populisti. In queste esperienze emerge la centralità delle dinamiche democratiche e della mobilitazione dal basso, con lo Stato di diritto come obiettivo politico di riferimento. Non parlerei necessariamente di un arretramento generalizzato del populismo: siamo di fronte a contesti diversi, nei quali il consenso resta contendibile e gli equilibri possono cambiare rapidamente. Il punto è che la partecipazione democratica può riaprire spazi politici che sembravano chiusi. Per capire la portata di questa fase bisogna osservare non soltanto chi vince le elezioni, ma anche quali principi riesce a tradurre in scelte di governo e in una diversa collocazione internazionale.

La vulnerabilità delle democrazie, tuttavia, non dipende soltanto dalle dinamiche elettorali. Disinformazione, ingerenze esterne e sfiducia nelle istituzioni sembrano alimentarsi reciprocamente. Quali strumenti deve mettere in campo l’Unione europea per difendere il proprio modello, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti elettorali?

Una delle principali debolezze delle democrazie europee è la loro permeabilità alle influenze esterne che puntano a frammentare le società e a minare il modello democratico. Non abbiamo ancora tutte le difese necessarie per contrastare efficacemente le ingerenze e la propaganda, comprese quelle riconducibili ad attori come Russia e Cina. Ma il problema non è soltanto esterno: esiste anche uno scollamento tra cittadini e istituzioni, accompagnato da un calo della fiducia e da un dibattito politico sempre più polarizzato. La disinformazione può sfruttare proprio queste fratture, amplificando le divisioni già presenti. Occorre quindi agire su due fronti. Da una parte, ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, rendendo le persone più capaci di riconoscere e contrastare la propaganda. Dall’altra, l’Unione deve reagire con maggiore fermezza alle ingerenze esterne. Il contesto non è semplice e i prossimi appuntamenti elettorali saranno cruciali. Difendere la democrazia significa rafforzarne la capacità di resistere alle pressioni, ma anche tornare a renderla credibile agli occhi dei cittadini.

Dietro le nuove proteste, tra mobilitazione digitale e guerra cognitiva. La lettura di Lombardi

24 October 2026 at 14:24

Le piazze non si accendono più soltanto attraverso le parole d’ordine ideologiche. Si preparano nelle chat, si coordinano sulle piattaforme digitali, si spostano da un’applicazione all’altra per sottrarsi ai controlli. E quando le indicazioni circolano all’ultimo momento, la prevenzione diventa una partita più complessa. La nascita del movimento “17 ottobre”, le manifestazioni, le città blindate, le allerte delle ambasciate e le analogie con quanto accade in Francia riportano al centro una questione che va oltre la gestione dell’ordine pubblico: la capacità delle democrazie europee di riconoscere e anticipare le nuove forme del conflitto.

Marco Lombardi, sociologo e docente all’Università Cattolica di Milano, studia da anni sicurezza, radicalizzazione, terrorismo e comunicazione del rischio. La sua chiave di lettura parte da un elemento preciso: la trasformazione organizzativa della protesta, resa possibile dagli strumenti digitali e inserita in un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti. “Il vero target di questa guerra è l’opinione pubblica”, avverte. Una guerra cognitiva nella quale la violenza di piazza può diventare uno strumento di destabilizzazione, senza che questo autorizzi a ricondurre automaticamente ogni manifestazione a una regia occulta.

Professore, partiamo dal movimento “17 ottobre” e dalle mobilitazioni di questi giorni. La scelta di comunicare i punti di ritrovo all’ultimo momento e il ricorso a Telegram e ad altre piattaforme indicano una trasformazione delle forme di protesta?

Sì, è stato fatto un salto organizzativo. Il movimento “17 ottobre” nasce con un obiettivo organizzativo, prima ancora che ideologico. I social servono anche a condividere l’ideologia, ma qui la dimensione organizzativa è ormai evidente. Questa mattina la chat su Telegram contava 2.627 iscritti. C’era una struttura articolata: una chat generale nella quale gli amministratori fornivano indicazioni, uno spazio di discussione e poi stanze dedicate alle singole città, da Roma a Bologna, passando per Milano e Padova. Circolavano regole comuni e informazioni di sicurezza. Non siamo più soltanto davanti alla diffusione di messaggi propagandistici, ma a un sistema che coordina concretamente le persone.

Che cosa cambia per le forze dell’ordine?

Cambia molto. Quando il fenomeno è prevalentemente ideologico, le istituzioni hanno più tempo per attivare strategie di monitoraggio, prevenzione e contrasto. Quando invece la mobilitazione si struttura attraverso canali operativi, bisogna intervenire con strumenti diversi. Il passaggio da Telegram a piattaforme come Session e Signal, fino all’utilizzo di codici QR o di indicazioni comunicate direttamente sul posto, segnala una capacità organizzativa più elevata. Una delle ipotesi tecniche è il jamming, cioè l’interferenza sulle comunicazioni, ma per lo Stato è una strada complessa, anche sul piano normativo e delle conseguenze operative. Il punto è che non basta più presidiare la piazza: bisogna comprendere come e quando quella piazza viene costruita.

Tra Italia e Francia si osservano modalità di mobilitazione e tensioni che presentano analogie. Siamo davanti a una nuova fase del conflitto sociale europeo?

Siamo davanti a un’evoluzione delle esigenze di ordine pubblico, perché sta cambiando lo scenario. Per anni le forze dell’ordine hanno seguito un modello nel quale si cercava di evitare lo scontro violento anche accettando, in alcuni casi, che beni pubblici e privati subissero danni. Ma oggi dobbiamo considerare anche la tutela dei cittadini e la necessità di adeguare progressivamente le modalità operative sul campo. Le analogie tra Italia e Francia sono evidenti. Esiste inoltre un comportamento imitativo che attraversa le ideologie: quando una modalità operativa si dimostra efficace, viene osservata e replicata. È un meccanismo che abbiamo conosciuto anche in altri contesti, dal terrorismo in poi. Dietro l’imitazione, però, può esserci una riflessione più profonda sulle vulnerabilità dei sistemi sociali.

Quanto pesa il disagio giovanile e quanto, invece, la capacità di soggetti organizzati di sfruttarlo?

Le violenze giovanili esplodono in un contesto generale e globale di conflitto. Il disagio esiste, ma dobbiamo domandarci se qualcuno abbia individuato proprio questo momento di vulnerabilità per utilizzarlo. L’Europa rischia di diventare la pancia molle di queste tensioni, un terreno nel quale le fragilità interne possono essere sfruttate per alimentare ulteriori conflitti. È un quadro che considero in peggioramento e sul quale occorre intervenire con urgenza. Questo non significa affermare che dietro ogni episodio ci sia necessariamente una regia unica. Significa riconoscere che le vulnerabilità possono essere individuate e sfruttate da attori diversi, con obiettivi differenti.

Esiste il rischio che qualcuno punti deliberatamente a provocare uno scontro con conseguenze drammatiche?

Se ci fosse un attore esterno interessato a destabilizzare il sistema, l’eventualità di una vittima potrebbe rappresentare, dal suo punto di vista, un elemento capace di far precipitare il conflitto sociale. Sarebbe uno scenario di massima criticità, perché un episodio del genere potrebbe innescare una spirale di contrapposizioni. Ma bisogna distinguere le ipotesi dagli elementi verificati. Quello che possiamo dire è che il rischio di escalation va preso sul serio e che la prevenzione deve partire prima che le persone si radunino.

Questo significa intervenire direttamente sui social network?

Significa affrontare la dimensione digitale della mobilitazione. Se l’organizzazione passa attraverso le piattaforme, le istituzioni devono essere in grado di comprenderne le dinamiche e di intervenire preventivamente, nel rispetto delle regole. Aspettare che tutto si trasferisca fisicamente nelle strade significa arrivare quando una parte del processo è già compiuta. Occorre lavorare prima della piazza, senza confondere il dissenso politico, che è legittimo, con la pianificazione della violenza.

L’ambasciata americana ha invitato i propri cittadini a evitare alcune aree delle manifestazioni. È soltanto una misura precauzionale o racconta un cambiamento nella percezione del rischio europeo?

Non è una novità assoluta: negli ultimi dieci anni abbiamo visto comunicazioni analoghe, anche con inviti a evitare determinate zone urbane. Ma è indubbio che esista una crescente attenzione americana verso i rischi che attraversano l’Europa. Non escluderei che questo rifletta anche una valutazione più generale del contesto internazionale. Dobbiamo ricordare che, in una guerra cognitiva, il vero obiettivo è l’opinione pubblica. Le percezioni di insicurezza, la polarizzazione e la sfiducia nelle istituzioni possono produrre effetti profondi anche senza uno scontro militare diretto.

Quale ruolo possono avere le manifestazioni nello scenario di guerra cognitiva che ha descritto?

Il contesto è quello in cui il bersaglio non è soltanto il territorio, ma il modo in cui le persone interpretano ciò che accade. La capacità di alimentare paura, divisioni e conflitti interni diventa parte della dinamica strategica. In questo quadro, anche le manifestazioni possono essere sfruttate per amplificare le fratture sociali, indipendentemente dalle intenzioni originarie di chi vi partecipa. Non dobbiamo però cadere nell’errore opposto: attribuire automaticamente ogni protesta a una guerra cognitiva o a un disegno esterno.

Il rischio, allora, è normalizzare la violenza come una componente inevitabile del conflitto politico?

È proprio ciò che dobbiamo evitare. Non dobbiamo normalizzare la guerra, in nessuna delle sue forme, né considerare inevitabili le conseguenze della violenza. In un contesto nel quale gli attori possono essere alleati sul piano tattico senza essere necessariamente amici, la capacità di leggere gli interessi in gioco diventa fondamentale. Ma il punto conclusivo resta un altro: la violenza non ha giustificazione. E la difesa delle istituzioni democratiche passa anche dalla capacità di impedire che le tensioni sociali vengano trasformate in strumenti di destabilizzazione.

Dalle primarie alle piazze, quando la politica non parla più alla società. L’analisi di Valbruzzi

22 October 2026 at 15:42

C’è una politica che discute di leadership, candidature e assetti interni, mentre una parte della società manifesta un malcontento che fatica a trovare rappresentanza. È in questa frattura che si incrociano alcune delle principali questioni del dibattito pubblico: il campo largo alle prese con le primarie, la Lega che si avvicina al congresso senza aver sciolto il nodo della propria identità, le proteste che attraversano il Paese e un governo costretto a fare i conti con margini di bilancio sempre più stretti. Per Marco Valbruzzi, politologo che insegna Scienza politica all’Università Federico II di Napoli, il problema non riguarda soltanto la tenuta degli attuali equilibri politici, ma la capacità stessa dei partiti di interpretare trasformazioni sociali che procedono a velocità differenti. Un’analisi che si intreccia con il suo ultimo libro, Democrazie e no, appena uscito nelle librerie per Utet. Con una distinzione decisiva: il dissenso non è una patologia della democrazia, mentre lo è l’incapacità della rappresentanza di costruire un dialogo con chi protesta.

Professore, partiamo dal centrosinistra. Le primarie del campo largo potrebbero allargarsi oltre Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il pluralismo delle candidature è una risorsa o rischia di trasformare la competizione in una resa dei conti tra leader?

Il campo largo ha di fronte a sé un’occasione irripetibile: proprio mentre il governo attraversa una fase critica sul piano del consenso, dovrebbe essere in grado di proporre un’alternativa credibile a Giorgia Meloni e alle sue politiche. Invece, si sta attorcigliando su se stesso, discutendo dei propri problemi anziché di quelli degli italiani. Se ormai le primarie non si possono evitare, devono diventare l’inizio della campagna elettorale del centrosinistra, non la conclusione della competizione interna tra Conte e Schlein. Si facciano, dunque, bene e in fretta, garantendo agli elettori una scelta autentica e il pluralismo delle candidature. Altrimenti, sarà l’ennesima occasione persa.

Le piazze, intanto, raccontano un malessere che assume forme differenti. Quanto pesa la radicalizzazione del dissenso e quanto l’incapacità dei partiti di intercettarlo?

In questo momento esistono due proteste molto diverse, anche nelle modalità, al Nord e al Sud. Le mobilitazioni studentesche nelle grandi metropoli post-industriali del Nord si muovono in una dimensione distante da quella dei partiti e dei loro rappresentanti. I giovani vivono nel digitale e seguono comportamenti che rispondono alla logica degli algoritmi; i partiti sono ancora immersi nell’analogico e nei ritmi della politica organizzata. Sono due mondi che non comunicano. Non basteranno decreti o misure di ordine pubblico a risolvere il problema. Al Sud, invece, le proteste seguono ritmi più vicini a quelli della politica partitica, ma il contrasto con il governo è netto. Qui è in gioco anche la lunga luna di miele di Meloni con gli italiani. Le risposte non possono arrivare attraverso annunci anticipati sui social, ma richiedono provvedimenti economici che, in questa fase, il governo fatica a permettersi.

Passiamo alla Lega. L’ipotesi di una candidatura di Garavaglia al congresso può rappresentare un’alternativa a Salvini oppure siamo davanti soprattutto a una partita sulle liste elettorali?

Più che un congresso fondato su mozioni e visioni alternative della Lega, mi sembra una conta in vista della composizione delle liste per le prossime elezioni politiche. Il ruolo di Garavaglia è quello di garantire a sé e alla minoranza interna una quota di candidature per il prossimo Parlamento, evitando che Salvini e i salviniani esercitino un controllo pieno. Nel frattempo, il partito continuerà a vivere in una sorta di limbo, senza risolvere la propria crisi d’identità e, di conseguenza, quella della leadership. Il congresso, insomma, rischia di regolare i rapporti di forza interni senza affrontare le ragioni profonde della difficoltà politica della Lega.

Se il Carroccio dovesse cambiare pelle, quali conseguenze ci sarebbero per gli equilibri del centrodestra e per i rapporti tra Salvini, Meloni e Tajani?

In vista del 2027, il centrodestra resterà congelato nella sua composizione storica, quella proposta e imposta per la prima volta da Berlusconi. Ma se la coalizione dovesse uscire sconfitta dalle urne, potremmo assistere alla fine del centrodestra nella sua versione della Seconda Repubblica. Si aprirebbe allora una fase di rimescolamento, che imporrebbe da un lato una ridefinizione interna alla Lega e dall’altro un rapporto meno conflittuale con Futuro Nazionale. Il punto è che gli equilibri attuali possono reggere finché la coalizione mantiene la prospettiva di governare. Una sconfitta elettorale, invece, rimetterebbe in discussione non soltanto i rapporti tra i leader, ma anche il modello politico sul quale il centrodestra si è retto negli ultimi decenni.

Primarie, proteste e leadership in discussione: siamo davanti a una fisiologica ridefinizione degli equilibri democratici o a una crisi più profonda della rappresentanza?

Le proteste, anche quelle smodate e incontrollate delle ultime settimane, fanno parte della democrazia. La sua forza sta proprio nella capacità di assorbire, con tempi e strumenti diversi, le forme radicali di dissenso e opposizione che attraversano la società. Ce lo insegna la storia delle democrazie, compresa quella italiana. L’elemento nuovo di questa fase è però l’incapacità strutturale della rappresentanza partitica di costruire ponti stabili con il mondo nel quale vivono le nuove generazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, partiti e movimenti, pur entrando spesso in conflitto, condividevano linguaggi e una grammatica politica comune. Oggi quei mondi sembrano vivere su pianeti diversi. È questa distanza, più ancora della radicalità delle singole proteste, a porre un problema alla democrazia italiana.

L’ultima questione riguarda la manovra economica. Quanto spazio ha il governo per tenere insieme taglio delle tasse, sostegno alle famiglie e crescita, senza compromettere gli obiettivi di bilancio?

Le manovre del ministro Giorgetti sono sempre state orientate alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, ma mai come quest’anno il governo deve fare i conti con proteste sociali e di piazza che potrebbero essere arginate più efficacemente attraverso stanziamenti incisivi. Meloni ha provato a forzare la mano nella trattativa con l’Europa per ampliare i margini di manovra, ottenendo risultati limitati, al netto della flessibilità sulle spese energetiche e di difesa, che consentirà comunque al Paese di respirare. L’impossibilità di costruire una manovra pienamente elettorale, orientata ad allargare il consenso in vista delle prossime politiche, è uno dei fattori che potrebbero spingere il governo a rinviare al prossimo autunno l’appuntamento elettorale, nella speranza che le proteste, soprattutto al Sud, si attenuino. Il problema è che i vincoli finanziari restringono lo spazio delle risposte economiche proprio nel momento in cui la pressione sociale richiederebbe interventi più consistenti.

Quando la mobilitazione precede l’ideologia. La nuova sfida delle piazze secondo Antinori

21 October 2026 at 11:57

Giorni di manifestazioni, scontri, vetrine rotte tra Milano, Torino, Bologna, disordini che hanno portato l’esecutivo a reagire. Ieri sera il governo ha infatti risposto con un decreto sicurezza (l’ottavo): reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, fermo preventivo esteso ai luoghi affollati e ai minori sopra i sedici anni, 500 militari in più a Milano. Ma la norma risponde al “come”, non al “che cosa”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida, il vicepremier Matteo Salvini esclude una regia. Il titolare degli Interni, Matteo Piantedosi, invita a non sottovalutare: “Qualcosa è successo”. Per capire che cosa, Formiche.net ha parlato con Arije Antinori, professore di criminologia alla Sapienza di Roma e Senior Leading Expert dell’Eu Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation. Il suo avvertimento: la mobilitazione può precedere l’ideologia.

Professor Antinori, siamo davanti a una saldatura tra antagonismo politico e giovanissimi?

Non parlerei ancora di una saldatura organica, quanto piuttosto di una convergenza reticolare, fluida e potenzialmente ibrida, nella quale attori politicamente strutturati interagiscono con soggettività giovanili meno o scarsamente ideologizzate. Il dato significativo è il possibile incontro tra radicalizzazione politica, devianza relazionale, comportamenti reazionari e mobilitazione cyber-sociale. La piazza diviene uno spazio di convergenza situazionale tra entità e soggetti con motivazioni differenti, non necessariamente riconducibili a un progetto comune. Ancora una volta, è necessario osservare sempre più spesso identità “connettive” che si coagulano offline.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di “maranza”. È una chiave di lettura utile?

Evitando qualsiasi generalizzazione stigmatizzante, può rappresentare una chiave di lettura della componente identitaria e non ideologica della crescente conflittualità. Attenzione, però, a giocare con le facili etichette. La novità è data dalla convergenza, che può essere prevalentemente comportamentale anziché ideologica: non occorre condividere la medesima visione politica per partecipare a quanto abbiamo visto. L’elemento da monitorare è l’eventuale passaggio dalla co-presenza occasionale alla cooperazione ricorrente, serializzata, soprattutto quando si osservano processi, in un certo senso, di “normalizzazione” della violenza.

Crosetto parla di guerra ibrida, Salvini nega una regia russa. La pista russa regge?

La questione non è tanto se la Russia organizzi le piazze italiane, ipotesi che richiederebbe evidenze investigative concrete, tra l’altro con sempre più ricorrenti criticità in ambito europeo di attribuzione. Il punto è se e quali attori ostili possano trasformare opportunisticamente conflitti sociali endogeni in strumenti di destabilizzazione strategica, anche post-riot, nella fase di apparente ritorno alla quotidianità.

È qui che diventano centrali i concetti di mobilitazione e weaponizzazione, ossia la strumentalizzazione intenzionale di vulnerabilità e fragilità del tessuto sociale attraverso narrazioni o dinamiche conflittuali preesistenti. Nell’ambiente informativo contemporaneo non è necessario controllare direttamente un movimento, la cosiddetta “regia occulta”, per tentare di influenzarne la rappresentazione pubblica o amplificarne tanto gli effetti polarizzanti quanto gli impatti.

Che cosa serve per capirlo?

La sola analisi offline degli attori nel corso del loro agire violento non è sufficiente a comprendere la complessità cyber-sociale ed ecosistemica del fenomeno. Servono il riconoscimento dei “segnali deboli”, dei metalinguaggi microcomunitari, delle anomalie di amplificazione, delle campagne e azioni coordinate, dei contenuti manipolati o completamente sintetici, delle reti di influenza, nonché di eventuali connessioni finanziarie e operative.

Dove passa il confine tra suggestione e attribuzione?

La distinzione fondamentale è tra sfruttamento propagandistico, accelerazione dell’odio online, interferenza informativa ed eterodirezione operativa. Confondere tali livelli significherebbe trasformare un rischio strategico credibile in un’attribuzione priva di adeguato fondamento probatorio e facilmente manipolabile sul piano politico. Ovviamente, in questo caso, mi riferisco a una politica con la p minuscola: l’irresponsabile sfruttamento degli eventi e della portata emotiva che hanno per la cittadinanza per meri interessi partitici.

Pro Pal e sicurezza nazionale: dove finisce la protesta politica?

La protesta politica, anche quando esprime posizioni radicali, non costituisce di per sé una minaccia alla sicurezza pubblica né a quella nazionale. Anzi, è l’ossigeno della democrazia. Il passaggio critico si verifica quando la radicalizzazione ideologica evolve verso la legittimazione, pianificazione, preparazione o esercizio della violenza eterodiretta.

Occorre distinguere almeno tre fenomeni: la radicalizzazione cognitiva, che riguarda l’adesione a visioni estreme; la radicalizzazione violenta, che implica l’accettazione della violenza come unico strumento politico; e la criminalità situazionale, che può manifestarsi durante una protesta senza una motivazione ideologica strutturata.

Le convergenze tra ambienti pro Palestina e antagonismo radicale sono un rischio?

Possono esistere sul piano simbolico, organizzativo e della mobilitazione, ma non dimostrano automaticamente una comune progettualità violenta. Il rischio più interessante, dal punto di vista della sicurezza, è la possibile ibridazione tra estremismo ideologico e conflittualità giovanile non ideologizzata. Una minoranza può tentare di utilizzare la mobilitazione, prima “connettiva”, poi collettiva, come ambiente di legittimazione, reclutamento e, ancora una volta, di normalizzazione del linguaggio violento e della violenza tout court. La sfida è isolare tali dinamiche senza criminalizzare il dissenso, evitando che la risposta istituzionale alimenti ulteriori processi di polarizzazione e vittimizzazione.

Anche in Francia si parla di “contagio”. Che legame c’è?

L’influenza francese indiretta di quanto sta accadendo, ma ormai accade da anni, osservando ad esempio la lunga persistenza dei cosiddetti Gilets Jaunes, va letta soprattutto attraverso il contagio dei repertori d’azione, la circolazione transnazionale degli immaginari e l’emulazione cyber-sociale. La dimensione francese è significativa perché consente di osservare un processo di transnazionalizzazione della conflittualità giovanile che non coincide necessariamente con l’esistenza di attori o entità transnazionali.

Assistiamo alla possibile circolazione e cross-fertilizzazione di linguaggi altamente simbolici o modelli comportamentali attraverso ecosistemi cyber-sociali che rendono estremamente permeabili i confini tra contesti nazionali, soprattutto per quanto concerne gli immaginari “connettivi”.

Il paragone tra i “maranza” e le banlieue funziona?

Può essere utile, purché non si confondano realtà sociali e storiche differenti, magari richiamando superficialmente il concetto di “seconda generazione”, in molti casi ormai terza, come passepartout interpretativo di un magma giovanile che deve essere profondamente conosciuto e ri-conosciuto.

Il punto non è soltanto l’influenza dell’antagonismo politico francese, ma l’interazione tra culture della protesta, sottoculture giovanili urbane, microculture online, contaminazioni di lungo termine della “cultura della violenza” e dinamiche di emulazione locali e microlocali. La dimensione online svolge una funzione di infrastruttura transnazionale: rende possibile la co-creazione e la condivisione di immaginari, la costruzione di appartenenze e la riproduzione di comportamenti, sempre più spesso “memetizzati” e “stickerizzati”, quindi popolarizzati a livello giovanile, talvolta in assenza di condivisione organizzativa, ideologica o pseudo-ideologica.

Come distinguere, allora, ciò che è semplice imitazione da ciò che è regia?

Distinguerei tra convergenza simbolica, imitazione comportamentale e coordinamento operativo. Solo quest’ultimo presuppone relazioni organizzative verificabili. La novità europea non consiste necessariamente nella nascita di un’unica rete antagonista, ma nella crescente capacità di fenomeni locali di alimentarsi reciprocamente attraverso circuiti cyber-sociali sovranazionali, dove si possono sostanziare anche interessi malevoli di Stati ostili o proxy.

Il governo ha risposto con un decreto. Da dove dovrebbe partire lo Stato?

Dal riconoscimento del fatto che non ci troviamo necessariamente davanti a un fenomeno unitario, omogeneo, monolitico. Devianza giovanile, criminalità, radicalizzazione violenta, mobilitazione politica e weaponizzazione sociale sono dimensioni differenti, che possono interagire ma richiedono strumenti di analisi e intervento specifici.

E l’intelligence?

Deve evolvere da un approccio prevalentemente organizzativo e compartimentato verso una capacità sempre più integrata, di lettura cross-dominio degli ecosistemi relazionali, territoriali e cyber-sociali. Nel mondo connettivo, ibrido, della post-verità, non è più sufficiente identificare e tracciare entità ed eventuali leadership. Diventa vitale, per la tenuta e la tutela democratica, comprendere profondamente i processi di costruzione identitaria e mobilitazione connettivamente determinati, le dinamiche di emulazione e gli eventuali tentativi di strumentalizzazione della conflittualità, sempre più “generativa” attraverso l’uso malevolo dell’Intelligenza Artificiale (MUAI).

Fermo preventivo, nuovo reato, più militari. Dove sta il rischio sul fronte dell’ordine pubblico?

Occorre mantenere una distinzione rigorosa tra esercizio del diritto di manifestare, condotte criminali ed eventuali segnali di concrete minacce estremistico-violente. L’intervento indiscriminato rischia di rafforzare proprio quelle narrazioni di delegittimazione istituzionale e autolegittimazione violenta che, soprattutto a livello giovanile, possono alimentare ulteriori processi di radicalizzazione, mobilitazione e weaponizzazione.

Ricordo che sono fenomeni molto diversi tra loro, che richiedono, a livello sia di threat sia di risk assessment, l’elaborazione di strumenti di indicazione appropriati, tanto offline quanto online. Insomma, bisogna uscire definitivamente, nell’analisi comportamentale o situazionale, dalla prospettiva “one size fits all”.

Che cosa significa, allora, prevenire?

La prevenzione, e soprattutto l’anticipazione, di cui iniziai a parlare ormai più di dieci anni fa, deve combinare intelligence “mirata”, de-escalation, interventi socioeducativi e contrasto alle operazioni di manipolazione informativa.

La sicurezza democratica non si misura soltanto nella capacità di contenere e mitigare la violenza, ma anche in quella di impedire che il conflitto sociale si trasformi stabilmente in antagonismo violento. Perché questo, con il tempo, significherebbe assenza di visione politica e di gestione delle istanze sociali, anche di quelle espresse talvolta in modo violento. Il che non significa assolutamente accettare o legittimare la violenza, che deve essere sempre condannata con rigore, ma comprendere la complessità destrutturante dell’odierno scenario giovanile.

Che ruolo ha la dimensione online?

Il fenomeno più significativo non è semplicemente il ritorno dell’antagonismo, ma la possibile trasformazione delle modalità connettive attraverso cui la conflittualità giovanile prende forma, si organizza e acquisisce visibilità. La dimensione online è cogente perché non rappresenta più soltanto uno strumento di comunicazione, ma un ecosistema cyber-sociale di costruzione identitaria, mobilitazione e potenziale radicalizzazione, dove comportamenti, narrazioni e reputazioni si alimentano reciprocamente.

E la violenza, in questo scenario, che cos’è?

Può divenire vettore di agentività, assumendo forme e significati differenti: strumento politico per alcuni, forma di affermazione identitaria per altri, opportunità criminale per altri ancora. È proprio questa eterogeneità che rende possibile la convergenza situazionale tra attori molto diversi e, contemporaneamente, offre opportunità di weaponizzazione ad attori altri, interessati ad amplificare la polarizzazione e la destabilizzazione del tessuto sociale. Soprattutto a livello locale, dove si sostanziano le principali vulnerabilità e fragilità strutturali per operazioni scalabili, al contempo interne ed esterne, che vedono reputazione e sicurezza nazionale come target principali.

Allargando lo sguardo. Qual è, in definitiva, la sfida per le democrazie europee?

Comprendere un modello di conflittualità nel quale la capacità di mobilitazione può svilupparsi più rapidamente della tradizionale strutturazione ideologica o organizzativa. Per tale ragione, prevenzione e anticipazione devono fondarsi imprescindibilmente sulla capacità di leggere le trasformazioni cyber-sociali delle identità giovanili, le dinamiche dei gruppi, le interazioni online-offline e i meccanismi attraverso cui la violenza può essere normalizzata, emulata o strumentalizzata. Attraverso la comprensione dei fattori di rischio, senza però trasformare il disagio giovanile, le sottoculture urbane o il dissenso politico in categorie o stereotipi del sospetto.

In conclusione, non necessariamente assistiamo a una radicalizzazione ideologica di massa. Come cerco di spiegare da tempo, non abbiamo più a che fare con le masse, ma con attori globalizzati fortemente individualizzati e connettivamente cybersocializzati: è tutta un’altra sfida rispetto al passato. Assistiamo a una trasformazione degli ecosistemi della conflittualità giovanile, nei quali la mobilitazione può precedere l’ideologia, la convergenza comportamentale può prescindere dall’appartenenza organizzativa e la dimensione cyber-sociale può accelerare tanto l’escalation quanto la sua strumentalizzazione strategica.

Perché un Pd più forte conviene anche agli alleati. La lettura di Nicodemo

19 October 2026 at 15:37

C’è un filo che lega il palco della Cgil, l’assemblea nazionale del Partito democratico e il dibattito, mai sopito, su chi dovrà guidare il centrosinistra nella sfida per Palazzo Chigi. È il filo della leadership, ma anche quello dell’identità: capire se il Pd possa costruire un’alternativa al governo Meloni senza annacquare il proprio profilo e, allo stesso tempo, tenere insieme una coalizione che resta attraversata da sensibilità diverse. Elly Schlein, dopo aver ribadito la propria linea davanti ai vertici e alla platea dem, sembra voler mettere un punto fermo: il candidato premier dovrà essere il leader del partito che raccoglie più voti oppure la scelta passerà dalle primarie. In ogni caso, lei è in prima linea per la corsa a Palazzo Chigi. Per Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, è il segnale di una leadership che cerca di consolidarsi dentro il partito e di proiettarsi all’esterno, in una fase segnata anche dalle tensioni di piazza e dal confronto sulla sicurezza. La sua lettura parte da una convinzione: oggi, per il centrosinistra, rafforzare il Pd non significa restringere lo spazio degli alleati, ma aumentare le possibilità di vittoria dell’intera coalizione.

Nicodemo, partiamo dall’assemblea nazionale del Pd. Schlein ha ribadito che il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti oppure si passerà dalle primarie. È un modo per chiudere la discussione sulla leadership?

Secondo me ieri Schlein ha ribadito una cosa molto chiara: questa è la via. O il leader del partito che prende più voti è quello indicato per fare il premier, oppure si fanno le primarie. L’assemblea nazionale è il luogo deputato a discutere delle linee politiche del partito e il fatto che lo abbia affermato in questi termini segnala che il Pd è compatto sui propri intendimenti. La candidata del Partito democratico alla presidenza del Consiglio è Elly Schlein.

Eppure, fuori dai luoghi formali, il dibattito nel centrosinistra sembra tutt’altro che chiuso. Si avverte una tensione tra chi punta sulla segretaria e chi immagina una leadership diversa?

A me pare che ci sia una comunità di intenti. Non vedo conflitti palesi. Devo dire che il Pd non mi è mai sembrato così formalmente unito su alcune scelte. Nei luoghi deputati a prendere le decisioni, il mandato verso Schlein è abbastanza chiaro. Poi è naturale che in una comunità politica ci siano sensibilità differenti e che il confronto prosegua. Ma bisogna distinguere il dibattito legittimo dalle divisioni che rischiano di essere raccontate come più profonde di quanto siano.

La segretaria è reduce anche dalla partecipazione alla manifestazione della Cgil. Quanto pesa questa presenza nella costruzione della sua leadership?

Mi sembra in palla. La presenza alla manifestazione della Cgil e l’assemblea del Pd sono due passaggi che giocano a suo favore. Ha mostrato di saper stare nei luoghi del conflitto sociale e, contemporaneamente, di tenere il partito dentro una linea politica riconoscibile. Sono elementi che rafforzano la sua posizione.

Il punto, però, è capire quale identità Schlein voglia dare al Pd. La sua idea di sinistra è un fattore di unità o rischia di allontanare una parte dell’elettorato moderato?

L’identità è esattamente il terreno sul quale Schlein ha vinto il congresso. La sua proposta politica si fonda sull’idea che la sinistra abbia il diritto di governare il Paese, senza dover rinunciare a ciò che rappresenta. Anche il fatto di essere una donna non conforme a determinati schemi costituisce un elemento della sua identità pubblica e politica. Non è una questione di immagine: è una proposta di società. Da questo punto di vista, la sua leadership è uscita rafforzata.

In una fase in cui il centrosinistra discute di alleanze e candidature, insistere sull’identità non rischia di complicare la costruzione della coalizione?

Credo che oggi accada quasi il contrario. Se guardiamo al sistema politico e alla legge elettorale proporzionale, emerge con maggiore chiarezza la necessità che ogni forza politica abbia un’identità riconoscibile. Chi si sente più centrista può scegliere altre proposte, come quelle di Ruffini, Onorato o Renzi. Chi si riconosce in una posizione antisistema può votare il Movimento 5 Stelle. Chi ha una cultura socialdemocratica può scegliere il Pd. La competizione passa anche dalla capacità di dire con chiarezza chi si è e che cosa si vuole fare.

Quindi la stagione delle grandi coalizioni costruite soprattutto per contrapposizione all’avversario è finita?

Non direi che sia finita, ma non basta più. Dal 1994 il centrodestra ha dimostrato una capacità di stare insieme che dall’altra parte è sempre stata più faticosa e accidentata. Oggi, però, l’identità e i valori di sinistra possono rappresentare un fattore premiante. È qualcosa che vediamo anche in Europa. Pensiamo a Pedro Sánchez: la sua piattaforma è fortemente identitaria, socialista, e proprio questa nettezza contribuisce a definirne il profilo. Il centrosinistra deve smettere di considerare la propria identità come un problema da contenere e cominciare a considerarla una risorsa da mettere a valore.

Torniamo alle primarie. Giuseppe Conte ha più volte manifestato la propria disponibilità a parteciparvi. Sarebbe una competizione utile o il rischio è quello di aprire una nuova stagione di conflitti?

Conte ha sempre detto di essere disponibile a correre alle primarie. Io penso che ci sia tutto l’interesse a trasformarle in una competizione dalla quale escano tutti più forti. Ma devono essere davvero primarie di popolo, capaci di mobilitare persone, energie e partecipazione. Se diventano soltanto una contesa tra gruppi dirigenti, con l’obiettivo di misurare i rapporti di forza interni, allora il rischio è concreto. Le primarie devono servire a costruire una leadership riconosciuta e una coalizione più solida. Altrimenti possono produrre l’effetto opposto.

Il Pd, dunque, deve arrivare alla sfida elettorale con una leadership già riconoscibile oppure lasciare aperta la partita fino all’ultimo?

Il centrosinistra vince se il Pd va bene e se la sua leader riesce a spingere. È un dato di fatto, che si vede anche sui territori. Rafforzare il Partito democratico significa innanzitutto rafforzare la coalizione. Per questo gli alleati dovrebbero essere contenti quando la leadership del Pd si consolida: un partito più forte può portare più voti e rendere più competitiva l’intera proposta di governo. Naturalmente, se si sceglierà la strada delle primarie, bisognerà farle nel modo giusto. La competizione non deve indebolire nessuno, ma mettere tutti nelle condizioni di vincere.

In questi giorni, intanto, il dibattito politico è stato attraversato anche dagli scontri e dalle proteste di piazza. Una parte del centrodestra tende a ricondurre questi episodi alla sinistra. È una lettura che condivide?

No, bisogna distinguere i contesti. Non stiamo parlando di manifestazioni sindacali o di iniziative organizzate da un partito, né di qualcosa che possa essere automaticamente ricondotto alla sinistra. Sono situazioni diverse, che vanno affrontate per quello che sono. Il tema riguarda la gestione dell’ordine pubblico, che è una responsabilità in capo al ministero dell’Interno. Fare un’equazione tra episodi di violenza e una determinata area politica rischia di impedire una valutazione seria dei fatti.

La sicurezza, però, è diventata uno dei terreni sui quali il governo Meloni rivendica maggiore iniziativa. La sinistra ha sottovalutato il tema, lasciandolo nelle mani della destra?

La sicurezza è un diritto sacrosanto e penso che a sinistra debba essere considerata alla stregua degli altri diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione. Non esiste una contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali. Il punto è capire quali strumenti siano davvero efficaci. Aggiungere nuovi reati o varare decreti che non producono risultati concreti non significa necessariamente rendere le persone più sicure. A mio avviso, questo governo non è stato efficace sulla sicurezza. È un tema sul quale servono competenza, capacità di analisi e soluzioni concrete, non soltanto annunci.

Chi potrebbe contribuire a riportare il confronto su un piano più concreto?

Mi piacerebbe vedere Franco Gabrielli ministro dell’Interno. È una persona che ha esperienza e competenza sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Credo che su questioni così delicate sia importante affidarsi a figure che conoscano a fondo i problemi e sappiano affrontarli con serietà. La sicurezza non può diventare soltanto uno slogan da campagna elettorale: deve essere una responsabilità di governo.

Alla fine, la sfida del centrosinistra è soprattutto scegliere il proprio candidato o costruire un progetto riconoscibile per il Paese?

Le due cose non sono separate. Una leadership forte serve se riesce a dare una direzione politica e a rendere riconoscibile una proposta. Schlein ha vinto il congresso su una precisa idea di sinistra e oggi il Pd, almeno nei suoi passaggi formali, appare compatto nel sostenerla. Da qui bisogna partire: consolidare il partito, definire una piattaforma credibile e costruire una coalizione che non abbia paura di confrontarsi sulle differenze. Se poi si sceglieranno le primarie, dovranno essere uno strumento di partecipazione e di rafforzamento collettivo. È così che si può provare a vincere, non trasformando la scelta del candidato in una guerra preventiva tra alleati.

Kyiv e difesa europea misurano la credibilità di governo. La lezione di Casini al centrosinistra

16 October 2026 at 15:51

C’è un’Europa che rischia di svegliarsi troppo tardi, quando le decisioni sul suo destino saranno già state prese altrove. Stretta tra le ambizioni di Mosca, la potenza di Pechino e un’America che riscrive le regole delle relazioni internazionali, l’Unione si trova davanti a una scelta che non ammette scorciatoie: diventare finalmente un soggetto politico oppure rassegnarsi a essere un territorio conteso. Pier Ferdinando Casini, con il garbo di chi conosce i tempi lunghi della politica e il peso delle sue parole, affida a Ferrara un messaggio che attraversa i confini nazionali e arriva fino alle contraddizioni del centrosinistra.

Perché se l’Europa è il terreno sul quale si gioca il futuro dell’Occidente, l’Ucraina è il banco di prova sul quale si misura la credibilità di chi aspira a governare l’Italia.

Il senatore, eletto nelle liste del Pd da indipendente, interviene a Palazzo Barbantini-Koch, nella cornice di un incontro dedicato al pensiero europeo di Guido Carli. Ma il passato, in questa riflessione, non è un rifugio nostalgico. È una lente attraverso cui leggere un presente che sembra aver smarrito alcune delle proprie coordinate. “Il salto politico che deve fare l’Europa passa dalla politica estera comune e dalla Difesa”.

Poche parole, una direzione precisa. Perché il continente che ha saputo trasformare le macerie del Novecento in un progetto di pace rischia oggi di scoprire quanto sia fragile una costruzione economica priva di una piena sovranità politica e strategica.

“O l’Europa è unita o non è”. La formula di Casini non concede molto spazio alle zone grigie. L’integrazione dei mercati, una politica estera comune e una difesa condivisa non sono capitoli separati di un’agenda comunitaria: sono le condizioni perché gli europei possano decidere del proprio destino.

L’intuizione di Carli, in questo senso, conserva una forza quasi profetica. Gli europei non devono diventare sudditi. “Né di Xi né di Putin“.

E neppure di Donald Trump, che, nella lettura del senatore, sta sostituendo la trama multilaterale delle relazioni internazionali con una diplomazia costruita sui rapporti di forza. In un mondo in cui il linguaggio della potenza torna a prevalere su quello delle regole, la debolezza europea rischia di diventare una condizione permanente.

È però sull’Ucraina che il ragionamento abbandona il terreno delle architetture istituzionali e diventa una questione immediatamente politica. Perché dietro il conflitto non c’è soltanto il destino di Kyiv, ma la tenuta dell’intero sistema di sicurezza europeo.

Casini affronta il tema senza cercare riparo nelle formule prudenti: “Smettiamola di fare la domanda più stupida alle persone: preferite i soldi in sanità o sulla Difesa?”. E chiarisce: “Noi, al momento, siamo indifesi. Ed essere al fianco dell’Ucraina, anche militarmente, significa difendere l’Europa”.

È un messaggio che arriva anche al campo largo, dove il sostegno militare a Kyiv continua a rappresentare una delle linee di frattura più difficili da ricomporre. Casini non si limita a richiamare la collocazione internazionale dell’Italia: mette in discussione la possibilità stessa di separare la sicurezza dal resto delle politiche pubbliche, come se la difesa fosse un lusso da concedersi soltanto dopo aver soddisfatto ogni altra necessità.

La questione, invece, è quale spazio possa rivendicare un’Europa incapace di proteggersi e quale credibilità possa avere una coalizione che ambisce a governare senza una posizione condivisa sui principali conflitti internazionali.

Il punto non è cancellare le differenze, ma stabilire dove debba passare il confine tra il legittimo pluralismo e l’indecisione strategica. È qui che la lezione europea diventa un problema italiano. Perché una coalizione può trovare un’intesa su molte questioni interne, ma è davanti alle grandi crisi internazionali che si misura la solidità di una visione comune. E l’Ucraina, per Casini, non è una parentesi lontana dalla vita quotidiana degli italiani: è il luogo in cui si decide anche la sicurezza del continente nel quale vivono.

C’è poi un’altra fragilità, meno visibile ma altrettanto insidiosa. Alla politica, osserva il senatore, manca una funzione pedagogica: la capacità di spiegare le scelte, costruire consapevolezza, accompagnare i cittadini dentro la complessità anziché inseguirne soltanto le paure.

La difesa europea, in questa prospettiva, non è soltanto una questione di stanziamenti o armamenti. È anche la prova della maturità di una classe dirigente chiamata a raccontare perché il destino di una nazione non possa essere separato da quello dei suoi vicini.

Da qui lo sguardo si sposta sull’Italia e sul governo guidato da Giorgia Meloni. Casini, che rivendica il proprio ruolo di parlamentare di opposizione, riconosce il valore della continuità istituzionale: “La stabilità è un fatto importante: lei ha governato per gli ultimi quattro anni. È un dato di fatto, ed è positivo”. E aggiunge che dal 2022 il Paese è guidato da un esecutivo politico. I governi tecnici, osserva, sono come gli antibiotici: necessari in determinate circostanze, ma rischiosi se diventano la soluzione abituale.

Il principio è semplice: “La gente che va a votare vuole vedersi il governo politico”. Non un’investitura in bianco all’esecutivo, ma il riconoscimento del valore della responsabilità democratica, che impone a chi governa di rispondere delle proprie scelte e a chi si oppone di costruire un’alternativa credibile.

Sul fondo rimane la lezione di una stagione politica nella quale personalità differenti riuscivano a convivere dentro una medesima comunità. Casini ricorda la Democrazia cristiana come un mosaico di sensibilità, un luogo in cui percorsi diversi potevano trovare una sintesi. Non è un invito a restaurare il passato, ma una domanda rivolta al presente: quanto è possibile costruire una visione comune senza pretendere di cancellare le differenze?

Per il campo largo, il nodo è tutto qui. La pluralità può essere una risorsa, ma non basta a diventare un progetto di governo. Servono punti fermi, soprattutto quando la politica è chiamata a scegliere tra l’isolamento e la responsabilità internazionale. Per l’Europa, invece, il tempo delle attese potrebbe essere finito. Perché, mentre le grandi potenze ridisegnano gli equilibri del mondo, il rischio più grande non è soltanto perdere influenza. È perdere la possibilità di scegliere.

La disponibilità del Pd (anche sull’Ucraina) non è debolezza. Parla Alfieri

15 October 2026 at 16:02

Cinque risoluzioni, un terreno comune ancora da consolidare e una faglia politica che continua a passare per Kyiv. Il confronto sulle comunicazioni di Giorgia Meloni mette alla prova la capacità delle opposizioni di trovare una sintesi sui grandi dossier internazionali, ma è soprattutto sull’Ucraina che si misura la tenuta dell’intesa. Perché se su Gaza, Iran e difesa europea le convergenze appaiono più agevoli, il sostegno militare a Kyiv resta il punto sul quale le diverse sensibilità del centrosinistra rischiano di diventare distanze politiche. La novità, però, c’è: anche il Movimento 5 Stelle ha scelto di non opporsi all’invio di armi, pur declinando la propria posizione con accenti differenti. È da qui che Alessandro Alfieri, senatore del Partito democratico, parte per rivendicare il lavoro di ricomposizione del fronte progressista. Senza nascondere le divergenze, ma con un avvertimento preciso: la disponibilità del Pd a costruire un’alleanza non deve essere scambiata per debolezza. Sullo sfondo, una partita che intreccia la sicurezza europea, il rapporto con Donald Trump e la costruzione dell’alternativa a Giorgia Meloni. Una sfida che, per Alfieri, deve cominciare dal programma, prima ancora che dalla scelta del leader.

Senatore Alfieri, le cinque risoluzioni presentate dalle opposizioni in occasione delle comunicazioni della presidente del Consiglio, che denunciano diverse distanze sul versante dell’aiuto a Kyiv, restituiscono l’immagine di un fronte che ancora una posizione comune non l’ha trovata. Come se lo spiega?

Ci siamo mossi come accade normalmente quando si è all’opposizione e si affrontano questioni di questa portata. Come faceva il centrodestra nella precedente legislatura. Su Gaza, sull’Iran e sulla necessità di rafforzare la difesa europea esiste una condivisione di fondo. Naturalmente non dobbiamo pensare tutti esattamente allo stesso modo: le differenze sono legittime e possono anche consentirci di parlare a un elettorato più ampio. L’importante è che le diverse sensibilità non si traducano in posizioni nettamente contrapposte. Su questi temi abbiamo dimostrato di poter lavorare insieme.

Il nodo, però, resta l’Ucraina. Per la prima volta il Movimento 5 Stelle non si è opposto all’invio di armi a Kyiv, pur formulando la propria posizione in termini differenti. È un passo avanti concreto?

È un elemento politicamente significativo. Non è necessario che ogni forza della coalizione utilizzi le stesse parole o abbia identiche sfumature. Il confronto serve proprio a trovare una sintesi che rispetti le diverse sensibilità, senza compromettere la coerenza della posizione comune. Se vogliamo costruire un’alternativa credibile, dobbiamo dimostrare di saper tenere insieme culture politiche differenti. La condizione è che ci sia una direzione condivisa e che nessuno assuma posizioni incompatibili con l’impianto comune.

La guerra, intanto, prosegue e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Che cosa si aspetta dal prossimo Consiglio europeo?

Mi aspetto un segnale forte, sia sul fronte delle sanzioni contro la Russia sia sul rinnovo del sostegno all’Ucraina. Dobbiamo far arrivare a Mosca un messaggio inequivocabile: siamo al fianco di Kyiv e non intendiamo arretrare, soprattutto mentre Putin continua a bombardare indiscriminatamente i civili. Non possiamo abbandonare gli ucraini proprio adesso. La credibilità dell’Europa si misura anche dalla capacità di mantenere gli impegni assunti e di non lasciare che la stanchezza o le divisioni interne finiscano per favorire chi ha aggredito un Paese sovrano.

Il sostegno militare, da solo, può bastare a costruire una prospettiva di pace? E, soprattutto, cosa vi aspettate come opposizione?

Serve anche un’iniziativa diplomatica più incisiva. Siamo convinti che occorra lavorare alla figura di un inviato unico e a un’iniziativa capace di aprire una nuova fase, sul modello di Helsinki. Abbiamo bisogno di costruire un’architettura di sicurezza europea adeguata al nuovo scenario internazionale. Non possiamo limitarci a gestire le emergenze: dobbiamo ragionare sulle condizioni che consentano di garantire stabilità e sicurezza nel lungo periodo. Sostenere l’Ucraina e lavorare a una soluzione diplomatica non sono obiettivi in contraddizione. L’Europa deve essere capace di perseguirli entrambi.

In questo quadro, Donald Trump sembra voler ridisegnare gli equilibri internazionali secondo una logica essenzialmente bilaterale. L’Europa rischia di restare spettatrice?

È un rischio che dobbiamo evitare investendo molto di più nella nostra autonomia strategica. Trump tende a leggere le relazioni internazionali attraverso la lente degli affari, dei rapporti bilaterali e dei rapporti di forza. È una visione che rischia di mettere in secondo piano il ruolo delle istituzioni multilaterali e la necessità di costruire equilibri condivisi. L’Unione europea deve essere in grado di difendere i propri interessi, senza dipendere esclusivamente dalle scelte di altri. Per farlo servono una politica estera più incisiva, capacità di difesa e una visione comune. La sicurezza europea non può essere delegata interamente a Washington.

Dalla politica estera alla politica interna. La direzione nazionale del Pd in programma questo weekend arriva in una fase decisiva per la costruzione dell’alternativa a Meloni. Quale risultato prevede?

Mi aspetto un passaggio importante, innanzitutto per dare un segnale di compattezza del Partito democratico. Siamo consapevoli di essere il baricentro dell’alternativa a questo governo e dobbiamo dimostrare di avere una proposta riconoscibile, fondata su priorità chiare. La direzione nazionale deve servire a definire le parole chiave del nostro progetto e a indicare un percorso comprensibile, tanto per le forze politiche con cui vogliamo costruire la coalizione quanto per i cittadini che guardano a noi.

Il nodo della leadership, però, resta sul tavolo. Prima il programma o prima il nome di chi guiderà il centrosinistra?

Per noi viene prima la cornice programmatica. Dobbiamo partire da un tavolo comune nel quale definire gli impegni fondamentali della coalizione. Sarà quel programma a vincolare chiunque verrà scelto per guidarci nella sfida elettorale, uomo o donna che sia. Il tema della leadership è importante, ma non può sostituire la discussione su ciò che vogliamo fare per il Paese. Prima bisogna chiarire dove vogliamo andare, poi individuare le modalità più efficaci per scegliere chi dovrà rappresentarci.

Il centrosinistra arriva da una sconfitta, nel 2022, segnata anche dalla divisione tra le forze che oggi provano a ricostruire un’intesa. Il Pd è disposto a fare un passo indietro per favorire l’unità, specie alla luce da un lato dell’ultima presa di posizione di Schlein e dello sgomitare di Conte?

Abbiamo messo in campo un supplemento di generosità per ricostruire la coalizione con cui ci siamo presentati divisi alle elezioni del 2022. Ma questa disponibilità non deve essere scambiata per debolezza. C’è anche l’orgoglio di una comunità politica che ha una storia, un’identità e un elettorato a cui deve rispondere. L’obiettivo è costruire un’alleanza competitiva, non annullare il Partito democratico. La generosità è utile se permette di arrivare a una sintesi; non può diventare la rinuncia a esprimere la nostra visione del Paese.

Il rischio è che il confronto tra le forze del centrosinistra si trasformi in una trattativa permanente, mentre il governo continua a occupare la scena come si è visto ieri durante l’applauditissimo intervento di Meloni. Come si evita questa impasse?

Dobbiamo fare uno scatto in avanti. Stiamo lavorando perché gli elettori ci percepiscano come una forza di governo, capace non soltanto di contestare le scelte della maggioranza, ma anche di offrire risposte concrete. Serve un percorso riconoscibile, con priorità definite e impegni verificabili. Credo ci sia una consapevolezza crescente della responsabilità che abbiamo davanti. Non possiamo permetterci di deludere chi ci chiede un’alternativa. La credibilità si costruisce dimostrando di sapere dove si vuole portare il Paese e di avere una squadra in grado di farlo.

In definitiva, qual è il messaggio che il Pd deve mandare agli elettori in questa fase?

Che siamo consapevoli della posta in gioco. La sfida non riguarda soltanto la costruzione di una coalizione o la scelta di una leadership, ma la possibilità di offrire all’Italia un’alternativa di governo solida e credibile. Dobbiamo essere capaci di tenere insieme le differenze, senza nasconderle, e di trasformarle in una proposta comune. È questo il passaggio che ci viene richiesto: dimostrare che l’unità non è una formula tattica, ma la premessa per governare.

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