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Padova, l’antenna telefonica vince contro l’oratorio vincolato con gli affreschi del Mille. La Sovrintendenza: “Forte impatto, ma basta verniciarla di azzurro”

28 October 2026 at 14:33

L’antenna telefonica sconfigge l’antico campanile. E l’oratorio con gli affreschi precedenti perfino a Giotto. “Di continuo spuntano piccoli campanili romanici”. Così lo scrittore trevigiano Giovanni Comisso ha descritto la sua pianura veneta. Quel susseguirsi di campanili, appuntiti nel paesaggio dolce e piatto. In fondo è uno dei segreti del Veneto e dell’Italia: i grandi tesori delle città e quelli più discreti quasi dimenticati, disseminati ovunque. Ma oggi, ecco cosa ci racconta questa storia, all’antico patrimonio sembriamo preferire le antenne telefoniche. Parliamo dell’antico oratorio di San Michele Arcangelo a Pozzoveggiani (nella frazione di Salboro che è ancora comune di Padova). I volontari dell’associazione SalboroIncontra, che ogni settimana dedicano il loro tempo a tenere aperto e vivo l’oratorio, raccontano con passione del tempietto romano che era nato proprio qui. E dell’oratorio dove decine e decine di generazioni di padovani hanno pregato da quando l’edificio fu costruito nel V-VI secolo in epoca longobarda (fu ampliato nel XII secolo). Ma soprattutto raccontano dei due cicli di affreschi precedenti perfino al maestro Giotto. Il primo, che risale circa all’anno 1000, raffigura gli apostoli tra gli archi di un colonnato. Il secondo, un piccolo anonimo capolavoro, ritrae un Cristo Pantocratore. Nel registro inferiore una teoria di apostoli con san Prosdocimo e, nella fascia inferiore, un torneo di due cavalieri con intorno un bestiario medievale.

Oggi, però, il campanile, che per secoli è stato un punto di riferimento per viandanti e fedeli, è sovrastato da un’antenna telefonica azzurrina. Tutto comincia, come racconta l’ex sindaco di Padova, Ivo Rossi, quando una società telefonica presenta la domanda per installare un enorme ripetitore proprio accanto all’oratorio. Il Comune, come poi è stato dichiarato in giudizio, sostiene “che l’oratorio non risulta nemmeno classificato tra i beni di interesse culturale”. Come se soltanto ciò che è tutelato dalle norme meritasse di essere protetto. Ma non sarebbe nemmeno così, come riferisce qualcuno: il Ministero della Cultura – Commissione Regionale per il patrimonio culturale infatti ha accertato “la sussistenza dell’interesse culturale nell’immobile” per il quale l’oratorio doveva essere sottoposto a disposizioni di tutela. Ma intanto arriva la prima sorpresa: il comune di Padova dà il via libera al ripetitore. Tocca, come spesso succede in Italia, alle associazioni e ai comitati degli abitanti, provare a difendere quel patrimonio che le istituzioni sembrano non curare. Viene così presentato un ricorso amministrativo. Alla fine il Consiglio di Stato dà ragione ai comitati: “Con una sentenza del giugno 2026”, ricorda Rossi, “viene annullata l’autorizzazione, rendendo l’antenna priva di titolo”.

Anche il Comune, tardivamente, si accorge del guaio. Qualcuno storce il naso e ammette l’errore. Peccato che l’impianto sia già stato realizzato. Ma la parabola del campanile non è ancora finita. Nei giorni scorsi ecco arrivare la decisione della Sovrintendenza. Piuttosto sorprendente: si “riconosce… l’effettivo impatto percettivo determinato dalla realizzazione dell’opera”. Un’espressione burocratica per dire che l’antenna non ci sta proprio bene, accanto all’oratorio millenario. Dunque l’impianto dovrà essere rimosso? No, arriva la soluzione, per così dire, all’italiana. Dipingere il palo. Si può procedere, scrive la Sovrintendenza, alla “colorazione dell’impianto in tutto il suo spiccato fuori terra […] sulla scorta di idonee campionature da produrre in opera. La cromìa dovrà essere individuata nella gamma dell’azzurro e del grigio ceruleo, in modo da ridurre la complessiva percettibilità del palo rispetto allo sfondo in essere”. Vincono i cellulari, per farla breve. Anche se l’assessore alla Cultura di Padova, Andrea Colasio, cerca di correre ai ripari: “La prima autorizzazione, a nostro avviso, è arrivata in assenza di vincolo. Oggi il vincolo c’è”. Quindi? “Ho chiesto la rimozione dell’antenna o, almeno, il suo spostamento centocinquanta metri più in là”.

E pensare che non era la prima volta che l’oratorio di San Michele veniva minacciato. Nel 1866 il Veneto era stato infatti annesso al Regno d’Italia. Appena un anno dopo, con una legge del 15 agosto 1867, insieme con altri abbattimenti e acquisizioni al demanio, era stata prevista la demolizione dell’oratorio di San Michele. Ma il combattivo parroco di Salboro, don Giovanni Rizzo, si era ribellato alla decisione del Regno e aveva scritto addirittura al sindaco di Padova, Andrea Meneghini. A quei tempi, però, la decisione del primo cittadino era stata diversa da oggi: con una nota del 7 agosto 1869, il Comune annunciò che la “Direzione Compartimentale del demanio e Tasse di Venezia ha dichiarato l’oratorio di San Michele in Pozzoveggiani debba ritenersi immune dalla devoluzione al Demanio”. L’oratorio era salvo. Un’altra epoca. Allora, verrebbe da dire, il nostro patrimonio artistico era più curato di oggi. Proprio Rossi ricorda la storia da molti dimenticata della Cappella degli Scrovegni; proprio quella con il ciclo di Giotto che è diventata il simbolo della città e uno dei più noti tesori artistici italiani (ogni anno attira oltre 320mila visitatori). Un secolo fa abbiamo rischiato di perderla e di venderla all’Inghilterra. Era il 1880 quando i proprietari della Cappella, la potente famiglia Gradenigo-Baglioni, decise di venderla agli inglesi che avrebbero trasferito probabilmente i dipinti a Londra. “Per fortuna – conclude Rossi – la città poteva allora contare su un assessore di rara sensibilità e determinazione, quell’Antonio Tolomei che sarebbe diventato sindaco nel 1881, il quale si oppose alla vendita e aprì un durissimo contenzioso con i conti Gradenigo-Baglioni. Il Comune di Padova alla fine acquistò la cappella e la lasciò alla città”.

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Tunnel del Brennero: il tratto della Germania slitta al 2043, ben 37 anni dopo l’inizio dei lavori. Intanto i costi salgono di altri 1,2 miliardi

26 October 2026 at 15:50
Trentasei anni. Tanto rischia di trascorrere dal primo mattone del tunnel del Brennero al giorno in cui sarà a pieno servizio. Insomma, quando la talpa è entrata nella montagna a guidare gli Usa c’era George W. Bush e il papa era Benedetto XVI. Quando uscirà gli uomini forse si sposteranno con le astronavi.
Senza dire dei costi. L’ultimo annuncio è appena arrivato: siamo saliti a 11,7 miliardi, rispetto all’ultima stima di 10,5, mentre la scadenza prevista per il 2032 è slittata ancora una volta. Ora si parla del 2034. Ma ormai nessuno quasi ci fa più caso.
Ma dietro alla costruzione del tunnel, sottoterra come la talpa, cova uno scontro tra Italia e Austria sul lievitare dei costi. Sorpresa: questa volta sono gli italiani quelli che accusano i colleghi di Vienna di aver fatto esplodere i conti. Con ormai oltre 3 miliardi di extracosti.
Il punto è che questa grande opera sarà finanziata da Unione Europea, più, appunto, Austria e Italia. In soldoni: l’Ue ci mette la metà, mentre il restante va diviso tra i due paesi confinanti che ospitano l’opera. E qui vengono le note dolenti. “Le spese folli dell’Austria – racconta una fonte interna – ci ricadranno sul groppone. Come se due amici vanno a cena, uno prende caviale e l’altro insalata, ma poi si paga alla romana, metà ciascuno”.
Ma facciamo qualche passo indietro: l’idea di una linea che collega in galleria Innsbruck a Fortezza (Bolzano) nasce poco dopo il 1990. Sarà una meraviglia della tecnologia , si dice, con 64 km tra opere accessorie tunnel di 58 km.
L’avvio dei lavori arriva nel 2007. E qui merita fare un piccolo excursus sul balletto degli annunci sull’ultimazione dei lavori: prima si ipotizza addirittura il 2016, poi si parla del 2026, quindi si rinvia al 2032. Adesso si ammette che si dovrà attendere almeno il 2034 e se qualche ingegnere a denti stretti dice che forse è una scadenza ottimistica. Il paradosso è che la galleria dove dovrebbero transitare i treni è già quasi scavata per intero. Ma, anche confrontandosi con le esperienze del San Gottardo appena costruito in Svizzera, ci si è resi conto che si doveva trasformare il cunicolo esplorativo (accanto alla canna principale) in un tunnel di servizio. Un lavoro enorme. Risultato: la progettazione va avanti da anni e siamo ancora in alto mare. Da qui l’ennesimo ritardo. Appuntamento quindi al 2034. E sarebbero comunque già 27 anni dopo l’inizio dei lavori.
Ma l’amara sorpresa è un’altra: il tunnel del Brennero ha senso perché, appena superati i rilievi, si riunisce con la nuova linea che arriverà in Germania. È il famoso corridoio Verona-Monaco di Baviera. Peccato che, come hanno riportato giornali tedeschi e austriaci, il governo tedesco sia intenzionato a togliere il collegamento da Monaco dalle priorità da finanziare. Risultato: ammesso che l’opera sia inserita di nuovo tra i progetti su cui la Germania vuole investire, prima che sia ultimata la progettazione si dovrà attendere il 2034 per vedere partire i lavori. E saranno ultimati, si dice a Berlino, non prima del 2043. Quindi la nuova linea nel suo complesso rischia di essere inaugurata la bellezza di 37 anni dopo il suo avvio. Perché senza il tratto tedesco il tunnel del Brennero è quasi inutile.
C’è poi, si diceva il balletto dei costi: si era cominciato parlando di 4 miliardi, rapidamente diventati più di 5. Ma appena le ruspe avevano cominciato a scavare più realisticamente erano diventati oltre 8. Fino a una settimana fa l’ultima stima era 10,5. Adesso si ammette che saranno almeno 11,7, ma è lecito immaginare che da qui al completamento dei lavori ci saranno altri consistenti ritocchi.
E qui la disputa da ingegneristica diventa politica. Qualche anno fa si rischiò un incidente diplomatico quando Raffaele Zurlo, l’ingegnere che si occupava dell’Opera sul versante italiano, accusò apertamente i colleghi austriaci di aver fatto esplodere i costi. Il solo tratto vicino a Tulfes, dicono fonti interne, sarebbe passato da 377 milioni a quasi un miliardo. Le accuse molto circostanziate di Zurlo diedero vita anche a un’inchiesta della Procura di Bolzano che alla fine decise di passare il fascicolo, per competenza, all’Europa e infine all’Austria. La questione si chiuse con un non luogo a procedere che lasciò l’amaro in bocca al di qua del tunnel.
I manager italiani e austriaci furono sostituiti. Ma non è solo una questione di ruspe ma anche di politica. La figura chiave sul versante austriaco e altoatesino è stato a lungo Konrad Bergmeister. Parliamo di un noto e stimato ingegnere bolzanino molto vicino alla Svp, la Sudtiroler Volkspartei, il partito che da decenni domina la politica e il potere altoatesini. Bergmeister era stato indicato in passato come è possibile guida della Svp. Di sicuro a Bolzano ha occupato poltrone di ogni genere: oltre, appunto, ad aver diretto uno studio ingegneristico responsabile di decine di progetti in Alto, è stato presidente della fondazione della Cassa di risparmio di Bolzano, presidente della Libera Università di Bolzano, presidente del Consiglio di amministrazione del conservatorio cittadino, e ha ricoperto importanti incarichi nella società dell’autostrada del Brennero, nonché, si è detto, è stato alla guida della parte austriaca della Bbt fino al 2019. Dalla musica alle autostrade passando per le ferrovie e le banche. Tutto insomma. Si era addirittura guadagnato una canzone rap dell’artista Markus Dorfmann che metteva in musica i suoi mille incarichi.
Ma Bergmeister oggi pare essere molto considerato anche dalla Lega del ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, tant’è che dal 2023 siede nella struttura potentissima struttura tecnica di missione del Ministero che si pronuncia appunto sulle grandi opere. Non solo: nel 2020 la Regione Veneto (Lega) gli aveva affidato un incarico di consulenza per la Pedemontana Veneta (per quella Lombarda il suo studio aveva partecipato come progettista di una delle opere)
Così la talpa continua a scavare sotto il Brennero. Quando uscirà finalmente dal tunnel troverà un mondo completamente diverso da quello che esisteva all’inizio dei cantieri. L’unica cosa che non cambia mai è Bergmeister.

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