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A Baku l’hijab respinto nelle scuole diventa un’arma a doppio taglio per Teheran. E le ragazze rischiano di essere ridotte a simboli di una contesa

25 October 2026 at 08:03

Il 21 settembre il governo di Baku ha modificato le norme sull’abbigliamento nelle scuole pubbliche, vietando capi considerati incompatibili con l’uniformità delle divise o con il “carattere laico dell’istruzione di Stato”. Il testo non proibirebbe esplicitamente l’hijab, ma dall’inizio di ottobre alcune studentesse e insegnanti velate si sono viste negare l’accesso alle aule. La reazione non si è fatta attendere: proteste, boicottaggi delle lezioni e almeno 37 fermi annunciati dal ministero dell’Interno azero lo scorso 12 ottobre. In un Paese a maggioranza musulmana e prevalentemente sciita, il provvedimento ha riaperto una questione che va ben oltre il codice di abbigliamento scolastico, nonché oltre gli stessi confini azeri.

Per Teheran, questo sviluppo in un paese vicino – in Iran è anche presente una massiccia minoranza azera, soprattutto nella regione di confine dell’Azerbaijan occidentale, e nel suo capoluogo Tabriz – presenta insieme un’opportunità ed un rischio.

Gli ambienti ultra conservatori iraniani hanno infatti colto l’occasione per denunciare quella che descrivono come “un’aggressione all’identità islamica” del Paese vicino. Il religioso Mohammad Javad Fazel Lankarani ha condannato le nuove restrizioni, mentre esponenti politici e quotidiani conservatori hanno evocato pressioni occidentali ed in particolare il ruolo di Israele. Il giornale Kayhan, il cui direttore viene nominato direttamente dalla Guida Suprema, ha sostenuto che le misure adottate a Baku risponderebbero ad una logica imposta da Tel Aviv, con cui esiste una profonda cooperazione anche sul piano militare – laddove Teheran, in modo apparentemente controintuitivo, sostiene da tempo l’Armenia, paese a maggioranza cristiana, che a sua volta ha una massiccia minoranza in Iran.

È una lettura che riflette una preoccupazione geopolitica autentica, ma anche una convenienza interna. Per la Repubblica islamica questo legame israelo-azero costituisce da tempo un motivo di allarme. Presentare le restrizioni sul velo come il prodotto di un’agenda israeliana consente ai conservatori iraniani di saldare due battaglie: quella per la centralità della religione nella società e quella contro l’influenza strategica di Israele nel Caucaso meridionale.

Eppure, è proprio in questa dimensione che emerge la contraddizione più difficile da aggirare. In Iran, il velo obbligatorio è diventato uno dei simboli della coercizione esercitata dallo Stato sulla vita privata. Sin dalle proteste in seguito alla morte di Mahsa Amini, e alla nascita del movimento “Donna, vita, libertà” nel 2022, nonostante la legge non sia stata ufficialmente abolita, in molte aree urbane dell’Iran le donne senza velo sono diventate quasi la normalità, mentre le autorità oscillano tra periodi di tolleranza e nuove campagne repressive.

È in questo contesto che la vicenda azera può trasformarsi in uno scomodo specchio per Teheran. In questo senso, il quotidiano riformista Mardomsalari ha sottolineato l’ironia di quanti, in Iran, hanno a lungo sostenuto che la legge debba essere rispettata anche quando impone il velo, e ora si ritrovano ad invocare il diritto delle studentesse azere a indossarlo, contro la stessa legge azera. Sui social, decine di attivisti e commentatori – come Golshan Fathi o Moosa Hasanvand – hanno spinto il ragionamento anche oltre, verso una posizione in fin dei conti logica e di buonsenso: obbligare una donna a velarsi e costringerla a togliersi il velo sono due forme diverse della stessa ingerenza.

Si contesta alla radice l’idea che lo Stato possa decidere quale abbigliamento sia legittimo per una donna, sia quando giustifica la propria scelta in nome della laicità, sia quando lo fa in nome della religione. La libertà di scelta, in questa prospettiva, non appartiene né ai sostenitori del velo né ai suoi oppositori: appartiene a chi lo indossa o lo rifiuta.

Il dibattito assume così una dimensione politica e filosofica: i conservatori iraniani possono denunciare la discriminazione religiosa in Azerbaigian ma così facendo rischiano di rafforzare involontariamente le argomentazioni di chi, in patria, chiede di porre fine all’obbligo del velo nei luoghi pubblici. Perché se il problema è il diritto delle ragazze azere a frequentare la scuola indipendentemente dal velo, diventa più difficile sostenere che lo Stato iraniano possa punire le donne iraniane che non vorrebbero indossarlo.

Sul piano diplomatico, Teheran sembra anche consapevole dei rischi. L’ambasciata iraniana a Baku ha respinto le accuse di interferenza nella controversia, dopo che un’organizzazione azera aveva denunciato presunte campagne straniere contro la nuova legge del Paese. Il 20 ottobre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha auspicato una soluzione fondata sul dialogo, sul rispetto dei diritti fondamentali e sulla comprensione reciproca, insistendo sui legami storici tra i due popoli.

Una cautela non casuale. Iran e Azerbaigian condividono una storia, una frontiera e una maggioranza religiosa sciita ma come accennato le loro relazioni sono attraversate da rivalità strategiche. Teheran guarda con sospetto alla cooperazione azera con Israele e teme che il rafforzamento di Baku alteri gli equilibri regionali. L’Azerbaigian, dal canto suo, difende la propria sovranità e respinge le ingerenze esterne. Il velo offre ora a entrambi un nuovo motivo di attrito, perché trasforma una disputa interna azera in una questione di identità religiosa e legittimità politica. Alcune importanti personalità iraniane, come Ali Akbar Velayati, si sono spinte fino a mettere in dubbio l’opportunità che Baku ospiti il prossimo anno il prossimo summit del Consiglio di Cooperazione islamica.

È improbabile, tuttavia, che da sola la controversia provochi una rottura diplomatica. Più concreto, invece, il rischio che le ragazze escluse dalle aule finiscano per essere ridotte a simboli in una contesa che non hanno scelto.

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Iran, dai laboratori balistici al ministero della Difesa: chi è Akhlaqi, “uomo dei missili” e tecnico della deterrenza

24 October 2026 at 08:08

Duecentotrentadue giorni dopo, l’Iran ha un nuovo ministro della Difesa. Con 237 voti favorevoli e solo 15 contrari, il Parlamento iraniano lo scorso 18 ottobre ha approvato la nomina di Mehrdad Ketabchi Akhlaqi per l’importante dicastero, rimasto “orfano” del suo titolare dallo scorso 28 febbraio, quando un bombardamento israelo-americano uccise l’allora ministro Aziz Nasirzadeh. Da quel giorno, la carica era stata assunta ad interim da Majid Ebn-Reza, anch’egli poi sfuggito ad un altro bombardamento ad inizio marzo. La nomina di Akhlaqi, proposta due settimane prima del voto dal presidente riformista Masoud Pezeshkian, e poi valutata dalle commissioni parlamentari preposte, è significativa per diverse ragioni.

La più immediata ha a che fare proprio con i tempi ridotti della sua approvazione: Akhlaqi ha infatti ottenuto il placet in un Parlamento dominato da maggioranza principalista, normalmente ostile ai riformisti, tanto da spingere lo stesso Pezeshkian a congratularsi con i deputati a margine del voto, e parlare di un “chiaro messaggio (di unità, ndr) al mondo intero”. Suo figlio Yousef, consigliere politico e professore di fisica, noto soprattutto per la sua pagina di aggiornamenti politici su Telegram, ha aggiunto che il voto “dimostra che quelli che vogliono creare divisioni nel Paese sono pochi, e che c’è grande unità tra i nostri ufficiali in tempi in cui bisogna difendersi”. La sua nomina arriva in giorni peraltro concitati sul confine occidentale iraniano, nei pressi del quale sono in corso scontri armati tra reparti dell’Irgc e miliziani curdi del Pjak – che, ironicamente, hanno preso ad utilizzare anche droni a fibra ottica, gli stessi usati da Hezbollah contro le Idf nel sud del Libano, in grado di bypassare gli strumenti di jamming.

Quella di Akhlaqi è una figura sui generis, sia perché sembra aver messo d’accordo un Parlamento di norma molto conflittuale e polarizzato, sia per un’altra ragione, connessa alla prima, nonché al momento storico che sta vivendo la Repubblica islamica: a differenza di gran parte dei suoi predecessori, che provenivano dalla politica, dalla diplomazia o dai ranghi delle Forze armate, Akhlaqi ha alle spalle una lunga carriera nell’industria. Non un’industria qualunque, bensì quella aerospaziale e missilistica, che gli hanno fatto guadagnare l’appellativo di “uomo dei missili”.

Dopo gli studi in ingegneria chimica e management strategico, Akhlaqi è entrato nelle industrie legate alla Difesa nei primi anni 80, attorno ai 25 anni, per poi avvicinarsi professionalmente ad Hassan Tehrani Moghaddam, il “padre” del programma di missili balistici iraniani, rimasto ucciso nel 2011. Nella biografia di quest’ultimo – “L’uomo eterno“, scritta dalla giornalista Masoumeh Sepehri – si racconta del ruolo del neo ministro della Difesa nella scelta di approvare, quasi 20 anni fa, un investimento da 10 milioni di dollari per lo sviluppo di quello che diventerà uno dei fiori all’occhiello del programma missilistico iraniano, il missile Fateh 110, nonostante le diverse incertezze, al tempo, sulla sua riuscita.

Un manager, in grado di valutare correttamente il rischio imprenditoriale, ma anche un tecnico specializzato, se è vero che buona parte della carriera di Akhlaqi – nei primi 2000 a capo del Shahid Bagheri Industrial group, dal 2014 alla guida della Aerospace Industries Organization – è ruotata attorno alla gestione delle industrie legate alla costruzione dei missili balistici e soprattutto allo sviluppo dei sistemi propulsivi a combustibile solido, che caratterizzano diversi dei missili iraniani come il Fateh 313, il Sejjil ed il Khaibar Sheikan.

La propulsione a combustibile solido è particolarmente utile agli iraniani, dato che rispetto a quella a combustibile liquido permette ai missili di rimanere immagazzinati per periodi molto più lunghi, nonché di accorciarne i tempi di preparazione prima del lancio. Come noto, al netto dell’inferiorità dell’aviazione iraniana sul piano convenzionale rispetto ai suoi nemici, i missili balistici di Teheran costituiscono un fondamentale – seppur limitato – strumento di deterrenza, poiché in grado di colpire obiettivi anche molto lontani, e di farlo sfuggendo spesso alle difese anti missile. Il loro numero, che già era complicato calcolare prima dell’aggressione israelo-americana, è tuttora sconosciuto ma la stessa Cia ha confermato nei mesi scorsi che Teheran ha ripreso a pieno regime la loro produzione.

Con Akhlaqi – che secondo Pezeshkian sarebbe a sua volta nella lista degli obiettivi americani e israeliani, e da quasi 20 anni è sotto sanzioni americane, britanniche e dell’Ue – è verosimile che questo processo venga rafforzato, e la sua nomina segnala la volontà di ricostituire una piena capacità industrial-militare dopo i bombardamenti subiti nei mesi scorsi. Secondo Iran International, oltre a ribadire il sostegno agli alleati regionali come Hezbollah, Akhlaqi avrebbe proposto di aumentare i ritmi di produzione delle difese aeree e sviluppare nuove tecnologie, intensificando la collaborazione con le università e accorciando i tempi di messa a punto di alcune tecnologie difensive ad un massimo di sei mesi, anche grazie ad un processo di semplificazione gestionale, con cui oltre il 75% della loro produzione verrebbe direttamente affidato ad aziende al di fuori del Ministero della Difesa.

Mentre si rincorrono le voci su una possibile ripresa della guerra – con la notizia che Netanyahu avrebbe cercato di convincere Trump a bombardare l’Iran prima delle elezioni israeliane del 27 ottobre -, che sembra soltanto questione di tempo, Akhlaqi nel corso di alcune interviste ha risposto alle domande sulle recenti nuove minacce americane, compresa quella che allude all’utilizzo della bomba GBU-43, la più potente tra quelle non nucleari. “Siamo pronti ad adottare misure in risposta. Il presidente americano dovrebbe concentrarsi su come far uscire i suoi soldati dalla regione ancora vivi. Se decide di sganciare una bomba, è bene che si faccia un’idea su quanti di questi soldati dovranno essere portati a casa orizzontalmente”.

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