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Il tempo restituito dall’AI. Un saggio di Fabio Bisogni letto da Pino Pisicchio

27 October 2026 at 13:28

Nella “Epistula ad Lucilium” Seneca, che aveva capito tutto della vita, si rivolgeva al suo amico e poeta Lucilio con queste parole: “Convinciti che le cose stanno così come ti scrivo: una parte del tempo ci viene portata via, una parte ci viene rapita furtivamente, una parte scorre via. La perdita più vergognosa, tuttavia, è quella che avviene per la nostra negligenza”. Seneca non fu il primo né l’ultimo pensatore a impegnare il suo ingegno intorno al tema del tempo che passa, unico bene che ci appartiene perché finché viviamo è con noi. E poi, a ben riflettere, non ci appartiene mica tanto, perché quando l’interruttore si spegnerà non ci è dato di saperlo. Si pensi allora al Carpe diem di Orazio, o al “Fugit irreparabile tempus” di Virgilio, per restare nella romanità, o, per buttarla in filosofia, al Søren Kierkegaard quando sentenzia che “La vita può essere capita solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti” o, per buttarla in politica al licolniano “Il modo migliore per predire il futuro è crearlo”, o all’umbratile e vibrante Pavese per cui “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi” o al più prosaico e capitalistico Beniamino Franklin, per cui “Il tempo è denaro”, tanto per ricordarne qualcuno tra i “tutti” che hanno affrontato l’ “Argomento”.

Perché è indubbiamente quello il centro di ogni pensiero intorno all’essere umano. Non potendo mutare i termini della questione “nasco, vivo, muoio” relativamente al terzo elemento, si è lavorato parecchio sul secondo, cercando di “aggiustarlo” il più possibile, di allungarlo, di pulirlo dai malanni, di renderlo meno traumatico. Con risultati anche importanti, non c’è che dire, come l’allungamento della permanenza tra i vivi, l’eliminazione o almeno la riduzione dei malanni che guastano le giornate e un’opzione sulla modalità forever jung ancora non del tutto riuscita. Un decisivo passo avanti, scrive Fabio Bisogni in un agile saggio dal titolo promettente “Il tempo restituito. IA, robotica e una nuova idea del progresso” (Ed. Beyond Needs, 2026) potrebbe venire dall’Intelligenza Artificiale, fonte del più grande dibattito di questo secolo che sembra generato proprio dal bipolarismo algoritmico: da una parte gli irriducibili plaudenti, dall’altra i profeti di catastrofi. Bisogni, che è un economista della sicurezza informatica e manager dell’innovazione, non si accomoda né tra gli entusiasti “a prescindere” né tra le Cassandre professionali, ma sceglie di offrire un punto di vista diverso. L’AI, che rappresenta il punto più alto di un’evoluzione tecnologica ancora in via di compimento, è un prodotto dell’intelligenza umana e dunque si declina secondo il verso che le viene indicato per rendere possibile un futuro umano migliore ma non ancora scritto.

Peraltro, e questa è la chiave del saggio, ogni impiego della nuova tecnologia punta a creare le condizioni di una possibile restituzione del tempo agli esseri umani: una riappropriazione che rappresenta, pertanto, una possibilità di vivere la propria esistenza con pienezza. La scommessa di Fabio Bisogni non si chiama fuori dal paradigma produttivo inseguendo suggestioni luddistiche o predatorie riportate tristemente in auge nelle metropoli europee da un manipolo di facinorosi e neanche si fa trascinare da tentazioni neo-romantiche stile hippies anni ’60, perché si muove consapevolmente nella logica del capitalismo moderno. Infatti dichiara, nei dieci piccoli capitoli (più una buona e aggiornata bibliografia) in cui è suddiviso il saggio, il suo approccio ad una visione efficientistica del gesto lavorativo. Il suo “di più” rispetto a ciò che la profluviale pubblicistica in materia di AI va pubblicando ogni giorno, non è piccola cosa, perché insuffla quell’alitata di umanità che solo il “tempo restituito” può rendere al lavoratore in forma di persona e non di robot.

Riprendersi il tempo, scegliere di viverlo per creare arte, per esprimere solidarietà, per partecipare alla cosa pubblica, per studiare, per vedere il mondo, per interagire con gli altri, non è certamente la beatitudine promessa dalla religione, ma somiglia al più alto livello di qualità della vita che il mondo è in grado di offrire all’altezza delle attuali tecnologie. L’autore risponde, dunque, alla sfida delle macchine con un richiamo all’ “umano, molto umano”, argomentando con rigore scientifico e con piglio divulgativo. Le sue conclusioni spiegano il senso del lavoro ed anche la filosofia con cui è portato a termine: posto che da sempre, dopo le rivoluzioni industriali, abbiamo cercato di far lievitare la produttività del lavoro, oggi che le nuove tecnologie lo consento dobbiamo chiederci che “vita vogliamo rendere possibile grazie a quella produttività”. E incalza: “Il tempo restituito non è una promessa delle macchine. È un risultato da costruire e da verificare nelle giornate delle persone”. Una chiarezza necessaria nel tempo del messianismo totemico dell’AI.

Phisikk du role – Lo Stabilicum cade alla Consulta. Fantapolitica di un proporzionale ritrovato

24 October 2026 at 14:01

A meno di non mettere in catalogo Grisham, Connelly, o i grandi classici come Orwell, Ray Bradbury e Aldous Huxley, che di politica pure parlavano denunciando dittature presenti camuffate da futuro o presagendo controlli delle masse attraverso i media allora conosciuti, non c’è una grande tradizione di fiction del possibile ma non vero, che abbia al centro la politica. Qualcosa è circolata anche in Italia, ma insomma, nulla di memorabile. Allora proviamo un po’ noi, senza manifestare inopportune posture di autopromozione (molto in voga, tuttavia, nel tempo corrente), ma solo per gioco. Allora proviamo.

La legge elettorale nota come “Stabilicum” giunge al vaglio della Corte Costituzionale e i giudici, dopo un complicato dibattito che, oltre ad analizzare minutamente ogni capoverso della legge, ha valutato attentamente i precedenti, in particolare la sentenza del 2014 che abbatté il Porcellum, hanno reso noto il loro verdetto. È una sentenza articolata che poi sarà meglio interpretabile quando verranno rese note le motivazioni, ed è, come consuetudine, autoapplicativa, nel senso che consente l’immediato impiego della legge modificata secondo le indicazioni scaturite dalla sentenza.

La “ciccia” è questa: saltano i listoni bloccati di 70 nomi alla Camera e 36 al Senato e, di conseguenza, non essendo più assegnabile il premio di maggioranza, le elezioni avverranno su base esclusivamente proporzionalistica. Insomma: tanti voti ogni lista prende, tanti rappresentanti le vengono attribuiti, non uno in più né uno in meno. Nello stringato commento dell’ufficio stampa si è fatto cenno alla sentenza n.1 del 2014 con cui si dichiaravano parzialmente illegittime le liste bloccate “lunghe” perché si privava il corpo elettorale del potere di scegliere i propri rappresentanti. Un effetto collaterale importante è la perdita di senso dell’indicazione del candidato premier: la spinta coalizionale si giustifica proprio in ragione del premio. Non che l’averla messa in una legge ne avrebbe attribuito un valore superiore a quello che è già scolpito in Costituzione e cioè il potere del Capo dello Stato di conferire l’incarico di primo ministro, ma è evidente che se non c’è più il premio si depotenzia il senso dello stare insieme.

È una bella botta per il governo, anche se, a ben vedere lo stesso effetto si sarebbe verificato “naturalmente” se nessuna coalizione avesse raggiunto il 42%, ipotesi più che probabile viste le difficoltà di entrambe le alleanze a raggiungere quel traguardo.

Il primo ad esternare è stato il leader dei 5 Stelle che ha detto, con una formula un po’ criptica: “Il Movimento si sentirà così ancora più vicino ai suoi elettori, senza dover subire le alleanze con entità politiche poco compatibili”; per il resto non è sembrato che a sinistra ci fosse un gran dolore, forse perché così ogni pezzo del Campo Largo potrà cercare i suoi voti senza dover fare cedimenti o mediazioni.

A destra è stato come quando a “nascondino” l’ultimo dice “tana libera tutti”: ognuno ha cominciato a correre per cercare il suo elettore. La Lega si è ristrutturata in chiave paleoleghista ripescando le parole d’ordine del senatur sulla “Padania Uber alles”. I forzitalioti, divisi tra il riformismo laicista della signora Berlusconi e il lealismo filogovernativo dei ministri e i FdI provano la postura del partito pigliatutto guardando a modelli della Prima Repubblica. Rischia di rimanere con armi spuntate Vannacci, che aveva costruito la sua prima proposta in chiave antagonista nei confronti di tutti, compresi i suoi camerati.

Si parla di una reunion dei centristi. Ma questo è un romanzo a parte del genere fantascienza.

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