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La fine degli intellettuali, ma non della citazione colta pronta per Instagram

21 October 2026 at 03:45

Scontri tra manifestanti a Manifestazione contro il caro vita a Milano sabato 17 ottobre 2026. (foto by Stefano Porta/LaPresse) clashes between protesters at Demonstration against the high cost of living in Milan saturday 17 october 2026 (Photo by Stefano Porta/LaPresse)

Anni fa Alessandro Baricco raccontò che, quando aveva una rubrica su Vanity Fair per la quale ogni settimana doveva riempire una pagina di testo, e una pagina di Vanity Fair si riempiva con una sessantina di righe, ogni tanto tentava invano di convincere il direttore che per dire certe cose di righe ne bastavano due, e che quindi la pagina potesse uscire bianca, con sole due righe di testo in cima o in mezzo o in fondo.

Pur non essendoci qui la questione dell’impaginazione cartacea, e notandosi quindi meno la brevità insolita del testo, sono abbastanza certa che il direttore che sovrintende all’Avvelenata obietterebbe anch’egli al mio consegnarne oggi una fatta d’un solo rigo, perché nel sindacato dei direttori di giornale han tutti le stesse fisime.

Prendetevela quindi con le antiquate fissazioni dei direttori di giornale se oggi sarò inutilmente prolissa, ridondante, ripetitiva nelle variazioni che stanno attorno a un solo concetto, concetto che sarebbe potuto stare in un esaustivo rigo, e quel rigo sarebbe stato: mi sembrate tutti scemi.

Mi sembrano scemi quelli che scrivono sui social variazioni sulla rivoluzione che non è un pranzo di gala, come se incendiare cassonetti e spaccare vetrine e autoscattarsi con sfondo di lacrimogeni fossero sinonimi di «presa della Bastiglia», e non di «1, 2, 3, casino», e non di «Sfera che ce lo facciamo un selfie?».

Mi sembrano scemi gli adulti infantili di questo secolo, quelli che vivono coi soldi dei genitori, nelle case comprate loro dai genitori, mandando i figli in scuole e in vacanze pagate dai nonni e, poiché i tempi facili producono individui con infelicità immaginarie, hanno deciso che sì, i loro figli hanno problemi gravissimi, e passano il tempo a cercare di farsi perdonare da loro e dai loro psicanalisti (pagati anch’essi dai nonni) invece di prendersi l’incomodo di fare gli educatori e di mettere in pratica tutto quello su cui teoricamente si sono preparati per fare i genitori: la prima generazione che ha pensato che fare figli fosse una specializzazione alla quale occorresse arrivare preparati è anche la generazione che ha comprato “I no che aiutano a crescere” ma o non l’ha letto o non l’ha capito.

Mi sembra scemo il cantante che cinque anni fa ci diceva che «Vuitton e Prada non contan nada», e oggi ci dice che mettere in vetrina roba che i-nostri-ragazzi non si possono permettere è violenza alla quale si risponde con la violenza (perché è tutto simbolico, e tutto capriccio consumista: gli assalti ai forni erano gesti dimostrativi d’obiezione alla chetogenica, mica fame; però, l’avesse detto in rima, magari m’avrebbe convinta).

Mi sembra scema l’amica editorialista che mi scrive per farmi gli auguri di compleanno e aggiunge che ogni volta che scrivo dei genitori imbecilli dei puccettoni in piazza capisce quant’è imbecille, invia il messaggio e un secondo dopo apre il computer per scrivere il trecentesimo pezzo su quanto hanno ragione i-nostri-ragazzi.

Mi sembrano scemi quelli che si dolgono perché hanno il feticcio dell’oggetto-libro e insomma va bene tutto ma devastare la libreria Feltrinelli no; mi sembrano scemi quelli che hanno Wikipedia epperciò – con quel che costa il wifi mica vorremo non ottimizzare – ci tengono a precisare che Giangiacomo Feltrinelli però morì tentando di fare un attentato; mi sembrano scemi quelli che s’indignano per chi ha complessi di superiorità culturali tali da pensare che la merce libro sia più sacra della merce borsetta; mi sembrano scemi quelli che certo che il libro è un feticcio, io sottolineo solo a matita.

Mi sembra scema la scrittrice sessantenne che mi passa davanti in un pezzettino social mentre dice a una trentenne, a una trentenne che porella provava ad argomentare che i suoi coetanei non hanno avuto le guerre e l’incubo del nucleare e il terrorismo e altre amenità e insomma tanto male non gli è andata, la sessantenne che le spiega perentoria che no, non è vero, la trentenne non lo sa ma i trentenni d’oggi sono i più sfortunati della storia del mondo, perché la sessantenne arrivò a Milano quarant’anni fa e il lavoro te lo tiravano dietro; fingendo di non sapere che è vero che oggi nessuna redazione (parlandone da vive) assumerebbe la lei inutile e miracolata di quarant’anni fa, ma ella avrebbe modo di accendersi la telecamera del telefono in faccia e di diventare comunque una benestante senza qualità – certe opportunità non vengono mai meno, al massimo cambiano veicolo.

Mi sembra scemo lo scrittore della stessa generazione che dice che rubare le borse di lusso saccheggiando negozi del centro in nome del carovita va bene se quella borsa di lusso la regali alla mamma che non se l’è mai potuta permettere facendole così fare il salto di classe previsto dal materialismo storico (ma solo se la mamma è abbastanza in confidenza con le pratiche di questo secolo da rivendere la borsa su Vestiaire e poter infine pagare le bollette: la classe sociale non la fanno gli accessori di pelletteria, la fa l’assenza dei problemi economici di base).

Incidentalmente, sfogliavo per altre ragioni un libro che non c’entra niente, lo scrisse Simone de Beauvoir nel 1970, s’intitolava “La terza età”: impossibile non notare quanto tutto quel che era sensato citare cinquantasei anni fa non sia di nessun aiuto per spiegare l’oggi.

«La società dei consumi, nota Marcuse, ha sostituito alla coscienza infelice una coscienza felice, e disapprova ogni senso di colpa»: Herbert, Simone, non so come dirvelo ma, vista dal 2026, da una società che ostenta con voluttà sensi di colpa, che si fustiga a favor di obiettivo fotografico, che passa il tempo a crogiolarsi in dichiarazioni d’infelicità, sembra la frase d’un romanzo di fantascienza.

Poche pagine più avanti, SdB cita Sigmund Freud e il «triste contrasto tra l’intelligenza raggiante d’un bambino e la debolezza intellettuale d’un adulto medio», e io penso che il più influente intellettuale del Novecento ha descritto un mondo che non esiste più, in cui gli adulti ancora non miravano a regredire fino a essere irresponsabili e coetanei dei figli, epperciò raggianti.

Tutti gli intellettuali che abbiamo come riferimento, tutti quelli che hanno prodotto pensiero e non penzierini, sono gente del Novecento, la cui visione del mondo era la visione d’un altro mondo, le cui categorie analitiche oggi sono utili quanto lo scatolone di cento nastri che ci ha lasciato nostro nonno acciocché la nostra Olivetti avesse sempre inchiostro.

D’altra parte non è che possiamo citare Vittorio Lingiardi o Byung-Chul Han o Roxane Gay o Michela Murgia o uno qualunque dei produttori di biscotti della fortuna nostri coevi.

È andata così, che abbiamo avuto tante fortune che non scambierei con la vita del secolo scorso – l’acqua corrente in casa, gli antidolorifici, l’aria condizionata, supermercati che ci danno accesso a una varietà di cibo che settant’anni fa non era disponibile neanche per i re – ma la sfiga di un mondo senza intellettuali, intesi canettianamente come individui in grado di essere in conversazione col loro tempo e in contrasto col loro tempo.

Abbiamo solo gente che cita compulsivamente pensatori del Novecento per farci sapere che ha studiato molto (ma non abbastanza da capire che quei pensatori parlavano del mondo di prima – compreso Canetti, noteranno i più scafati tra i miei piccoli lettori); e gente che produce libri fatti per prendere i like, like presi per produrre apparizioni retribuite nei festival, apparizioni nei festival fatte per farsi chiedere il selfie alla fine, perché che tu sia intellettuale o Sferaebbasta sempre lo stesso selfie la platea vorrà, per prendere anche lei qualche like dai cognati, per l’economia di risulta di quella valuta che è la fama. Ci sono gli uni, ci sono gli altri, e in mezzo ci siamo noi. Tre categorie accomunate dall’essere inappellabilmente sceme.

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Piperno ha scritto un gran romanzo su Tom Cruise, grazie agli Oasis

20 October 2026 at 03:45

Se io ci sapessi fare, questo articolo comincerebbe così: qualcuno doveva aver calunniato Alessandro Piperno, perché la mattina del 20 maggio 2023 Guia Soncini si svegliò determinata a trattarlo come uno che avesse voglia di far conversazione.

Invece comincia così: ho letto “Gli scherzi della vita” su una carrozza silenzio del Frecciarossa, carrozza dalla quale mi sono quasi fatta cacciare perché ridevo rumorosamente; il Frecciarossa tornava da Torino, compiendo il destino d’un libro che Alessandro Piperno ha chiaramente scritto per farsi perdonare quella conversazione di tre anni e mezzo prima.

“Gli scherzi della vita” è una storia nella quale i semicolti troveranno Kafka, e i normali Renato Pozzetto: alla vigilia di Natale un divo di Hollywood si sveglia nel molle corpo d’un critico d’arte romano, e viceversa. Per un po’ vivono l’uno la vita dell’altro, e poi mica sono così cafona da dirvi come va a finire (ma posso dirvi che a due terzi avevo pronosticato tutt’altra fine da quella che poi è).

Alessandro Piperno dice che l’idea gli è venuta dopo aver visto un’intervista in cui i fratelli Gallagher, che come tutte le persone sensate Piperno reputa i più lucidi pensatori viventi, dicevano un «fuck» ogni due parole, e aver fantasticato di cosa sarebbe successo se anche lui, facendo lezione all’università, si fosse messo a dire questo cazzo di Flaubert e quella cazzo di Bovary e fate una cazzo di tesina.

Tuttavia, per il mio personale fanatismo, “Gli scherzi della vita” è soprattutto una irresistibile caccia al tesoro. L’attore che si scambia il corpo col critico d’arte si chiama di nome Ethan, come l’Ethan Hunt di “Mission: Impossible”, e di cognome Kaffee, come il Daniel Kaffee di “Codice d’onore”. Entrambi, come sanno anche quelli che sono meno fanatici di Tom Cruise di quanto lo siamo Piperno e io, interpretati appunto da Tom.

È solo una frase di Piperno – che non resiste a tratteggiare Ethan come assai più imbecille di Ludovico Spinazzola, il critico, perché è pur sempre un professore di letteratura e nel sottoscala della sua ragione c’è la convinzione assurda ma tenace che chi ha letto tanti libri sia più intelligente di chi si lancia dagli elicotteri – è solo una frase dell’autore, dicevo prima di lanciarmi dall’elicottero d’un inciso nel quale Ethan Kaffee si sarebbe perso, è solo una frase a impedirmi di dire ciò che vorrei dire adesso.

Ciò che vorrei dire adesso è che non può essere un caso se “Gli scherzi della vita” esce quasi in contemporanea a “Digger”, cioè al forse unico clamoroso insuccesso della carriera di Tom Cruise. Al film del quale tutti si domandano se Tom sia impazzito a scegliere di farlo (come se lo domanda lo staff di Kaffee quando quello comincia a mangiare cheeseburger).

Non solo: quasi in contemporanea al film la principale scena del quale è una rielaborazione del monologo che in “Codice d’onore” non era di Cruise ma di Jack Nicholson, il monologo favoloso per il quale Cruise era allora troppo giovane e che ha dovuto aspettare trent’anni per poter interpretare, rivisitato.

E soprattutto: quasi in contemporanea al film – il primo in diciott’anni – in cui Cruise recita dentro un corpo che non è il proprio. La frase di Piperno che mi impedisce di fare questa considerazione è: «Come tutti i poveri di spirito, Ethan Kaffee non credeva nelle coincidenze».

Come tutti gli attori, Tom Cruise ha un repertorio che sfodera durante la promozione dei film. Come tutti gli attori in promozione in questo sfortunato decennio, è andato in un milione di programmi televisivi e di podcast e di sarcazzi, e perciò anche chi è meno studioso del suo repertorio di quanto lo siamo Piperno e io troverà, in alcuni dettagli della vita di Ethan Kaffee, echi delle pochissime caratteristiche note della vita di Cruise passategli sul cellulare mentre spolliciava TikTok invece di lavorare.

Non ricordo chi sia stato a raccontare che, andando a girare in qualche deserto o sull’Himalaya o in qualche altro posto dimenticato dal wifi, aveva detto a Tom Cruise «non ti riconosceranno», e quello aveva risposto con sicumera che certo che avrebbero riconosciuto Tom Cruise, e infatti. Eccolo lì, subito, pagina 15: «Durante una pericolosa spedizione in Mali, un’intera tribù di Tuareg gli aveva chiesto un selfie».

A Natale, Cruise fa arrivare ad amici e conoscenti e collaboratori una torta al cocco pare buonissima, e usata come status symbol: se la ricevi, puoi dire di essere nelle sue grazie. La torta è probabilmente il dettaglio più noto di una vita di paranoica riservatezza: al programma di Jennifer Hudson, lei gliel’ha fatta trovare lì e lui l’ha mangiata con grande soddisfazione. Ed eccola, pagina 42 di “Gli scherzi del destino”: «I selezionati amici che a Natale ricevevano una variopinta torta a strati».

C’è persino “Digger”, nell’agente che si scusa per averlo convinto a girare una serie televisiva in costume d’epoca: «Ho pensato: è vero, a lui piace buttarsi dagli aerei, scalare ghiacciai a mani nude, ma è anche un grande attore. Lo ha dimostrato con Stanley, con Steven, con Quentin» (Piperno ci teneva a non fare proprio esattamente una biografia di Tom Cruise, quindi ha aggiunto alla sua filmografia Tarantino, per confondere le acque).

Poi c’è anche un sacco di altra roba, naturalmente. Il provincialismo e l’egemonia: «Nulla mandava in estasi Sveva e i suoi ospiti abituali come un grande pensatore radicale americano venuto in Europa a parlar male dell’America ufficiale». L’andropausa: «Cosa penserebbe Foucault, sapendo che ti sei scopato mia moglie?». E il fatto che Ludovico Spinazzola (o lo stesso Piperno?) non frequenti abbastanza Instagram: «La cultura è il tallone d’Achille dei ricchi – specie quando la ricchezza è antica» può dirlo solo uno che non vede la voluttà con cui i nuovi ricchi ostentano analfabetismo accendendosi la telecamera del telefono in faccia.

“Gli scherzi della vita” esce oggi, lo pubblica Mondadori, e io sono certa certissima che Alessandro Piperno lo abbia scritto per farsi perdonare di quella mattina di maggio alla quale ripenso da tre anni e mezzo perché «Si dice che il problema degli scemi sia che pensano poco. Ecco, Ludovico era persuaso dell’esatto contrario: il problema degli scemi è che pensano troppo».

Era molto presto al mattino, ci incrociammo nell’ascensore d’un albergo di Torino, io lo costrinsi a non farsi i fatti suoi a colazione ma a dividere con me il tavolo del cappuccino, Piperno mi traumatizzò dicendomi che “Succession” era brutto. Questo libro l’ha scritto per dirmi che va bene, non capisce Logan Roy, ma capisce Maverick Mitchell. Come avrebbe detto quel russo che Spinazzola ha letto e Kaffee no: tutto è perdonato.

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L’unico potere rimasto è insultare chi non rispetta gli impegni di lavoro (e chi non paga)

17 October 2026 at 03:45

Più o meno un anno fa, un conoscente simpatico mi chiede un saggio breve per una rivista che nessuno legge e che non ha soldi per pagarmi. Gli dico di sì perché faccio sempre volentieri beneficenza a istituzioni culturali che non avevano ragione d’esistere neanche nel Novecento, figuriamoci adesso, e perché mi dà come scadenza aprile.

Capiterà anche a voi: vi chiedono una cosa per sei, nove, dodici mesi dopo, e voi dite ma certo, tanto quel giorno non verrà mai, e poi invece quel giorno viene sempre e voi avete accettato di andare a un matrimonio in Sicilia il giorno dopo un impegno non differibile a Londra e dovete fare biglietti assurdi e prendere taxi da trecento sterline alle quattro di mattina per arrivare dove avevate promesso d’essere (è un esempio ovviamente di fantasia, non ripenso affatto piangendo a quelle trecento sterline di taxi ogni giorno prima e dopo i pasti).

Il conoscente mi dice che ad aprile assemblano il numero che uscirà a settembre, e io penso che è una brutta fatica essere un’istituzione culturale squattrinata ma che si ostina a percepirsi prestigiosa e dover usare tipografie che ci mettono cinque mesi a stamparti: mi ricorda quegli aristocratici romani che hanno non so quanti pontefici nell’albero genealogico e d’inverno in casa tengono addosso il cappotto perché non possono permettersi la bolletta del gas.

La prima settimana d’aprile il mio romanzo va in tipografia e, libera da quell’incubo che è la chiusura d’un libro, scrivo subito la mia cosina per la PIC (Prestigiosa Istituzione Culturale): sono una che si bulla d’essere sempre puntuale con le consegne, e non sarà la squattrinatezza della PIC a farmi fare un’eccezione. Mando le mie paginette, poi me ne dimentico. Fino a giugno.

A giugno il conoscente mi scrive: ah poi se hai tempo ricordati di scrivermi quella cosa, e io penso che quindi non ha neanche controllato la mail, cialtrone, ma soprattutto che la scadenza era finta e due mesi dopo sono ancora lì a grattarsi la pancia, tipici cialtroni dell’industria culturale.

Lo insulto con moderazione, lui recupera la mail ormai invecchiata, mi ringrazia non molto cerimoniosamente perché come regola gli esponenti dell’industria culturale sono appunto come gli aristocratici decaduti – più hanno le pezze al culo più cercano di darsi un tono – e io torno a disinteressarmi di quel contributo, do per scontato che esca, me ne disoccupo.

Questa settimana – ottobre, quasi novembre – mi scrive una redattrice che mi dice che devo approvare l’impaginato col mio testo cui hanno fatto delle «piccole correzioni». Penso: ah, che tenera, Carneade della PIC che pensa di poter intervenire su un mio testo. Penso anche: ma quindi non usciva a settembre. Quindi la scadenza era doppiamente falsa.

Le scadenze false, lo dico se per caso siete massaie ricche che non hanno mai avuto un committente, si danno in due casi. Con collaboratori di conclamata cialtroneria, cui sai che chiederai una cosa per le otto e loro alle nove ancora non avranno creato il file in cui scriverla. O in quel caso che in psicologia si chiama «proiezione». Mi hanno dato una scadenza falsa perché sono dei cialtroni, ed essendo dei cialtroni danno per scontato lo siano anche gli altri.

Ora, io non vorrei scrivere dieci volte al mese l’articolo sul fatto che nessuno sa più fare nessun lavoro, e vi giuro che questo non è quel genere d’articolo, perché qui stiamo parlando non di chi sa o non sa fare un lavoro, ma della cattiveria del destino che ogni giorno mi fa pagare il fatto di non essermi accollata un marito e otto figli.

Qual è la caratteristica precipua dei mariti? Quella che si debbano ripeter loro le cose cento volte. Qual è la frase più detta dai mariti? «Adesso lo faccio». Caldaia rotta? Idraulico da chiamare? «Adesso lo faccio», «adesso» come i quattordici «adesso» delle quattordici volte in cui gliel’hai già detto. I figli sono tali e quali. I compiti? «Adesso li faccio».

Come Rossella O’Hara giurava che non avrebbe avuto fame mai più, io ho molto presto giurato che non mi sarei annoiata a ricordare a qualcuno che non mi pagava per fargli da segretaria che c’erano delle cose da fare. E la vita mi ha punito: non vuoi ripetere agli eventuali mariti e figli che devono fare il loro dovere? E io ti circonderò di gente che paghi perché faccia il suo dovere, e alla quale devi ripeterlo lo stesso allo sfinimento, sventolando fatture e bonifici. La tua vita sarà un gigantesco «Questa donna pagata io l’ho», ma nessuno sverrà per l’umiliazione: continueranno allegramente a fottersene.

Ho un’avvocato (è una donna, lo dico perché magari passa di qui Carneade della PIC che gongola «ah, Soncini non sa mettere gli apostrofi, vedi che facevo bene a correggerla», mai sospettando che la lingua italiana sia fatta esattamente così: il femminile del sostantivo lo fa l’apostrofo) che deve presentare una citazione in giudizio per mio conto da quattro anni, quasi cinque. Naturalmente non dice «adesso lo faccio», perché le fatture garantiscono una minuscola variazione, rispetto alla comunione dei beni. La frase del(la) professionista che paghi e ciononostante devi inseguire e supplicare è: stavo proprio per farlo.

Ho un commercialista che ogni anno deve farmi un conteggio a settembre, e ogni anno io lo inseguo da settembre a novembre, in un arco drammaturgico che va dalle richieste in toni normali e civili di quelli che si usano tra adulti, ai solleciti garbati, agli insulti, alle minacce, e la risposta è invariabile: stavo proprio per farlo.

L’anno scorso ho stabilito la regola che, per ogni giorno che mi faceva aspettare una risposta, io avrei tardato una settimana a pagargli la prossima fattura: gliel’ho scritto sentendomi risoluta e perentoria e protagonista del mio tempo e della performance.

Quando qualche mese fa mi ha scritto la segretaria facendomi presente che non avevo pagato la fattura annuale, io mica volevo sembrare una che non paga puntualmente: le ho mandato lo screenshot della minaccia minacciosa dell’anno prima come motivazione del mio ritardo. Lei avrà pensato che ero completamente pazza, perché la storia del cinema ci ha insegnato che noi che abbiamo ragione facciamo sempre la figura delle pazze furiose.

Io non so quando la mia vita ha dirazzato. Ero l’incarnazione di quel verso di Daniele Silvestri: io, fondamentalmente, non ho forse mai aspettato niente. Mi ero costruita un’esistenza a misura di egoismo, a misura di indipendenza, a misura di non dover scendere a compromessi coi caratteri degli altri. Poi chissà cos’è successo, e ora eccomi qui, a cercare invano di farmi richiamare dal commercialista, dall’avvocato, dalla manicure che mi ha dato appuntamento all’ora che preferiva lei e poi non riesce a rispettarlo, dal pastificio che deve dirmi se si degna di mettermi da parte i tortellini da cinquanta euro al chilo.

Poi alla Carneade ho scritto che se aveva quel tono mi riprendevo il mio pezzo e care cose a lei e famiglia, e lei penserà che forse non è stata abbastanza gentile (non lo è stata), che forse non è una buona idea darsi tanto più tono quanto meno ce lo si può permettere (non lo è), che forse bisogna essere servili come Richard Gere chiedeva ai commessi d’essere con Julia Roberts, quando una s’incomoda a regalarti un lavoro (bisogna esserlo). Ma la più impresentabile verità è che, se l’inadeguata rappresentante della PIC fosse stata una che pagavo per essere efficiente, avrei tollerato la sua inefficienza, perché tollerarla sarebbe stato sì stremante, ma comunque meno faticoso che cercare un’altra legale, un altro commercialista, un’altra manicure, un altro pastificio.

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Il teppismo degli adolescenti, e gli adulti che li scusano in nome dell’ennui

16 October 2026 at 03:45

Ad aprile erano quarant’anni da quando, vicino a Milano, morì una neonata che se ne stava nella macchina dei genitori inconsapevoli: passarono sotto a un cavalcavia nel momento in cui qualcuno faceva cadere un masso. A dicembre saranno trent’anni da quando, nello stesso modo, morì una giovane donna, vicino Tortona.

Lo dico non per ipotizzare che ci sia qualcosa di nefasto negli anni che finiscono per sei, ma per ricordare a chi era vivo nel Novecento che «sassi dal cavalcavia» era, un po’ come «stragi del sabato sera», un modo in cui chi allora faceva i giornali cercava di ridurre a formula ricevibile quello che resta uno dei più grandi indicibili: nella società del benessere che ha risolto i problemi che minacciavano la vita, dalla fame alla guerra, i ragazzi spesso si annoiano, e per movimentare la noia fanno, con frequenza superiore a quella per noi accettabile, cose violente, cose stupide, cose pericolose, cose criminali.

La storia dei due ragazzini di Roma che un paio di settimane fa così, perché «ci stavamo annoiando», si sono messi a cercare di far cadere la gente per strada, e uno l’hanno fatto cascare dal monopattino e sbattere la testa e finire in coma, è una storia di quelle per cui i giornali diventano matti, perché è come la fine dell’amore secondo Cocciante: non c’è mai una ragione.

Puoi intervistare tutti gli psicologi, fare tutte le analisi del presente, ricostruire tutti i modi in cui l’infanzia è destino e tutte le altre puttanate consolatorie che ci raccontiamo da quando abbiamo inventato la psiche, ma una logica non c’è. Nella cronaca degli interrogatori che c’era sul Corriere di ieri, a un certo punto gli articolisti scrivevano sconsolati: «Nessuna chat, nessuna sfida social». Potessimo almeno dire che è YouTube che li fomenta, che è TikTok, che è qualche diavoleria della modernità, e invece no, son stronzi e basta.

Un mio conoscente che vive a Parigi è stravolto dal fatto che i suoi figli quest’anno non hanno praticamente ancora frequentato la scuola: la valanga di disastri è partita il 17 settembre da uno sciopero dei docenti a Créteil, alla periferia di Parigi, e da lì è diventata affare di studenti che si annoiano quanto quelli di Roma, ma sono abbastanza furbi da procurarsi una copertura ideologica invece di dichiararlo: danno fuoco alle macchine o peggio mica perché sono teppisti senza costrutto, ma perché vogliono migliori condizioni scolastiche.

Ma certo. D’altra parte ai tempi miei si occupava la scuola per le malefatte della Falcucci, mica perché occupare la scuola significava passare la notte fuori senza dover discutere coi genitori dell’orario di rientro.

Il mio conoscente è stravolto dal fatto che la Francia si stia trasformando in un’americanata, un documentario di Michael Moore (a Marsiglia un quattordicenne ha sparato a prof e preside), ma ancor più, non essendo lui francese, dall’orgoglio francese rispetto alle proteste violente: si percepiscono intenti a prendere la Bastiglia, mica equipaggiati di figli teppisti, dello stesso teppismo annoiato e satollo di tutti gli adolescenti d’occidente.

«Il fine giustifica i mezzi», gongolano adolescenti impuniti a giornalisti che non sono lì per prenderli a coppini e dirgli di andare a studiare, ma per non sembrare insensibili al “disagio giovanile”, questa etichetta da titoli di giornale che è perfetta per il tempo rammollito che viviamo, un tempo in cui i genitori pagano lo psicologo ai figli acciocché essi possano lamentarsi di quanto li vessa una società che non li manda in miniera a otto anni o nei campi a dodici. Subito dopo o subito prima, l’immaginetta dello stesso adolescente che bacia Mélenchon svela che non è uno specifico italiano, quello della situazione grave ma non seria.

Per la gioia dei cronisti, le proteste francesi sono piene di video – certo, non sono quelle che abbiamo imparato a chiamare challenge, cioè dichiarati rilanci a chi la spara più grossa, ma forse è arrivato il momento di capire che la sfida (traduzione di “challenge”) non ha bisogno d’essere dichiarata a parole: quando accendi la telecamera del telefono, sei sempre su un palcoscenico, stai sempre sfidando quello che ha preso più like di te, stai sempre gareggiando per quel buco nero che è l’attenzione, quella droga che non basta mai.

Per la gioia dei sociologi, in uno di questi video i ragazzini rappano una canzone sulla quale ci sarebbero stati duemila editoriali trent’anni fa, quando avevamo deciso che la colpa della violenza giovanile era del rap – a spanne direi: prima di cominciare a dare la colpa ai videogiochi, e subito dopo aver finito di darla al cinema. È una canzone il cui io narrante dice di non aver paura dell’inferno, di essere pronto a prenderli uno per uno mentre si fingono morti, al Bataclan. Per chi non avesse memoria per i nomi, il Bataclan è il teatro di Parigi in cui undici anni fa qualcuno riuscì a salvarsi da una strage fingendosi già morto: probabilmente anche gli attentatori di quella sera si annoiavano.

La canzone che cita il Bataclan dice «nessuno mi può fermare tranne Allah», ma a filmarsi mentre la cantano sono – per complicare la giornata a chi pensa che esistano appartenenze e guerre culturali, e non solo ritornelli svuotati di senso per un po’ d’attenzione che ci distragga dalla noia – ragazze bianche dentro una chiesa. Ideologie senza ideologia: cosa può mai andar storto.

Se i ragazzini di Roma si procurano un’appartenenza, se i loro avvocati sono abbastanza furbi da dichiarare che il loro male di vivere è dovuto alle inadeguatezze della scuola o a quelle della politica, magari persino loro riescono a essere considerati utili per qualcuno in cerca di voti: in Francia non è solo Mélenchon, anche il sindaco di Saint-Denis si è fatto filmare in scene di amicizia (non userò la parola «complicità» perché ho fatto voto di continenza) coi manifestanti.

Al processo per quelli dei sassi dal cavalcavia del 1996, il pubblico ministero disse che gli imputati avevano concepito quel passatempo «per scacciare la noia, non sapendo come trascorrere una serata d’inverno, durante il periodo natalizio».

Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che una lista elettorale consacrata a scusare tutto in nome dell’ennui sarebbe maggioritaria. Poveri ragazzi, è colpa nostra: non li abbiamo intrattenuti abbastanza.

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