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La resa del Pd di Schlein alla politica degli incazzati

20 October 2026 at 03:45

Per una stranissima coincidenza, la battaglia nel Partito democratico tra sinistra di governo e sinistra populista, finita con la vittoria di quest’ultima e la completa schleinizzazione del partito, ha incrociato temporalmente l’esplosione della violenza giovanile di piazza. Cose diverse, ma un incrocio c’è. Come ha detto Sergio Mattarella, bisogna capire e, insieme, condannare «violenze che emergono in modo inatteso, da soggetti inediti». La sinistra non sembra in grado di capire. Il Movimento degli studenti, nato con motivazioni sensate, è stato rapidissimamente ingoiato dai teppisti. Quel Movimento, in verità un po’ vago e di dimensioni forse non di massa, è chiamato a riprendersi lo spazio che i violenti gli hanno tolto: pare molto difficile, ma si vedrà presto.

Ieri, in un giornale radio della Rai, si è parlato di «casseur, come si dice a Milano», probabilmente confondendo con la «cassoeula», ma inconsapevolmente accostando, e non senza ragione, il fenomeno dei casseurs parigini con questi delinquentelli milanesi, nipotini dei «paninari» che quarant’anni fa fregavano le Timberland ai malcapitati passanti. Solo che questi sono peggio. Il fatto di vivere in periferie difficili non li assolve.

Gli operai della Milano degli anni Cinquanta erano in condizioni peggiori, ma facevano sindacato, non spaccavano le vetrine. Dunque, altro che Sessantotto. Altro che autunno caldo. Qui non c’è alcun ragionamento, meno che mai ideologia. A Herbert Marcuse si è sostituito TikTok («C’è il bordello, brò»). Si torna alla violenza come fatto in sé, a un’orrenda estetica dell’attacco militare che speriamo non sfoci in una qualche «geometrica potenza».

Purtroppo, domenica Elly Schlein non ha fatto nessun’analisi su quanto sta avvenendo. Né altri dirigenti. L’assemblea nazionale è servita ad altro: a fare piazza pulita di dissensi e mugugni e a promettere miliardi agli italiani. Fuori dal partito, anche Walter Veltroni, che è sempre attento a quello che si muove nella società, ha ripetuto che «c’è un malessere di questi giorni che va interpretato». Certo che c’è il malessere. Così come è certo che c’è la follia nichilista. Attenzione a non mescolare piani diversi e a fare i soliti sociologismi. O a battersi il petto con il mea culpa come già fanno i sessantenni della gauche au caviar in certi salotti.

Il fatto è che la sinistra non ha le categorie per capire che dietro questi che distruggono i negozi per rubare i giacconi firmati c’è qualcosa di nuovo e di terribile, cioè lo spappolamento di cervelli rovinati da messaggi di vario tipo scagliati da centri occulti, che siano Elon Musk o Vladimir Putin, veicolati dai social e alimentati dalla demagogia dell’era populista. Una bomba tecnopolitica che travolge razionalità, serietà, cultura, senso dell’ordine.

La sinistra dovrebbe darsi il compito di ricostruire la razionalità perduta non disgiungendolo da quello di fare credibili battaglie. Invece, la sinistra populista è l’esito dell’imbastardimento per cui il popolo ha sempre ragione e gli altri sono l’establishment cattivo. Il riformismo mondiale ha capito troppo tardi che non siamo più nel mondo di ieri, come scriveva Stefan Zweig, quello dello sviluppo progressivo da guidare con la tecnorazionalità macroniana, l’illuminismo degli scandinavi, l’ottimismo obamiano, il pragmatismo renano. C’è qui tutto da ripensare: le cose che ci siamo detti dagli anni Novanta sono in buona parte superate.

Domenica, nel Pd, c’è stata la solennizzazione dell’abbandono della cultura riformista per approdare sui lidi del magma populista, un abbandono che è anch’esso figlio di una colère politica che semplifica – noi buoni, gli altri cattivi – e la fa facile: soldi a tutti e ciao. L’idea che Schlein fornisce è quella di un partito schierato a fianco degli «incazzati» – ormai anche il linguaggio è andato – proprio come teorizza da anni Maurizio Landini, capo della protesta più che autore di una proposta, nella speranza che la massa incazzata possa gonfiare le vele del campo largo.

Questo slittamento del Pd colloca Schlein sullo stesso terreno di Giuseppe Conte, rendendo dunque, nella sostanza, poco interessante il duello tra loro alle primarie, perché le primarie tra due campioni della sinistra populista, senza una seria alternativa di un esponente della sinistra di governo, significano solo lotta tra due apparati e due tifoserie.

Tutto questo, naturalmente, lascia grande spazio a Giorgia Meloni, che nell’anno elettorale apparirà come l’unica pronta a farsi carico del diritto dello Stato a reagire contro i violenti, oltre ad avere la scusa per non fare nulla sui problemi concreti dei giovani. Come al solito, la violenza aiuta la destra. Tanto più con una sinistra che pensa solo ai fatti suoi e non sa più distinguere tra giusto e sbagliato.

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I guappi di Schlein danno la caccia ai riformisti del Pd, e fanno il gioco di Conte

17 October 2026 at 03:45

AP/LaPresse

A Elly Schlein non conviene proprio perdere pezzi del suo partito. Altrimenti, contro Giuseppe Conte, nel duello rusticano che si profila, rischia di soccombere. Già, perché è possibile, per non dire probabile, che queste benedette primarie saranno una sfida a due: lei contro lui.

Sembra la dinamica politica generale: con il turno unico, un terzo polo sembra un’avventura. Invece è partita la caccia. La caccia ai riformisti del Partito democratico. Si invocano purghe. Soprattutto da gente che non è del Pd: Marco Travaglio e le sue giornaliste, tipi come Andrea Scanzi, intellettuali come Marco Revelli – questi scrivono tutti sul Fatto – ma anche ex dirigenti o ex parlamentari che tifano Schlein. È un’arietta tardostaliniana che filtra sotto le porte del Nazareno e avvelena il clima interno. La causa è sempre la stessa. I riformisti reclamano chiarezza sul completo sostegno all’Ucraina, che sarebbe poi la posizione ufficiale così com’è scritta nella mozione parlamentare di mercoledì scorso. Quindi chi è “fuori linea” sono gli agitati turboschleiniani che di fatto sposano più la posizione di Conte – basta armi, cioè arrendetevi – che quella ufficialmente sostenuta dalla segretaria, sia pure con tutte le cautele e sottovoce per non disturbare il Conte russo, il Vronskij dei Cinquestelle.

I reprobi fedeli a Kyjiv – «zavorra» l’ha definita Scanzi come se fosse il responsabile organizzazione del Pd – sono bersagli sui social, sui giornali, nei conciliaboli, probabilmente anche in certe riunioni delle correnti che sostengono Schlein.

L’applauso a Giorgia Meloni dei senatori riformisti al passaggio sull’Ucraina ha fatto saltare i nervi a qualcuno. Peccato che il sostegno anche armato all’Ucraina sia la linea del socialismo europeo, dal premier britannico Andy Burnham a quello spagnolo Pedro Sanchez, dal candidato socialista francese Raphaël Glucksmann alla premier danese Mette Frederiksen.

Quella che perciò sta venendo fuori nel Pd non è dunque la quinta colonna di Matteo Renzi, ma semmai una posizione simile a quella di Conte, cioè l’avversario di Schlein.

Dunque, questi che danno la caccia ai riformisti tifando Elly stanno lavorando per il Re di Prussia – o di Russia – cioè Conte. Così, il tema del sostegno all’Ucraina sta diventando la principale linea di faglia tra i duellanti. Un discrimine talmente profondo che, per come si stanno mettendo le cose, sembra destinato a trascinarsi nei gazebo delle primarie. Elly Schlein rischia di farsi male. Vedremo cosa dirà la segretaria domani mattina all’assemblea nazionale del Pd chiamata a prolungarne il mandato.

La prima cosa che dovrebbe fare è unire il suo partito su una linea chiara che non può essere diversa da quella del socialismo europeo. E calmare i bollori degli stalinisti filocontiani che stanno avvelenando i pozzi.

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L’ambiguità sull’Ucraina di una Schlein sempre più ostaggio di Conte

16 October 2026 at 03:45

Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.

Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.

Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.

L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.

Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.

L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.

Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».

Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.

Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.

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