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Gratteri: “Infiltrazioni camorra della protesta dei Tir? Se Nordio ha notizie le denunci alla polizia giudiziaria oltre che ai giornali”

22 October 2026 at 19:52

“Evidentemente ha notizie di prima mano, conviene che ne parli con il suo omologo il ministro degli Interni e che avverta la polizia giudiziaria per fare le indagini”. Nicola Gratteri così sulle affermazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha ipotizzato infiltrazioni criminali all’interno dei blocchi stradali degli autotrasportatori che protestano per il caro gasolio. “Io non parlo mai di fatti in corso, non parlo mai di indagini o di cose che da qui a poco magari possono diventare procedimenti penali, quindi – conclude Gratteri – se lui ha notizie fa bene a denunciarle oltre che ai giornali anche alla polizia giudiziaria”.

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Deindustrializzazione in Europa: i numeri della crisi industriale

 

di Michele Blanco

La progressiva frattura dello spazio economico eurasiatico e il drastico ridimensionamento delle catene di approvvigionamento tra Unione Europea e Russia non rappresentano un semplice danno collaterale derivante da un conflitto regionale.

Si tratta, al contrario, degli elementi centrali di un profondo riposizionamento egemonico globale, concepito per impedire l'affermazione di un'Europa unita, autonoma e competitiva sullo scacchiere internazionale. L'integrazione tra le immense risorse naturali ed energetiche russe e la straordinaria capacità industriale e tecnologica europea stava dando vita a un polo economico di primissimo piano, in grado di alterare gli equilibri geopolitici e finanziari d'oltreoceano. In questo contesto, l'escalation della crisi ucraina ha fornito il pretesto per raggiungere l'obiettivo primario di separare strutturalmente l'Europa dalla Russia, trasformando un conflitto narrato in chiave difensiva in una vera e propria guerra economica ai danni della stabilità del continente.

Di fronte a un simile stravolgimento, l'attuale classe dirigente europea ha espresso un'inadeguatezza profonda, agendo in palese contrasto con la tutela dei propri cittadini e delle proprie imprese. Piuttosto che difendere la tenuta sociale ed economica attraverso la diplomazia e il realismo politico, le istituzioni di Bruxelles e i governi nazionali hanno promosso una strategia sanzionatoria che si sta traducendo in un doloroso arretramento economico. Questa condotta solleva interrogativi drammatici sulle reali motivazioni delle decisioni politiche: ci si trova davanti a un deficit di competenza o alla condescendenza verso logiche estranee al benessere dei popoli amministrati?

Il risultato netto è un'Europa priva della propria indipendenza energetica, costretta ad acquistare risorse a prezzi speculativi e a subire passivamente le dinamiche di un mercato globale dominato dall'interesse nazionale dei singoli attori.

Mentre il continente affronta il blocco dei canali tradizionali e l'impennata dei costi, il commercio mondiale dimostra un pragmatismo spietato che smentisce la rigidità ideologica europea. I flussi internazionali si sono semplicemente riorganizzati. Una quota rilevante del greggio siberiano continua a circolare sui mercati globali attraverso complesse triangolazioni che vedono nazioni come India e Cina raffinare la materia prima per poi rivenderla agli stessi paesi occidentali sotto forma di carburanti finiti, ma a prezzi notevolmente maggiorati. Contemporaneamente, il Gas Naturale Liquefatto nordamericano ha progressivamente rimpiazzato il metano trasportato via gasdotto, esponendo l'apparato produttivo europeo alla volatilità e alle speculazioni dei mercati spot internazionali.

Questo ridimensionamento del tessuto industriale è stato accompagnato dall'allineamento dell'apparato informativo mainstream, che ha giustificato scelte economiche gravose presentandole all'opinione pubblica come un inevitabile sacrificio morale. L'analisi pragmatica dei fatti e il giornalismo d'inchiesta sono stati gradualmente messi da parte in favore di una narrazione uniforme e rassicurante. Per lungo tempo sono stati minimizzati i reali flussi economici globali e taciuti gli effetti collaterali a lungo termine su famiglie e imprese. Quando la complessità della realtà è emersa con evidenza, la narrazione si è progressivamente spostata altrove, evitando una seria autocritica sulle responsabilità passate e marginalizzando le posizioni di dissenso qualificato.

I segni di questo processo di deindustrializzazione si riflettono chiaramente negli indicatori macroeconomici del continente. I rilevamenti periodici indicano una contrazione costante dell'indice di produzione industriale nella zona euro, con un impatto particolarmente severo sui settori ad alta intensità energetica quali la chimica, la metallurgia e la filiera automobilistica in paesi manifatturieri chiave come Germania e Italia. L'industria europea si trova così a sostenere costi energetici strutturalmente più elevati rispetto a quelli dei concorrenti internazionali. Questo divario genera uno svantaggio competitivo sistematico a favore delle aziende operative in aree geografiche dove il costo dell'energia resta contenuto, accelerando lo spostamento di capitali e la delocalizzazione degli stabilimenti verso contesti più favorevoli.

Il dramma di questa fase storica risiede nella perdita di una prospettiva strategica di lungo termine. La cooperazione nello spazio eurasiatico avrebbe potuto garantire al continente una solida autosufficienza energetica, stabilità geopolitica e un'elevata competitività globale. Il ridimensionamento di questa visione — accentuato dall'interruzione definitiva di infrastrutture chiave come i gasdotti Nord Stream — ha invece relegato l'Europa a una posizione di marcata vulnerabilità. I cittadini e il tessuto produttivo si trovano oggi a sostenere le conseguenze economiche e sociali di scelte geopolitiche di cui non hanno il controllo, guidati da una leadership che ha sacrificato la sovranità economica e il benessere futuro in nome di un allineamento privo di contrappesi.

 

Crisi migratoria di Ceuta: cronaca di una tempesta in un bicchiere d’acqua

7 August 2026 at 09:16

Il nostro governo ha sospeso il sistema Schengen sugli arrivi dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta. Una decisione che solleva dubbi di legittimità. Perché il provvedimento non sembra né necessario né proporzionato rispetto alla minaccia individuata.

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