The Israel Lobby’s Changing Fortunes






Il numero uno di Meta Mark Zuckerberg si prepara a pagare la tassa sui miliardari, se la California approverà la misura. E il gruppo a cui fanno capo Facebook, Instagram e Whatsapp corre ai ripari per consentirgli di farlo senza mettere a rischio il controllo della società. Meta infatti, come emerge da un documento depositato alla Securities and Exchange Commission, distribuirà ai soci nuove azioni di classe C prive di diritto di voto in aggiunta a quelle già possedute. Zuckerberg potrà vendere o trasferire immediatamente il 20% dei titoli che riceverà, una quota equivalente a circa il 10% della sua partecipazione. E potrà usare il ricavato per saldare l’eventuale imposta. In cambio si impegna a mantenere la residenza in California per i prossimi otto anni.
L’intesa arriva a meno di due settimane dal referendum del 3 novembre sulla Proposition 40, che propone una patrimoniale una tantum del 5% sulle fortune dei circa 250 miliardari residenti nel Golden State e l’utilizzo del gettito per finanziare la sanità depauperata dai tagli di Trump e programmi per l’istruzione e l’assistenza alimentare. In caso di successo, segnerebbe una svolta per il dibattito sulla tassazione della ricchezza.
Secondo i documenti societari Zuckerberg, il cui patrimonio è stimato intorno ai 240 miliardi di dollari, aveva comunicato a un Comitato speciale di amministratori indipendenti di star valutando il trasferimento della residenza fuori dallo Stato per cercare di dribblare un’imposta che nel suo caso varrebbe circa 10 miliardi. Per pagare il conto avrebbe infatti dovuto vendere parte delle azioni di classe B, quelle che gli garantiscono diritti di voto maggiorati: la sua quota di controllo sarebbe scesa dal 60,6% a circa il 53%. Il Comitato speciale, ritenendo “di fondamentale importanza mantenere il Sig. Zuckerberg in una posizione di leadership all’interno della nostra azienda” e far sì che “che continui a risiedere e a gestire l’Azienda dalla nostra sede centrale in California per garantire la sua continua capacità di guidare efficacemente le nostre prestazioni durante quest’era di sfide e concorrenza senza precedenti”, ha trovato giocoforza una soluzione: una riorganizzazione della struttura azionaria. Meta distribuirà appunto ai soci dal gennaio 2027 nuove azioni di classe C, prive di diritto di voto, in aggiunta a quelle già possedute.
L’economista francese Gabriel Zucman, che da anni studia la concentrazione della ricchezza e le modalità per tassare i grandi patrimoni, ha scritto su X che la decisione è la prova che “la campagna per la Proposition 40 sta funzionando”: viene meno infatti l’argomento usato da molti oppositori secondo cui i miliardari “non potrebbero” versare il dovuto pena la perdita del controllo delle loro compagnie. Se messi alle strette, evidentemente, si può fare.
Da notare, peraltro, che come ricorda il documento inviato alla Sec dal 2013 Zuckerberg riceve uno stipendio annuo simbolico di un dollaro come amministratore delegato e presidente del gruppo. La società lo utilizza come argomento per motivare la sua necessità di liquidità. Ma il punto è che la sua ricchezza deriva soprattutto dal valore delle azioni Meta, che può crescere senza tradursi in reddito imponibile. È un meccanismo comune tra i grandi miliardari: finché le azioni non vengono vendute, l’incremento di valore resta generalmente una plusvalenza non realizzata e non è tassato come reddito da capitale. Il risultato che, a fronte della impressionante concentrazione delle fortune nelle mani di pochi, quei pochi riescono a versare meno tasse rispetto a un lavoratore del ceto medio. La patrimoniale una tantum proposta da un sindacato di lavoratori della sanità punta a correggere in parte questa asimmetria.
Come da copione l’opposizione alla misura è stata però violenta: molti grandi nomi della Silicon Valley, fallito l’obiettivo di impedire che la proposta promossa arrivasse alle urne, hanno messo in campo tutto il proprio arsenale finanziario e non solo per convincere gli elettori a bocciarla. Tra campagne di disinformazione e sostegno ad altre misure referendarie che potrebbero impedirne l’entrata in vigore. Alcuni miliardari, tra cui i cofondatori di Google Larry Page e Sergey Brin, hanno valutato o annunciato di volersene andare. Anche se, come evidenziato da Zucman, sulla carta per avere successo il trasferimento fiscale avrebbe dovuto essere completato entro fine dicembre 2025: il testo infatti individua i potenziali contribuenti in base alla residenza al 1° gennaio 2026. L’eventuale trasferimento di Zuckerberg, ipotizzato per ottobre di quest’anno, sarebbe stato quindi al massimo un tentativo in extremis per tentare di contestare la propria assoggettabilità alla tassa, ma non una garanzia di esserne escluso.
L'articolo Mark Zuckerberg si prepara a pagare la tassa californiana sui miliardari. Meta gli dà nuove azioni per blindarlo per otto anni proviene da Il Fatto Quotidiano.





By Jonathan COOK
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Andy Burnham’s government is rolling out a new “Centre for Information Defence”. But the outside actors most aggressively undermining what little remains of British democracy are nowhere in its sights
Russia “interfered” in the 2016 Brexit vote by running some “anti-EU” articles on its RT channel and promoting a few internet trolls. Even MI5 has to admit that this activity had no tangible impact on the referendum campaign.
No matter. British prime minister Andy Burnham has once again revived the incendiary claim that Russian disinformation is an especial threat to British democracy. At the United Nations a few weeks ago he announced plans for a National Centre for Information Defence “to detect, attribute and disrupt these kinds of hostile state information attacks”.
For the new British prime minister, as for his predecessors, this is all about Moscow and the UK’s favourite bogeyman, Vladimir Putin. At the UN, Burnham promised British expertise to other European nations to protect them from Kremlin disinformation.
Meanwhile, evidence continues to mount that another foreign actor is meddling even more aggressively in British politics – and neither Burnham nor MI5 have a word to say about it.
Any evidence of Russia disinformation-peddling in the UK pales in comparison to Israeli influence operations – and that’s just the ones we know about. The head of MI5, Ken McCallum, noted that Russian disinformation was neither sophisticated nor successful. The same cannot be said for Israel’s handiwork.
Israel has been using “hasbara” trolls on social media platforms to manipulate public debates in Britain for years – the thrust of the accusation against Russia. But in Israel’s case, it goes much further than that.
This year the Israeli state massively increased its public diplomacy budget to $730 million to expand its influence operations. That includes flying even more politicians, clergy, academics and influencers to bombard them with pro-Israel propaganda they are then likely to spread back home. According to foreign minister Gideon Saar, Israeli advocacy should be treated “like investing in jets, bombs, and missile interceptors”.
There was already plenty of evidence through the late 2010s, as I reported at the time, that Israel was helping to organise, stoke and amplify a campaign to smear its arch-critic, Jeremy Corbyn, as an antisemite, in order to prevent him from reaching No 10 Downing Street.
Not least, Israel did so by advancing a new, bogus definition of Jew hatred through the International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Usefully, for Israel, that definition largely ignores hatred of Jews to focus instead on criticism of Israel.
That was the most blatant meddling possible in what remains of Britain’s democratic processes. UK politicians and media not only failed to oppose it, but actively sought to amplify the smears.
Civil war
That is likely not only to remove criticism of Israeli atrocities and criticism of western governments, such as the UK’s, for colluding in Israel’s genocide but turn social media into a playground for bots and Israel apologists, giving them free reign to spread their propaganda without challenge.
We also know, thanks to the work of the French security services – maybe MI5 was too busy chasing Russian bots to notice – that an Israeli cyber agency called Blackcore targeted the SNP in May’s Scottish elections, as well as meddling in elections in France and New York.
Israeli tech firms, especially those dealing in spyware, intelligence and influence operations, are typically closely aligned with the Israeli state and its military. Most of the founders of tech start-ups are alumnae of the Israeli army’s 8200 intelligence unit.
Alongside the SNP, New York mayoral candidate Zohran Mamdani and a leftwing French party headed by Jean-Luc Melenchon were targeted. Why? Because, unlike their political rivals, all had dared to speak out against Israel’s genocide in Gaza.
With echoes of what happened to Corbyn, Blackcore’s campaigns were designed to smear candidates. In the case of the French elections, fake accounts were created to accuse one candidate of rape and another of paedophilia.
A new documentary, NAZA, shows how Israel has paved the way in using AI in pioneering new ways to kill on a mass scale in Gaza. It selected banks of targets for assassination, often by murdering those “suspects” when they are in family compounds, slaughtering large numbers of bystanders in the process.
It is therefore hardly surprising that tech firms in Israel have been caught using AI in similarly innovative and indiscriminate ways online, to target western publics with disinformation.
In the summer it emerged that the Israeli government had created a website for a fake “scholarly” think-tank. In a short period of time, it produced prodigious quantities of AI-generated content on Israel, optimised for common search terms, that promoted Israeli talking points and constantly suggested criticism of Israel risked fuelling antisemitism.
It was set up not only to influence internet chatbots into echoing its pro-Israel disinformation but also to integrate its content into what experts call the “underlying training data”: that is, the unquestioned assumptions on which chatbots operate.
Back in May 2024 Meta identified fake Israel-based accounts, “posing as Jewish students, African Americans and other concerned citizens”, peddling pro-Israel content in the US and Canada in support of Israel’s slaughter of Palestinians in Gaza.
Two months ago, Meta again found the same kind of dirty tricks emanating from Israel, this time targeting Britain, France and Australia among other countries. The AI-generated accounts posed “as local, civically-engaged brands, news sources, religious organizations, and political activists”.
Notably in the case of the UK and France, the influence campaigns were designed to stoke “anti-immigrant and anti-Muslim” sentiment. Israel has been critically involved in advancing Islamophobic content, fuelling fears of a supposed “Muslim takeover” of Europe to mobilise support for Israel as a bulwark in the Middle East against Islam, and thereby encourage sympathy for its genocidal attacks on Gaza.
As a consequence, the political landscape in Britain has been disfigured. Support for the far-right has been artificially inflated, polarising British society. The path is being paved towards deeper authoritarianism and the possibility of civil war.
Death knell
But it isn’t just the influence of Israel we should be worried about. The problem runs much deeper, with a host of other noxious outside actors trying to warp and disfigure British politics in ways that closely accord with Israel’s malign intent. Burnham’s Centre for Information Defence will do precisely nothing to tackle any of it.
Here are two other powerful external actors aligned with Israel in distorting British politics.
The billionaire class, a transnational elite that has no loyalty to Britain, interfere in our politics by making our political parties dependent on their donations. They use their money to buy influence with the main parties – which is why for decades it has made little difference whether we vote for the Conservatives or Labour. We get austerity either way, while the billionaires get permission for their forever wars, directing public wealth away from public services into the arms industries and resource grabs.
Jeremy Corbyn tried to break with this model by funding Labour with small donations from ordinary people instead of the billionaires. As a result, he was destroyed by a confected campaign run by the billionaires, in association with Israel and its trolls, to smear him as an antisemite.

Sir Keir Starmer, Corbyn’s successor, went right back to begging for money from Big Business, got the billionaires behind him, and rolled on with the austerity programme.
Is Nigel Farage’s Reform different? Of course, not. Even before reaching power, he’s dependent on crypto-billionaires living in Thailand and Hong Kong.
Meanwhile, the sometime US trillionaire Elon Musk is busy rallying Britain’s new blackshirts, led by serial fraudster Tommy Robinson, to chase after a few “illegal” migrants rather than identifying the real criminals tearing apart Britain: the super-rich like Musk.
The billionaires both wield and conceal their influence through their ownership of the corporate media. They use the media to aggressively promote their own causes – political and economic policies ensuring their further enrichment – by normalising the extreme ideology of neoliberal capitalism, with its promotion of endless resource extraction through forever wars and the fuelling of needless consumption.
The consequence is the destruction of the conditions for human life on the planet. The billionaires hope they can ride out the catastrophe in their bunkers, or cryogenically freeze their bodies until a point in the future when they can be uploaded to the cloud.
One of the media’s most important jobs is to use smear campaigns to destroy anyone, such as Corbyn and now Zack Polanski, who threatens the billionaires’ privileged position by offering a mildly socialist programme of wealth redistribution.

The recent claims of a supposed “terrorist plot” outside RAF Fairford – really a US airforce base pretending to be a British base and one from which the US has waged an illegal war of aggression against Iran – should have reminded us that the Pentagon is largely in charge of UK foreign policy.
The US has some 15 major military bases on British soil, plus half a dozen smaller intelligence sites. As the rightwing US podcaster Tucker Carlson recently observed, the fact that Britain has foreign troops crawling all over it makes us little more than an occupied “vassal state”.
The US recently announced a $4 billion upgrade of its UK bases, including establishing storage sites for its nuclear arsenal. The plan caused barely a ripple of interest among British politicians or the media .

Although our political and media class pretend the UK is an equal partner in a western defence alliance, the North Atlantic Treaty Organisation, the reality is very different. Nato takes its orders from the US, doing Washington’s bidding. That’s why Nato has been pivoting towards America’s biggest economic rival, China, which is, of course, nowhere near the North Atlantic.
When the US snaps its fingers, Britain stands to attention and hikes its spending on the war industries. Along with European governments, the UK is willing to drain its national coffers and scythe through public spending with yet more austerity cuts to support Washington’s military agenda for “full-spectrum global dominance”.
Hidden influence
In the early 2010s, the US was desperately seeking a pretext to extradite Julian Assange from the UK and lock him up in a super-max jail, hiding him out of sight after his organisation Wikileaks revealed US and British war crimes in Afghanistan and Iraq. It was during this period that Starmer, as the director of public prosecutions, repeatedly jetted off to Washington for secret meetings with US officials.
We will never know what was discussed. Freedom of information requests discovered that his own officials destroyed all records of those meetings.
Once he became a politician, Starmer was recruited to the shadowy Trilateral Commission, originally founded in the 1970s by officials in Jimmy Carter’s administration to deal with the supposed problem of “an excess of democracy” in the US. The commission’s view was that voters were becoming dangerously less passive, at that time over the Vietnam war, and ways needed to be found to return them to docility.
There are a plethora of other “respected’ think-tanks and organisations whose chief role is to embed US policy ideas, especially those relating to foreign policy, in the thinking of British elites. They include the Bilderberg Group, Chatham House, the Council on Foreign Relations, the Atlantic Council, The British-American Parliamentary Group, and BritishAmerican Business.
The US uses its financial muscle through these organisations and many others to manufacture consent for its extreme neoliberal and neoconservative ideologies. The latest example are massive grants to organisations willing to export Trump’s MAGA ideology to the UK, masquerading as a “public education” initiative.
There is plenty of evidence to show that it was pressure from the Trump administration that led to the unprecedented decision by Starmer’s government to proscribe a civil disobedience group, Palestine Action, for the first time in Britain’s history as a terrorist organisation.
Palestine Action had incensed Israel by targeting its weapons factories on UK soil, highlighting another aspect of British collusion in the Gaza genocide, and had infuriated Trump personally by spraying one of his golf courses in Scotland with the words “Gaza is not 4 sale”.

Burnham is already rolling over to reverse the UK’s decision to honour a ruling from the International Court of Justice and other international tribunals that Britain has no claim to sovereignty over the Chagos Islands and must return them to Mauritius. The UK has faced a temper tantrum from Trump on the matter because the US operates an illegal military base on one of the islands.
Disobedience by the UK is the exception, not the rule. Which makes Burnham’s exclusive focus on Russian influence almost laughably beside the point. This furious finger-pointing at the Kremlin is designed with one purpose in mind only: to distract the British public from where the real external meddling in our politics is coming from.
Original article: jonathancook.substack.com

O número de urna de Flávio Bolsonaro (PL) está sendo usado por clubes de tiro em promoções e ofertas de armas, munições e outros serviços no Instagram como forma de apoio ao presidenciável, apesar de a legislação eleitoral proibir que pessoas jurídicas façam campanha para candidatos. A sanção pode ser uma multa que varia de R$ 5 mil a R$ 30 mil, além da remoção do conteúdo.
O Clube de Tiro, Caça e Colecionismo Bala de Prata, do procurador do Pará Flavio Luiz Rabelo Mansos Neto, passou a impulsionar, em 13.out.2026, um anúncio oferecendo 22% de desconto no valor de filiação ao clube e na concessão do certificado de registro (CR), que é a licença emitida pelo Exército que autoriza uma pessoa a ser colecionar, atirador desportivo ou caçador (CAC) e que precisa ser vinculada a um clube de tiro.
A promoção, com cores vibrantes em verde e amarelo no número acompanhada da frase “Brasil acima de tudo!”, indica ser válida até 25.out., data do segundo turno da eleição.

A página já tinha postado, dois dias antes, um aviso de que a rede social estaria “reservada” para realizar “propaganda eleitoral gratuita” para Flávio Bolsonaro. Na imagem, constam as logomarcas de mais outros dois clubes de tiro: Ranger Master e Clube de Tiro Esportivo do Grão Pará (CTEGP), em que o procurador é, respectivamente, sócio e presidente. A legenda informa que o estabelecimento não está recebendo pix para fazer campanha e que não esconde a sua posição.

Os três clubes também haviam parabenizado publicamente a reeleição dos deputados federais Delegado Caveira e Joaquim Passarinho, a eleição de JK do Povão na Assembleia Legislativa do Pará, todos do PL, e de Dr. Daniel (Podemos) como governador do estado.
Em nota, a assessoria da Procuradoria-Geral do Estado Pará disse que o procurador “já requereu aposentadoria e está aguardando a conclusão do processo e que as atividades privadas mencionadas não possuem vínculo institucional com a PGE”.
O Redneck, clube que também vende armas e munições, localizado em Saltinho (SP), promoveu a campanha “22 na cabeça”. Primeiro, com desconto de 50% em munições de calibre .22, publicado em 2.out., que se encerrou em uma semana. Depois, devido ao “sucesso”, postou em 9.out. um novo vídeo oferecendo 22% desconto em dois modelos de rifles do mesmo calibre somente no final de semana passado.
Em ambas as publicações, o sócio e presidente da Associação Nacional Rifle (ANR), Rafael Buscariol Zampaulo, aparece mostrando os produtos: “Vai ter que digitar, escrever na postagem, ’22 na cabeça’ ou ‘é 22’, ‘Redneck é 22’, mas tem que ter o 22 escrito lá. [Você] vai ter que compartilhar no seu story. Feito isso, vocês fazem o print e aí fica guardadinho na mão ou já manda para a Carly [consultora] e a Carly faz o pedido das suas maquininhas [armas]”, instrui.
Além desses, o Núcleo localizou outros clubes de tiro em diferentes regiões do país que fizeram postagens com promoções vinculando o número 22. “Juntar o incentivo à compra de arma com propaganda eleitoral é uma ilegalidade explícita”, explica Carolina Ricardo, diretora-executiva do Instituto Sou da Paz.

Apesar de em parte das postagens não haver uma menção direta ao nome de Bolsonaro, o contexto indica a propaganda irregular, aponta Isabela Damasceno, advogada e membro da Academia Brasileira de Direito Eleitoral e Político (ABRADEP).
“O TSE não exige mais aquele trinômio, que é o candidato pedido o voto, mais o cargo. A alusão, mesmo que de forma indireta e dissimulada, sobre a candidatura e o pleito é reconhecida como um elemento eleitoral. Por se tratar de uma temática que esse candidato defende, que esse candidato colocou enquanto plano de governo, eu acho que fica muito tipificado que é um apoio de forma direta e ilegal para esse candidato. Então, entendo que sim, inclusive por algumas jurisprudências do tribunal, pode ser considerado um ilícito eleitoral essas propagandas”, afirma.
No caso do Redneck, o apoio a bolsonaristas tem mais um fundamento. Segundo o site Metrópoles, a ANR recebeu R$920 mil em emendas parlamentares dos deputados federais Mario Frias e Luiz Philippe de Orleans e Bragança, ambos do PL de São Paulo, que foram direcionadas a empresas de Zampaulo, sendo uma delas o Redneck.
O repasse seria irregular por ferir o princípio da impessoalidade, ou seja, a associação não poderia contratar empresas do mesmo grupo econômico ou que tivesse conflito de interesse. O caso está sendo apurado pelo Ministério do Esporte uma vez que os repasses teriam como objetivo viabilizar um projeto para incentivar o esporte de tiro ao prato em Saltinho.
Procurada pelo WhatsApp, uma atendente encaminhou o contato do outro proprietário do clube, André Teixeira. Ele solicitou comprovações de que se tratava de um contato de uma repórter e parou de responder depois que o Núcleo enviou link do site e contato de e-mail institucional. Os dois vídeos promocionais foram apagados.
Qualquer cidadão ou cidadã pode fazer uma denúncia de irregularidade eleitoral por meio do aplicativo Pardal, do Tribunal Superior Eleitoral, disponível tanto para Android quanto iOS. Você precisa se identificar por meio de autenticação pelo e-Título ou pelo Gov.br. A denúncia deverá conter informações que permitam a identificação e a apuração da possível irregularidade e poderá ser acompanhada de fotos, vídeos ou áudios que contribuam para demonstrar a ocorrência relatada.
Além disso, a advogada ressalta que se o candidato em questão tiver participação direta ou conhecimento do apoio e não fizer nada, ele pode ser enquadrado na infração de abuso do poder econômico, o que pode levar à cassação.
O Núcleo identificou que, em uma das publicações de propaganda eleitoral do clube de tiro Bala de Prata, havia curtida do deputado federal Delegado Caveira. Além disso, ele mesmo segue a página no Instagram.

Em Carapicuíba (SP), o clube SPGuns também foi explícito: “promoção fora Lula: 22% de desconto em todos os serviços de despachante” para “colocar a documentação em dia”. A publicação, de 8.out., destaca que a promoção vale até 25.out. A empresa tem como sócios Renato Portante Soares e Lindemberg Araújo e apagou a publicação após o Núcleo entrar em contato para pedir posicionamento.
O IAT Clube de Tiro, em São Pedro da Aldeia (RJ), foi na mesma linha. A foto de capa indicava em letras garrafais com os dizeres “promoção de eleição” e “filiação anual com 22% de desconto”. No vídeo postado em 30.set., o instrutor e sócio Marcelo Pinto alertava que a oferta era limitada até 2.out. “Aproveita essa promoção porque, depois que o Flávio ganhar, depois que tudo acontecer, os preços vão subir, né, galera? A gente vai estar muito valorizado”, diz.
No caso do Rearmy Clube de Tiro, do empresário Walter Alves de Oliveira Junior, a publicação oferece um curso gratuito de atendimento pré-hospitalar em ambientes táticos para 20 participantes caso “os nove dedos” não vença a eleição. A imagem é acompanhada de uma foto do instrutor Weslei Leonardo Lopes, que é comandante da Guarda Civil Municipal de Tanguá (RJ), usando um uniforme semelhante ao da corporação, empunhando um fuzil, e na braçadeira está escrita a sigla “GCM”.
O post, de 6.out., aponta que a promoção vale até o dia 31 do mês e foi apagado após a reportagem contatar o clube.

Para as especialistas entrevistadas, Lopes também está infringindo a legislação eleitoral por se utilizar da função pública para promover apoio político. “Ele, enquanto pessoa física, pode manifestar a predileção dele no candidato que ele entender, mas utilizar qualquer estrutura da coisa pública, do cargo que ele exerce para fazer essa manifestação, isso é uma conduta vedada”, sinaliza Isabela Damasceno, da ABRADEP.
Carolina Ricardo, do Sou da Paz, ainda aponta possível conflito de interesse. “Você trabalha pela segurança pública, mas trabalha no clube de tiro e faz propaganda de um clube de tiro. Ou seja, incentiva as pessoas a usar arma e atirar. Se você quer melhorar a segurança pública, você precisa promover a segurança pública e não incentivar a autodefesa”, avalia.
Em Araguaína (TO), a Delta Armas, que tem clube de tiro e loja de armas e equipamentos táticos, tem como sócios o servidor público federal Diego de Lana Acácio, lotado desde 2012 no Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária (Incra), e a dentista Fagna Araújo de Lana. O Núcleo não localizou postagens que vinculem a função dele às propagandas, apesar de ele fazer publicações em “collab” com a página da empresa.
Esse clube publicou, dois dias após o primeiro turno, uma promoção “em homenagem ao 22” com desconto para a compra de rifle calibre .22 até 24.out.2026. O clube já tinha feito outra oferta, às vésperas da votação, em 3.out., de duas filiações gratuitas caso Lula não fosse reeleito e Bolsonaro ganhasse. A página também já fez outras publicações com Diego Acácio vestindo camisetas com a frase “fora Lula”, mostrando uma arma com a frase “em outubro será PT”, que significa pistola Taurus, e divulgando evento de adesivaço pró-Bolsonaro organizado pelo clube.
À reportagem, a Delta Armas disse que, antes de dar um posicionamento, está “realizando as verificações necessárias para que qualquer esclarecimento seja feito com responsabilidade e precisão”.
Além disso, a reportagem também encontrou publicações de clubes de tiros realizando apenas campanha política, sem a oferta de descontos ou promoções. Um exemplo é o Artire Clube, em Rio Claro (SP), do empresário Euclides Emanuel Fernandes Speranza Dias. Ele gravou vídeo, em 9.set. ao lado do deputado federal Paulo Bilynskyj (PL-SP) e do vereador Coronel João Arraes (PL) que disputavam, respectivamente, a reeleição e o cargo de deputado estadual, e afirmou que Lula acabaria com os clubes de tiro se conseguisse um quarto mandato.
A página da empresa também continha um vídeo do ex-deputado federal Eduardo Bolsonaro incentivando o voto em Arraes e um post com os números de candidatos “para acabar com o PT”. Além dos dois parlamentares citados, o apoio foi para Ricardo Salles (que desistiu) e Guilherme Derrite (que se elegeu) para o Senado, Tarcísio de Freitas para governador de São Paulo (eleito) e Flávio Bolsonaro para presidente.
Em contato com o Núcleo via WhatsApp, a esposa de Euclides Dias e sócia da loja de armas, Gislaine Speranza Cordebelli Dias, disse que o posicionamento dele é enquanto pessoa física e que “nada tem haver com pessoa jurídica”, apesar de as publicações terem sido realizadas na página institucional do clube de tiro. Ela encaminhou o contato direto dele, mas não houve retorno.
Bilynskyj, que conseguiu se reeleger, já tinha feito declarações prometendo um “revogaço” dos decretos assinados pelo presidente Lula que freavam o acesso a armas para a população. De acordo com levantamento da Agência Pública, o partido dele, o PL, liderou o volume de doações por empresários do ramo armamentista, com R$ 420 mil injetados nas campanhas de candidatos.
O Núcleo procurou todos os clubes citados, os deputados Delegado Caveira e Paulo Bilynskyj, além da Prefeitura de Tanguá, mas não houve retorno.


















Investigamos o que importa para os brasileiros além do que passa na campanha eleitoral. Leia mais reportagens como essa clicando aqui.
O mercado do tiro participa das eleições financiando campanhas e lançando candidatos próprios, enquanto alguns parlamentares eleitos defendem suas pautas no Congresso. Empresários de clubes de tiro e fabricantes, comerciantes e importadores de armas despejaram pelo menos R$ 1,2 milhão na campanha deste ano, revela cruzamento de dados feito pela Agência Pública.
O levantamento, que considera doações registradas no Tribunal Superior Eleitoral até 30 de setembro, mostra que 96 candidatos foram beneficiados com financiamento de 98 empresários ligados ao setor.
Há ainda 28 sócios e administradores que registraram candidaturas próprias – metade deles concorrem pelo PL, partido do candidato à presidência Flávio Bolsonaro. Eles disputam principalmente cargos de deputado estadual (17), mas há registros para deputado federal, vice-governador e 1º suplente de senador.
Entre os candidatos que receberam doações desses empresários, estão nomes conhecidos, como os deputados federais Nikolas Ferreira (PL-MG), Kim Kataguiri (Missão-SP) e Julia Zanatta (PL-SC), que concorrem à reeleição. Com exceção de Zanatta, que recebeu R$ 5 mil, os outros dois deputados receberam valores baixos, inferiores a R$ 400. Os três defenderam ou beneficiaram o setor durante seus mandatos.
As maiores quantias foram recebidas pelos candidatos filiados ao PL (R$ 420 mil), ao Republicanos (R$ 153 mil) e ao Novo (R$ 133 mil) – juntas, as três legendas de direita e extrema direita concentram quase 60% dos R$ 1,2 milhão doados a candidatos.
As doações registradas até agora são menores do que as computadas nas eleições de 2022, quando 118 empresários do setor doaram R$ 2,69 milhões a 126 candidatos.
O cruzamento considerou todos os clubes de tiro, fabricantes, vendedores e importadores de armas e munições com registro no Exército e cruzou com a base de dados da Receita Federal para chegar aos nomes dos sócios e administradores. Desde 2015, é proibido que empresas façam doações a campanhas políticas – esse espaço é hoje ocupado por pessoas físicas.
A doação de campanha é permitida por lei e não implica nenhuma irregularidade. Ela, no entanto, pode ser um indicativo dos setores que serão defendidos e beneficiados caso os financiados sejam eleitos.
Para Carolina Ricardo, diretora-executiva do Instituto Sou da Paz, esse apoio eleitoral ajuda a sustentar uma agenda do setor, que passa pela compra de armas, pela redução da tributação e pelo funcionamento dos clubes. “O lobby parlamentar visa prioritariamente à aprovação de projetos de lei que flexibilizem o comércio, ampliem o porte de armas para categorias funcionais, diminuam tributos e reduzam o controle estatal sobre os clubes de tiro. Apoiar candidatos alinhados garante uma bancada ativa e comprometida com a ampliação contínua das garantias econômicas e operacionais do setor”, analisa a especialista.
Na avaliação de Felippe Angeli, coordenador de advocacy do Justa, a proibição de doações empresariais em 2015 mudou a forma de participação desse mercado no financiamento eleitoral. “Desde a proibição de doações de pessoas jurídicas, donos e executivos das grandes indústrias, além de empresários de clubes de tiro, continuam doando como pessoas físicas. Eles encaram essas doações como investimento estratégico”. A leitura do coordenador descreve a articulação do setor – os registros de doação, isoladamente, não são suficientes para revelar a motivação de cada financiador.

Julia Zanatta (PL-SC) é uma dessas pontes entre o setor e o Congresso. Aos 41 anos, a catarinense natural de Criciúma construiu sua ascensão política alinhada ao bolsonarismo e às pautas conservadoras. Formada em jornalismo e direito, Zanatta chegou à Câmara na eleição de 2022 e fez da defesa das armas uma marca do mandato. Em 2025, ela destinou uma emenda parlamentar de R$ 800 mil (posteriormente ampliada para cerca de R$ 999 mil) para a prefeitura de São José, em Santa Catarina, contratar um clube de tiro de um aliado seu para realizar treinamentos para a Guarda Municipal.

Em novembro de 2025, o ICL Notícias revelou que uma auditoria do Tribunal de Contas de Santa Catarina identificou indícios de direcionamento na contratação. A prefeitura negou irregularidades e afirmou ter seguido a legislação. À época, a deputada disse em suas redes sociais que a destinação da emenda atendeu a todas as exigências legais de transparência e rastreabilidade. Afirmou ainda que manteria o direcionamento de verbas para treinamentos em clubes de tiro, estendendo o investimento para a aquisição de armamentos, fuzis e munições.
Carolina Ricardo, do Sou da Paz, faz uma dura crítica quando o apoio político se transforma em destinação de dinheiro público sem transparência. “Uma coisa é a atuação política legítima no processo legislativo, outra, completamente diversa, é o desvio de emendas públicas para custear campeonatos privados ou pagar serviços de clubes particulares sem concorrência transparente. O direcionamento de emendas para capacitação de Guardas Civis Municipais em estandes privados exemplifica o uso personalista do recurso público, frequentemente desprovido de rigor licitatório.”
Além dessa emenda, a bandeira pró-armas de Zanatta aparece em seus discursos, nas visitas aos clubes de tiro e nos nomes que ajudaram a financiar sua campanha. Um deles é Filipe Silveira Pavei, sócio-administrador da Pavei Brasil e de outras empresas de comércio e importação de armamentos. Em 2022, ele doou R$ 10 mil à deputada. Na campanha deste ano, o levantamento identificou um aporte de R$ 5 mil. O empresário também contribuiu para a campanha de outros candidatos.
A Agência Pública procurou Zanatta, Kataguiri, Nikolas Ferreira e o empresário Filipe Silveira Pavei, mas eles não responderam até a publicação deste texto. O espaço segue aberto.

Um empresário do setor simboliza como negócios e política se retroalimentam. Wagner Higa de Freitas é sócio de uma empresa de comércio de armas e também presidente da Federação de Tiro do Mato Grosso do Sul. A federação foi contemplada por uma emenda de R$ 3 milhões do deputado federal Marcos Pollon (PL-MS), anunciada em dezembro de 2025. Além de ter sido beneficiado com dinheiro público, Higa de Freitas é candidato a deputado estadual (PL-MS) neste ano e recebeu doações de cinco empresários do setor para sua campanha.
A emenda de Pollon, segundo o G1, era para a melhoria das estruturas dos 61 clubes de tiro filiados à federação de Freitas, para a aquisição de um playground e para a realização do primeiro Campeonato Estadual de Tiro em 2026. À época, Pollon defendeu a destinação do recurso público como uma forma de valorizar o tiro esportivo.
Apesar de, neste ano, Pollon ainda não ter recebido doações de empresários do setor, o deputado e candidato à reeleição é conhecido defensor dos clubes de tiro e das empresas de armas.

Aos 45 anos, o advogado de Mato Grosso do Sul é fundador do PROARMAS, movimento que mobiliza apoiadores do acesso civil ao armamento. Antes de pedir votos, ele já atuava no debate sobre as regras para caçadores, atiradores e colecionadores, os CACs. Em 2022, foi eleito com 103.111 votos, a maior votação para deputado federal no estado.
Durante o seu mandato, o bolsonarista apresentou projetos que beneficiam o setor, inclusive no campo tributário. Duas das propostas apresentadas propõem isenção de tributos a armas, munições e equipamentos comprados por atiradores desportivos registrados ou por mulheres vítimas de violência doméstica. Pollon também quer criar, com recursos públicos, o “Programa Minha Primeira Arma”, que subsidia a aquisição do primeiro armamento. Para os clubes de tiro, o deputado defende qualificá-los como Organizações da Sociedade Civil de Interesse Público (Oscips). O deputado usa o mesmo argumento, o do tiro como atividade de interesse coletivo, ao destinar recursos públicos à federação de Mato Grosso do Sul.
Pollon e Zanatta assumiram seus mandatos no início de 2023, em meio a uma virada na política de armas. Entre 2019 e 2022, o governo Bolsonaro ampliou a quantidade de armamentos e munições que civis e CACs podiam comprar e reduziu a fiscalização do setor. Porém, no seu primeiro dia de governo, Lula assinou o Decreto 11.366, que revogou normas da gestão anterior, suspendendo novos registros de clubes de tiro e CACs e restringindo a compra de armas e munições por civis.
Ainda em 2023, o Supremo Tribunal Federal também invalidou trechos dos decretos de Bolsonaro que flexibilizavam o acesso a armas.
Em julho, o governo publicou a nova regulamentação do Estatuto do Desarmamento, e Zanatta, cinco dias depois, tentou reverter parte das restrições no Congresso.
Carolina vê nessa reação uma mudança na forma de atuação política dos defensores das armas. “O debate público arrefeceu em relação à exaltação bélica de 2022 [sob Bolsonaro], mas a articulação legislativa prossegue de maneira silenciosa. Com os limites impostos pelos decretos do atual Executivo e a atuação da Polícia Federal, os parlamentares do setor concentram seus esforços em projetos de lei infraconstitucionais e negociações de bastidores.”

No levantamento da Agência Pública, apenas cinco doadores concentram mais da metade (55,6%) dos recursos investidos nos candidatos deste ano. Bernardo Simões Birmann, membro do conselho de administração da Taurus e administrador da AMTT CBC Comércio Varejista Ltda, destinou R$ 150 mil a Thiago Virgilio Teixeira de Souza (Republicanos-RJ), candidato a deputado estadual. Além disso, ele também injetou R$ 50 mil na campanha do deputado federal Roberto Luiz (PL-RJ), candidato à reeleição. É o maior valor destinado por um empresário a candidatos no levantamento de 2026.
Birmann também aparece entre os financiadores de 2022. Naquele pleito, destinou R$ 100 mil a Julio Lopes (PP-RJ) e R$ 35 mil a Hugo Leal (PSD-RJ). A presença do mesmo doador em duas eleições mostra a continuidade das contribuições, embora os beneficiários tenham mudado.
Outra parcela expressiva vem de dirigentes de entidades esportivas. Ronaldo Baumgarten Neto, presidente do Tabajara Tênis Clube, que tem um estande de tiro, doou R$ 100 mil à candidatura para a Câmara dos Deputados de João Paulo Kleinübing (PL-SC).

Procuramos Bernardo Simões Birmann, da Taurus, Thiago Virgilio Teixeira de Souza (Republicanos-RJ), Ronaldo Baumgarten Neto e João Paulo Kleinübing (PL-SC), mas eles não responderam até a publicação deste texto.
Maycon Henrique Tombini reúne as duas formas de participação. Identificado como sócio da Liga Nacional de Rifle, ele disputa uma vaga de deputado federal pelo PL de Goiás e investiu R$ 184,5 mil na própria campanha.
Em 2022, Tombini constava como financiador de outras candidaturas, com destaque para os R$ 66,9 mil destinados ao Major Vitor Hugo (PL-GO), que foi deputado federal entre 2018 e 2022, mas não conseguiu se eleger naquele ano. Agora, ele está entre os que buscam ocupar novamente uma cadeira na Câmara dos Deputados.
Entre os empresários-candidatos, destaca-se também um dos conselheiros da Taurus, a maior fabricante de armas do país. José Paulo Cairoli (MDB) foi vice-governador do Rio Grande do Sul e hoje concorre a uma vaga como 1º suplente ao Senado.
Procurados, Maycon Henrique Tombini, Major Vitor Hugo, Wagner Higa de Freitas e José Paulo Cairoli não se manifestaram até a publicação deste texto.
A questão do armamento e dos incentivos ao setor ultrapassa os muros empresariais e os corredores do poder – e atinge diretamente a sociedade.
Para Ricardo, a discussão sobre quem financia e quem decide a política de armas precisa considerar também quem sofre suas consequências. “A violência armada não se dispersa de maneira neutra: ela incide com maior gravidade sobre as populações negras, periféricas e vulneráveis. O incremento de armas em circulação, seja pela letalidade direta, seja pelo extravio e incremento do poder bélico de grupos criminosos, recrudesce de forma trágica a desigualdade e a insegurança nos territórios mais desassistidos do país.”
A Pública cruzou listas de quatro grupos empresariais que estão na Diretoria de Fiscalização de Produtos Controlados do Exército com cadastros da Receita Federal e dados eleitorais do TSE. Entraram no cruzamento registros de clubes de tiro e fabricantes, vendedoras e importadoras de armas de fogo, munições, armas de pressão, produtos menos letais e insumos como peças, carregadores e acessórios. Ficaram de fora atividades exclusivamente químicas, explosivos de mineração, fogos de artifício e blindagem de veículos sem vínculo com armas.
Foram identificadas pessoas físicas que aparecem como sócios, administradores e dirigentes, além de empresários individuais e representantes cadastrais de sócios. O cruzamento eleitoral combina nome e os dígitos disponíveis do CPF. A base da Receita foi obtida em agosto de 2026: esses vínculos não comprovam, por si, que a mesma função era exercida em 2022. Diferenças de grafia e empresas sem pessoa física identificada no cadastro também limitam a abrangência do levantamento.
Os dados eleitorais foram extraídos em 30 de setembro de 2026. Repetições causadas pelo vínculo de uma pessoa com mais de uma empresa foram descontadas, e as abas por atividade não foram somadas entre si. Como a eleição está em curso, os valores de 2026 são parciais. A inclusão no levantamento identifica um vínculo cadastral e uma movimentação declarada, sem presumir irregularidade ou uma motivação comum a todos os doadores.



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Para que regular Inteligência Artificial? Essa fala não saiu da boca de lobistas de corporações de Big Techs dos Estados Unidos, mas de uma parlamentar do Brasil. Enquanto o presidente Donald Trump apoia sem restrições o avanço da IA – que ele passou a chamar de “superinteligência” -, políticos brasileiros têm atuado alinhados às grandes empresas de tecnologia, indo contra regulamentações nacionais que afetam diretamente os seus modelos de negócios.
Um levantamento feito a partir do painel “O meu candidato é da bancada das big techs?”, da organização sem fins lucrativos Ctrl Z, mostra quais candidatos nas eleições de 2026 têm esse tipo de atuação.
A análise foi feita a partir da atuação dos parlamentares em projetos de lei, decretos, requerimentos, emendas e outras tramitações no Congresso que podem afetar o funcionamento e o modelo de negócios das big techs. Entre as matérias analisadas estão o PL 2630/2020, conhecido como PL das Fake News, que tinha como objetivo estabelecer mecanismos de responsabilização das plataformas digitais; o PL 2338/2023, sobre regulação da inteligência artificial; o PL 2628/2022, que deu origem ao Estatuto Digital da Criança e do Adolescente; o PL 896/2023, , que altera a Lei nº 7.716/1989 para incluir crimes praticados em razão de misoginia, incluindo condutas como injúria e incitação ao ódio contra mulheres na internet; o PL 4675/2023, que estabelece novas regras de defesa da concorrência nos mercados digitais; e o REDATA, regime especial de tributação para serviços de data centers.
Além da atuação individual, o levantamento mostra que vários políticos têm atuado em conjunto em projetos que beneficiam ou reduzem a fiscalização sobre as Big Techs. Caroline de Toni, Bia Kicis, Marcel Van Hatten, Kim Kataguiri e Gilson Marques, por exemplo, fazem parte do grupo que apresentou cerca de 13 Projetos de Decreto Legislativo (PDLs) para sustar os decretos nº 12.975 e nº 12.976 relacionados ao Marco Civil da Internet, que estabelece medidas para responsabilizar plataformas e proteger mulheres contra assédio, perseguição, ataques coordenados e divulgação de imagens íntimas sem consentimento, alegando que o governo teria extrapolado seu poder regulamentar.
Já Gilson Marques, Kim Kataguiri, Gustavo Gayer, Bia Kicis votaram contra a Emenda de Plenário nº 68 ao REDATA, que defendia a aplicação de salvaguardas ambientais mais rígidas, como exigências de fontes de energia 100% renováveis para habilitação, e o direcionamento de contrapartidas fiscais para fundos públicos ou programas socioambientais.
A reportagem pediu o posicionamento a todos os políticos citados. O espaço segue aberto para manifestações.
Veja a atuação de cada político abaixo.

Candidata à reeleição para a Câmara, foi vice-presidente da Comissão Especial de Inteligência Artificial da Câmara e integrou duas comitivas de parlamentares que visitaram o Vale do Silício. No retorno da viagem, a política voltou com discurso alinhado ao das empresas de tecnologia em relação à regulação das IAs: “Para que estamos fazendo isso? Por que a gente precisa ter pressa? Países estão discutindo isso dois, três, quatro, cinco anos!”, declarou durante palestra em maio de 2024 sobre a aplicação da IA no setor de saúde, mencionando também que a pressa poderia “matar a inovação”.
Também apresentou a emenda n° 34/2025 ao texto do ECA Digital, propondo mudanças no artigo 11 do projeto em relação às ferramentas de inteligência artificial destinadas a crianças e adolescentes. A proposta estabelecia que esses recursos fossem revisados regularmente em colaboração com especialistas e órgãos competentes e previa a possibilidade de desabilitar funcionalidades consideradas não essenciais ao funcionamento básico dos sistemas. Votou contra a urgência do PL 2630/2020.
Procurada pela Pública, Adriana Ventura afirmou que sua atuação na regulação de plataformas e IA busca conciliar proteção dos cidadãos, liberdade de expressão, segurança jurídica e inovação. Sobre o ECA Digital, disse ter defendido critérios técnicos, segurança e autonomia das famílias. Também defendeu uma regulação proporcional aos riscos, com responsabilidades definidas e sem criar barreiras à inovação ou à concorrência.

Candidata ao senado pelo PL em Santa Catarina, está na liderança por uma das vagas do estado, de acordo com a última pesquisa da Quaest. Também votou contra a urgência de regulação das plataformas digitais e apresentou requerimento para a criação de uma nova Comissão Especial para analisar o PL 4675, proposta que não foi aprovada.
Na discussão do REDATA, Caroline de Toni apresentou as emendas n° 110 e 111, propondo mudanças que ampliavam a abrangência dos benefícios tributários e flexibilizavam condições para que empresas de data centers tivessem acesso ao regime. A proposta permitia, por exemplo, que empresas do setor anteriormente habilitadas no Regime Especial de Tributação para a Plataforma de Exportação de Serviços de Tecnologia da Informação (REPES) continuassem utilizando as regras anteriores até a aprovação de sua habilitação no REDATA. Também dispensava essas empresas da exigência de apresentar um novo projeto de instalação ou ampliação para aderir ao regime.

Candidato à reeleição para a Câmara, gabaritou contra a regulação digital: votou “não” à urgência de regular as plataformas digitais, à regulação da inteligência artificial e ainda ao ECA Digital.
Para a Pública, Gilson Marques afirmou ser contrário ao PL 2.630/2020 comparando regulação de discurso desinformativo nas plataformas à censura: “Falar que Lula é ladrão é fakenews? Então me prendam… Esse é o problema deste projeto. Queria dar poder ao governo definir o que é a verdade, e perseguir quem discorda dele”. Sobre o PL 2.338/2023, defendeu que “não há necessidade de regular um centímetro a mais”.
No ECA Digital, criticou a previsão de remoção de conteúdos que possam causar dano psicológico a adolescentes e questionou os mecanismos de verificação de idade, alegando riscos à privacidade e à liberdade de expressão. Também questionou mudanças no Marco Civil da Internet: “Há no decreto do governo a responsabilização das plataformas se não retirarem “imediatamente” conteúdo de ‘golpe de estado’. Se eu defender fechar o STF, isso é um conteúdo de golpe de estado? E se minha defesa for que todos os tribunais superiores e o STF sejam unificados no STJ, é defesa de golpe de estado?”
Sobre a legislação contra misoginia, afirmou que “o que causa insegurança para as mulheres é falta de punição para criminoso. Montesquieu já dizia: ‘leis inúteis enfraquecem as leis necessárias’. Se for aprovado, o projeto da misoginia colocará o Brasil mais longe de combater seus problemas reais, e aumentará a censura, a perseguição a opositores”.
Por fim, no REDATA, disse defender investimentos e infraestrutura digital, mas criticou a criação de benefícios tributários sem avaliação de custos e resultados e defendeu contrapartidas claras para os incentivos.

Candidata à reeleição para a Câmara, votou contra o requerimento de urgência para regular as plataformas digitais e se manifestou contra o PL da misoginia, argumentando que o projeto poderia representar risco à liberdade de expressão e à liberdade religiosa. Também se posicionou contra o PL 4675, que trata de mercados digitais. Como vice-líder do PL na Câmara, apresentou pedidos para retirar o projeto de pauta em diferentes ocasiões, além de requerimentos de votação nominal, em uma articulação de obstrução que também envolveu o então líder do partido, Sóstenes Cavalcante.

Candidato à reeleição para a Câmara, apresentou cinco emendas de alteração ECA Digital, defendeu a realização de audiência pública sobre denúncias de exploração infantil, mas também apresentou emendas ao PL 2628 que alteravam obrigações das plataformas relacionadas ao gerenciamento de riscos por faixa etária e ao acesso de menores a conteúdos ilegais ou nocivos.
Van Hattem também se posicionou contra o PL 4675 e apresentou requerimento de votação nominal. No caso do REDATA, apresentou duas emendas à MP 1.318/2025, que originalmente criava o regime. Posteriormente, o conteúdo da medida provisória foi incorporado ao PL 278/2026, que deu origem à Lei nº 15.504/2026.

Candidata à reeleição para a Câmara, durante a tramitação do ECA Digital, apresentou emendas ao ECA Digital que alteravam obrigações impostas às plataformas. Também esteve entre as deputadas do PL que apresentaram PDLs contra decretos relacionados ao Marco Civil da Internet e à misoginia online.

Membro do Senado pelo NOVO-CE e candidato à vice-presidência ao lado de Zema (NOVO-MG), também gabaritou contra a regulação digital: não aprovou o texto do PL 2630 no Senado, se posicionou contra a regulação da inteligência artificial e foi um dos quatro votos contrários ao ECA Digital no Senado, confirmados na ata oficial da sessão de 27/08/2025, junto com Carlos Portinho, Luiz Carlos Heinze e Jaime Bagattoli.

Na liderança da disputa por uma das vagas no senado, Máximo apresentou quatro emendas ao PL 2628: duas delas o Intercept Brasil revelou que foram criadas diretamente por Marconi Borges Machado, gerente de políticas públicas da Meta no Brasil desde 2017. Uma das propostas retirava das plataformas a obrigação de apresentar determinados relatórios de moderação; outra alterava previsões relacionadas a multas e sanções criminais. As duas foram rejeitadas pelo relator. Outra emenda apresentada por Máximo, sem a identificação de Machado nos metadados, contribuiu para a retirada do chamado “dever de cuidado” do texto final. Votou contra a urgência de regulação das plataformas digitais
No caso do REDATA, Máximo apresentou emendas à MP 1.318/2025, que originalmente criou o regime. A medida provisória perdeu eficácia, mas seu conteúdo foi posteriormente incorporado ao PL 278/2026, aprovado pelo Congresso e sancionado como a Lei nº 15.504/2026.

Também na disputa pelo senado pelo PL em Goiás, votou contra o requerimento de urgência do PL 2630/2020. Os cinco requerimentos apresentados por ele durante a tramitação da regulação da inteligência artificial, trataram de impactos da regulação sobre a concorrência e envolveram discussões sobre as grandes empresas do setor. Gayer também esteve entre os deputados do PL que apresentaram emendas ao PL 2628 que alteravam obrigações das plataformas.
Durante o debate sobre o ECA Digital, afirmou que “a esquerda está usando a denúncia do Felca como arma ideológica”. Também é autor de PDL que questiona decretos do governo relacionados ao tema.

Candidato à reeleição para a Câmara, votou contra o requerimento de urgência do PL 2630/2020. Sobre o PL 2338/2023, afirmou que uma regulação excessiva poderia frear o avanço do setor, mesmo argumento de Adriana Ventura. Kataguiri também esteve na primeira comitiva da Frente Digital a visitar as big techs no Vale do Silício em 2022, viagem bancada com dinheiro da Câmara. Além disso, criticou publicamente o ECA Digital em seu perfil no X.

