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“Diritto di manifestare sotto attacco. Nordio vuole ampliare le carceri minorili? Fa il gioco della criminalità”. La denuncia della rete HubForDefenders

23 October 2026 at 16:54

“Il governo Meloni e le forze di maggioranza hanno un problema con i giovani, reagiscono al dissenso soltanto in modo securitario e repressivo, dagli otto decreti Sicurezza, alle circolari del ministro Giuseppe Valditara nelle scuole, fino al ddl Antisemitismo in via di approvazione definitiva”. Alla vigilia delle nuove manifestazioni di sabato, anticipate da un clima di tensione e perquisizioni domiciliari e personali in 18 città italiane a carico di circa 100 persone di cui 51 minorenni, identificati nel corso delle manifestazioni del 17 e del 18 ottobre, a bocciare l’ultimo provvedimento dell’esecutivo e la nuova stretta sui minori è la rete Hub For Defenders, che riunisce 22 organizzazioni della società civile. Tra queste Arci, Un ponte per, Amnesty International Italia, Giuristi democratici, A Sud e Legal team Italia, che nel corso di una conferenza stampa a Roma hanno segnalato come la rete, che offre protezione e assistenza legale a livello nazionale, abbia raccolto oltre 34 segnalazioni su fermi e trattenimenti, anche di minorenni, dopo i fatti di Milano.

Osservatori esterni autorizzati dalla Questura saranno presenti questo weekend nelle manifestazioni per monitorare e offrire assistenza, dopo i casi denunciati. Tra cui quelli di un cittadino polacco che ha riferito di essere stato trattenuto e ammanettato senza interprete e poi rilasciato senza accuse, un minorenne fermato il 17 ottobre e rilasciato alle 4 del mattino, tre quattordicenni trattenute senza che le famiglie fossero avvisate, ma non solo: “Se il dissenso viene trattato come questione di ordine pubblico, la conseguenza è un restringimento preoccupante della partecipazione democratica”, ha attaccato Marica Di Pierri, di A Sud.

“Sapevamo che la maggioranza avesse una visione carcerocentrica della giustizia, ma le dichiarazioni del ministro Carlo Nordio sono un controsenso”, ha denunciato Alfio Nicotra (Un ponte per), contestando il Guardasigilli che vorrebbe ampliare le carceri giovanili e destinare pure spazi degli istituti penitenziari ora riservati agli adulti. “Ogni minore in carcere è una sconfitta per la società. Mentre con lui la popolazione carceraria minorile è aumentata del 40%, anche a causa dell’aumento indiscriminato delle pene. Spesso le carceri sono un’università del malaffare. Mettere nuove generazioni con elementi di fragilità insieme a degli adulti significa fare il gioco della criminalità, non quello della Costituzione che punta al recupero dei detenuti, soprattutto se minori, e al loro reinserimento nella società”.

Laura Renzi, di Amnesty International Italia, ha denunciato come la compressione del diritto di manifestazione sia ormai un fattore comune in tutta l’Unione europea: “Chiediamo alle forze di polizia di applicare tecniche di de-escalation. Invece assistiamo a un aumento, anche ingiustificato, dell’uso di gas lacrimogeni e idranti“, ha denunciato, rilanciando la richiesta di introdurre codici identificativi per le forze di sicurezza.

“Chi l’avrebbe mai detto che nel 2026 il nostro Paese avrebbe avuto bisogno di osservatori neutrali nelle piazze, come nei regimi o dove le elezioni sono a rischio?”, ha attaccato pure Walter Massa, presidente di Arci, contestando l’ipotesi di impiegare “500 militari addestrati a fare la guerra per 500 ragazzini minorenni a Milano”: “In un Paese normale questa cosa farebbe ridere, dovrebbe interrogare le stesse forze dell’ordine sul loro ruolo. Oggi sotto attacco c’è anche il diritto di associarsi, per questo oltre 4 anni fa abbiamo pensato a questa iniziativa”.

Critico anche Cesare Antetomaso, dei Giuristi Democratici, che ha contestato il “clima criminogeno” generato dall’incertezza normativa e dal restringimento degli spazi di libertà: “Ben svegliati i nostri colleghi che pensavano che Nordio fosse un campione di garantismo. Certo non saremmo arrivati a pensare che la soluzione prospettata fosse più carcere per tutti, anche per i minorenni”.

L'articolo “Diritto di manifestare sotto attacco. Nordio vuole ampliare le carceri minorili? Fa il gioco della criminalità”. La denuncia della rete HubForDefenders proviene da Il Fatto Quotidiano.

Gli israeliani che in Cisgiordania fanno da scudo ai palestinesi

22 October 2026 at 03:45

Israele Palestina

A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.

Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?

Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.

Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.

Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.

Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.

Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.

Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.

Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.

Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.

Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».

Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».

Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.

La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.

Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».

Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.

Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.

Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.

Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.

Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.

Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.

Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».

Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.

«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.

«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.

Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.

Israele Palestina
Sofia Tranchina

Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.

Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.

Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.

Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.

E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?

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Crucifixo de papel

17 October 2026 at 14:04

20 – Uma vida nova

Três dias depois de nascer, David teve alta do hospital e foi para casa com o pai, instalar-se no quartinho azul.

Guete despertou do coma ao décimo dia de internamento. Na cadeira de visitas, sentado à sua frente, estava Vinícius com o bebé ao colo, ambos numa espera ansiosa e contínua por vê-la regressar à vida.

O pequeno ia crescendo com a saúde dos fortes, inundado de amor por uns pais que faziam os possíveis para afastar da lembrança aqueles episódios traumáticos do hospital. Recordar a chegada de David, era recordar os abusos clínicos, a negligência e a desumanidade gratuita pela qual passaram.

A indignação pelos maus-tratos recebidos não tinha sequer ombro onde pousar, levitava somente, como um mostro incorpóreo contra o qual nada podiam fazer. Não adiantava recorrer às instituições, zelar por justiça, sonhar com a reparação dos danos. Nunca adiantou. Por isso, o jeito era fugir do presente, seguir para um futuro incógnito – pelo menos, no que ainda não se conhece, pode haver alguma esperança.

Vinicius continuava empregado na construção do Golf Resort e já tinha propostas para seguir na firma depois da obra. O corpo roto pela dureza do trabalho era compensado pelo salário acima da média e pela satisfação de chegar ao quartinho azul, no final de cada dia, aliviado pela sobrevivência.

Guete, entre as exigentes funções de cuidados maternos a David, retomara gradualmente os serviços de manicure e pedicure em casa.

Chegou o dia em que o salão improvisado na marquise já mal dava vazão à clientela, que crescia com a graça de um deus no qual ela nem se apercebera que deixara de acreditar. Por isso, convidou Lúcia para abandonar a Hamburgueria e juntar-se a ela no negócio de um novo espaço, desta vez profissionalizado com excelência.

Vam’bora, amiga, não tá vendo que eu sozinha não dou conta, a gente se junta, faz tudo direitinho, tem clientela de sobra para nós duas, e você sabe que o David precisa de mim um montão.

Ah, Guete, eu não sei, se dá errado eu faço o quê, vou mendigar, eu tenho Luana, Guete. E tenho o cafajeste do Miguel me atazanado com a droga daquele tribunal, você sabe que se eu fico desempregada, ele vai logo vir querer tirar a menina de mim, eu tenho medo.

O que tinha para dar errado na vida da gente, já deu, mulher. Não tem mais nada para dar errado, não. A gente já passou aprovação de tudo quanto é jeito, chega uma hora que a cruz larga do nosso ombro. E você sabe muito bem que nunca vai estar sozinha, você tem a gente, a mim, ao Vini e ao David. Eu nunca vou deixar você e Luana na mão, a gente vai junta para onde for. Vamos, Lu, abrir o nosso próprio negócio, com dignidade, tudo certinho, você não merece continuar debaixo das agruras da escravidão daquele restaurante, você merece honradez, merece cumprir seus direitos, você é gente igual a todo o mundo.

E você tem mesmo certeza que as meninas vão continuar vindo no salão.

Ôxi, é sério que você está duvidando de meus talentos, é isso. Quem era que lá no Bordel Dourado colocava as raparigas tudo num brinco, que nem capa de revista, quem era.

É…
Quem sabe nunca esquece, Lu. Você já viu o tanto que esse povo tem me procurado para fazer cabelo, pé, mão, virilha, buço, pestana, sobrancelha, tudo. Não lhe dou um ano e a gente abre até sucursal lá para os lados da cidade nova, presta atenção no que eu estou falando. E tem mais, esse é o negócio do futuro, você já reparou que antes era só madame que frequentava salão, e olha agora, hoje em dia até menina pé rapado faz unha e cabelo uma vez no mês, pelo menos. Você devia era falar para Luana deixar de besteira com esse negócio de estudar em universidade, e ir fazer curso é de estética, que no futuro ela herda o legado da gente e fica com a vida encaminhada. Até homem já faz depilação, sobrancelha, unha. É ou não é, me fala se eu estou errada.

Quer saber, eu vou sim, Guete, não tou mais podendo gastar saúde lá naquela hamburgueria dos infernos. E você está é cheia de razão.

Vam’bora, negócio fechado. Hoje a gente toma um chope em homenagem à vida nova, que a cruz do passado eu não carrego mais.

Com os papéis em ordem não há burocracia que contrarie a escolha do legalizado. O Salão da Guete passou a chamar-se formalmente Estúdio de Beleza Guete & Lu, e mudou para o piso 0 do Centro Comercial Baía dos Lobos – um edifício a léguas dos seus tempos áureos, indeciso entre o abandono e a resistência, na baixa despovoada da vila.

Se é mesmo verdade que depois das tempestades vêm as bonanças, então a delas parecia ter chegado. O negócio fluía, e o amor também.

Não só o de Guete e Vinicius, cada vez mais sólido, como um calo que se ergue na epiderme à força bruta das agressões vindas de fora; mas também o de Lúcia e Paula, que despontava ressuscitando desejos há muito encubados pela teoria de Platão.

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