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Michel Foucault, geniale icona del male (Parte I)

23 October 2026 at 20:44

Cento anni fa, nell’ottobre del 1926, nasceva Michel Foucault, il pensatore più influente della seconda metà del secolo XX.

La sua famiglia era borghese e rispettabile, radicata a Poitiers, la città francese dove, nell’VIII secolo, Carlo Martello fermò l’avanzata musulmana.

Michel si chiamava in origine Paul, come il padre, ma l’odio per lui gli fece cambiare nome. Quel rifiuto privato spiega molto del Foucault pubblico.

Nessuno ha lavorato per la distruzione dei fondamenti della società come lui, nessuno ha scavato più in profondità nei sotterranei della conoscenza.

L’archeologia del sapere è il titolo di una sua opera. Nessuno ha colpito i pilastri del nostro mondo quanto il rampollo degenere della Francia profonda.

Più dei francofortesi e di Marcuse, più dei filosofi della Teoria Francese – Deleuze, Guattari Barthes – più dell’orribile Sartre e dei decostruttivisti alla Derrida, che pure frequentò e dai quali fu a sua volta influenzato.

Non fu marxista o comunista, se non in una breve stagione sotto l’influsso dell’amico Louis Althusser; piuttosto un anarchico con tratti non troppo sorprendenti di liberismo nel finale della vita.

Umanamente fu un mostro sin dalla fisiognomica, ma anche un genio, il che spiega come un distruttore, un lucido devastatore di ogni elemento della nostra cultura e dei fondamenti su cui poggia la convivenza civile, abbia avuto il successo che ebbe e che perdura.

Fu il massimo esponente del mondo capovolto in rivolta, un santo alla rovescia.

Saint Foucault, verso un’agiografia gay, è un libro del 1995 dell’americano David M. Halperin. ‘’opera difende ed esplora la sua vita e le sue idee, definite fari dell’attivismo gay e della teoria queer.

Quello di Foucault è il nome più cercato sul portale filosofico Google Scholar. L’intero sforzo della sua opera – nonché della Teoria francese e dei cosiddetti studi postmoderni – è stato decostruire le identità per sostituirle con surrogati fluttuanti, mutevoli, indeterminati.

Foucault è il filosofo dei tempi liquidi, non Zygmunt Bauman, fotografo dell’esistente.

Fornì al neoliberismo la scoperta più preziosa: la sostituzione della lotta di classe con il confronto identitario, ponendo al centro la categoria di vittima.

La postmodernità foucaultiana prescrive la dispersione del sociale in una miriade di singolarità, segmenti agonistici rinserrati nelle rispettive micro identità. Inizia con lui l’era del narcisismo doloroso, dell’individuo/vittima.

La crisi della persona e la morte dell’Uomo diventano oggetti di meditazione filosofica. Dopo mezzo secolo di decostruzione, sembra che solo una cosa sia rimasta intatta: il principio dell’innocenza della vittima. L’idea di verità è stata polverizzata.

Scriveva Foucault.

“La verità? Una finzione! L’uomo? Un miraggio! Le norme sociali? Una camicia di forza!”

Le sue argomentazioni e le sue azioni erano spesso ripugnanti, eppure abbordavano orizzonti inesplorati, oscurati dagli scandali e dalle opinioni a lui associate.

Nel privato fu un pederasta gay seriale, un uomo miserabile, un abusatore che faceva della tortura sessuale il passatempo prediletto, con forti inclinazioni sadomaso, frequentatore dei bagni omo di San Francisco. Morì di AIDS nel 1984, infettando probabilmente molti.

La sessualità fu l’oggetto privilegiato dei suoi studi, insieme con la natura del potere e i metodi di controllo sociale. Scrisse un libro assai citato sulla storia dell’istituzione carceraria.

Sorvegliare e punire, in cui riprese il concetto di Panopticon, mutuato dall’utilitarista inglese del XVIII secolo Jeremy Bentham, il carcere radiocentrico in cui un unico guardiano controlla, non visto, i detenuti, costringendoli alla perdita di privatezza e all’autocensura dei comportamenti.

Un suo biografo, James Miller, cita un testo in cui Foucault immagina “festival del suicidio” e “orge suicide”, nonché una sorta di ritiro speciale dove chi pianificava di togliersi la vita poteva cercare “partner senza nome per occasioni di morte, liberi da ogni identità”.

Nichilismo puro, da parte di un soggetto di enorme intelligenza con elementi di pazzia, confermati da giovanili ricoveri in psichiatria.

Gran parte del prestigio di Foucault deriva dai suoi contributi alla storia della sessualità.

È interessante un’intuizione: indicò il 1870 come l’anno in cui fu “inventata” l’omosessualità, in un articolo apparso sulla rivista di un manicomio in cui il neuropsichiatra Carl F. Westphal definiva affezione neuropatica il “sentimento sessuale contrario”.

La sua tesi è che la categoria di omosessuale – chi devia dalle norme sociali e compie “atti omosessuali” – fosse in precedenza inesistente. Ciò che Foucault fece fu individuare il momento in cui le persone che oggi chiamiamo gay (felici, perché?) furono inventate come categoria sociale, un gruppo di “devianti” che oggi vanta una bandiera, festival, locali notturni, ristoranti, hotel, negozi e persino un luogo di vacanza elettiva, Mykonos.

Nulla di tutto ciò esisteva prima che gli psicologi del XIX secolo, tra cui Freud, iniziassero a trattare l’attrazione omoerotica come disturbo psicologico.

Foucault sviluppò questa teoria, con tante altre, nella sua opera più celebre, Storia della sessualità.

Una frase famosa riassume il suo pensiero: “Il sodomita era colui che commetteva un peccato; l’omosessuale è ormai una specie”.

Date le sue inclinazioni e il suo interesse per la storia della psichiatria e dell’internamento coatto, non sorprende che Foucault abbia rivolto la propria attenzione ai manicomi e alla percezione sociale della pazzia, cui dedicò Storia della follia nell’età classica.

Mise in luce un cambiamento fondamentale nella concezione del disturbo mentale, avvenuto agli inizi del XVII secolo.

Fino al Rinascimento e poi in Cervantes, Shakespeare, Erasmo da Rotterdam, la follia era un fenomeno specifico dello spirito umano, collocato nella stessa categoria di profeti, visionari, posseduti, santi, buffoni, indemoniati.

Era un fenomeno dotato di senso e di una verità propria: sebbene i folli fossero disprezzati, venivano guardati con timore reverenziale, come messaggeri di un sacro orrore.

A partire da Cartesio la pazzia muta natura. Attraverso la lente del razionalismo, viene separata da ogni contatto con altri piani spirituali – considerati mere superstizioni – e finisce per occupare il posto un tempo riservato alla lebbra.

Non è più un fenomeno da interpretare alla ricerca di un senso, bensì una malattia da gestire secondo protocolli medici e giuridici, mentre i pazienti vengono isolati per scongiurare il contagio. Don Chisciotte non è più un folle geniale, ma un soggetto psichiatrico da internare.

Questo mutamento di paradigma teorico spiega, nella prospettiva di Foucault, perché, a partire dal XVII secolo, i pazzi siano stati istituzionalizzati, confinati in ospedali psichiatrici, studiati e controllati come un fenomeno naturale, per la prima volta nella storia.

Foucault dedica pagine critiche al brano delle Meditazioni in cui Cartesio teorizza il celebre cogito ergo sum (penso, dunque sono). Un passo ulteriore verso l’irrazionale. Leggerlo permette di comprendere le origini di gran parte delle idee marce della postmodernità, nutrite dai suoi libri.

Un suo contributo originale è l’intuizione che ogni attività umana costituisce un esercizio occulto di potere. L’idea che non esista una verità oggettiva – che si tratti di politica, scienza o morale – è la quintessenza del pensiero di Foucault.

Se c’è un cattivo da film che, mentre accarezza un gatto seduto in poltrona, spinge l’intellighenzia ad abbandonare ogni argomentazione morale, questi è l’autore de L’ordine del discorso, un titolo assai significativo.

“Le prigioni non possono essere riformate perché qualsiasi tentativo di ridurre la crudeltà è solo uno stratagemma per perpetuare le strutture di potere esistenti; i mendicanti violenti e schizofrenici non possono essere internati perché l’unico obiettivo del potere è privarli della libertà”.

È il volto peggiore di Foucault.

Fu lui a smantellare l’ideale egualitario della sinistra sociale e ad aprire la strada al movimento woke, la trasformazione della post sinistra in club per miserabili ed emarginati, devianti e disturbati mentali, fornendo loro alibi morali e motivazioni intellettuali.

Mise sul trono la vittima, vera o presunta, e il deviante. Al confronto, le altre colpe di Foucault impallidiscono.

Il rifiuto delle convenzioni e delle norme sociali, unito al bisogno di attenzione – il desiderio volterriano di épater le bourgeois (stupire, scandalizzare il borghese) – spiega molti elementi della sua carriera, a cavallo tra narcisismo e compulsione deviante.

Negli anni Settanta aderì a diversi manifesti che propugnavano la legalizzazione della pedofilia.

Forse l’ispiratore, Jean Paul Sartre, ed egli stesso, agirono anche per legalizzare le loro peggiori pulsioni. L’aspetto più bieco di quel movimento, oggi non più borderline, era la proclamazione libertaria secondo cui la sessualità non può essere soggetta a limiti di età e i pedofili hanno pieno diritto di assecondare i propri impulsi.

Profetica fu la scoperta della natura del potere contemporaneo, diventato apparato di controllo, dispositivo orientato al biopotere e alla biocrazia, il dominio sulla vita concreta. Descrisse modalità di infiltrazione nelle coscienze volte alla riconfigurazione del Sé.

Per lui sino agli albori della modernità l’essere umano era canalizzato fisicamente e costituito attraverso una serie di “reclusioni” disciplinari – la scuola, l’ospedale, la fabbrica, il carcere – dove veniva plasmato secondo la norma del potere.

Nelle attuali società di sorveglianza, le manipolazioni sono più blande sotto il profilo della costrizione fisica: mode, abbigliamento, partiti politici, droghe, serie televisive, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività.

Tuttavia, mantengono con altri mezzi la conformità coattiva alla norma prevalente per mezzo di una modulazione flessibile e onnipresente. È la “microfisica del potere”, un sistema che penetra il soggetto e diventa dispositivo.

Si impadronisce dei corpi, si inserisce negli atti e nelle condotte, nei discorsi, nei processi di apprendimento sociale e nelle esistenze quotidiane, diventa un organismo costituito da un numero infinito di connessioni che non agiscono dall’alto, ma dall’interno del corpo sociale.

Diagnosi genialmente profetica, ma prognosi e terapia sono folli.
Noi, i posteri, siamo le vittime.

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iPhone Duo e le app poco ottimizzate: la fotografia di una situazione che si risolverà in pochi mesi

23 October 2026 at 18:21
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Find X10 Pro Max ufficiale. Tre fotocamere super per metter fine alla guerra dei megapixel

22 October 2026 at 13:22
Annunciati i nuovi smartphone top di gamma OPPO: su Find X10 Pro Max viene usato per la prima volta un sensore da 200 megapixel abbinato ad una lente ultraview, rendendolo il primo smartphone al mondo con tre fotocamere da 200 megapixel. Siamo davanti ad uno smartphone incredibilmente completo, ad oggi il migliore sul mercato Android. Tutto, però, ha un prezzo...... Leggi tutto

DJI Osmo Pocket 4P, recensione: incredibile qualità in formato tascabile

20 October 2026 at 07:58
La nuova pocket camera di DJI, nella versione Pro, trova nell’ottica tele aggiuntiva la ricetta perfetta per diventare un prodotto capace di sostituire mirrorless e smartphone per chi ha bisogno di qualità e portabilità. Dopo diversi aggiornamenti, è una fotocamera matura, anche dal punto di vista software. Ecco cosa ne pensiamo dopo qualche mese di utilizzo. ... Leggi tutto

La rivolta di maranza, topi e gretini

20 October 2026 at 07:52

I tumulti giovanili di questi giorni non hanno parole d’ordine, non prevedono sbocchi né
hanno un programma oltre l’elenco di generiche, benché fondate, doglianze. Limitiamoci
all’Italia, giacché il caso francese in fase acuta è assai diverso, per la saldatura tra forze
politiche organizzate, La France Insoumise e l’ultrasinistra di Olivier Besancenot, e
settori islamisti di una generazione per lo più figlia dell’immigrazione selvaggia, insensata,
sostitutiva, folle, avviata da Mitterrand negli anni Ottanta. La vena insurrezionale è
alimentata dall’odio furioso dei manifestanti verso la République e dall’incapacità (o
assenza di volontà?) delle istituzioni di sedare la rivolta, probabilmente per colpire
preventivamente Marine Le Pen nell’imminenza delle elezioni presidenziali, e tentare un
ennesimo rattoppo di sistema. Due secoli di democrazia si pagano (Charles Maurras).
Concentriamoci sugli imitatori di casa nostra, fomentati dai centri sociali, i mazzieri non
troppo occulti della sinistra politica, dal nuovo antagonismo della Cgil – sin qui silente o
complice dello strame dei diritti sociali dei lavoratori di oggi e di domani- nonché dal
grottesco compiacimento di rivoluzionari da salotto e dall’inazione di borghesi radicali
come il sindaco milanese Sala. Assistiamo alla verifica delle potenzialità di una sommossa
di maranza, topi e gretini, uno sciame umano unito dall’ignoranza, dal nichilismo e dalla
soggezione al consumismo più rivoltante. Altro sono gli ispiratori e i dirigenti, giacché le
manifestazioni non nascono dal basso, né da bisogni profondi. E’ una mini rivoluzione di
generazioni sazie e, si ripete, annoiate. Una noia esistenziale figlia del vuoto interiore,
morale, spirituale i cui colpevoli non sono i giovani, ma le generazioni che dirigono la
società. Pensiamo ai ragazzotti borghesi romani che scacciavano la noia investendo
malcapitati con la minicar. Presi, si dichiarano dispiaciuti, poveri cari. Sono liberi e non
pagheranno il conto, se non con ridicoli servizi sociali e “spiegoni” di moralismo
istituzionale, quelli sì noiosissimi.
Sempre per noia, migliaia di minorenni d’ambo i sessi, convocati al fischio dei social
media, si vestono come soldatini ( l’ uniforme è la felpa nera con cappuccio) e scendono in
piazza urlando slogan appresi al momento ai quali sono sovranamente indifferenti. Forse i
meno peggio sono i “maranza” di origine immigrata, che una cosa la sanno: odiano la
società in cui sono stati catapultati. Gli altri sono topolini riuniti da pifferai organizzati,
vecchi arnesi dei centri sociali, allevati, coccolati, pagati, dalle cosiddette istituzioni .
Specie di sinistra, ma a destra non battono un colpo. Niente sgomberi, bollette a carico dei
contribuenti, nessun controllo, tolleranza di mille illegalità. E’ tutto gratis, ma non esistono
pasti gratuiti. Il conto sono città a soqquadro, saccheggi non per bisogno ma per rubare
capi di abbigliamento, accessori e ogni altro prodotto della società dei consumi, quartieri
sottratti alla pur blanda legge dello Stato.
Dicono che occorre ascoltare, che il disagio- reale- non va criminalizzato. Vero, ma per
trattare serve uno straccio di proposta, un progetto, un’alternativa da confrontare. Non è
così e non può esserlo: casinisti e facinorosi sono i figli legittimi dei padri che hanno
sfigurato la realtà per adeguarla al Dio Mercato, alla mitologia dei diritti- quasi tutti
all’altezza del basso ventre- all’adorazione del consumo e dei desideri. Coltivano l’ignoranza soddisfatta chini sullo smartphone, plasmati dalle mode, dal conformismo,
dall’indifferenza. A Torino è stata assaltata la libreria Feltrinelli. Non per procurarsi gratis
tomi ponderosi o classici della letteratura, ma per distruggere, gettare a terra ciò che era
ordinato negli scaffali. Legge del contrappasso: proprio quello che sognava, prima di
morire mentre collocava un ordigno, il capostipite della dinastia , Giangiacomo Feltrinelli,
ricco, annoiato e rivoluzionario, di cui i teppistelli nulla sanno.
Eppure ripetono che bisogna comprendere, carezzare questa generazione, nostra o
immigrata. Hanno ragione. Sono i nostri figli e nipoti, sono come noi li abbiamo (dis)fatti.
E’ come auscultare, psicanalizzare noi stessi, stesi sul lettino dello psicoterapeuta che
osserva l’ orologio per dirci il fatidico “ il nostro tempo è finito”, incassare la parcella e
prescrivere farmaci placebo. Oltre mezzo secolo di pessimi maestri, di capovolgimento di
ogni valore e principio portano a spaccare vetrine per il gusto di farlo e per noia, investire
passanti con la minicar o strafarsi nei rave party , simbolo postumo del Sessantotto che
ignorano: le tre rivoluzioni, chimica, musicale e sessuale. Oppure, come è accaduto a un
quindicenne, morire sotto un trattore in un gioco da mostrare online, variante
contemporanea di “correre a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile
morire. Tu chiamale, se vuoi, emozioni”.
La differenza è che le generazioni odierne sono già morte dentro. Colpevoli ? Solo di
plumbeo conformismo. Il resto, la riduzione a topi in gabbia che azionano la leva delle
emozioni, del consumo, della dissipazione di sé, è colpa nostra. Ecco perché non sappiamo
compiere il primo gesto di salvazione, reprimere il male ( che abbiamo rinunciato a
definire tale ) per poi curarlo. Dinanzi a un’emorragia, non si pensa a discutere, si cerca di
fermare il sangue. Dopo verranno diagnosi, prognosi, terapia. Il problema è che
l’emorragia – l’assenza di principi, valori, identità, giudizi su bene e male, – è innanzitutto
nostra. Perciò non la riconosciamo. Ogni rivolta conosce saccheggio e distruzione.
Anormale è rubare abiti non per coprirsi, ma capi firmati da sfoggiare, colonizzati dal
sistema di consumo ! Né è normale ignorare di essere in uniforme: un anti esercito in felpa
nera. Ignari sanculotti postmoderni che urlano a squarciagola “tutti odiano la polizia”,
come se nell’arcadia ideale che immaginano nei rari momenti di lucidità si possa fare a
meno di un ordine . I signorini annoiati non attaccano i veri santuari del potere: non lo
vogliono i mandanti – di cui la stragrande maggioranza non sospetta l’esistenza- il cui
scopo è diventare gestori dell’ esistente, non modificarlo, tanto meno abbatterlo.
Alcuni usano slogan mutuati dalla stagione di Greta Thunberg, ricomparsa per tacciare di
fascismo il governo italiano. Non serve risposta: non sanno, non capiscono, maranza, topi
e gretini. Con la G e con la C, una generazione devastata da chi è al potere, resa incapace di
comprendere che la sua mobilitazione è lo strumento di giochi sporchi: inconsapevoli,
sciamannati fantaccini incappucciati. Il rischio è doppio. Da un lato rafforzare chi invoca
solo repressione e getta allo sbaraglio altri giovani, quelli in uniforme ufficiale, per
conseguire tornaconti politici presso l’ opinione pubblica disorientata in una società
decomposta, ingiusta, i cui scoppi d’ ira sono febbri naturali. Dall’altro i burattinai di
maranza, topolini e gretini potrebbero vincere la loro partita, consistente, di fatto,
nell’aggravare il malessere: più immigrati, più disordine, più precarietà esistenziale e
sociale, più falsi “diritti”, senza toccare minimamente l’oligarchia al comando, finanza,

tecnologia, fondi, multinazionali, più ceti di servizio nella politica, nelle organizzazioni
transnazionali, nella sedicente cultura, nell’intrattenimento.
Panem et circenses, la formula romana per controllare le generazioni è sempre valida,
rafforzata dal soft power – il potere fintamente dolce che ci fa fare ciò che vuole – e dai
nudges, le spintarelle “gentili” dal medesimo scopo. Tutto teorizzato e poi realizzato.
Maranza, topi, gretini ( e non solo) ci cascano sempre. Altri chiedono legge e ordine
affinché tutto continui come prima. Triste baccanale degli “ultimi uomini” : “di tanto in
tanto un po' di veleno: ciò procura sogni piacevoli. E molto veleno alla fine, per morire
piacevolmente. Si lavora ancora, perché il lavoro è un intrattenimento. Ma si guarda bene
che l'intrattenimento non sia faticoso. Un'ideuzza per il giorno e un'ideuzza per la notte.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano. “ Figuranti di una
rappresentazione, personaggi che non sanno di avere un autore.

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Come scegliere il caricatore USB-C giusto (eh no, non sono tutti uguali)

19 October 2026 at 10:38
Scegliere un caricatore? Semplice, alla fine hanno tutti lo stesso connettore USB-C. Peccato che non sia così: cavi diversi, sigle diverse, potenze diverse ma alimentatori esteriormente molto simili tra loro: la scelta di un caricatore non è sempre facile. Perché se è vero che oggi con un solo alimentatore si può caricare di tutto, è anche vero che deve essere scelto bene. ... Leggi tutto

Garlasco, Italia

17 October 2026 at 16:16

Aveva ragione nonna Luigia, nata sul finire del XIX secolo, che aveva frequentato solo la seconda elementare: stai lontano dalla giustizia, ripeteva col dito puntato. Intendeva insegnare l’onestà che accompagnò la sua lunga vita, ma anche consigliare di tenersi alla larga dai meccanismi legali, dai cavilli di giudici e avvocati. Armata della diffidenza dei poveri, aveva ragione. Il caso dell’omicidio di Garlasco, un inestricabile garbuglio giudiziario, ne è la prova.

L’assassinio della giovane Chiara Poggi nel 2007 è ancora irrisolto, nonostante la dubbia condanna del fidanzato Alberto Stasi dopo cinque processi e due iniziali assoluzioni. Il guazzabuglio parla di possibile corruzione di pubblici ufficiali, prove scientifiche occultate o manipolate. Nelle indagini contro il nuovo indiziato, Andrea Sempio, come per  Stasi- in semilibertà dopo un decennio di gattabuia- le prove scarseggiano. Si punta sugli indizi, in un oceano di perizie e controperizie, tra vere o false indiscrezioni. Manca la verità, benché quella processuale, il giudicato penale, indichi nello Stasi l’assassino.  Non sarebbe l’unico errore giudiziario o il solo caso irrisolto, se l’ex “biondino dagli occhi di ghiaccio” fosse innocente. Ciò che rende unico il caso Garlasco –vince la sineddoche, la figura retorica che identifica il tutto con la parte- è qualcosa di più.

Il processo, l’ indagine, il livoroso dibattito fine a se stesso vanno in scena ogni giorno sulle reti nazionali pubbliche e private, sui giornali e sulle reti sociali. Si sono formati schieramenti a favore o contro i due accusati, in un quotidiano tritacarne mediatico che non risparmia nessuno. Molte vite sono state spezzate, oltre a quella della vittima. Molte altre si esibiscono alle luci della ribalta in un impressionante girotondo di avvocati, periti, consulenti delle più varie specialità, genetisti, criminologi, criminalisti (?) psicologi, psichiatri, giuristi, attorniati da un coro querulo e petulante di giornalisti, opinionisti assortiti, nani e ballerine. Ciascuno si ritaglia non solo il quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol, ma difende con le unghie e con i denti una rendita di posizione e copiosi redditi. Avvocati e consulenti delle parti, figuranti e figure di contorno, ma soprattutto gli addetti del circo mediatico, lucrano sulla vittima di un omicidio notorietà, pubblicità, reddito. Il  parterre delle innumerevoli trasmissioni televisive diventano attori retribuiti impegnati a gareggiare a chi la spara più grossa e a chi sfodera l’ultima indiscrezione.

Conta anche l’ immagine: assistiamo a sfilate di moda mentre i conduttori aizzano sapientemente battibecchi, liti, zuffe da cortile tra signori e signore un attimo prima sussiegosi, compunti distillatori della loro scienza (genetisti, giuristi, psicoterapeuti) o delle ultime notizie ( giornalisti e opinionisti).  Un mestieraccio, ammettiamolo, che costringe a compulsare infiniti tomi di consulenze, atti giudiziari, perizie e controperizie. Si è costituita una nuova categoria di esperti, i garlaschesi. Il punto è però che tutto nasce da una giovane assassinata, senza pace neppure nella tomba. Nulla conta il dolore della famiglia quotidianamente esposto al pubblico tra dettagli macabri, particolari intimi, squarci di vita che dovrebbero appartenere alla sfera privata.

Mille processi celebrati nell’arena mediatica, con una giuria popolare grande come l’Italia, ma tre famiglie soffrono e sono distrutte. Oltre a quella della povera Chiara, gli Stasi ( il babbo morì di crepacuore) e i Sempio che lottano per salvare il figlio. E’ sicura la rovina economica. Molti sciacalli pasteggiano e troppi avvoltoi svolazzano. Ne è prova l’accanimento dei periti divi televisivi, dei giornalisti “investigativi””, di avvocati esibizionisti, l’evidente acredine che li divide, segno che ciascuno gioca una partita personale estranea alla giustizia e al dramma di tanti anni fa.

Crolla la reputazione del reparto scientifico dei Carabinieri, colpito da faide, dispareri, errori, carenze clamorose. Ufficiali e sottufficiali dell’Arma sono sospettati di corruzione, oltreché di imperizia. Qualcuno balbetta giustificazioni dinanzi alle telecamere, dalle quali dovrebbe tenersi lontano per dignità personale e rispetto della divisa. Mentre il circo mediatico e le opposte fazioni di esperti sono chiaramente interessate a continuare il macabro ma lucroso gioco, resiste la triste verità fattuale: da qualche parte c’è un assassinio . Giusto, nonna, meglio lontani dalla giustizia , una parola di cui di cui non si sa se ridere o piangere. Turba il basso livello della classi cosiddette colte. Tali dovrebbero essere magistrati, legali, consulenti, periti delle più svariate scienze, giornalisti. Invece sono nani e ballerine che danzano al ritmo imposto dalla comunicazione, da interessi non sempre limpidi, dal narcisismo. Soffre la famiglia della morta, crolla la vita del nuovo indagato, sperano nella revisione del processo il condannato e sua madre. Quanto è stato speso, in denaro pubblico, parcelle, fatture, compensi televisivi e altri mille rivoli per non accertare un bel nulla?

Se anche Sempio venisse condannato – il che è assai dubbio- una nuova verità giudiziaria non sarebbe necessariamente la verità dei fatti. La sorte di Stasi è appesa a un cortocircuito. Si può istruire un nuovo processo – in tribunale, non in tv, sulla stampa o nei social media –in presenza di una condanna definitiva a carico di un altro imputato? E la revisione del primo processo, quando e come potrà avvenire? Insomma, stai lontano dalla giustizia. Se non ti mettono in mezzo, con la rovina personale, la devastazione della famiglia, della condizione economica, la fine della sfera  privata. Domanda fintamente ingenua: l’esercito di protagonisti, esperti, giornalisti, legali, figuranti mediatici, vuole la verità ? Garlasco è un reddito sicuro: che guaio se qualcuno confessasse o uscisse come il coniglio dal cappello del prestigiatore, la prova regina che incastra l’assassino. Quanti disoccupati, quanti redditi sfumati. Sulla pelle di una poveretta e di chi è nel tritacarne.

L’ Italia di Garlasco trasforma una tragedia in rappresentazione dalle mille repliche, con compagnie di giro che si contendono gli spettatori. Pare evidente la sconfitta, il discredito delle indagini scientifiche. Meglio i vecchi metodi di ieri, fiuto e osservazione, o l’epopea scientista, il baraccone di chi tutto sa e risolve ogni enigma con gli occhi sul microscopio, coadiuvato da quadrate legioni di psicologi, psichiatri, esperti di scena del crimine, analisti “personologici”pronti ad offrire la soluzione che incastra   il cattivo ? La triste realtà è che un cattivo esiste e che qualcuno campa di indagini, pareri, opinioni a fattura.

Stai lontano dalla giustizia, a Garlasco, ma anche Trieste e Pietracatella. Altri romanzi d’appendice aumentano le puntate sulla pelle di morti innocenti e di presunti colpevoli. Cinque anni fa una sessantenne triestina venne ritrovata morta in un bosco avvolta in sacchetti dell’immondizia e legata. Incredibile verdetto iniziale: suicidio. Dopo cinque anni e la trasformazione in mostro del marito, un eccentrico anziano dall’improbabile abbigliamento, emergono vari DNA estranei al coniuge, agli amici e alla famiglia della poveretta. Vittima due volte, poiché da anni la sua vita è stata dissezionata, i suoi veri o presunti amori resi di pubblico dominio. Quanto al marito- probabilmente estraneo- è solo e  in bolletta. Del killer nessuna traccia, a parte quelle biologiche di Ignoto X.

Non è solo la sconfitta della giustizia; crolla il credito dell’intero sistema. E’ una ben piccola e decadente Italia, quella che opera nel settore della giustizia. Piccola come Pietracatella, il paesino in cui sono state avvelenate madre e figlia con una sostanza quasi sconosciuta. Indagini scientifiche, analisi affidate a un istituto tedesco, perquisizioni finanche nei computer delle scuole. Non sappiamo se l’assassino/a tremi o rida. E’ questa la tragedia ulteriore, come a Trieste, Garlasco e forse altrove. Chi tutela le vittime, i loro cari, chi dà un termine alle sofferenze di chi non è potuto stare lontano dalla giustizia? Chi scaccia sciacalli e avvoltoi, chi restituisce dignità alla stessa giustizia, nella quale dobbiamo pur confidare ? Garlasco, Italia.

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L’era del post-lavoro non sarà la fine dell’occupazione, ma un nuovo modo di organizzare le aziende

17 October 2026 at 03:45

Sentiamo ripetere continuamente che le in- credibili tecnologie in arrivo elimineranno la quasi totalità dei lavori. Forse tutto questo è vero. Al momento non sembra però che il risultato delle nuove tecnologie sia quello di elimina- re lavoro. Il lavoro sicuramente cambierà (come, d’altra parte, è sempre cambiato), ma che venga eliminato non è poi così si- curo. Anche in Giappone, che più di ogni altro Paese ha fatto la scelta di affidarsi alle nuove tecnologie, non si vede la scomparsa del lavoro, nemmeno nei settori in cui la robotica e le nuove tecnologie vengono usate più massicciamente. A livello di scenario possibile, è ovviamente concepibile la possibilità di una società senza lavoro, ma non credo che questo sia il punto centrale.

Molto più interessante è capire che l’idea contemporanea di lavoro è uno strato superficiale minimo dell’esperienza storica di lavoro. Dobbiamo stare attenti a non dare per scontato che l’esperienza degli ultimi cento o centocinquant’anni rappresenti un punto di arrivo senza alternative. D’altra parte, l’idea che il lavoro non sia la fonte onnicomprensiva della nostra identità è già visibile oggi, soprattutto tra i giovani. Cerchiamo di non dare per scontato che l’esperienza delle ultime generazioni sia universale. Il mondo del lavoro dalle 9 alle 5 rappresenta solo un breve istante dell’esperienza umana.

Se questo è vero, una società del post-lavoro non significa un modello in cui le persone occupano il proprio tempo libero giocando ai videogiochi, bevendo e drogandosi. Casomai, una società del post-lavoro è uno spazio in cui la natura del lavoro è stata radicalmente trasformata e l’occupazione tradizionale è diventata in gran parte obsoleta a causa del progresso tecnologi- co, di nuovi modelli sociali e di nuovi modelli organizzativi. Il progresso tecnologico sarà certamente importante, ma non sarà l’unico elemento determinante. I cambiamenti socia- li, per esempio l’invecchiamento della popolazione, saranno altrettanto rilevanti. A mio giudizio, l’elemento fondamentale della società del post-lavoro sarà quello dei cambiamenti organizzativi.

Il post-lavoro sarà lavoro che non dipenderà dagli attuali modelli organizzativi, che non si baserà su imprese tradizionali e sulla differenza tayloristica fra chi decide e chi esegue. Potrebbe anche essere una società che assume il modello cooperativo come suo fondamentale principio organizzativo e valoriale. Per capire come potrebbe essere una società che mette al centro del suo funzionamento il modello dell’impresa cooperativa non dobbiamo pensare alla salute dell’attuale movimento cooperativo. Vediamo invece le potenzialità del modello.

Già oggi, i dati raccolti da Erdal mostrano che molte aziende possedute dai lavoratori danno ottimi risultati, sono spesso più produttive, sopravvivono meglio delle aziende tradizionali nei periodi difficili, durano più a lungo, hanno un turnover dei dipendenti basso e offrono pure buoni servizi: i loro clienti tendono a valutarle più positivamente rispetto alla concorrenza strutturata in modo convenzionale6 . Il problema, caso- mai, risiede nell’ortodossia economica che proprio non riesce a credere che aziende di proprietà dei dipendenti possano es- sere la norma. Il nodo da affrontare diventa pertanto quel- lo della sottostante teoria economica.

Tratto da “Pensare l’impensabile” di Roberto Poli, Egea, 160 pagine, 18,81 euro

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