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Normal view

Milano, drammatico paradigma di un Occidente sempre meno inclusivo e sempre più diseguale

By: A A
24 October 2026 at 10:10

Milano assurge così a paradigma di un Occidente che esclude ed emargina, privo di prospettive, privo di un’autentica volontà di invertire la rotta, votato più o meno consapevolmente all’autodistruzione.

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Martedì 13 ottobre 2026 – mattina

Salone di rappresentanza del Comune di Milano, tra stucchi e affreschi, una composita schiera degli anziani più abbienti della città premia dei loro pari grado per età e per reddito, in mezzo a un effluvio di parole tanto vuote quanto altisonanti, un imbarazzante racconto di una città immaginaria, che esiste solo nelle chiacchiere dei loro ristretti circoli di amici e conoscenti, è tutta una narrazione di frizzi e lazzi, scoppiettanti meraviglie, luminose eccellenze, immancabili successi, se la suonano e se la cantano tra di loro, in mezzo a un tonitruante profluvio di aggettivi tutti superlativi, anzi, ultra – superlativi, un coretto autoreferenziale parossistico ed entusiastico in cui scambiano –  forse inconsapevolmente – lo specchio dentro cui si rimirano felici e beati per una finestra sulla città.

D’altronde si frequentano abitualmente e assolutamente solo tra loro nell’ora dell’aperitivo e della cena e non riescono a vedere null’altro che loro stessi, anche la cameriera che porta i piatti in tavola è una specie di fantasmatica presenza a suo modo sconosciuta ed evanescente, di cui a mala pena ricordano l’esotico nome peruviano o filippino. Sono i campioni della società neo – schiavile[1], inventata con maestria palazzinara dai maggiorenti politici della città, ogni vagonata di cemento, riversatasi su Milano nell’ultimo decennio in quantità impressionanti, ha avuto effetti sociali dirompenti e deflagranti aumentando il divario sociale, costruendo schiere di poveri, lavoratori a basso reddito e pensionati, con i primi spesso a servizio del sempre più ristretto, ma pur considerevole, cerchio dei benestanti.

Domenica 18 ottobre 2026 – pomeriggio

Come non fosse bastata la guerriglia urbana scatenatasi in piazza Duomo e tutto attorno, a margine della manifestazione di sabato 17 ottobre contro il caro – vita, il caro – carburanti, il prezzo sempre più proibitivo dei prodotti alimentari, le bollette aumentate di un terzo e per ciò stesso sempre più intollerabili, almeno per quella metà di milanesi che a fatica arriva alla terza settimana del mese, ecco che ragazzini a mala pena quattordicenni si danno appuntamento in branco per la domenica.

È rabbia pura, scriteriata e distruttrice, è odio per tutto quello che vedono e da cui sono esclusi. Spaccano e rubano, è un esproprio proletario compiuto da masse di ragazzini che non hanno nessuna consapevolezza di essere proletari, ma che in ogni caso si comportano in questo modo perché non vogliono essere proletari, ovvero l’ultimo gradino di una società pesantemente ingiusta, diseguale, escludente, hanno un istintuale desiderio di uguaglianza, ma non la sanno declinare in nessun modo, anche perché tanto è impossibile, il divario sociale non è colmabile, l’ammissione al ristretto circolo dei possidenti che possono permettersi di comprare e possedere quello che vogliono non li riguarda, purtroppo non tocca neppure tutte e tutti quei milanesi che son scesi in piazza pacificamente il giorno precedente.

Questi ragazzini sono fuori da tutto, vittime di una città e di una società in cui gli abbienti organizzano convegni sull’inclusività, in cui volano paroloni e discorsoni pieni di propositi, i quali terminano appunto all’ora dell’aperitivo.

Sono ragazzine e ragazzini cresciuti nelle periferie invisibili, povere, quelle in cui non arriva la metropolitana e gli autobus e i tram sono stati dimezzati negli ultimi anni, non credono in niente e in nessuno. Si muovono in branco, perché solo dentro il branco dei loro pari riconoscono quel minimo di uguaglianza che non trovano da nessuna altra parte.

Odiano la scuola, perché è vuota, perché non offre prospettive, perché usa parole antiche e a volte incomprensibili, perché i professori sono vecchi e hanno l’età dei loro nonni che stanno a Lima, al Cairo, a Manila, perché studiare molto difficilmente potrà permettere loro di emanciparsi dalla povertà, anzi è certamente inutile, perché tanto sanno già benissimo a dodici anni che i loro genitori non avranno mai i soldi per mandarli all’università.

Disprezzano i loro genitori, li disprezzano profondamente, con una rabbia che spesso cancella ogni affetto. Li guardano consumarsi di fatica per portare a casa il pane della sopravvivenza, donne e uomini italiani e più spesso di tutto il mondo che si alzano alle quattro del mattino, il papà per andare a pulire gli uffici degli abbienti, la mamma per sbrigare fino alle sei del mattino le questioni di casa propria e poi prendere anche lei quel bus che non arriva mai per andare a pulire le case di quegli stessi abbienti, per portare a passeggio i loro cani, per stirare le loro camicie e per preparare la loro cena. Gli uomini lavorano anche nell’edilizia, ogni cantiere è una babele di lingue, nell’urbanistica, là dove si rifanno marciapiedi e strade asfaltate si sente solo parlare arabo, chissà se per appalto diretto o subappalto, o purtroppo, come accade non di rado, per subappalto di un altro subappalto, fanno i custodi dei palazzi in cui gli abbienti a mala pena passando la mattina biascicano loro un annoiato “buongiorno”.

Lo schianto tra la città immaginaria, o per meglio dire reale per una ristrettissima minoranza, e quella reale, o per meglio dire dura e povera per la stragrande maggioranza, ha la violenza delle vetrine mandate in frantumi, così la società, come quei vetri sfondati, collassa senza lasciare margine alcuno di ricomposizione.

Un mondo peggiorato dall’individualismo, un universo  che ha perso ogni spazio sociale e collettivo in cui ritrovarsi e confrontarsi, in cui la fatica e il sacrificio sono visti come la condizione dello sfruttato neo – schiavile, non del lavoratore, anche perché il lavoratore riceve sempre meno diritti e meno rispetto e dunque ha sempre meno dignità.

Una società che coltiva il culto della ricchezza e che (auto)premia e (auto)celebra chi l’esibisce, che marginalizza e giudica negativamente chi da quella ricchezza è escluso.

Una società senza pietà, piena di un’arroganza diffusa e cattiva, che ha elevato l’esibizionismo della ricchezza e il disprezzo per chi non la possiede a massima espressione di giudizio verso le altre e gli altri.

Le ragazzine e i ragazzini delle periferie respirano questo clima tossico in cui l’avere è tutto e l’essere gli è totalmente subordinato.

Respirano la violenza del disprezzo che li marginalizza e a loro volta – come detto – hanno fatto proprio quel disprezzo al punto da riversarlo sui loro genitori, li osservano senza capirli, guardandoli schiacciati dalla fatica quotidiana, inginocchiati davanti all’arroganza e alla prepotenza degli abbienti.

I genitori tristi e sconfortati si interrogano mestamente su una società, quella occidentale, così violenta da aver distrutto qualsiasi valore, qualsiasi rispetto, qualsiasi affetto. Amano i loro figli, cercano di mostrare con il loro impegno quell’amore, ma appunto non sono capiti e non sono ricambiati, maturando indicibile interiore dolore.

È una società divaricata, del tutto frammentata e atomizzata, non vi è assolutamente alcun progetto per la costruzione di una città partecipata e condivisa, non esiste alcuna autentica volontà di una ricomposizione comunitaria.

È la deriva finale di una società priva di autentica empatia, di sincero interesse per il prossimo.

Ora il governo italiano vara leggi per la punibilità dei minorenni, aumenteranno i carcerati dei penitenziari minorili, un muro con le sbarre che terrà nascosta per un po’ una minuscola porzione del disagio sociale e giovanile.

Nulla più.

Milano assurge così a paradigma di un Occidente che esclude ed emargina, privo di prospettive, privo di un’autentica volontà di invertire la rotta, votato più o meno consapevolmente all’autodistruzione.

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[1]      Leggasi quanto già dettagliatamente spiegato in https://strategic-culture.su/news/2025/07/27/beppe-sala-sindaco-di-milano-inventore-della-post-modernita-neo-schiavile/

Crime Is Down in D.C., but Trump's National Guard Deployment Probably Isn't the Cause

22 October 2026 at 11:00
National Guard troops | Photo, left: Frédéric Marie/Alamy

One month after Washington, D.C., celebrated America's 250th anniversary, it marked a more ignominious milestone: a full year since President Donald Trump deployed thousands of National Guard soldiers to the capital.

The approximately 4,600 National Guard members have been an unavoidable presence in D.C., wandering the National Mall and downtown streets in groups of three or four, or standing idly in Metro stations chatting. Occasionally, they're tasked with picking up trash at parks. Tourists take selfies with them by the now-fenced-off Lafayette Square in front of the White House.

They're not going anywhere. The Trump administration is moving forward with plans to acquire up to 2,000 housing units to support long-term National Guard deployments. The Department of Defense has estimated that extending the mission from October 2026 through to the end of the Trump administration in January 2029 will cost about $1.4 billion.

According to the Trump administration, all of this has been necessary to transform D.C. "from a crime-ridden city into a safe and beautiful haven for residents and visitors alike."

Crime in D.C. is down 20 percent from 2025, according to the Metropolitan Police Department, but an August Reuters investigation found National Guard soldiers were involved in only a tiny fraction of arrests in the safer parts of the city, mostly for minor offenses such as shoplifting and turnstile jumping. Crime has been dropping nationwide, a trend that started before Trump took office and includes cities that aren't occupied by federal law enforcement and soldiers.

Even if the Guard presence has contributed to a drop in crime, it's a civil liberties nightmare. It puts untrained military in the role of policing civilians. It usurps local police departments that are ostensibly answerable to the communities they police, and it normalizes the deployment of military forces domestically—a red line for a free society.

"There's a deep irony that here we are in the capital of the free world, and our president is treating it like a police state," Scott Michelman, legal director of the ACLU of the District of Columbia, told PBS in August. "D.C. residents have lived with our National Guard troops in our neighborhoods for about a year, despite the absence of any genuine emergency and really any reason for them to be here."

Last November, a federal court preliminarily ruled that the deployment was illegal. However, an appeals court allowed the Trump administration to keep troops deployed in D.C. while it considers the administration's appeal of that ruling.

The appeals court decision is absurd. The appellate panel is fully aware that every day the case drags on is another day that D.C. residents are being subjected to a potentially illegal military occupation, and another day that taxpayers will foot the bill for a wasteful fit of presidential hubris.

The damages are compounding. The first anniversary of Trump's deployment of National Guard soldiers to D.C. should be the last.

The post Crime Is Down in D.C., but Trump's National Guard Deployment Probably Isn't the Cause appeared first on Reason Magazine.

THE ILLUSION OF CHOICE — Andrew Swedger

By: SGT
18 October 2026 at 05:21
from SGT Report: This is NOT satire: Doanld J. Trump is now considering Laura Loomer as the next White House Press Secretary after lyin’ “Lawyer” Katie Zacharia got the boot after just a week. Trump called Loomer ‘brilliant’ in a Truth Social post about Loomer who is lobbying for the position. It’s just par for […]

À beira da catástrofe a França intensifica a repressão contra o dissenso político

By: A A
17 October 2026 at 19:26

Macron, com 15% de aprovação, prepara guerra com Rússia e dissolve associação Egalité et Réconciliation de Alain Soral por “extremismo político”.

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Macron é, hoje, muito possivelmente, o presidente mais impopular do planeta, contando com apenas 15% de aprovação, segundo uma enquete Ipsos BVA-Cesi. Sob seu comando, a França se depara com a estagnação econômica (crescimento de 0,6% em 2025) e com o endividamento (120% do PIB). Sob Macron, a França viu também a desindustrialização acelerada do país, com as indústrias correspondendo a apenas 9% do PIB, menor patamar da União Europeia, e não surpreendentemente, o poder de compra despencou, com metade dos franceses dizendo que sua renda dá apenas para o essencial e apenas 70% dos cidadãos em idade ativa ocupando um posto de trabalho, atualmente.

Como se isso já não fosse o bastante, em aproximadamente 10 anos de governo Macron, aproximadamente 4 milhões de imigrantes entraram no país (muitos dos quais não trabalham, mas recebem benefícios sociais); quantia que torna impossível a absorção econômica bem como a assimilação etnocultural dos recém-chegados. Naturalmente, ao descontrole imigratório estão vinculadas taxas de criminalidade, favelização de centros urbanos e aumento das tensões sociais. Muitos franceses étnicos sentem-se demograficamente substituídos em sua terra natal, e não por acaso, tudo indica que Marine Le Pen ganhará (finalmente) as eleições presidenciais francesas em 2027.

Não sabemos quais seriam os resultados de uma presidência Le Pen e é razoável ser cético a respeito, mas claramente o atual curso da França é perigosíssimo, inclusive em sua política externa.

Gradualmente, nos últimos 2 anos, começaram a aparecer inúmeros sinais de que Macron estaria preparando o país para uma guerra com a Rússia. O governo francês criou um serviço militar voluntário e aprovou a expansão das forças armadas permanentes a 275 mil homens, bem como um aumento orçamentário para a defesa. O general Fabien Mandon, do Estado-Maior, afirmou em 2025 que a França deveria se preparar para um conflito de alta intensidade com a Rússia no prazo de três a quatro anos, e agora em setembro de 2026 Macron declarou que a França “poderia” se tornar alvo de drones explosivos. Constantemente, também, se ouve discursos sobre a necessidade de transformar a economia francesa numa “economia de guerra”.

Por isso, talvez seja surpreendente para muitos (mas não para nós) que em meio a tudo isso que tem acontecido no país, o governo Macron ainda encontre tempo para a implementação de um aparato de censura e repressão de níveis totalitários.

Sua nova vítima é a associação Egalité et Réconciliation (Igualdade e Reconciliação), criada pelo sociólogo e escritor Alain Soral. A associação se identifica como “nacionalista de esquerda” e tem como principal slogan “esquerda do trabalho, direita dos valores”, apelando a uma superação da falsa dicotomia entre esquerda e direita e, ainda mais importantemente, por uma reconciliação nacional entre todos os setores sociais; em anos recentes, ela esteve envolvida nas manifestações dos Coletes Amarelos, em algumas atividades ligadas ao partido Reagrupamento Nacional (apesar de, simultaneamente, manter uma postura de “crítica construtiva” contra certas tendências sionistas e liberais presentes no partido) e à militância pró-Palestina.

Ocorre que, no dia 9 de outubro, o Ministro do Interior do governo de Macron, Laurent Nuñez, anunciou a abertura de um procedimento de dissolução contra a associação Egalité et Réconciliation, sob a acusação de “extremismo político”. A sua equipe jurídica recebeu um prazo de 1 semana para se defender, e a decisão a respeito deve ocorrer, ainda, em outubro.

O próprio Alain Soral é uma figura de elevado espírito inconformista, razão pela qual já foi vítima de incontáveis perseguições judiciais – dezenas de fato – majoritariamente por “delitos de opinião”, ou seja, por comentários críticos contra pessoas específicas ou “minorias protegidas”. Em condenações, Soral já acumulou milhões de euros a serem pagos em indenização para ONGs globalistas diversas, soma obviamente impagável, bem como já foi encarcerado algumas vezes, também pelos mesmos motivos. A perseguição judicial foi tão intensa que Soral teve que se exilar de sua pátria, primeiro na Suíça e depois na Rússia.

Agora, para além das justificativas oficiais, por qual motivo o Estado francês baniria uma organização relativamente pequena e de poucos recursos financeiros?

É possível analisar o “ângulo” da presença de Alain Soral na Rússia, em mais de um sentido. Primeiro, porque ao estar na Rússia Soral finalmente tornou-se imune à constante perseguição judicial e às ameaças de prisão que ele sofria na França, ao mesmo tempo em que seguia tomando parte ativa no debate político e cultural francês, mesmo à distância. Nisso, ele era capaz de exercer e expandir a sua influência, “sob a proteção dos russos”, o que certamente alimenta as típicas paranoias atuais da elite francesa sobre uma “guerra informacional” russa.

Existe, porém, também um aspecto interno. Recentemente, Alain Soral voltou a ser bastante comentado pela mídia francesa por dois motivos. Um é o “caso Bardella”, o qual diz respeito à descoberta de supostos escritos “politicamente incorretos” de Jordan Bardella, presidente do partido Reagrupamento Nacional, e à informação de que em sua juventude a principal influência intelectual de Bardella era Alain Soral. O segundo é uma pesquisa de opinião indicando que 15% dos homens franceses com menos de 35 anos de idade se identificam com as ideias de Soral.

Isso às vésperas das eleições presidenciais representa um risco significativo para Macron e para o establishment francês. Ainda que, aparentemente, não haja chance de vitória para qualquer candidato contra Le Pen, não podemos duvidar da possibilidade de manipulação do processo eleitoral, tal como aconteceu na Romênia.

Esse silenciamento é ainda mais preocupante pelo fato de que Soral e o E&R serem praticamente os únicos personagens socialmente e culturalmente relevantes na França hoje que defendem a reconciliação nacional e que evitam a incitação do tensionamento interno, promovido pelos elementos mais islamofóbicos do RN e pela própria liderança do LFI de Mélenchon com seu “exército” de antifas e imigrantes.

The new technology in vehicles that constantly monitors you is getting out of control

By: SGT
15 October 2026 at 09:00
The new technology in vehicles that constantly monitors you is getting out of control This American went out of town so she got a rental car. She’s in a new place with beautiful scenery so she’s looking around at it as she drives. This is unacceptable for the car “Every time I look to the […]

THE EYE OF SAURON: ‘Government’ is Legalized MAFIA — CHRISTOPHER JAMES

By: SGT
15 October 2026 at 04:53
from SGT Report: Are we still “winning” as promised? You tell me. Are your bills shrinking or getting larger with each passing month? Covid “vaccines” are being pushed on pregnant women and newborns again as the war for your mind wages on and on. Christopher James ‘A Warrior Calls’ joins me to discuss some of […]

The Posse Comitatus Presidency: Trump’s Standing Army On American Streets

13 August 2026 at 16:43
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At least things haven't gotten this bad...yet. In 1933's "Gabriel Over The White House," President Walter Huston — frustrated that the House and Senate won't...

The Number Of Regular People Being Arrested For Protesting Data Centers Is Astounding

5 August 2026 at 15:37
This isn’t just about violations of Free Speech; it is about the complete trashing of the First Amendment and the right of citizens to protest and express their dissent.  Overzealous police plus cowardly city councils point out just how far we have been sucked down the rabbit hole. President Trump campaigned on restoring Free Speech, but his Administration has done just the opposite ever since. ⁃ Patrick Wood, Editor.

It takes a lot to get your typical white-bread American riled up enough that they’re willing to go to jail. Getting arrested is a massive pain, bringing court dates, fines, and a record that can shadow your job and housing prospects for the rest of your life.

For most folks, just the threat of jail time is enough to keep them on their best behavior. Yet in 2026, data centers have become one of the rare issues pushing more and more of Americans to risk it anyway.

So far in the US, Futurism has counted at least 37 arrests stemming from protests related to data centers this year. There were an additional 12 cases where police intervened to prevent protestors or speakers from confronting civic leaders, though in reality that number is likely much higher, as these cases aren’t as likely to make the news.

Unlike in other moments of political unrest in recent memory, it’s hard to pigeonhole these anti-data center activists demographically. They range from landowning farmers to physics teachers, zoomers to boomers, rural townspeople to suburban parents.

Despite their differences, the arrestees all have one thing in common: they each felt the actions of democratically elected officials are failing to reflect the wishes of their constituents, instead deferring to massive tech corporations.

Take the case of 42-year old Pablo Payan, a maintenance manager from Indiana. During a public meeting in May held to discuss plans to erect a massive Amazon data center in the city of Hobart, Payan refused to identify himself for the record before speaking, resulting in an attempted removal by police.

As officers were escorting him out, Payan says he asked why he was being removed, which prompted officers to place him under arrest for criminal trespass and disorderly conduct.

“In my opinion, I was kicked out to prove a point that the law is on their side and if people continue to try and express themselves and speak, they will also be intimidated or arrested by law enforcement,” Payan told Fox32 after the fact. “So I think it was a flex of power.”

Far from the “anti-tech extremism” that law enforcement agencies and the Trump administration have warned about, these demonstrations are overwhelmingly peaceful, escalating into physical confrontations only when police lay hands on a person to remove them. Many of the charges come when anti-data center activists break petty clerical rules, like going slightly over the allotted time for a public comment.

Lux Claridge, a physics teacher from Emporia, Kansas, is an exemplar of the absurd ways civic leaders can weaponize police to stifle dissent. At a public meeting earlier this month, Claridge was arrested after clapping in support of another community member speaking out against a proposed 1,000 acre data center campus — running afoul of a commissioner’s rule against “snapping” and “clapping.”

“I am fully of the notion that clapping is a First Amendment right that I have,” Claridge said in an interview with 404 Media after the fact. “I can exercise that as long as I’m not disrupting, and I still argue that I was not disrupting at all.”

“I have a right to clap,” Claridge continued, “and if you want me out, you’re going to have to drag me out.”

Read full story here…

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