Circa 500 persone hanno partecipato al corteo spontaneo organizzato a Napoli contro il carovita. “Dovremmo essere molti di più – dice con rammarico una manifestante – stanno manifestando per lo più i ragazzi e invece dovremmo essere soprattutto noi adulti a scendere in piazza e protestare”. Il corteo promosso sui social è partito da piazza Garibaldi e si è diretto verso corso Umberto senza particolari tensioni. In strada studenti, giovani e cittadini con cartelli e slogan dedicati all’aumento dei prezzi e alla perdita di potere d’acquisto. “È un popolo in ginocchio – ci dice una manifestante – si lavora e non si arriva alla fine del mese, noi rivendichiamo il diritto a vivere e non di sopravvivere”. La manifestazione si è svolta in modo pacifico ed è terminata in Piazza Municipio davanti la sede del comune partenopeo. Qui i manifestanti hanno chiesto alle forze dell’ordine di rimuovere i caschi di ordinanza in segno di vicinanza al popolo. Gli agenti hanno risposto allentando il cordone di sicurezza vista la natura assolutamente pacifica della protesta.
L’economia italiana continua a crescere, ma il caro energia mette a rischio la ripresa e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, il Pil aumenterà di circa l’1% nel 2026, mentre l’inflazione ha raggiunto il 4,2% a settembre. Nonostante la tenuta dell’occupazione, le retribuzioni reali restano oltre nove punti percentuali inferiori ai livelli del 2020.
Servizi in crescita, industria debole: nel terzo trimestre il Pil avanza di uno o due decimi
L’Italia continua a crescere a “ritmi moderati”, ma i rincari energetici e l’aumento dei prezzi rischiano di frenare ulteriormente l’economia. La Nota sulla congiuntura di ottobre 2026 dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) conferma una previsione di crescita del Pil intorno all’1% per quest’anno, sostanzialmente in linea con quella del governo. A preoccupare sono soprattutto l’inflazione al 4,2% e la nuova riduzione dei salari reali, che continuano a perdere potere d’acquisto.
Nei primi sei mesi dell’anno il Pil italiano è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre e dello 0,2% nel secondo, mostrando un andamento simile a quello dell’Area Euro. Per il terzo trimestre, i modelli dell’Upb indicano un ulteriore aumento compreso tra uno e due decimi di punto percentuale. A sostenere l’attività economica è soprattutto il settore dei servizi, mentre l’industria continua a mostrare segnali di debolezza. La fiducia delle imprese è migliorata in primavera, ma l’incertezza economica rimane elevata.
La previsione di crescita per il 2026 è “coerente con la previsione formulata per la validazione del quadro macroeconomico del Dpfp 2026 (1,1%)”, osserva l’Upb, che sottolinea come “il quadro resta provvisorio in attesa dei dati Istat di fine ottobre, mentre i rischi sono prevalentemente al ribasso a causa di tensioni geopolitiche, prezzi e condizioni di finanziamento”.
Le maggiori difficoltà riguardano il potere d’acquisto delle famiglie. Il mercato del lavoro continua a mostrare una buona tenuta, con un aumento dell’occupazione e della partecipazione, ma la crescita dei prezzi sta erodendo nuovamente il valore delle retribuzioni.
“Prosegue la fase espansiva del mercato del lavoro, aumenta l’occupazione e la partecipazione, ma le retribuzioni in termini reali hanno ripreso a ridursi e sono inferiori a quelle del 2020 per oltre nove punti percentuali”, rileva l’Ufficio parlamentare di bilancio.
L’inflazione, arrivata al 4,2% a settembre, è stata alimentata soprattutto dai rincari dell’energia, risultati più marcati in Italia rispetto alla media dell’Area Euro. L’aumento dei costi si è concentrato principalmente sulle componenti direttamente esposte, come abitazione, acqua, elettricità, gas, combustibili e trasporti.
Rispetto alla crisi energetica del 2021-2022, quando gli aumenti si erano rapidamente estesi ai prezzi alimentari e ai servizi, la trasmissione dei rincari alle altre componenti dell’inflazione è stata finora più contenuta. A limitare gli effetti hanno contribuito minori problemi nelle catene di approvvigionamento, aumenti meno pronunciati delle materie prime agricole e una risposta più tempestiva della politica monetaria.
Da settembre, tuttavia, l’Upb rileva i primi segnali di diffusione degli aumenti anche ai prezzi dei trasporti, degli ortaggi e dei legumi. Contemporaneamente crescono le aspettative di inflazione di famiglie e imprese, mentre si intensificano le pressioni sui prezzi nelle prime fasi della produzione.
L’economia italiana rimane quindi esposta agli effetti dello shock energetico, alle tensioni geopolitiche internazionali e al peggioramento delle condizioni di finanziamento. Secondo l’Upb, questi fattori potrebbero compromettere le prospettive di crescita nei prossimi mesi, nonostante la tenuta dei servizi e dell’occupazione.
L’era dei voli low cost potrebbe essere finita. Nel 2027 le tariffe aeree in Europa potrebbero registrare rincari record fino al 20%, mettendo a segno uno degli aumenti più marcati della loro storia recente.
A lanciare l’allarme è Michael O’Leary, ceo di Ryanair, secondo cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il conseguente caro-petrolio rischiano di travolgere i margini operativi di tutto il comparto.
Le dichiarazioni del ceo di Ryanair
Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Bruxelles nella giornata di oggi, il numero uno del primo vettore low cost europeo ha tracciato uno scenario di forte rincaro per i prossimi dodici mesi:
vedremo, a mio avviso, il più grande aumento delle tariffe aeree mai registrato in Europa
ha dichiarato O’Leary, sottolineando come neanche un incremento così marcato dei prezzi dei biglietti e degli eventuali supplementi carburante possa bastare a compensare la violenta impennata dei costi energetici.
Perché le compagnie aeree low cost rischiano perdite
Il fattore di maggiore vulnerabilità per le compagnie risiede nella gestione delle coperture finanziarie contro le oscillazioni del carburante. Ryanair e tutti gli altri vettori europei che finora hanno permesso a una generazione intera di volare a prezzi contenuti si trovano ad affrontare questo periodo ampiamente scoperti rispetto al rincaro del greggio.
O’Leary ha spiegato che Ryanair è coperta soltanto per il 15% del fabbisogno del prossimo anno. Questo significa che l‘85% del carburante necessario per garantire il servizio resta esposto alle oscillazioni del mercato.
A complicare il quadro c’è anche il cambio delle abitudini dei viaggiatori, che tendono a posticipare sempre di più l’acquisto dei biglietti, rendendo complessa e imprevedibile la pianificazione operativa dei voli.
La combinazione tra caro-carburante e pressione fiscale porterà il vettore a ridurre la propria presenza in Francia e Belgio in risposta all’aumento delle imposte locali, mentre sul fronte industriale si attende per gennaio la consegna del primo Boeing 737 Max 10 (con altri 16 aeromobili previsti entro aprile) per cercare di efficientare i consumi.
Il tramonto del low cost
I titoli del settore riflettono già la gravità della crisi: Ryanair ha ceduto fino al 2,1% in borsa, con una flessione del 25% da inizio anno che rischia di rendere il 2026 l’anno peggiore per il titolo dal 2018.
Secondo O’Leary, questa morsa tra caro-petrolio, fisco e vincoli operativi ridisegnerà il mercato, spingendo fuori le compagnie più fragili.
Il settore mostra già i primi segnali di riassestamento. Vettori come Air Baltic e la spagnola Volotea sono impegnati in complessi processi di ristrutturazione aziendale. Lufthansa ha superato Air France-Klm nell’acquisizione di una quota della portoghese Tap, mentre il fondo Apollo Global Management valuta il rilevamento di EasyJet.
Tegola per i dipendenti Volkswagen di tutto il mondo: per loro quattro anni senza aumenti di stipendio, e proprio mentre l’inflazione continua a rosicchiare il potere d’acquisto.
È lo scenario che potrebbe attendere circa 660mila dipendenti di Volkswagen in tutto il mondo, dopo l’indicazione del consiglio di amministrazione di congelare le retribuzioni ai livelli del 2026 fino al 2030.
Volkswagen, stipendi bloccati fino al 2030
Il piano, riportato dalla stampa tedesca, ha infervorato i sindacati, già in allarme per la crisi del Gruppo Volkswagen.
La richiesta sarebbe stata trasmessa ai responsabili delle risorse umane nei diversi Paesi e, secondo le ricostruzioni, le nuove linee guida sarebbero operative dal quarto trimestre del 2026.
Volkswagen non ha commentato l’indiscrezione, ma ha annunciato che avvierà a breve le trattative per il contratto collettivo con IG Metall, il principale sindacato metalmeccanico tedesco.
Secondo le stime riportate dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, il potere d’acquisto dei dipendenti potrebbe diminuire fino al -10% nei prossimi anni a causa dell’inflazione.
Volkswagen verso la ristrutturazione
Il congelamento delle retribuzioni sarebbe solo una delle misure sul tavolo. Secondo la stampa tedesca sarebbero in fase di valutazione anche (alcune iniziative sono già note per la verità):
la riduzione della retribuzione variabile legata a risultati e obiettivi;
il taglio dei benefit;
orientamento alla maggiore produttività aumentando l’efficienza sul lavoro;
più flessibilità negli orari di lavoro;
riduzione degli straordinari;
tagli al personale.
Il Global Works Council di Volkswagen (il Consiglio mondiale dei rappresentanti dei lavoratori del Gruppo Volkswagen) ha contestato l’idea che il consiglio di amministrazione possa imporre dall’alto anni di perdite salariali reali a centinaia di migliaia di lavoratori. E c’è poi una contestazione relativa alla sostanza: secondo i calcoli del Consiglio, persino un dimezzamento del tutto irrealistico della scala salariale interna ridurrebbe il costo di un veicolo soltanto del 5%.
Lo scontro si preannuncia durissimo, anche in considerazione del fatto che IG Metall punta invece a chiedere aumenti salariali del 5% per l’intera categoria dei metalmeccanici.
Volkswagen, licenziamenti e chiusure: le ipotesi
A settembre il Gruppo ha concordato con i rappresentanti dei lavoratori il raddoppio dei tagli occupazionali previsti, portando l’obiettivo a 100mila posti di lavoro, pari a circa il 15% della forza lavoro.
Il piano si accompagna alla possibile chiusura di quattrostabilimenti tedeschi:
Emden;
Hannover;
Zwickau;
Neckarsulm.
Le decisioni sulle fabbriche sono attese nel 2027, mentre per il sito di Osnabrück è stata raggiunta un’intesa preliminare con il fondo israeliano Aurelius Capital per una riconversione in un polo tecnologico dedicato alla sicurezza e alla difesa.
L’obiettivo è ottenere risparmi per miliardi di euro. Il Gruppo vuole inoltre tornare a un rendimento operativo di almeno l’8% entro il 2030.
Nel terzo trimestre, le consegne globali del Gruppo sono diminuite del -14,3%. Il calo ha raggiunto il -38,5% in Cina, mentre in Nord America la flessione è stata del -5,8% e in Europa occidentale del -2,8%. Ad agosto, l’amministratore delegatoOliver Blume aveva definito la situazione “più che critica”. In Europa la domanda è in diminuzione e gli impianti del Gruppo presentano una sovraccapacità stimata in circa 500mila veicoli all’anno.
A pesare sono diversi fattori:
la domanda più debole in Cina;
i dazi statunitensi;
la crescente concorrenza nel mercato europeo.
Ma la difficoltà non riguarda soltanto Volkswagen: secondo l’Ifo (Istituto per la ricerca economica di Monaco), l’industria automobilistica tedesca, considerando costruttori e indotto, ha già perso 123mila posti di lavoro dal 2019.
L’alta inflazione incide sull’andamento della finanza pubblica e sul funzionamento delle regole europee. Sono due le questioni principali: il trattamento del fiscal drag e i margini di flessibilità rispetto a un percorso di spesa pubblica fissato nel 2024.
Il premio 2026 riconosce il contributo dei due studiosi alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Li unisce il ruolo delle aspettative sul futuro: consumatori e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani.
La crescita nominale dei fondi universitari nasconde una riduzione delle risorse reali per studente. Durante il governo Meloni, gli aumenti dei finanziamenti hanno sostanzialmente compensato l’inflazione, ma non l’ampliamento del numero degli iscritti.
In Francia si torna a parlare di cancellazione del debito pubblico detenuto dalla banca centrale. Se è una tantum, è teoricamente possibile e può anche non avere conseguenze immediate. A lungo temine, però, può comprometterne la capacità operativa.
Se la banca centrale è come l’autista di un autobus, allora lo spazio fiscale si può interpretare come una cintura di sicurezza. Nell’Eurozona il volante è unico, affidato alla Bce, ma le cinture sono tante quante i paesi membri. Quali sono le conseguenze?
Fare pressione sulla banca centrale può far salire i rendimenti dei titoli a lunga scadenza. Eppure, il costo reale del debito può comunque diminuire. I meccanismi che fanno capire perché i risparmiatori non vendono e accettano rendimenti reali più bassi.
Senza conti pubblici credibili, alzare i tassi può aggravare l’inflazione. Ma assecondare il governo può compromettere la credibilità della banca centrale. La via d’uscita richiede un aggiustamento fiscale possibile e una rivendicazione d’indipendenza.
La Bce lavora all’introduzione dell’euro digitale. Seppure molto diversa, l’iniziativa richiama il Chicago Plan nato come risposta alla Grande Depressione. Non un progetto contro le banche, ma un nuovo equilibrio tra iniziativa privata e moneta pubblica.
Per sapere se la contrattazione collettiva ha protetto i salari dall’inflazione bisogna confrontare i minimi di oggi con quelli precedenti allo shock, usando una base comune e distinguendo tra parametro contrattuale e costo della vita effettivo.
L’euro digitale può rafforzare la sovranità monetaria, ma non arriverà prima del 2029. Per ridurre subito la dipendenza dai circuiti di pagamento extra-Ue basta usare meglio bonifici istantanei, Tips e regole comuni. Il Pix brasiliano indica la strada.
La contrattazione collettiva è riuscita o no a garantire il recupero del potere d’acquisto perso dai lavoratori con la fiammata inflazionistica iniziata nel 2022? Alcuni dati suggeriscono che il giudizio dovrebbe essere meno negativo di quanto si crede.
Una stretta monetaria energica può riportare stabilmente l’inflazione all’obiettivo solo se il bilancio pubblico è in grado di assorbirne il costo. Altrimenti la disinflazione perde credibilità e i rendimenti a lungo termine segnalano il rischio di una sbandata.
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Con il Ddl di assestamento del bilancio dello stato per il 2026, il governo ammette che negli ultimi anni il drenaggio fiscale ha accresciuto il prelievo reale sui redditi. Per le regole europee, ciò ha permesso la creazione di spazi fiscali aggiuntivi.