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Manovra, in arrivo 5 miliardi dal settore finanziario: cosa cambia per le banche e le fusioni

24 October 2026 at 11:39

La manovra 2027 prevede un contributo di circa 5 miliardi di euro da banche e assicurazioni. Le nuove misure fiscali arrivano mentre il sistema bancario italiano è attraversato da fusioni e acquisizioni, con possibili conseguenze sugli investimenti e sulle strategie degli istituti di credito.

Manovra 2027, nuovi contributi dalle banche: cosa prevede il Governo

Il Documento programmatico di bilancio, approvato dal Consiglio dei ministri il 13 ottobre, prevede un contributo del settore finanziario pari allo 0,21% del Pil nel 2027, allo 0,13% nel 2028 e allo 0,10% nel 2029. Le modalità del prelievo dovranno essere definite nel testo della legge di Bilancio. Le nuove entrate serviranno a finanziare parte degli interventi previsti dalla manovra, ma il possibile aumento della pressione fiscale preoccupa gli operatori impegnati in processi di aggregazione.

Secondo quanto Antonio Uricchio, professore ordinario di Diritto tributario all’Università di Bari, sulle pagine de Il Sole 24 Ore, la stabilità normativa è fondamentale per consentire agli istituti di pianificare investimenti e acquisizioni. “La continuità delle regole è centrale per gli investitori e per le operazioni di consolidamento, programmate su orizzonti pluriennali anche in base alle aspettative sul trattamento fiscale”, osserva Uricchio.

Extraprofitti bancari e Irap, quali tasse pagano già gli istituti

Le nuove misure dovranno coordinarsi con le disposizioni fiscali introdotte negli anni precedenti. La normativa del 2023 sugli extraprofitti bancari consentiva agli istituti di evitare il versamento dell’imposta straordinaria accantonando una riserva non distribuibile pari ad almeno due volte e mezzo il tributo.

La legge di Bilancio 2026 ha successivamente previsto un meccanismo di affrancamento delle riserve, con aliquote del 27,5% e del 33%, a seconda dell’esercizio di riferimento. Per il triennio 2026-2028 è stato inoltre disposto un aumento di due punti percentuali dell’Irap per banche e assicurazioni, con le esclusioni previste dalla legge.

Secondo Uricchio, la disciplina dovrebbe chiarire anche il trattamento delle riserve e dei contributi straordinari quando un istituto ne acquisisce un altro. Nelle fusioni entrano infatti in gioco imposte anticipate, deduzioni differite e vincoli sulle riserve, elementi che possono modificare il costo complessivo delle operazioni.

Intesa Sanpaolo-Mps, il risiko bancario verso il 29 ottobre

Il confronto sulle nuove imposte coincide con una settimana particolarmente intensa per il mercato bancario. Il 21 ottobre Intesa Sanpaolo ha comunicato l’iscrizione dell’aumento di capitale destinato a finanziare l’offerta pubblica di acquisto e scambio su Monte dei Paschi di Siena.

Il prossimo appuntamento è fissato al 29 ottobre, quando l’assemblea degli azionisti di Mps sarà chiamata a pronunciarsi anche sulle operazioni alternative riguardanti Banco Bpm e Banca Generali. L’eventuale approvazione di alcune di queste proposte renderebbe inefficace l’offerta di Intesa Sanpaolo, secondo le condizioni comunicate dall’istituto.

Le aggregazioni bancarie puntano a rafforzare il patrimonio degli intermediari, ridurre i costi operativi e sostenere gli investimenti tecnologici. Un quadro fiscale incerto può però complicare la valutazione economica delle acquisizioni. Per Uricchio, regole specifiche e prevedibili sulle operazioni straordinarie consentirebbero agli istituti di calcolare con maggiore precisione gli oneri fiscali, favorendo il consolidamento del sistema bancario italiano e la sua competitività sul mercato europeo.

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La grande tentazione extraprofitti, tra banche e petrolieri d’oro

23 October 2026 at 19:26

Ricetta per una legge di Bilancio in tempi di magra: tritare profitti, meglio se extra, tassare a piacere e puntare a (ri)vincere le elezioni. La pietanza va di moda nel ristorante di Palazzo Chigi. L’aver fallito per pochi decimali l’uscita dalla procedura di infrazione costringe il governo a uno slalom tra i paletti del deficit. Giocoforza deve cercare i soldi là dove ci sono. La caccia ai cento forzieri d’Italia è aperta. Il faro si è acceso, come da qualche anno puntualmente accade, sulle banche.

Nei soli primi sei mesi dell’anno i cinque istituti bancari più importanti del Paese – vale a dire Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper – hanno realizzato più di 15 miliardi di profitti, in rialzo del 3,7% rispetto al medesimo periodo di un anno fa. Dopo il periodo buio dei tassi a zero, con cui la Bce aveva costretto il mondo del credito. Confrontarsi, il ritorno a uno scenario più normale ha riportato il sereno sui conti delle banche. Complice anche una scelta ben precisa: quella di non remunerare più, come invece veniva fatto in passato, i conti correnti. Dunque le banche guadagnano dagli interessi passivi, grazie a mutui e finanziamenti, e risparmiano su quelli attivi. Una scelta ben precisa di business, aiutata da altri motori che nel tempo si sono aggiunti, quali le commissioni e la crescita impetuosa del peso della (remunerativa assai) attività assicurativa.

L’azzeramento degli interessi ha alimentato a lungo la teoria degli extraprofitti, utili che senza questa piccola manovra sui conti (costano poco ma remunerano zero) e l’incentivo al risparmio gestito e assicurativo, sarebbero stati bene inferiori. Perciò anche quest’anno Palazzo Chigi sta guardando alle banche per avere risorse per la Finanziaria, mandando su tutte le furie banchieri e il banchiere dei banchieri, il presidente dell’Abi Antonio Patuelli che grida allo scandalo: “Pacta sunt servanda”, i patti vanno rispettati, dice. Giancarlo Giorgetti, invece, conta di ricavare 5 miliardi.

Ma la rivolta dei banchieri in grisaglia costringe il governo a guardarsi intorno in cerca di altre prede da tassare. Ci sono le società elettriche, per esempio. Sul banco degli imputati c’è l’aumento del gas, impetuoso quanto il petrolio visto che negli ultimi sei mesi è raddoppiato da 44 fin oltre 84 euro al MWh a causa delle crisi, energicamente sensibilissime, in Ucraina e in Iran. C’è però un tema di cui a Roma si stanno rendendo conto. Le società elettriche comprano il gas come chiunque altro. Le energie rinnovabili, che potrebbero trarre beneficio dal prezzo di mercato determinato dalla fonte più costosa necessaria in un dato momento, cioè il gas, spesso vengono vendute separatamente e in anticipo, con contratti a lungo termine. Morale: negli ultimi due anni in Italia le società registrano utili in calo. Ci sono profitti, ma tutt’altro che extra. E tassarli sarebbe un surplus di accanimento, come si sgola il presidente di Elettricità Futura, Salvatore Pinto.

Non resta che un altro target: i petrolieri. I governi di mezza Europa da tempo si sono accorti che qualcosa da queste parti non va. In questo complesso 2026 il Brent, prezzo di riferimento del greggio del Mare del Nord, è passato da 60 a 130 dollari. E il lavoro del petroliere è tutto sommato lineare: scoprire i giacimenti, sfruttarli e surfare sull’onda dei prezzi impazziti e acuiti dalla scarsità di raffinerie, raddoppiando facilmente i profitti, come puntualmente i colossi del settore stanno registrando in questi giorni. Così, mentre i camionisti bloccano tutto per un gasolio divenuto insostenibile nei prezzi, lasciando il Sud con scaffali desolatamente vuoti, ci sono azionisti che festeggiano tra dividendi straordinari e buyback rinforzati. Per gli economisti, parlare di extraprofitti è un’aberrazione, un peccato mortale: il libero mercato ha come limite il cielo, vi diranno. Ma convincere di questo un governo alle prese con ristrettezze e piazze coi nervi a fior di pelle è tutto un altro discorso.

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