❌

Normal view

Manovra 2027, ipotesi aumenti Ires e Tobin Tax per banche e operazioni in Borsa

27 October 2026 at 11:41

Tra le ipotesi allo studio in vista della Legge di Bilancio 2027 spunta anche una nuova stretta fiscale su banche, assicurazioni e operazioni finanziarie. Il Governo starebbe pensando ad un aumento dell’addizionale Ires, al rialzo della Tobin Tax sulle transazioni di Borsa e ad ulteriori limitazioni all’utilizzo dei crediti d’imposta. Il pacchetto di interventi dovrebbe contribuire a garantire 5 miliardi di euro di maggiori entrate nel 2027, secondo quanto indicato nel Documento programmatico di bilancio.

Manovra 2027, ipotesi Ires verso il 30%

L’Ires, imposta diretta e proporzionale applicata sul reddito complessivo netto delle società di capitali, degli enti commerciali e delle cooperative, è attualmnete al 24%. Tra le ipotesi considerate dal Governo per la Manovra 2027 c’è l’idea di aumentare l’imposizione al 30%.

L’intervento consentirebbe di incrementare il gettito derivante dagli utili degli istituti di credito e rappresenterebbe una delle componenti del contributo richiesto al settore finanziario. La proposta dovrà però essere discussa con le associazioni di categoria, che hanno già manifestato perplessità sull’introduzione di nuovi oneri.

Le banche ricordano infatti l’accordo raggiunto in occasione della precedente Legge di Bilancio, che prevedeva un contributo complessivo di circa 10,5 miliardi di euro attraverso diversi interventi fiscali.

Tobin Tax, possibile aumento fino allo 0,60% sulle operazioni finanziarie

Un altro intervento riguarda la Tobin Tax, l’imposta applicata a determinate transazioni finanziarie, tra cui l’acquisto di azioni e alcuni strumenti partecipativi.

In questo il Governo starebbe valutando un aumento delle aliquote attualmente previste.  Per le operazioni soggette all’imposta effettuate sui mercati regolamentati e sui sistemi multilaterali di negoziazione, l’aliquota potrebbe passare dallo 0,20% allo 0,40%.

Per gli acquisti effettuati al di fuori di questi mercati, invece, il prelievo salirebbe dallo 0,40% allo 0,60%. Le proposte riguardano le operazioni su titoli che rientrano nell’ambito di applicazione della tassa, nel rispetto dei requisiti previsti dalla normativa, tra cui quelli relativi alla capitalizzazione delle società.

Anche le operazioni di negoziazione ad alta frequenza potrebbero subire un aumento, con il passaggio dell’aliquota dallo 0,04% allo 0,06%.

Quanto potrebbe aumentare il costo degli investimenti in Borsa

L’eventuale rialzo della Tobin Tax avrebbe conseguenze anche per gli investitori che effettuano operazioni soggette all’imposta. Per esempio, su un acquisto di azioni del valore di 10mila euro effettuato su un mercato regolamentato, un’aliquota dello 0,20% corrisponde a un’imposta teorica di 20 euro.

Con il passaggio allo 0,40%, il prelievo salirebbe a 40 euro. Per la stessa operazione effettuata al di fuori di un mercato regolamentato, l’eventuale aumento dallo 0,40% allo 0,60% porterebbe l’imposta teorica da 40 a 60 euro.

Si tratta di esempi di calcolo riferiti a operazioni interamente imponibili, senza considerare eventuali esenzioni, esclusioni o particolari modalità di determinazione della base imponibile. Non tutte le compravendite di strumenti finanziari sono infatti soggette alla Tobin Tax.

Crediti d’imposta Dta, ipotesi di blocco per tutto il 2027

Il pacchetto fiscale potrebbe comprendere anche nuove limitazioni relative alle Dta, le imposte anticipate che, in presenza delle condizioni previste dalla legge, possono essere trasformate in crediti d’imposta. Una delle proposte prevede di sospendere per tutto il 2027 la trasformazione di determinate quote di Dta in crediti utilizzabili in compensazione.

La misura potrebbe riguardare banche, assicurazioni e altre imprese interessate dalle disposizioni fiscali sulle imposte anticipate. Un secondo intervento allo studio riguarda la possibilità di cedere a terzi i crediti d’imposta derivanti dalle Dta, con l’introduzione di restrizioni finalizzate a contrastare operazioni irregolari.

Manovra, sconto Irpef agli under 35 e contributo dalle banche di 5 miliardi

27 October 2026 at 08:05

Manovra, sconto Irpef agli under 35 e contributo dalle banche di 5 miliardi

La maggioranza continua a discutere, sono ore cruciali per la presentazione del testo ufficiale con tutte le misure previste nella nuova manovra. Il vertice convocato per la tarda sera di ieri serve ad avvicinare l’intesa sulla Manovra e farla così approdare in Consiglio dei ministri forse già nella giornata di domani. I due capitoli più complicati – riporta Il Corriere della Sera – restano le pensioni (con la Lega orientata a introdurre l’uscita dal lavoro a 64 anni) e l’Irpef (Forza Italia ha insistito fino all’ultimo per estendere l’aliquota al 33% ai redditi almeno fino a 55 mila euro).

Il Documento programmatico di Bilancio (Dpb) con i numeri della prossima finanziaria – prosegue Il Corriere – è stato approvato lo scorso 13 ottobre dal Consiglio dei ministri e inviato a Bruxelles. Il testo calcola in 23,5 miliardi di euro il costo della manovra economica, con un extradeficit di 14,4 miliardi accordato dall’Ue per i capitoli difesa e energia. Gli interventi previsti riguarderanno misure per famiglie e welfare, voci a cui saranno destinati circa 5 miliardi; mentre sono 3,5 i miliardi per le imprese.

Nella Manovra dovrebbe figurare un pacchetto di misure per aumentare l’occupazione degli under 35. L’idea è lavorare su un fronte duplice, con interventi a favore delle imprese che assumono e sgravi per i giovani che trovano un lavoro. Coperture permettendo, l’intento è potenziare gli sconti per le aziende che assoldano giovani, l’altra questione è, come detto, alleggerire le imposte per i neo assunti. Per quest’ultima ipotesi balla una possibile flat tax al 5%, in alternativa, un abbattimento fino al 50% del reddito su cui pagare le tasse.

L'articolo Manovra, sconto Irpef agli under 35 e contributo dalle banche di 5 miliardi proviene da Affaritaliani.it.

Contratto bancari, Sileoni: “L’ABI non dà risposte, né sui salari né sul futuro del settore”

26 October 2026 at 14:41

Ricavi bancari cresciuti a 110 miliardi, il sindacato chiede risposte anche sull’intelligenza artificiale

“Continua a mancare da parte del Casl Abi una visione complessiva sul futuro del settore bancario. Non abbiamo ricevuto risposte né sulla parte economica del rinnovo contrattuale né su come affrontare i cambiamenti del settore, dall’organizzazione del lavoro alle nuove tecnologie. Occorre soprattutto chiarire quali materie debbano essere disciplinate dal contratto nazionale e quali demandate alla contrattazione nei singoli gruppi bancari. È una scelta politica fondamentale, perché riguarda il ruolo che il contratto nazionale dovrà avere nella tutela dei lavoratori e nella gestione delle trasformazioni del settore”.

Lo dichiara il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, a margine dell’incontro con l’Abi per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro dei bancari. “Da parte del Casl Abi presentare una loro posizione di politica generale, anche di scenario, senza assumere posizioni precise sui singoli argomenti, non ha senso. Farlo, poi, senza aver presentato una loro proposta economica è ancora più sbagliato, insignificante e inutile. Sul piano economico i numeri parlano da soli. Tra il 2022 e il 2025, secondo i dati della Banca d’Italia, i ricavi del sistema bancario sono cresciuti da 88 a 110 miliardi di euro, il margine di interesse da 45 a 60 miliardi e gli utili netti da 22 a 38 miliardi, con un incremento del 72%. Nello stesso periodo il costo del lavoro è passato da 29 a 31 miliardi, appena il 7% in più, nonostante gli aumenti di 435 euro mensili ottenuti con l’ultimo contratto. Non ci sono quindi alibi per il rinnovo. Ogni dipendente bancario genera mediamente 430mila euro di ricavi all’anno, a fronte di un costo del lavoro di circa 77mila euro, prendendo come riferimento un grande gruppo bancario. Le banche, intanto, distribuiscono agli azionisti il 75-80% degli utili. Non contestiamo la legittima remunerazione del capitale, ma riteniamo che debba esserci un equilibrio nel riconoscere il contributo di chi produce questi risultati. La nostra richiesta economica è responsabile e sostenibile perchè tiene conto del recupero dell’inflazione e di una quota annua dell’1% legata alla produttività, a fronte di utili attesi intorno ai 40 miliardi anche nel 2026. Sul versante normativo, il contratto nazionale deve garantire tutele comuni rispetto alle conseguenze delle aggregazioni bancarie e dell’intelligenza artificiale sull’occupazione e sulle professionalità. Dall’Abi ci aspettiamo risposte concrete su entrambi i fronti”, conclude Sileoni.

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE ECONOMIA

L'articolo Contratto bancari, Sileoni: “L’ABI non dà risposte, né sui salari né sul futuro del settore” proviene da Affaritaliani.it.

Mutuo cointestato e separazione, le opzioni con la banca e le regole fiscali

24 October 2026 at 06:00

Quando una coppia decide di separarsi, la gestione degli aspetti patrimoniali rappresenta uno degli snodi più complessi dell’intero percorso. Tra i vari nodi da sciogliere, la presenza di un mutuo cointestato stipulato per l’acquisto dell’abitazione familiare costituisce spesso la fonte principale di dubbi, discussioni e possibili insidie finanziarie. Molte famiglie ritengono erroneamente che l’atto di separazione o le decisioni prese davanti al giudice bastino a modificare gli impegni presi in precedenza con la banca. La realtà giuridica e creditizia è ben diversa e richiede una pianificazione rigorosa per evitare spiacevoli sorprese negli anni a venire.

Capire come muoversi tra vincoli bancari, regole sul credito e impatti sul portafoglio della famiglia diventa fondamentale per tutelare la propria serenità economica.

Mutuo cointestato: la responsabilità solidale verso la banca

Il punto di partenza da tenere sempre a mente è che per la banca il contratto originario rimane del tutto valido, a prescindere dalle decisioni personali della coppia. Ai sensi dell’articolo 1292 del Codice Civile, il mutuo cointestato crea un’obbligazione solidale tra i due firmatari. Questo principio implica che ciascun coniuge rimane responsabile per l’intero debito residuo di fronte all’istituto di credito, e non soltanto per la propria metà formale.

Nemmeno la sentenza di separazione o l’eventuale provvedimento con cui il giudice assegna il diritto di abitazione nella casa a uno dei due coniugi (di norma il genitore collocatario dei figli minori) cancella questo vincolo con la banca. Se l’accordo interno stabilisce che sia un solo ex partner a versare la rata mensile, ma questi per qualsiasi motivo smette di pagare, la banca ha il pieno diritto di rivalersi sull’altro cointestatario pretendendo il saldo integrale della rata scaduta.

In caso di mancato versamento, le conseguenze creditizie ricadono inevitabilmente su entrambe le parti: l’istituto di credito può avviare le procedure di recupero coattivo e segnalare entrambi i nominativi nelle banche dati dei cattivi pagatori. Tale segnalazione compromette la reputazione creditizia e rende estremamente difficile ottenere nuovi finanziamenti o prestiti in futuro.

Le strade percorribili per gestire il mutuo cointestato

Di fronte a un mutuo cointestato durante la fase di separazione, le famiglie hanno a disposizione diverse opzioni operative. La scelta della soluzione ideale dipende dalla sostenibilità reddituale dei singoli ex coniugi, dal valore di mercato dell’immobile e dalla disponibilità dell’istituto bancario a modificare il contratto originario.

Il mantenimento della cointestazione originaria

Rappresenta la strada apparentemente più semplice, usata spesso quando la scadenza del finanziamento è ormai vicina o quando i rapporti tra gli ex coniugi rimangono collaborativi. I due ex partner continuano a pagare le rate secondo le quote pattuite. Tuttavia, questa scelta lascia aperto il rischio di insolvenza dell’altro e mantiene occupata la capacità creditizia di entrambi, ostacolando l’accesso a nuovi mutui per l’acquisto di una nuova casa.

L’accollo del finanziamento a carico di un solo coniuge

Se uno dei due ex coniugi intende rimanere nella casa rilevando la quota di proprietà dell’altro, si può procedere con l’accollo del debito residuo. In questo scenario occorre distinguere chiaramente tra due fattispecie:

  • accollo interno. Risulta da un patto inserito nell’accordo di separazione. Un coniuge si impegna a pagare le rate, spesso a titolo di adempimento dell’obbligo di mantenimento per i figli, come riconosciuto anche dalla giurisprudenza di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza n. 20139/2013). Tuttavia, la banca rimane estranea a questo patto. Di conseguenza, verso l’istituto di credito entrambi restano debitori e il coniuge uscente non viene liberato dalle sue responsabilità;
  • accollo esterno o liberatorio. La banca entra nell’operazione e analizza la situazione reddituale del coniuge che vuole farsi carico dell’intero debito. Se l’esito della valutazione di merito creditizio è positivo, la banca rilascia la liberazione formale. Solo in questo modo il coniuge uscente viene totalmente sollevato da ogni vincolo contrattuale per il mutuo cointestato.

La vendita della casa a terzi ed estinzione del debito

La cessione dell’immobile sul mercato rappresenta frequentemente la soluzione più lineare e risolutiva. Attraverso il ricavato della compravendita si provvede all’estinzione anticipata del mutuo cointestato direttamente in sede di rogito notarile. L’eventuale somma rimanente viene poi suddivisa tra le parti in proporzione alle rispettive quote di titolarità dell’immobile o secondo quanto stabilito nelle intese di separazione.

Surroga o rifinanziamento con una nuova banca

Se la banca originaria non concede la liberazione per l’accollo, il coniuge che desidera riscattare la casa può richiedere a un altro istituto di credito un nuovo mutuo monointestato. Le somme ottenute servono ad estinguere interamente il vecchio mutuo cointestato, consentendo la contestuale chiusura del vecchio contratto e la liberazione dell’ex partner.

I dettagli fiscali da non sottovalutare: prassi e circolari

Oltre ai profili di natura finanziaria e bancaria, la riorganizzazione della casa e del relativo finanziamento comporta rilevanti implicazioni di natura tributaria. Una corretta pianificazione all’interno degli accordi di separazione consente di evitare pesanti sanzioni o la perdita di preziose agevolazioni.

Detrazione degli interessi passivi e limiti di reddito

La normativa stabilisce che la detrazione fiscale del 19% sugli interessi passivi spetta al soggetto che sostiene concretamente l’onere finanziario. Nel contesto di un mutuo cointestato, se a seguito della separazione un solo coniuge rileva l’immobile e si accolla il pagamento dell’intera rata tramite accollo interno, ha la possibilità di detrarre il 100% degli interessi passivi.

L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 20/E del 13 maggio 2011, ha chiarito che per beneficiare dell’intera detrazione senza contestazioni sono indispensabili due precisi requisiti documentali:

  • l’impegno all’accollo deve risultare espressamente da un atto pubblico o da una scrittura privata autenticata (come il verbale o il decreto di separazione);
  • le ricevute di versamento degli interessi devono essere integrate da un’attestazione che certifichi che l’onere economico è stato sostenuto interamente dal coniuge diventato proprietario esclusivo.

Sul fronte dei tetti alle detrazioni, l’articolo 16-ter del Tuir (introdotto dalla Legge di Bilancio 2025) e la successiva circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 6/E del 29 maggio 2025 hanno fissato limiti complessivi agli oneri detraibili per i redditi superiori a 75.000 euro. È fondamentale sottolineare che la norma esclude espressamente da questo tetto gli interessi passivi per i mutui sull’abitazione principale stipulati entro il 31 dicembre 2024. Chi detiene un mutuo cointestato acceso negli anni passati conserva quindi il diritto alla detrazione piena senza subire tagli legati al reddito.

Tassazione della plusvalenza in caso di rivendita

Particolare attenzione va prestata nell’ipotesi in cui un coniuge acquisisca la quota di proprietà dell’ex partner in sede di separazione per poi rivendere l’intero fabbricato sul mercato. Con la risposta a interpello n. 153/2025, l’Agenzia delle Entrate ha stabilito che la cessione della quota tra ex coniugi è qualificata come un atto a titolo oneroso, poiché trova causa nello scambio con la rinuncia ad altre pretese patrimoniali.

Di conseguenza, per la quota di immobile appena ricevuta inizia a decorrere un nuovo quinquennio ai fini della verifica della plusvalenza immobiliare prevista dall’articolo 67, comma 1, lettera b) del Tuir. Se l’abitazione viene venduta prima che siano trascorsi cinque anni da tale trasferimento, la plusvalenza calcolata su quella specifica quota (secondo i criteri dell’articolo 68 del Tuir) sarà soggetta a tassazione Irpef ordinaria o ad imposta sostitutiva del 26%. La quota posseduta fin dall’origine, se acquistata oltre 5 anni prima, rimane invece del tutto esente da imposte.

La stessa norma, però, prevede un’importante eccezione: la plusvalenza non è tassata, anche se la vendita avviene entro cinque anni, quando per la maggior parte del periodo tra l’acquisto e la cessione l’immobile è stato adibito ad abitazione principale del cedente o dei suoi familiari. È il caso più frequente quando si vende la casa familiare: se l’ex coniuge che ha rilevato la quota, o i figli, vi hanno abitato per la maggior parte del tempo, l’imposta non è dovuta. La verifica va comunque fatta caso per caso, calcolando con precisione i periodi di effettiva residenza.

Regime delle imposte indirette e IMU

Gli atti di trasferimento immobiliare stipulati direttamente all’interno dell’accordo di separazione o divorzio godono dell’esenzione dalle imposte di registro, bollo, ipotecarie e catastali ai sensi dell’articolo 19 della Legge n. 74/1987. Tuttavia, come chiarito dal Fisco, tale esenzione riguarda solo le imposte indirette legate all’atto e non si estende all’eventuale plusvalenza Irpef da rivendita.

Per quanto riguarda l’IMU, quando la casa viene assegnata dal giudice al coniuge affidatario dei figli, quest’ultimo acquisisce un diritto personale di godimento che lo rende l’unico soggetto passivo ai fini dell’imposta. Il coniuge assegnatario potrà quindi beneficiare della completa esenzione IMU prevista per l’abitazione principale, svincolando l’altro proprietario non residente da ogni obbligo di versamento.

La grande tentazione extraprofitti, tra banche e petrolieri d’oro

23 October 2026 at 19:26

Ricetta per una legge di Bilancio in tempi di magra: tritare profitti, meglio se extra, tassare a piacere e puntare a (ri)vincere le elezioni. La pietanza va di moda nel ristorante di Palazzo Chigi. L’aver fallito per pochi decimali l’uscita dalla procedura di infrazione costringe il governo a uno slalom tra i paletti del deficit. Giocoforza deve cercare i soldi là dove ci sono. La caccia ai cento forzieri d’Italia è aperta. Il faro si è acceso, come da qualche anno puntualmente accade, sulle banche.

Nei soli primi sei mesi dell’anno i cinque istituti bancari più importanti del Paese – vale a dire Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper – hanno realizzato più di 15 miliardi di profitti, in rialzo del 3,7% rispetto al medesimo periodo di un anno fa. Dopo il periodo buio dei tassi a zero, con cui la Bce aveva costretto il mondo del credito. Confrontarsi, il ritorno a uno scenario più normale ha riportato il sereno sui conti delle banche. Complice anche una scelta ben precisa: quella di non remunerare più, come invece veniva fatto in passato, i conti correnti. Dunque le banche guadagnano dagli interessi passivi, grazie a mutui e finanziamenti, e risparmiano su quelli attivi. Una scelta ben precisa di business, aiutata da altri motori che nel tempo si sono aggiunti, quali le commissioni e la crescita impetuosa del peso della (remunerativa assai) attività assicurativa.

L’azzeramento degli interessi ha alimentato a lungo la teoria degli extraprofitti, utili che senza questa piccola manovra sui conti (costano poco ma remunerano zero) e l’incentivo al risparmio gestito e assicurativo, sarebbero stati bene inferiori. Perciò anche quest’anno Palazzo Chigi sta guardando alle banche per avere risorse per la Finanziaria, mandando su tutte le furie banchieri e il banchiere dei banchieri, il presidente dell’Abi Antonio Patuelli che grida allo scandalo: “Pacta sunt servanda”, i patti vanno rispettati, dice. Giancarlo Giorgetti, invece, conta di ricavare 5 miliardi.

Ma la rivolta dei banchieri in grisaglia costringe il governo a guardarsi intorno in cerca di altre prede da tassare. Ci sono le società elettriche, per esempio. Sul banco degli imputati c’è l’aumento del gas, impetuoso quanto il petrolio visto che negli ultimi sei mesi è raddoppiato da 44 fin oltre 84 euro al MWh a causa delle crisi, energicamente sensibilissime, in Ucraina e in Iran. C’è però un tema di cui a Roma si stanno rendendo conto. Le società elettriche comprano il gas come chiunque altro. Le energie rinnovabili, che potrebbero trarre beneficio dal prezzo di mercato determinato dalla fonte più costosa necessaria in un dato momento, cioè il gas, spesso vengono vendute separatamente e in anticipo, con contratti a lungo termine. Morale: negli ultimi due anni in Italia le società registrano utili in calo. Ci sono profitti, ma tutt’altro che extra. E tassarli sarebbe un surplus di accanimento, come si sgola il presidente di Elettricità Futura, Salvatore Pinto.

Non resta che un altro target: i petrolieri. I governi di mezza Europa da tempo si sono accorti che qualcosa da queste parti non va. In questo complesso 2026 il Brent, prezzo di riferimento del greggio del Mare del Nord, è passato da 60 a 130 dollari. E il lavoro del petroliere è tutto sommato lineare: scoprire i giacimenti, sfruttarli e surfare sull’onda dei prezzi impazziti e acuiti dalla scarsità di raffinerie, raddoppiando facilmente i profitti, come puntualmente i colossi del settore stanno registrando in questi giorni. Così, mentre i camionisti bloccano tutto per un gasolio divenuto insostenibile nei prezzi, lasciando il Sud con scaffali desolatamente vuoti, ci sono azionisti che festeggiano tra dividendi straordinari e buyback rinforzati. Per gli economisti, parlare di extraprofitti è un’aberrazione, un peccato mortale: il libero mercato ha come limite il cielo, vi diranno. Ma convincere di questo un governo alle prese con ristrettezze e piazze coi nervi a fior di pelle è tutto un altro discorso.

L'articolo La grande tentazione extraprofitti, tra banche e petrolieri d’oro proviene da Affaritaliani.it.

Barclays taglia 5mila dipendenti per sostituirli con l’Ai. Da Citigroup a Klarna, la corsa alle riduzioni di organico

23 October 2026 at 07:04

L’intelligenza artificiale sta causando una profonda ristrutturazione globale del mondo del lavoro, in particolare nel settore bancario. Nel frattempo, la corsa all’Ai sta coinvolgendo pesantemente i risparmi delle famiglie. L’ultimo, emblematico caso è quello della banca britannica Barclays: l’istituto ha annunciato il taglio di circa 5mila posti di lavoro a livello globale, pari a oltre il 5% della sua forza lavoro totale di 93mila dipendenti. Anna Cross, direttore finanziario di Barclays, ha precisato che la riduzione dello staff – con mille addetti a tempo pieno già espulsi nella prima metà dell’anno e 4mila in corso entro fine anno – s’inserisce in un piano di efficientamento volto a risparmiare oltre 1,1 miliardi di sterline sui costi già nel prossimo anno. Circa il 60% dei tagli colpisce le funzioni di supporto e gli sviluppatori software, poiché l’Ai generativa incrementa la produttività nella scrittura e nei test del codice. L’amministratore delegato di Barclays, Coimbatore Sundararajan Venkatakrishnan, ha spiegato che gli investimenti tecnologici guidano l’efficienza, definendo l’AI “la ciliegina sulla torta, non la torta”. La segretaria generale del sindacato britannico Unite, Sharon Graham, ha duramente contestato la scelta: “L’azienda usa l’Ai come scusa per sbarazzarsi della forza lavoro anziché riqualificarla”.

Sul piano finanziario, Barclays ha registrato nei primi nove mesi dell’anno 307 milioni di sterline di costi per la riorganizzazione, stimando una spesa di altri 300 milioni entro la fine del 2026. Nel terzo trimestre 2026, l’utile ante imposte della banca è salito del 12% a 2,3 miliardi di sterline, assorbendo 201 milioni di sterline di oneri strutturali per pacchetti di buonuscite e investimenti in tecnologia, oltre a pagare 500 milioni di sterline agli azionisti per un totale di 2,8 miliardi di sterline in buyback e dividendi distribuiti da inizio anno.

Nel 2026, un sesto dei piani di riduzione del personale nel mondo è stato causato dall’Ai. La decisione di Barclays rientra quindi in un trend globale che negli ultimi anni ha visto oltre 63mila bancari tagliati o prepensionati per via dell’Ai e dell’automazione delle loro funzioni, sui circa 500mila licenziamenti complessivi causati dall’Ai e registrati dal sito ailayoffs.live. Nel settore bancario, i casi principali di tagli del personale dovuti all’intelligenza artificiale hanno riguardato Citigroup, negli Usa: con il piano “Bora Bora” della Ceo Jane Fraser, l’istituto punta a 20mila uscite, pari al 9% della forza lavoro globale di 219mila unità. Dal quarto trimestre 2025 la banca ha già tagliato 7mila posizioni, sostenendo oltre 1 miliardo di dollari in indennità di buonuscita. Nel terzo trimestre di quest’anno le spese operative di Citigroup sono scese del 2% a 13,95 miliardi di dollari e l’utile netto è salito del 40% su base annua a 5,2 miliardi di dollari. Negli Stati Uniti anche Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno già ridotto l’organico rispettivamente di 2.500 e 3.000 bancari, su una forza lavoro di 83mila e 47.400 dipendenti, attraverso il taglio delle assunzioni di analisti junior a causa dell’automazione delle loro funzioni.

Il caso limite è la svedese Klarna: la società fintech ha ridotto l’organico del 40%, passando da oltre 5mila a 3mila dipendenti da quando l’Ai gestisce il lavoro equivalente a 700 operatori. Nel 2026 ha tuttavia avviato un parziale reintegro di operatori umani per i casi complessi. Altro esempio di pesante ristrutturazione della forza lavoro per la sostituzione con gli algoritmi è l’olandese Abn Amro che prevede una riduzione del 10% della forza lavoro, pari a un taglio di 1.500-1.800 posizioni a tempo pieno, tramite la loro digitalizzazione. Nel Regno Unito, anche Standard Chartered e Hsbc vanno nella stessa direzione. Standard Chartered prevede oltre 7mila esuberi nei prossimi quattro anni, con una riduzione del 15% del personale di back-office entro il 2030, mentre Hsbc valuta una riorganizzazione che potrebbe interessare fino a 20mila addetti, un decimo dei suoi 211mila lavoratori.

L’introduzione dell’Ai però non comporta solo la riduzione del personale assistente: il trend complessivo della forza lavoro dimostra che le aziende preferiscono optare per i cosiddetti “tagli silenziosi” (“attrition“), che realizzano attraverso il blocco delle assunzioni e il mancato rimpiazzo dei pensionati. Questa situazione è adottata particolarmente in Europa: la Germania privilegia i prepensionamenti, la Francia ricorre alla riqualificazione nella data analysis sotto tutela sindacale, l’Italia applica il vincolo legislativo sulla supervisione umana obbligatoria, mentre il settore bancario negli ultimi 15 anni ha visto 63mila uscite incentivate tramite il fondo di solidarietà di categoria, interamente autofinanziato.

Nel frattempo, la costruzione delle infrastrutture digitali richiede investimenti giganteschi che passano anche tramite il settore bancario. L’economista Stijn Van Nieuwerburgh della Brookings Institution stima un costo annuo per i data center Ai pari al 3,6% del Pil statunitense fino al 2032, per un totale di 10.300 miliardi di dollari, superiore alla somma spesa per le ferrovie del XIX secolo, le autostrade del XX secolo e due terzi dell’elettrificazione Usa. Gli hyperscaler come Alphabet, Amazon, Microsoft, Meta, Oracle e SpaceX genereranno 760 miliardi di dollari di cash flow nel 2026 ma li reinvestiranno interamente, mantenendo negativo il rispettivo flusso di cassa libero. A ciò si sommano 466 miliardi di dollari di debito Ai emesso nel 2026 attraverso obbligazioni, secondo stime di Morgan Stanley. I dubbi sulla sostenibilità di tali debiti l’altroieri hanno provocato pesanti vendite sulle Borse statunitensi, con le azioni del settore come Meta che in una sola seduta è andata al ribasso del 6%, perdendo oltre 115 miliardi di dollari di capitalizzazione, dopo la previsione di dover raccogliere “centinaia di miliardi di dollari” per i propri investimenti nella Ai.

Così la spesa per i data center coinvolge direttamente i risparmi dei cittadini. La capitalizzazione dei sei principali hyperscaler e dei produttori di chip vale ormai sui mercati azionari circa 31mila miliardi di dollari, un quinto del valore complessivo di tutte le Borse mondiali. Le famiglie statunitensi detengono circa un terzo dei propri asset in azioni. Poiché il debito legato all’Ai è prevalentemente valutato con giudizio (rating) “sufficiente” (“investment grade“), le obbligazioni delle aziende collegate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono presenti massicciamente nei portafogli di fondi pensione, polizze vita e assicurazioni. In tal modo, la stabilità finanziaria globale e le pensioni dei risparmiatori risultano indissolubilmente legate alla redditività futura dell’industria tecnologica, che nel frattempo sta assottigliando la forza lavoro mondiale. Un paradosso, insieme all’indebitamento per la corsa all’Ai, che rischia di scatenare una tsunami.

L'articolo Barclays taglia 5mila dipendenti per sostituirli con l’Ai. Da Citigroup a Klarna, la corsa alle riduzioni di organico proviene da Il Fatto Quotidiano.

Corte Ue su truffe e phishing: ora sono le banche a dover pagare i correntisti

21 October 2026 at 10:44

Le tutele per i correntisti vittime di truffe informatiche e phishing si arricchiscono di un tassello fondamentale, destinato a cambiare la gestione dei rimborsi bancari. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che gli istituti di credito hanno l’obbligo di restituire immediatamente le somme sottratte attraverso operazioni non autorizzate, anche nei casi in cui si ipotizzi che il cittadino abbia agito con grave negligenza o disattenzione.

La pronuncia dei giudici europei ribalta una prassi consolidata anche in Italia, dove le banche tendono a negare il riaccredito preventivo trattenendo il denaro e scaricando sul cliente l’onere di avviare complessi ricorsi.

Cosa prevede la sentenza della Corte Ue

I giudici europei hanno chiarito che, a fronte della segnalazione tempestiva di una transazione sospetta, il prestatore dei servizi di pagamento deve restituire l’intero importo sottratto entro e non oltre la fine del primo giorno lavorativo successivo alla notifica.

L’unica eccezione che consente all’istituto di sospendere il riaccredito immediato si verifica in presenza di un fondato e motivato sospetto di una frode commessa dallo stesso correntista, circostanza che la banca deve comunque segnalare formalmente e per iscritto alla Banca d’Italia.

Perché cambia la gestione dei rimborsi per i correntisti

La vera svolta della sentenza risiede nell’inversione della procedura d’indagine. Fino ad oggi, la tendenza prevalente delle banche era quella di trattenere le cifre sottratte sostenendo che la vittima avesse consegnato incautamente i propri codici di accesso ai criminali informatici che glieli chiedevano per messaggio.

La Corte Ue ha stabilito che questo meccanismo di blocco preventivo non è legittimo:

  • l’istituto ha il dovere primario di restituire subito le somme rubate sul conto corrente;
  • se la banca ritiene che il cliente abbia agito con dolo o colpa grave, non può trattenere il denaro d’autorità, ma deve avviare una procedura separata per dimostrare la negligenza dell’utente e chiederne la restituzione

In questo modo si evita che sia il cittadino a dover anticipare le spese legali o attendere i tempi dell’Arbitro Bancario Finanziario per rientrare in possesso del proprio denaro.

Come comportarsi in caso di addebito non autorizzato

Se si scopre di essere stati vittime di una transazione fraudolenta o di un prelievo non autorizzato, la regola fondamentale è sempre una: segnalare tempestivamente l’accaduto per attivare le tutele previste. Ecco quali sono i passi da fare se si sospetta di essere vittime di truffa:

  • contattare immediatamente i numeri verdi ufficiali dell’istituto per bloccare le carte e le credenziali di home banking;
  • sporgere formale denuncia dell’accaduto presso le autorità di Polizia Postale;
  • inviare un reclamo formale via Pec o raccomandata alla propria banca chiedendo il riaccredito immediato delle somme entro il giorno lavorativo successivo, richiamando espressamente la sentenza C-70/25 della Corte di Giustizia Ue.

Fusioni bancarie tra efficienza e potere di mercato

28 September 2026 at 09:30

Gli effetti di una fusione tra banche vanno valutati considerando il mercato e i segmenti di clientela coinvolti. Le operazioni possono produrre guadagni di efficienza e migliorare la qualità dei prestiti. Ma possono anche portare a riduzione del credito.

L'articolo Fusioni bancarie tra efficienza e potere di mercato proviene da Lavoce.info.

❌