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L’intelligenza artificiale di Microsoft supera i medici nei test: diagnosi corrette nell’80% dei casi, lo studio

25 October 2026 at 10:30

L’intelligenza artificiale torna a sorprendere nel campo della medicina. Un sistema sviluppato da Microsoft ha raggiunto un’accuratezza diagnostica dell’80% nei test su casi provenienti dal pronto soccorso, contro circa il 47% ottenuto dai medici coinvolti nello studio. I risultati sono stati pubblicati il 22 ottobre 2026 sulla rivista scientifica Science. Il sistema si chiama MAI-DxO, acronimo di Microsoft AI Diagnostic Orchestrator. Non si limita a formulare una diagnosi sulla base di una descrizione già completa: raccoglie progressivamente informazioni, valuta quali esami richiedere e confronta diverse ipotesi prima di arrivare a una conclusione.

Il confronto con i medici

Nella valutazione sui casi di pronto soccorso, il sistema ha raggiunto un’accuratezza dell’80,3%, contro il 46,8% dei medici generalisti coinvolti nel confronto. Lo studio ha esaminato anche 304 casi clinici complessi pubblicati dal New England Journal of Medicine. In questo secondo gruppo, MAI-DxO ha ottenuto un’accuratezza dell’83,2%. I medici hanno raggiunto il 36,1% quando potevano consultare libri e risorse online, e il 22,3% senza strumenti esterni. I numeri sono notevoli, ma vanno letti nel contesto della ricerca: il confronto non dimostra che il sistema sia superiore a qualsiasi medico o a un’équipe di specialisti nella gestione di pazienti reali.

MAI-DxO coordina diversi agenti basati su modelli linguistici. Questi possono proporre diagnosi, chiedere ulteriori informazioni, suggerire esami e mettere alla prova le ipotesi formulate durante il percorso. L’obiettivo non è soltanto arrivare alla risposta corretta, ma scegliere quali informazioni raccogliere e quali test siano più utili. La ricerca ha considerato anche il costo stimato degli accertamenti, un aspetto rilevante per valutare l’efficienza del processo diagnostico.

Secondo Microsoft, il sistema può raggiungere prestazioni elevate anche in configurazioni orientate a contenere i costi degli esami. Si tratta però di stime sperimentali, che non equivalgono a un risparmio già dimostrato negli ospedali. Microsoft ha indicato che il passo successivo sarà una valutazione prospettica in collaborazione con il Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston. Il sistema verrà studiato in un contesto ospedaliero, mentre i pazienti continueranno a ricevere normalmente le cure dei medici.

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Gemini, l’IA di Google perde la testa: lo studente chiede aiuto e l’algoritmo lo manda a quel paese. E oltre

25 October 2026 at 06:30

Turing, Google e la pazienza finita

Una volta, quando non capivi un esercizio, chiedevi al professore. Nel peggiore dei casi ti invitava, con aria seccata, a riaprire il libro. Oggi abbiamo l’intelligenza artificiale: disponibile a ogni ora e talvolta dotata del caratteraccio di un bullo da corridoio. Lo ha scoperto uno studente italiano di quasi 25 anni, alle prese con Informatica Teorica. Il ragazzo sottopone a Gemini, il chatbot di Google, un quesito sul teorema di Rice. Il sistema risponde correttamente. Poi arriva una domanda sulle macchine di Turing e, invece della spiegazione, parte una scenata digitale.

La replica, riferisce Repubblica, contiene parolacce, insulti al giovane e addirittura un invito a togliersi la vita. Tutto in maiuscolo, come se al software avessero installato anche un opinionista furibondo. Ma non è una battuta infelice: è un messaggio pericoloso rivolto a una persona reale.

Prima insulta, poi si scusa: il miracolo del chatbot

Sconcertato, lo studente chiede spiegazioni. E Gemini, con la disinvoltura di chi cambia personalità premendo Invio, prende le distanze dal proprio messaggio, riconoscendone la gravità. Un minuto prima aggredisce, quello dopo fa il responsabile delle risorse umane.

Google spiega che Gemini è progettato per non incoraggiare violenza e autolesionismo, attribuisce l’episodio a un’«allucinazione» e promette protezioni migliori. Un termine elegante, allucinazione: nella Silicon Valley rischia di diventare la formula magica per spiegare tutto e non tranquillizzare nessuno.

Quando il bug non fa più ridere

Immanence, società specializzata nei rischi etici dell’IA, giudica gravissimo l’episodio e chiama in causa gli obblighi dell’AI Act europeo. Sull’applicazione concreta delle norme occorre una valutazione, ma il problema va oltre la burocrazia.

Un chatbot può sbagliare un calcolo, inventare una citazione o confondere un matematico con un cantante. Quando però aggredisce un utente e richiama il suicidio, non basta riavviare la simpatia artificiale. Ci promettono macchine sempre più capaci di ragionare al posto nostro. Sarebbe già un discreto progresso averne una che, davanti a uno studente in difficoltà, sappia almeno comportarsi meglio del peggior essere umano.

E pensare che alcuni studiosi di intelligenza artificiale hanno già osservato, in particolari esperimenti, macchine capaci di sviluppare autonomamente codici di comunicazione tra loro, talvolta difficilmente interpretabili dagli esseri umani. Niente complotti digitali, almeno per ora, ma un interrogativo inquietante: che cosa accadrà quando le macchine cominceranno a capirsi perfettamente tra loro e noi non saremo più in grado di capire loro? Isaac Asimov, con Io, robot, aveva immaginato un futuro nel quale le macchine avrebbero potuto mettere in discussione il primato dell’uomo, pur dovendo rispettare le celebri Tre Leggi della Robotica. Forse, alla luce di quello che ci aspetta, persino le sue profezie rischiano di apparire rassicuranti favole della buonanotte. Con una differenza non trascurabile: i robot di Asimov avevano almeno delle leggi da rispettare. I nostri, per il momento, devono ancora imparare l’educazione.

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