“Oggi sembra che io ce l’abbia sempre con la Schlein, ma non la vedo strutturata né credibile”. Così Alessandro Di Battista è intervenuto ad Accordi&Disaccordi, il talk politico in onda sul Nove, condotto da Luca Sommi con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi.
L’ex parlamentare ha poi motivato la propria posizione, puntando il dito contro il Partito Democratico e il suo rapporto con i diritti dei lavoratori: “Non la vedo credibile, essendo, a mio parere, rappresentante del partito che maggiormente ha inciso negativamente sui diritti dei lavoratori, insieme, tra l’altro, ai sindacati”.
“È sempre stato il partito maggiormente di sistema ed è quello che maggiormente ha eroso lo stato sociale nel nostro Paese”, ha concluso Di Battista.
Mentre a sinistra è in corso un numero degno di Arturo Brachetti, il formidabile interprete di incredibili trasformazioni, nel Pd circolano i soliti sospetti e riemergono insanabili distanze tra il corpaccione filo-schleiniano, riunito a Montepulciano, e l’area riformista, riunita a Orvieto. Andiamo con ordine.
In Parlamento si vanno formando nuovi gruppi necessari per evitare di raccogliere le firme per presentare una lista elettorale. Questione tecnica ma anche un pochino politica che presenta inevitabili risvolti grotteschi (Brachetti appunto), come quello di Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci – il diavolo e l’acqua santa – uniti nella lotta in soccorso di Riccardo Magi che, invano, aveva chiesto aiuto a Giuseppe Conte e Elly Schlein. La quale invece ha pensato di chiedere a Andrea Crisanti, il virologo senatore dem, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partitino di Maurizio Acerbo sempre per evitare di raccogliere un numero esorbitante di firme – regalino del Melonellum – indispensabili per presentare la sua lista.
Cosicché la segretaria del Pd non dà una mano al radicale Magi ma la offre alla “Rifondazione comunista dei poveri” di Acerbo, portatore di un bertinottismo bonsai che evidentemente Schlein ritiene utile e forse sentimentalmente vicino. Non bastavano Conte, Fratoianni e un Pd spostato a sinistra, ci mancava anche una spruzzatina rifondarola (dei poveri) per oscurare un altro po’ il profilo di una sinistra di governo.
Da Orvieto, dove si apre oggi l’assemblea annuale di LibertaEguale – partecipano esponenti come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino, Marco Bentivogli e tanti altri – si nota proprio questo. Spiega Ceccanti: «Qui a Orvieto ci sono figure molto autorevoli del riformismo italiano che discutono delle prospettive del centrosinistra. Riformismo per noi non è una categoria astratta ma la sostanza di una sinistra di governo, per questo qui mettiamo in campo idee per una piattaforma di governo che bilanci le spinte massimaliste che ormai sono predominanti nel campo largo».
Un’altra politica economica, certo. E scelte chiare in politica estera: «C’è un punto non negoziabile: il sostegno pieno sull’Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità». Ed è appunto molto brutto, sull’Ucraina, il documento del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza riunito a Montepulciano nel quale ci si limita a dire che «occorre chiedere con forza la nomina di un inviato europeo per l’Ucraina, scelto tra figure di altissima caratura istituzionale, che rappresenti l’Unione nel confronto con Trump e Putin, portando ai tavoli negoziali le ragioni del diritto internazionale, dell’aggredito, di una pace che sempre comporta compromessi ma non può diventare resa alla politica di potenza e alla sopraffazione».
Nemmeno l’abituale frase sulla prosecuzione del sostegno, in ogni forma, a Kyjiv! C’è invece la definizione di genocidio a Gaza e un durissimo attacco a Ursula von der Leyen. Mentre sulla questione delle primarie Franceschini in una intervista a Repubblica ha detto: presto ai gazebo Schlein contro Conte in una giornata sola. Il problema è quando. E qui spunta qualcosa che è molto più di una indiscrezione.
Questa: la leader del Pd vorrebbe spostare le primarie più in là possibile non solo perché ha ancora bisogno di tempo per affermarsi con più forza nel Paese. Ma soprattutto perché teme che non solo da Conte ma anche dal suo stesso partito venga avanzata la richiesta, se vincesse lei ai gazebo, di lasciare la segreteria del partito, in quanto “leader di tutti”: pare affermarlo indirettamente anche Franceschini quando dice che il leader «dovrà fare il candidato premier dell’intero schieramento, non del partito di provenienza». Niente doppio incarico, si sarebbe detto una volta.
Vedremo se dall’altro convegno del weekend, quello del “correntone” Franceschini-Orlando-Speranza che si tiene a Montepulciano, arriveranno altri indizi in questo senso. Un messaggio a Elly di questo tenore: facciamo le primarie subito, noi ti sosteniamo, ma se vinci dovrai lasciare la segreteria del partito. Al tuo posto ci va un reggente. Fumo negli occhi, per Elly Schlein. Che è sicura di battere Conte ma che ha anche bisogno di blindarsi al Nazareno. Non sia mai spunti qualche coltello.
Secondo gli ultimi sondaggi politici, Fratelli d’Italia si rafforza raggiungendo quasi il 30%. Ma è sul fronte delle coalizioni che si gioca la partita per le elezioni politiche del 2027.
Gli scenari sulle coalizioni: il centrosinistra guidato da Elly Schlein (PD) batte il centrodestra 44,6% a 44%. Mentre il centrosinistra guidato da Giuseppe Conte (M5S) vince sul centrodestra 44,5% a 44,1%. In entrambi i casi, per i progressisti, scatterebbe il premio di maggioranza.
Gli ultimi sondaggi elettorali
Qui sotto si riporta l’ultimo sondaggio effettuato da Swg per il TgLa7 del direttore Enrico Mentana. La data di pubblicazione è 19 ottobre.
La domanda è una (“Se alle prossime elezioni politiche i partiti si presentassero nelle seguenti coalizioni, quale partito voterebbe più probabilmente?”) ma gli scenari possibili sono due.
Scenario 1 – Elly Schlein alla guida del Campo Largo
Centrosinistra guidato da Elly Schlein – 44,6%:
Partito Democratico – 21,2%;
Movimento 5 Stelle – 11,8%;
Alleanza Verdi e Sinistra – 6,4%;
Italia Viva – 2,4%;
+Europa – 1,3%;
altri (Psi, Pr.Civ., Più Uno) – 1,5%.
Centrodestra guidato da Giorgia Meloni – 44%:
Fratelli D’Italia – 29,7%;
Forza Italia – 7,2%;
Lega – 5,1%;
Noi Moderati – 1%;
Sud chiama Nord 1%;
Futuro Nazionale – 5,6%.
Altri partiti non schierati:
Azione – 3,1%;
altri partiti centristi (Libdem, Ora!) – 1,3%;
altre liste – 1,4%.
Non si esprime 28%.
Scenario 2 – Giuseppe Conte alla guida del Campo Largo
Centrosinistra guidato da Giuseppe Conte – 44,5%:
Partito Democratico – 20,5%;
Movimento 5 Stelle – 13,1%;
Alleanza Verdi e Sinistra – 6,5%;
Italia Viva – 1,9%;
+Europa – 1,1%;
altri (Psi, Pr.Civ., Più Uno) – 1,4%.
Centrodestra guidato da Giorgia Meloni – 44,1%;
Fratelli D’Italia – 29,8%;
Forza Italia – 7,1%;
Lega – 5,1%;
Noi Moderati – 1,1%;
Sud chiama Nord – 1%.
Altri partiti non schierati:
Futuro Nazionale – 5,4%.
Azione – 3,2%.
altri partiti centristi (Libdem, Ora!) – 1,5%.
altre liste – 1,3%.
Non si esprime 28%.
Nota metodologica
Una premessa: come si nota, il sondaggio Swg non tiene conto dell’apertura di Luigi Marattin (Partito Liberaldemocratico) al centrodestra. Probabilmente perché ci si trova ancora nella fase di avvicinamento e non di endorsement vero e proprio.
E ancora: Enzo Maraio, segretario dell’Avanti Psi, è in area Campo Largo mentre Swg lo colloca fra i centristi indipendenti.
Per il resto, si riporta la nota metodologica dell’ultimo sondaggio Swg per La7: metodo di campionamento stratificato per zona di residenza e quote per età e genere e ponderato successivamente per le variabili di età, genere, zona di residenza, studio e voto alle ultime elezioni europee; consistenza numerica campione intervistati 1.200 intervistati, 4.329 non rispondenti; campione rappresentativo dell’universo di riferimento per genere, età, zona, partito votato alle ultime elezioni europee con margine di errore +/- 2,8%; sondaggio realizzato con tecnica di rilevazione online CAWI, telefonica CATI e CAMI. Nota metodologica completa su sondaggipoliticoelettorali.it.
Che succede in politica oggi
Dello stato delle coalizioni si è già detto. Di seguito altri elementi degni di attenzione.
FdI dal 27,7% della settimana scorsa scatta al 29,7%/29,8%, a seconda dello scenario.
Il M5S dal 12,7% della settimana scorsa si muove oggi in una forbice fra l’11,8% (scenario Schlein) al 13,1% (scenario Conte).
FN crolla dal 7,6% della settimana scorsa, che lo collocava come quarto partito, alla forbice compresa fra il 5,6% e il 5,4%. Il dettaglio non è banale e influenza scenari che riguardano tutto il centrodestra. Per tenere testa al Campo Largo, Meloni dovrà ragionare se spostarsi verso la destra di Vannacci rischiando di far scappare Tajani (FI) e Lupi (NM) oppure se orientarsi verso il centro invitando Marattin (PLD) ed eventualmente Calenda (Azione).
Le astensioni incrociate su cinque mozioni diverse sulla politica estera non sono esattamente un gran segnale di unità, anche se, come raccontano alcuni giornali, mercoledì alla Camera Elly Schlein e Giuseppe Conte sono apparsi particolarmente soddisfatti. Contenti loro.
Peccato che il Pd – non parliamo degli altri – abbia perso l’occasione per valorizzare la chiara posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina contro la Lega seguendo l’abc della politica che impone di incunearsi nelle contraddizioni dell’avversario.
Lo hanno capito solo i riformisti del Pd, oltre Carlo Calenda e Matteo Renzi, Pierferdinando Casini e Mario Monti. La linea è un’altra: a testa bassa contro il governo anche quando dice cose giuste. In ogni caso al Nazareno, a quanto pare, c’è entusiasmo per i «passi avanti» in vista del programma comune del campo largo. Si confida in una soluzione lessicale in grado di salvare capra e cavoli, ponendo la centralità della “trattativa” e lasciando sullo sfondo (ma come?) il problema dell’invio delle armi alla resistenza ucraina. Come se bastasse evocare la pace per sciogliere il nodo politico e morale del sostegno a un Paese aggredito.
L’ambiguità, in realtà, non è più un rischio: è già il metodo di lavoro. E Giuseppe Conte, su questo terreno, non sembra disposto a concedere nulla, nemmeno a costo di mandare in frantumi la coalizione perché per l’avvocato del populismo la questione ucraina non è una voce fra le altre del programma: è una linea identitaria, uno strumento di pressione sul Pd e, soprattutto, un modo per misurare quanto Schlein sia disposta a cedere pur di tenere in piedi l’alleanza.
Domenica la segretaria del Pd davanti alla assemblea nazionale metterà a sistema questa fiducia e forse indicherà qualcosina in più rispetto alle sue ultime uscite: se non proprio una data per la prima riunione del “tavolo” per il programma, almeno qualche punto fermo sulla sua “scaletta”. Di fatto, ancora è nebbia sui nodi principali: l’Ucraina – si è già detto – ma poi anche su chi fa parte della coalizione e sul problema delle primarie. Ma non è neppure chiaro se il Pd andrà al tavolo con un proprio programma.
L’unica cosa che in queste ore veramente interessa la squadra della segretaria è la sua incoronazione come unica candidata del partito alle primarie. Per questo occorre una modifica dello Statuto con una norma che escluda la celebrazione del congresso nell’anno delle elezioni politiche, in modo tale da prorogare il mandato di Schlein. Scontata l’approvazione della modifica statutaria, la giornata sarà un Elly day.
Il Nazareno sta organizzando una massiccia presenza anche di chi non è membro dell’assemblea. Si vuole fornire l’immagine di un partito tutto già impegnato nella campagna elettorale di Schlein in vista delle primarie, si serrano le fila perché – dicono gli uomini di Stefano Bonaccini, ora grande sostenitore della segretaria – «non ci sono elementi sostanziali di garanzia di una gestione realmente unitaria dei passaggi successivi».
Leggi: non ci deve essere spazio per dissensi sul nome della leader del partito. Con la speranza, inoltre, che non ci siano altre candidature che potrebbero toglierle voti. Ma come farà Schlein a convincere Alessandro Onorato o Franco Gabrielli di non presentarsi ai gazebo o a Matteo Renzi di non mandare in campo una candidatura di Casa riformista? Un problema non da poco che Conte non ha.
Così, mentre il Pd cerca di blindare la propria segretaria, l’avvocato del populismo può permettersi di tenere aperta ogni partita: quella sul programma, quella sull’Ucraina, quella sulla leadership del campo largo. Non ha bisogno di proclamarsi candidato unico, né di modificare uno Statuto per garantirsi la permanenza alla guida del Movimento. Gli basta che Elly Schlein sia costretta a inseguirlo.