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Gas a +200% rispetto al pre guerra in Iran: inverno a rischio stangata sulle bollette

23 October 2026 at 18:19

Oltre tre volte tanto. Le quotazioni del gas sul mercato Ttf di Amsterdam hanno superato oggi i 93,5 euro al megawattora, contro i 30 di fine febbraio subito prima dell’inizio della guerra in Iran e della riduzione delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz. Fa +200%, a spanne. La corsa riporta l’energia – oltre al caro carburanti che ha scatenato le proteste di autotrasportatori e agricoltori – al centro delle preoccupazioni per l’inverno, quando riscaldamenti accesi e consumi di conseguenza più alti metteranno ulteriormente sotto pressione i bilanci di famiglie e imprese. Mentre il “tetto al prezzo del gas” che il governo Meloni rivendica di aver ottenuto dalla Ue non migliorerà la situazione.

Tornando ai prezzi, il paragone con la crisi del 2022, quando il gas arrivò a 311 euro al megawattora nell’agosto successivo all’invasione russa dell’Ucraina, a prima vista rassicura: oggi non va così male. Ma i prezzi attuali, pur molto sotto quel picco, sono comunque un problema per un continente che dipende ancora pesantemente dalle importazioni. E in particolare per un Paese, l’Italia, in cui il metano continua a pesare molto nella produzione di elettricità e dunque a determinarne il prezzo. Il nostro “mix energetico fortemente dipendente dalle fonti fossili“, annota l’Ufficio parlamentare di bilancio nella nota sulla congiuntura di ottobre, “contribuisce alla maggiore esposizione del nostro Paese alle oscillazioni delle quotazioni delle materie prime energetiche”. Rendendo più rapida, tra l’altro, la propagazione dei rincari dell’energia ai prezzi di beni e servizi, il che gonfia l’inflazione.

Sul fronte delle quantità disponibili, va detto, l’Italia arriva all’inverno con una buona copertura. È stato raggiunto con dieci giorni di anticipo rispetto all’avvio della stagione invernale l’obiettivo del 90% di riempimento degli stoccaggi a fronte di una media europea del 74,5%, con la Germania al 61%. Ma se le riserve allontanano il rischio di una carenza immediata e permettono di affrontare con maggiore sicurezza l’aumento dei consumi, non congelano i prezzi: il gas stoccato viene progressivamente utilizzato e le nuove forniture risentono delle quotazioni internazionali. Se il Ttf resterà vicino ai 90-100 euro, le bollette seguiranno, ovviamente con effetti che dipenderanno anche dai contratti di fornitura e dai tempi di aggiornamento delle tariffe.

La settimana scorsa Facile.it ha stimato che, con le attuali tariffe del mercato libero a prezzo bloccato, il costo medio per riscaldare casa in inverno potrebbe arrivare a 1.016 euro: il 26% in più rispetto al 2025 a parità di consumi. Per chi ha invece un contratto indicizzato, il comparatore aveva previsto a fine agosto una spesa di 709 euro per il gas nel periodo settembre-dicembre, il 43% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Ma da allora il Psv, il prezzo di riferimento del gas all’ingrosso in Italia, è salito fino a 0,99 euro al metro cubo. Aggiornando la stima, l’esborso sale a 750-780 euro, con un aumento annuo superiore al 50%.

È in questo contesto che il governo il 16 ottobre ha presentato come un ottimo risultato l’intesa preliminare con Bruxelles per mettere un tetto al costo del gas utilizzato nelle centrali elettriche. La soglia indicativa è di 59-60 euro al megawattora, contro i 40 euro inizialmente richiesti da Roma che puntava a ottenere il risultato rimborsando ai produttori di elettricità i soldi pagati per le quote europee di emissione. La Commissione ha detto no e alla fine l’accordo è che l’Italia riscriverà il decreto Bollette della scorsa primavera, finora inapplicato, prevedendo un meccanismo di compensazione dei maggiori costi di approvvigionamento dei produttori termoelettrici. L’obiettivo è abbassare il prezzo all’ingrosso della corrente, che in Italia viene fissato in base al costo di produzione negli impianti alimentati a metano. Ma la misura non riguarda il riscaldamento domestico. Non solo: non garantisce uno sconto uniforme a tutti i consumatori: andrà a beneficio, nel 2027, solo di quelli che hanno un contratto a prezzo variabile. I quali peraltro saranno chiamati a coprire i costi del meccanismo attraverso oneri in bolletta.

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Mark Zuckerberg si prepara a pagare la tassa californiana sui miliardari. Meta gli dà nuove azioni per blindarlo per otto anni

22 October 2026 at 18:19

Il numero uno di Meta Mark Zuckerberg si prepara a pagare la tassa sui miliardari, se la California approverà la misura. E il gruppo a cui fanno capo Facebook, Instagram e Whatsapp corre ai ripari per consentirgli di farlo senza mettere a rischio il controllo della società. Meta infatti, come emerge da un documento depositato alla Securities and Exchange Commission, distribuirà ai soci nuove azioni di classe C prive di diritto di voto in aggiunta a quelle già possedute. Zuckerberg potrà vendere o trasferire immediatamente il 20% dei titoli che riceverà, una quota equivalente a circa il 10% della sua partecipazione. E potrà usare il ricavato per saldare l’eventuale imposta. In cambio si impegna a mantenere la residenza in California per i prossimi otto anni.

L’intesa arriva a meno di due settimane dal referendum del 3 novembre sulla Proposition 40, che propone una patrimoniale una tantum del 5% sulle fortune dei circa 250 miliardari residenti nel Golden State e l’utilizzo del gettito per finanziare la sanità depauperata dai tagli di Trump e programmi per l’istruzione e l’assistenza alimentare. In caso di successo, segnerebbe una svolta per il dibattito sulla tassazione della ricchezza.

Secondo i documenti societari Zuckerberg, il cui patrimonio è stimato intorno ai 240 miliardi di dollari, aveva comunicato a un Comitato speciale di amministratori indipendenti di star valutando il trasferimento della residenza fuori dallo Stato per cercare di dribblare un’imposta che nel suo caso varrebbe circa 10 miliardi. Per pagare il conto avrebbe infatti dovuto vendere parte delle azioni di classe B, quelle che gli garantiscono diritti di voto maggiorati: la sua quota di controllo sarebbe scesa dal 60,6% a circa il 53%. Il Comitato speciale, ritenendo “di fondamentale importanza mantenere il Sig. Zuckerberg in una posizione di leadership all’interno della nostra azienda” e far sì che “che continui a risiedere e a gestire l’Azienda dalla nostra sede centrale in California per garantire la sua continua capacità di guidare efficacemente le nostre prestazioni durante quest’era di sfide e concorrenza senza precedenti”, ha trovato giocoforza una soluzione: una riorganizzazione della struttura azionaria. Meta distribuirà appunto ai soci dal gennaio 2027 nuove azioni di classe C, prive di diritto di voto, in aggiunta a quelle già possedute.

L’economista francese Gabriel Zucman, che da anni studia la concentrazione della ricchezza e le modalità per tassare i grandi patrimoni, ha scritto su X che la decisione è la prova che “la campagna per la Proposition 40 sta funzionando”: viene meno infatti l’argomento usato da molti oppositori secondo cui i miliardari “non potrebbero” versare il dovuto pena la perdita del controllo delle loro compagnie. Se messi alle strette, evidentemente, si può fare.

Da notare, peraltro, che come ricorda il documento inviato alla Sec dal 2013 Zuckerberg riceve uno stipendio annuo simbolico di un dollaro come amministratore delegato e presidente del gruppo. La società lo utilizza come argomento per motivare la sua necessità di liquidità. Ma il punto è che la sua ricchezza deriva soprattutto dal valore delle azioni Meta, che può crescere senza tradursi in reddito imponibile. È un meccanismo comune tra i grandi miliardari: finché le azioni non vengono vendute, l’incremento di valore resta generalmente una plusvalenza non realizzata e non è tassato come reddito da capitale. Il risultato che, a fronte della impressionante concentrazione delle fortune nelle mani di pochi, quei pochi riescono a versare meno tasse rispetto a un lavoratore del ceto medio. La patrimoniale una tantum proposta da un sindacato di lavoratori della sanità punta a correggere in parte questa asimmetria.

Come da copione l’opposizione alla misura è stata però violenta: molti grandi nomi della Silicon Valley, fallito l’obiettivo di impedire che la proposta promossa arrivasse alle urne, hanno messo in campo tutto il proprio arsenale finanziario e non solo per convincere gli elettori a bocciarla. Tra campagne di disinformazione e sostegno ad altre misure referendarie che potrebbero impedirne l’entrata in vigore. Alcuni miliardari, tra cui i cofondatori di Google Larry Page e Sergey Brin, hanno valutato o annunciato di volersene andare. Anche se, come evidenziato da Zucman, sulla carta per avere successo il trasferimento fiscale avrebbe dovuto essere completato entro fine dicembre 2025: il testo infatti individua i potenziali contribuenti in base alla residenza al 1° gennaio 2026. L’eventuale trasferimento di Zuckerberg, ipotizzato per ottobre di quest’anno, sarebbe stato quindi al massimo un tentativo in extremis per tentare di contestare la propria assoggettabilità alla tassa, ma non una garanzia di esserne escluso.

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