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“19 chat Telegram controllate da sei admin”: chi c’è dietro “Italia in piazza”, la galassia social che organizza le proteste

24 October 2026 at 08:03

“Mai vista una tecnologia così sofisticata per organizzare le proteste”, dice Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma Nazionale in Cybersecurity presso Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di un’analisi preliminare sul ruolo svolto dalle piattaforme digitali nell’organizzazione delle proteste esplose il 17 ottobre. Uno studio in attesa di pubblicazione, ma ilfattoquotidiano.it può già anticiparne i dettagli. Spicca un dato: “Cinque admin e un fondatore che controllano tutto”, dice l’esperto, illustrando un messaggio in chat. Appare in automatico, ogni volta che un utente porge domande sulla struttura di comando.

Il report traccia la mappa della galassia online marchiata “Italia in piazza”, tra i detonatori delle iniziative di protesta: un sito web e circa 40 gruppi, tra pagine TikTok e 19 chat Telegram. Instagram, secondo Alvisi, è solo la copertina e la costola meno importante. “Telegram ha compiti di coordinamento, ma il motore è TikTok”, dice il ricercatore. “È il social network della generazione Alfa, ragazzini delle superiori nati dopo il 2010”, aggiunge. Dunque minorenni intorno ai 16 anni. Mentre un piccolo nucleo di sei admin controlla la rete di 19 gruppi Telegram, sorti il 7 ottobre. Il motivo? La chat WhatsApp, battezzata Italia in piazza 17 ottobre all’inizio dello stesso mese, era frenata dal tetto per gli iscritti: massimo mille. Dunque, stando al report, l’8 ottobre chiude i battenti e trasloca su Telegram, senza vincoli al numero dei partecipanti. La chat nazionale copia il nome da WhatsApp: Italia in piazza, togliendo la data. Le 18 edizioni locali si distinguono adottando nomi di città e regioni.

“Sul gruppo nazionale, al 19 ottobre, si contavano 4.073 utenti”, dice Alvisi. In totale “saliamo a 9.010, ma la stragrande maggioranza degli utenti locali partecipa anche alla pagina nazionale”, prosegue il dottorando. Le 19 chat Telegram condividono lo stesso stemma: un megafono nero. E rimandano l’una all’altra: quando un utente chiede lumi sui vari gruppi, risponde un bot offrendo l’intera lista dei link. Quando si invocano informazioni sui capi, il bot firma un messaggio automatizzato con i nomi dei profili al comando delle chat: “Fondatore: Andrea, web developer. Vice-fondatore: Ludo, staff. Amministratore: Ily, staff. @Marco, staff. @nonbannato. @ssoqquadro, moderatrice”. Sei nomi inventati, nessun indizio sulle persone reali. Non sappiamo se il profilo Andrea sia il creatore delle 19 chat Telegram. “Ora il profilo è chiuso, ma nei messaggi appare come il fondatore”, dice Alvisi. Il nickname Andrea nasce contestualmente alla chat nazionale. Suo è il primo post, il 7 ottobre. Lui è il creatore dei topic, gli argomenti discussi dagli utenti. Il mare è l’immagine del suo emblema, “iltuoprefe2” come tag per essere trovato dagli altri utenti.

Alvisi delinea la struttura al comando della galassia Telegram: “Sei admin detengono il nucleo del potere, Andrea è tra gli amministratori di tutte le chat tranne due, dove non c’è lui è presente Marco”. Gli admin tengono le redini: escludono gli utenti con un ban, decidono chi accogliere, restringono o ampliano i poteri di centinaia di moderatori, mettono in evidenza i messaggi in chat orientando il dibattito. Poche persone, una struttura decentrata, per depistare l’identificazione. Se cade una delle 19 gambe Telegram, il corpo resta in piedi. Una pianeta in grado di calamitare infinite orbite delle proteste: “Se voglio organizzare una contestazione in una scuola, conviene spedire un link in quella rete, già ricca di migliaia di nodi”, dice Alvisi. L’esperto tira le somme della ricerca preliminare: “Mai prima d’ora le proteste avevano poggiato su un’infrastruttura tecnologica così complessa e coordinata”. Sito web con link a decine di gruppi, chat e comunità, bot automatici per gestire i collegamenti, sfuggendo a ogni radar, perché “nessuno aveva idea di cosa stava succedendo”. Sabato 24 ottobre si annunciano proteste nelle più importanti città d’Italia. Sarà il banco di prova, per capire se dalle chat si scende in piazza.

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Rivolte a Milano: com’è nata (e poi fallita) l’alleanza tra studenti, centri sociali e galassia social

23 October 2026 at 19:44

Gli inquirenti indagano sulla possibile saldatura tra due anime delle contestazioni che hanno scosso Milano e l’Italia, con violente guerriglie urbane, tra il 17 e il 20 ottobre. Da una parte i movimenti anarchici e antagonisti. Dall’altra, i giovanissimi che si radunano nelle piazze virtuali, nella galassia digitale di chat e social network. Ilfattoquotidiano.it ha ricostruito una cronologia dettagliata dell’incontro tra i diversi gruppi delle contestazioni milanesi, attraverso colloqui con due fonti. Riscontri giungono anche da un’analisi preliminare sul ruolo delle piattaforme online nell’organizzazione delle proteste, firmata da Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma nazionale in cybersecurity presso la Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di uno studio in attesa di pubblicazione, ma i dettagli si possono già anticipare. Ai primi di ottobre, una community WhatsApp radunava mille iscritti desiderosi di scendere in piazza il 17 ottobre. Centri sociali e collettivi studenteschi milanesi hanno provato a guidarli in piazza. Ma l’alchimia è fallita e le strade si sono separate.

La chat WhatsApp: il terreno comune tra antagonisti e nuovi “capi” online

Una data e un luogo: 8 ottobre 2026, Giardini in transito di Milano. Quel giorno, in quella piazza, si è svolta un’assemblea tra esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi (universitari e delle scuole superiori) e leader meneghini della chat WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Nella ridda delle sigle digitali, facciamo chiarezza: la pagina Instagram Movimento 17 ottobre, tra i detonatori delle proteste, è nata ai primi di ottobre con due antecedenti. La pagina Instagram e la community WhatsApp battezzate con lo stesso nome: Italia in piazza 17 ottobre. Alle cronache era nota la pagina Instagram, molto meno la chat WhatsApp. La comunità virtuale desta lo stupore di una studentessa campana. Il 3 o 4 ottobre, la ragazza avvisa un’attivista lombardo aderente ad un’organizzazione universitaria: qualcosa di grosso bolle in pentola, la nuova community raduna folle di arrabbiati. Lo studente meneghino alza il sopracciglio, è la conferma di un sentore vago: su TikTok, già a settembre spuntavano profili social che esortavano a protestare il 17 ottobre.

Pochi giorni dopo la segnalazione giunta in Lombardia dalla Campania, ai Giardini in transito di Milano arrivano i “leader” milanesi della community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre. Incontrano gli studenti e i centri sociali. I diversi gruppi condividono lo scopo: organizzare la piazza contro il carovita. Chi ha invitato all’appuntamento i “capi” milanesi della community? Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, esponenti dei centri sociali milanesi. Anche loro partecipavano alla “comunità” virtuale. In chat, su WhatsApp, hanno scovato i numeri di telefono e contattato personalmente i leader emersi durante le discussioni online. La community nazionale era divisa in gruppi locali distinti per città. Nella sezione milanese è nato l’incontro tra gli attivisti dei centri sociali e i nuovi leader della protesta digitale. Ecco la genesi dell’incontro tra le anime, molto differenti, delle proteste contro il carovita a Milano. Ma l’unione non è andata a buon fine.

La frattura sui neofascisti

Centri sociali e collettivi studenteschi volevano guidare la contestazione riempiendo le piazze con gli arrabbiati in chat e sui social network. Ma i dubbi sono emersi subito, all’assemblea dell’8 ottobre. Gli studenti temono “la possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo, la mancanza di una linea politica chiara, l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Ecco il punto di frizione: “Da una parte, chi ritiene fondamentale portare in piazza più persone possibile”, senza escludere l’estrema destra; “dall’altra, chi sostiene la necessità di stabilire dei paletti e definire meglio la linea politica”. Dunque, “il corteo del 17 si prospetta molto imprevedibile”. Così, studenti ed esponenti dei centri sociali scendono piazza come scelta individuale, senza i loghi delle organizzazioni. Temono atti violenti e vogliono prenderne le distanze.

La nuova chat Telegram Movimento 17 ottobre: “Via dal gruppo Italia in piazza”

Il 17 ottobre, nelle vie milanesi, esplode la paventata guerriglia. Il giorno dopo nasce la chat Telegram Movimento 17 ottobre. Il primo messaggio, alle 20,33 del 18 ottobre, dice: “Abbiamo creato questo gruppo come spazio per discutere e parlare insieme. Alcuni di noi erano nel gruppo di Italia in piazza, quelli che hanno chiamato ieri. Ma hanno un’impostazione liberale che tollera razzismo e fascismo e toglie spazio ai partecipanti per decidere insieme come organizzarci. Dobbiamo fare come in Francia. Li sono ben organizzati e, soprattutto, attivi”. Il secondo messaggio è una clip video in onore dello storico centro sociale milanese sgomberato. Inizia così: “È passato un anno dallo sciopero del Leoncavallo…”.

Il report illustrato da Lorenzo Alvisi arricchisce la ricostruzione de ilfattoquotidiano.it. Partiamo dalle date. L’8 ottobre (lo stesso giorno dell’assemblea ai Giardini in transito) chiude i battenti la community WhatsApp Italia in piazza 17 ottobre, stando al messaggio di un utente, perché il tetto ai mille iscritti soffoca la partecipazione. Ventiquattro ore prima erano spuntati 19 gruppi Telegram battezzati con lo stesso nome, Italia in piazza, con un vantaggio: nessun limite agli iscritti. Condividono la stessa immagine di profilo: un megafono nero.

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Falle Php, Agenzia cyber: “Almeno 60 mila domini a rischio, governo in allerta”. E spunta l’altro bug sull’autenticazione dei siti web

23 October 2026 at 10:18

“Il governo Meloni sta seguendo costantemente l’evoluzione della sicurezza informatica in Italia”, dopo la rivelazione da parte di OpenAI di due falle nel linguaggio PHP. E’ la rassicurazione giunta a ilfattoquotidiano.it dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza (Acn). “In queste ore, il raccordo istituzionale” con l’esecutivo “è stato continuo e tempestivo, garantendo un flusso informativo costante sulle misure adottate”, prosegue l’Autorità.

Il pericolo della “completa compromissione dei portali web”

I rischi sono molto gravi: sfruttando i “buchi”, ora di dominio pubblico, i criminali possono ottenere “la completa compromissione dei portali web”, per rubare “tutti i dati presenti nei sistemi colpiti”, ma anche per costruire un “ponte per ulteriori compromissioni in profondità (account, password, dati personali, dati aziendali, etc) all’interno di reti di soggetti pubblici e aziende”. La minaccia riguarda tutti, avvisa Acn, pubbliche amministrazioni e imprese private: “Il 69.3% dei portali a livello mondiale sono realizzati o utilizzano PHP”, dice citando i numeri del W3Tech, la piattaforma online che monitora i sistemi più diffusi per la creazione e la gestione dei siti web. L’Agenzia ha individuato “almeno 60.000 domini che utilizzano la tecnologia PHP e il numero finale probabilmente sarà più elevato in quanto i più comuni CMS (es. WordPress, Joomla, Drupal, etc) sono realizzati in PHP”. Tutti sono stati avvisati e sollecitati a seguire le istruzioni di sicurezza.

L’Autorità Cyber: “Senza la patch, staccate i sistemi da Internet”

Il pericolo, sottolinea l’Autorità cyber, è esteso al punto da rendere insensato focalizzarsi su specifici servizi: “In linea teorica, il rischio sussiste” per tutti i sistemi basati su linguaggio PHP “esposti su Internet”. Secondo William Nonnis, analista tecnologico della presidenza del Consiglio dei ministri, oltre il 70 per cento dei software per la gestione del personale, nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni, sono basati su PHP. Dunque, anche le informazioni contenute nelle buste paga dei lavoratori sarebbero a rischio: parliamo dei dati bancari incluso l’Iban. “Confidiamo nel fatto che tutti i soggetti interessati adottino tempestivamente tutte le misure tecniche e organizzative necessarie a mitigare le potenziali vulnerabilità”, auspica l’Agenzia. Qualora non si riesca sybito a tappare la falla con le patch rilasciate dalla dalla Fondazione PHP, l’Autorità cyber raccomanda di “spegnere” i sistemi sganciandoli da internet. Ieri, per precauzione, oltre 30 servizi digitali del governo del Regno Unito erano offline, in attesa di metterli al riparo dai criminali informatici. Anche la Germania ha spento per prudenza siti di ministeri. Istituzioni essenziali fuori dal web anche in Olanda e Francia. In Italia, non risultano ministeri offline.

L’altra minaccia, compromesse 8 chiavi di eMudhra: a rischio i certificati dei siti web

I due bug nel linguaggio informatico PHP non sono l’unica falla nella sicurezza informatica globale. Il 20 ottobre la fondazione che gestisce il browser Mozilla ha annunciato la compromissione di 8 chiavi del colosso tecnologico eMudhra, per autenticare i siti web. Secondo due esperti ascoltati da ilfattoquotidiano.it, chiunque sia in possesso delle chiavi può sostituirsi al gigante indiano. Con quali conseguenze per le persone comuni? Potenzialmente, le mail ricevute non si sa se siano autentiche oppure no. Ma è solo un esempio. In ballo ci sono i certificati, ovvero il lucchetto visibile quando un sito si mostra legittimo. Tutti i browser per accedere a internet, su smartphone e pc, si fidano di quei certificati. Un sistema centralizzato, fondato su una lista di poche decine di autorità, inclusa eMudhra: i browser di navigazione online e i sistemi operativi si fidano solo di loro. Ma con le 8 chiavi trafugate è possibile creare un falso sostituto “valido”, per qualsiasi sito, anche delle banche o di posta elettronica, servizi distanti da eMudhra.

Roio: “Il prezzo della centralizzazione. Non possiamo consegnare ancora più potere agli stessi pochi custodi”

Secondo Denis Roio, co-fondatore dell’Associazione Italiana dei Crittografi, “con questa falla si può fare phishing autenticando siti al posto di altri”. Non è un “trucco” affatto facile, alla portata di tutti i criminali informatici. Ma il rischio, in teoria, è approdare su un sito sensibile, ad esempio del governo, riconosciuto come autentico dal browser, mentre si tratta di un’esca per una truffa, indistinguibile all’occhio dell’utente. Sul browser appare l’indirizzo giusto e il lucchetto regolare, ma il sito sarebbe falso. La vulnerabilità, sulla carta, tocca anche le firma digitali, diffuse in Europa anche nelle pubbliche amministrazioni. Emudhra ha dichiarato che si ritirerà volontariamente dal mercato globale della sicurezza: una misura della gravità della falla. Secondo Denis Roio, “il caso mostra il prezzo della centralizzazione: otto chiavi compromesse consentono di falsificare certificati per qualsiasi sito nel mondo. Il documento congiunto delle agenzie di sicurezza Americane (Five Eyes) avverte che emergeranno nuove vulnerabilità e che l’intelligenza artificiale accelera gli attacchi”. “Le prossime falle arriveranno, la risposta non può essere consegnare ancora più potere agli stessi pochi custodi”, ammonisce l’esperto. La soluzione? “Evitare la centralizzazione, per scongiurare il rischio che l’errore di una singola parte travolga tutti”.

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Falle del codice PHP, “offline oltre 30 servizi governativi del Regno Unito”. Cloudflare: “Milioni di attacchi hacker”

22 October 2026 at 18:27

Mentre Cloudflare lancia l’allarma su “milioni” di attacchi hacker sulla sua rete, decine di siti del governo inglese sono offline. Ma l’allarma dilaga in tutta Europa, dopo la scoperta delle gravi falle di sicurezza nel linguaggio di programmazione Php. Ministeri e istituzioni “spente” anche in Olanda, Germania, Francia, Finlandia. Molti siti e servizi dell’Unione europea funzionano grazie al linguaggio PHP. In Italia, l’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale ha rilasciato ieri due patch per mettere al riparo i sistemi. Ma i rischi sono già in atto per milioni di cittadini del Vecchio Continente, non solo in Italia.

Giù siti governativi del Regno Unito, consigli Comunali e serie tv della Bbc

Almeno 32 servizi digitali dell’esecutivo britannico sono inaccessibili, altri 4 operativi solo in parte. Alla Camera dei Lord del parlamento inglese, è la Baroness Lloyd (sottosegretaria per il settore digitale) ha tracciare il perimetro della gigantesca falla, in grado di minacciare la sicurezza informatica in tutto il mondo. I disservizi online derivano soprattutto dalle “misure precauzionali adottate per proteggere i sistemi mentre vengono applicati gli aggiornamenti di sicurezza”, ha chiarito Lloyd. Mentre nessun grande servizio pubblico essenziale rivolto ai cittadini è stato colpito, ha rassicurato un portavoce del governo laburista guidato da Andy Burnham. Ma Downing Street ha esortato “tutte le organizzazioni, private e pubbliche, grandi e piccole” a seguire le indicazioni di protezione. Il Centro nazionale per la sicurezza informatica del Regno Unito (Ncsc) ha diffuso le istruzioni per aggiornare i sistemi “tappando” la falla. Ove non sia possibile, il consiglio è di staccare la spina, mettendo “offline il sistema finché non possa essere pienamente messo in sicurezza”. L’Office for Budget Responsibility (Obr), l’organismo indipendente di controllo dei conti pubblici, ha oscurato il proprio sito, per mettersi al sicuro. Ieri erano finiti offline anche i siti dei consigli comunali di Edimburgo e Oxford, ora tornati accessibili. Restano irraggiungibili le pagine di diversi programmi della Bbc, tra cui quelli delle serie “Doctor Who” e “The Traitors”, anche se non c’è conferma di un legame con le vulnerabilità del linguaggio Php.

Cloudflare: “Milioni di attacchi in corso”. Amazon conferma. Istituzioni offline in Germania e Olanda

Intanto, sulla piattaforma X Matthew Prince, amministratore delegato della società di infrastrutture Internet Cloudflare, ha lanciato l’allarme: “milioni” di tentativi di sfruttare le vulnerabilità di PHP sulla propria rete nelle 10 ore precedenti l’annuncio pubblico. “Da migliaia, il numero è balzato a decine di migliaia nei 45 minuti successivi all’annuncio, a centinaia di migliaia nel giro di due ore e ora a milioni”, ha dichiarato il Ceo del colosso americano,citato dall’emittente pubblica inglese Bbc. “Al momento”, ha chiarito Prince, “non sappiamo se qualche hacker sia riuscito a sfruttare con successo le falle” di sicurezza. Anche Amazon conferme l’esistenza di criminali informatici al lavoro per sfruttare le vulnerabilità, ma finora i suoi siti web funzionano normalmente.

In Germania, come precauzione, ieri erano offline diversi siti dei ministeri, su indicazione dell’Ufficio federale per la sicurezza informatica (BSI). Ma nessun indizio di violazione, secondo il ministro per il Digitale tedesco Karsten Wildberger. “Prendiamo molto sul serio questo incidente e gli attuali avvertimenti”, ha dichiarato il politico della Cdu al quotidiano Bild. L’allarme per la falla del linguaggio PHP, tocca l’intera Europa. In Olanda offline il sito del National Cyber Security Centre (il centro per la sicurezza informatica nazionale), a titolo precauzionale. I Paesi Bassi hanno disattivato diversi servizi e siti web istituzionali, secondo la testata giornalistica Euronews: giù il sistema di identità digitale DigiD, il portale governativo Overheid.nl, il sito della camera bassa del parlamento, i cinque principali partiti politici del Paese. Ma anche infrastrutture chiave come il porto di Rotterdam e diversi ospedali. Il fornitore informatico statale finlandese Valtori ha spento in blocco i servizi web del governo “come misura precauzionale”. In Francia, il Ministero dell’Interno ha messo in modalità manutenzione i siti delle amministrazioni locali, prosegue Euronews.

Una dichiarazione congiunta per esortare ad agire immediatamente sui sistemi online è giunta dalle autorità europee, con un documento firmato dalla Commissione Ue, ENISA, CERT-EU, Europol e la rete europea dei centri nazionali di risposta agli incidenti informatici. Molti siti e servizi delle istituzioni Ue sono basati su Drupal, fondato sul linguaggio PHP. The Drop Times, testata giornalistica specializzata sulle tecnologie Drupal, conta 770 siti attivi per 44 servizi della Commissione, con centinaia di milioni di visite l’anno.

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