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“Adda venì Vannacci”: chi è davvero il generale e perché una parte d’Italia lo aspetta? Dalla carriera militare alla Lega, il nuovo libro di Francesco Bonazzi indaga il fenomeno politico – L’estratto

27 October 2026 at 08:20

È in uscita il 27 ottobre per l’editore Aliberti Adda venì Vannacci. Chi è davvero il Generale e perché una parte d’Italia lo aspetta del giornalista Francesco Bonazzi. Dalla carriera militare ai rapporti con la Lega fino alla nascita di Futuro Nazionale, l’autore passa al vaglio le posizioni di Roberto Vannacci su sicurezza, famiglia, lavoro, immigrazione, Europa. In un ritratto tagliente e a tratti impietoso, in cui non si concedono scorciatoie nemmeno ai suoi avversari, mette alla prova quella promessa di buonsenso che attraversa i suoi discorsi. Per capirlo, sostiene Bonazzi, dargli del fascista non basta. Bisogna leggere ciò che scrive, osservare come si muove e guardare ai vuoti lasciati dalla politica che vorrebbe fermarlo. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, un estratto del volume:

Il dividendo dell’incertezza

Il fenomeno FN non è il trionfo della destra identitaria e non è neppure portatore di una qualche identità, come si cerca di far credere. V si piazza a gambe divaricate, sia fisicamente che idealmente, al centro di mille paure fomentate negli anni e indica un nuovo percorso politico e di conquista del potere alla nuova destra nazionalista e xenofoba. La destra di FN è orgogliosa, muscolare, giovane, senza grossi scheletri negli armadi e si rivende come la destra autentica e senza filtro che scaccia la falsa destra accomodante e imborghesita. V è la moneta cattiva che tenta di scacciare la moneta buona, come nella legge di Gresham.

O, se si vuole essere più brutali, come la nuova agenzia di vigilanza che viene ingaggiata dopo che quella presente non ha “performato” in modo adeguato.

In tutti questi mesi V ha tentato di accreditarsi sul mercato dell’offerta politica come la risposta baldanzosa e movimentista, a tratti persino spiritosa e futurista, alla destra grigia di Giovambattista Fazzolari, alla destra familista di Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, alla destra nepotista di Ignazio La Russa, alla destra inefficiente e tromboneggiante di Adolfo Urso, alla destra delle circolari torve e vagamente inquisitorie del ministro Giuseppe Valditara e a quella dandy e leggiadra di Alessandro Giuli.

V è la naturale evoluzione del generale Francesco Paolo Figliuolo, l’eroe della campagna vaccinale, che tutto può e tutto risolve in un delirio di paure inedite e tecnocrazie in divisa, innescato da una classe politica inetta e che non vuole assumersi delle responsabilità che teme essere impopolari.

V è la prosecuzione sui social media del mitico onorevole Giuseppe Tritoni di Vogliamo i colonnelli, impersonato da Ugo Tognazzi. Più che un’identità, la sua destra è un eterno ritorno, una reincarnazione dell’uomo forte, perfetto per un popolo che forse è stato più mussoliniano che realmente fascista. Un popolo che oggi è in una certa misura già pronto a diventare vannacciano.

V pilota con fiero cipiglio questa nuova destra che si proclama efficiente e identitaria, ha gli stivaloni ben piantati nella tradizione italica più retorica e autocompiaciuta,

ma fonda il suo sistema di valori su una categoria farlocca come il concetto di identità e su un’elaborazione teorica debole o inesistente. Questa famosa identità esiste? Non esiste? Alla fine poco importa. Tanto serve solo a escludere.

L’identità e la sua estrema difesa diventano la giustificazione di ogni deriva securitaria, di ogni xenofobia, di ogni pulsione razzista e della fatidica remigrazione.

Senza la bandierina della «nostra identità» restano sul campo, nudi e impresentabili come il culo della scimmia, razzismo, discriminazioni e gli abusi di potere in divisa dell’ICE (Immigration and customs enforcement). Alla fine, come recita uno slogan di chi si è opposto alla polizia speciale di Trump «Police everywhere, justice nowhere» («polizia ovunque, giustizia da nessuna parte»). Vogliamo arrivarci anche in Italia?

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“Ai bambini non mancano gli stimoli, ne hanno troppi. Manca un tempo di qualità che noi non diamo loro”: Don Davide Banzato racconta in un libro le paure dei bimbi e le domande a cui gli adulti non sanno rispondere

26 October 2026 at 10:20

“Il bambino uscì sul balcone e alzò gli occhi al cielo. Quella sera le stelle sembravano infinite: E io che posto ho in tutto questo?”. È la domanda che si pone il protagonista del libro “Come una stella nel cielo” di Don Davide Banzato, pubblicato da Mondadori Electa e pensato per bambini a partire dai 7 anni.

Don Davide Banzato è un sacerdote della Comunità internazionale Nuovi Orizzonti fondata da Chiara Amirante, conduttore e autore di diversi libri. Un storia delicata che nasce dal desiderio di parlare ai più piccoli di smarrimento, paura, crescita e accompagnarli alla scoperta della propria strada da seguire.

Perché non sono soltanto gli adulti posso sentirsi persi. Anche un bambino può attraversare momenti di perdizione e interrogarsi sul proprio posto nel mondo o ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a comprendere tutto ciò che lo circonda. A volte significa semplicemente essere davanti a qualcosa di nuovo, che ancora non sappiamo interpretare. Per un bambino può essere la separazione dai genitori, un cambiamento, la paura di non essere accettato, la perdita di una persona cara.

Nel libro di Don Davide Banzato, il protagonista trova nel dialogo con il proprio angelo custode un punto di riferimento capace di ascoltare e accompagnarlo. È un dialogo tra chi educa e chi cresce, tra domande e silenzi, soprattutto quando “la luce si spegne e scende la notte”, metafora di quei momenti della vita in cui tutto sembra più difficile da comprendere.

Chi siamo, dove stiamo andando, che cosa dà valore alla nostra vita sono i punti cardini del libro tratto da un’esperienza personale di Don Davide, vissuta insieme al nipote durante un’escursione in montagna, a circa 3.000 metri di altezza.

Intervista a Don Davide Benzato

Don Davide com’è nata l’idea di scrivere un libro per bambini che parli di smarrimento?

“È nata prima di tutto da un’esperienza molto concreta. “Come una stella nel cielo” è legato al rapporto con mio nipote Luca e al desiderio di provare a raccontare, con il linguaggio semplice e immediato dei bambini, alcune delle grandi domande che in realtà ci accompagnano per tutta la vita”.

Ci sono momenti in cui tutti, piccoli e grandi, possiamo sentirci smarriti. Ci chiediamo: dove sono? Dove sto andando? Chi mi vuole davvero bene? E soprattutto: sono solo?

“La storia della piccola stella nasce proprio da qui. Si perde, non riesce più a ritrovare la strada, ma proprio attraverso quel viaggio scopre qualcosa di fondamentale: anche quando noi non vediamo più la strada, non significa che la strada non esista. E anche quando ci sembra di essere soli, c’è un Amore che continua a cercarci e ad accompagnarci. In fondo è una piccola parabola. Ho cercato di raccontare ai bambini, attraverso una storia, ciò che il Vangelo ci ripete continuamente: nessuno di noi è perduto agli occhi di Dio”.

Un libro che è un invito non solo ai bambini, ma anche agli adulti per riscoprire un legame invisibile tra cielo e terra, attraverso immagini poetiche ispirate ai Testi Sacri?

“Sì, ed è forse una delle cose a cui tengo di più. Formalmente è un libro per bambini, ma mentre lo scrivevo mi sono accorto che molte delle domande della piccola stella erano anche le nostre. Noi adulti spesso abbiamo imparato a nascondere le domande dietro le nostre sicurezze, gli impegni, il lavoro, la frenesia quotidiana. I bambini invece hanno ancora il coraggio di chiederci: perché siamo qui? Dove va una persona quando muore? Dio dov’è? Perché esiste il dolore? Il cielo è davvero così lontano?

Sono domande immense. Per questo ho voluto che le immagini poetiche della storia fossero attraversate dalla Parola di Dio, senza trasformare il racconto in una lezione. La Bibbia stessa utilizza continuamente immagini: la luce, le stelle, il cielo, la strada, il buio, il seme, il mare…

Sono immagini capaci di parlare a un bambino e, nello stesso tempo, di riaprire nel cuore di un adulto domande che forse aveva smesso di farsi. Il cielo e la terra, nella prospettiva cristiana, non sono due mondi estranei. C’è un legame invisibile che li unisce. E forse abbiamo bisogno di tornare ad alzare lo sguardo per accorgercene. Il libro è scritto proprio pensando sia ai bambini sia agli adulti sia perché nasca un dialogo tra loro“.

In un tempo nel quale i bambini sono immersi da una realtà veloce, piena di immagini, informazioni e stimoli, cosa manca e di cosa hanno bisogno per crescere?

“Ora rispondo a questa intervista dal Madagascar dove mi trovo in missione. Qui in Africa c’è un detto che dice: “Voi occidentali avete l’orologio. Noi abbiamo il tempo”. Credo che oggi ai bambini non manchino gli stimoli. Semmai ne hanno troppi. Manca un tempo di qualità che noi non diamo loro. Che noi da bambini avevamo. E che dobbiamo recuperare.

Manca qualcosa di molto più semplice e prezioso: il tempo. Il tempo dell’ascolto, dello stupore, del silenzio, della relazione. Il tempo per fare una domanda senza ricevere immediatamente una risposta da uno schermo. Un bambino può avere accesso in pochi secondi a una quantità di informazioni che una volta sarebbe stata impensabile. Ma conoscere tante cose non significa necessariamente imparare a vivere.

Per crescere abbiamo bisogno di sentirci amati. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi, che ci ascolti, che ci aiuti a dare un nome alle emozioni, alle paure, ai sogni. Abbiamo bisogno di imparare che non tutto deve essere immediato, che una difficoltà può essere attraversata, che una caduta non è la fine e che il nostro valore non dipende dai risultati, dall’apparenza o dall’approvazione degli altri.

E credo che i bambini abbiano un bisogno enorme anche di stupore. Se perdiamo la capacità di stupirci davanti a un tramonto, a una stella, al mare, a un gesto gratuito d’amore, rischiamo di avere tantissime informazioni sulla vita senza riuscire più a percepirne la meraviglia“.

Che risposte mancano agli adulti di oggi a tal punto da non riuscire a trasmetterle ai bambini?

“Forse prima ancora delle risposte manca la disponibilità a confrontarsi con le grandi domande. Noi adulti siamo diventati bravissimi a spiegare ai bambini come funziona il mondo, ma molto più fragili quando dobbiamo provare a dire loro perché vale la pena viverci.

Possiamo insegnare come avere successo, come essere competitivi, come raggiungere un obiettivo. Ma facciamo più fatica a rispondere a domande come: chi sono? Quanto valgo? Cosa rende davvero felice una vita? Cosa faccio quando soffro? Cosa rimane quando perdo qualcuno che amo? C’è una speranza più forte della morte?

E un bambino percepisce immediatamente se ciò che gli diciamo è qualcosa che abbiamo imparato oppure qualcosa che cerchiamo di vivere. Per questo credo che la grande sfida educativa non sia trovare formule perfette da consegnare ai più piccoli. È tornare noi adulti a cercare ciò che è essenziale. Non possiamo indicare ai bambini una stella se abbiamo smesso noi per primi di guardare il cielo.

Come raccontare ai bambini il valore della vita? Prima di tutto facendoglielo sperimentare. Un bambino comprende che la vita è preziosa quando sente che la sua vita è preziosa per qualcuno. Quando si sente accolto, ascoltato, perdonato, incoraggiato. Quando scopre che non deve conquistarsi l’amore dimostrando continuamente di essere il migliore.

Poi possiamo raccontargli che ogni persona è unica e irripetibile. Che non esiste nessuno al mondo che possa prendere esattamente il suo posto. Che dentro ciascuno di noi c’è una luce che può diventare dono per qualcun altro. Ed è proprio questa una delle immagini che attraversano “Come una stella nel cielo”: una piccola luce può sembrare insignificante davanti all’immensità della notte, eppure può diventare un punto di riferimento per qualcuno che sta cercando la strada.

Ai bambini direi questo: non pensare mai che la tua vita sia troppo piccola per fare qualcosa di grande. E forse dovremmo ricordarlo anche noi adulti. Perché il valore di una vita non si misura dal successo, dalla fama o da quanto possediamo. Si misura dalla capacità di amare e di lasciarsi amare. Ed è questa, alla fine, la luce che nessun buio può spegnere.

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Un libro per rompere il blackout dell’Avana: così la letteratura sfida l’embargo contro Cuba

26 October 2026 at 06:57

Agosto 2026. L’Avana compie cent’anni dalla nascita di Fidel Castro, ma non c’è parata o celebrazione ufficiale che possa nascondere il buio profondo in cui è sprofondata la capitale cubana. L’isola galleggia drammaticamente in una fame energetica cronica e in un blackout quasi perpetuo, tra cumuli di rifiuti bruciati agli angoli delle strade, la piaga insidiosa delle droghe sintetiche come il químico che rode la gioventù e i frigoriferi tristemente spenti nelle case delle famiglie. L’embargo economico e commerciale degli Stati Uniti, inasprito ulteriormente dalla morsa feroce di Trump e della sua cerchia di poteri forti a Wall Street, rappresenta una corda stretta implacabilmente attorno alla gola del popolo cubano. A questo si sommano le inefficienze interne e una burocrazia asfissiante che complicano ogni giorno la sopravvivenza. Di fronte a questo scenario, l’ignavia dell’Unione Europea e del governo italiano è assordante, un silenzio complice che dimentica troppo in fretta quando le Brigate Mediche Cubane sono arrivate in Italia durante la pandemia di Covid-19 per salvare vite umane senza chiedere nulla in cambio. Non si può permettere che i falchi di Washington decidano arbitrariamente se un intero popolo debba vivere o morire, ed è fondamentale spezzare le catene di questo criminale blocco economico.

In questo spaccato di resistenza quotidiana e di stridenti contraddizioni, si inserisce il viaggio di Alessandro Casolari, firma de L’Osservatorio sulla Repressione, e di Silvia Zaramella, insegnante e scrittrice ferrarese. Diciassette giorni vissuti non da semplici turisti in cerca di svago, ma da ospiti accolti nella casa della dottoressa Surama, una donna di sessant’anni nel cuore ferito della Habana Vieja, a due passi da Plaza Vieja. Dall’Italia i due viaggiatori hanno portato con sé ventitré chili di farmaci preziosissimi, tra antibiotici e analgesici. Un piccolo grande sforzo che, come ha raccontato lo stesso Casolari, è sembrato all’inizio come tentare di svuotare l’oceano con un cucchiaino di plastica. L’impatto umano ed emotivo è stato tremendo per chi, militante da una vita, si è ritrovato a fare i conti con vecchi combattenti della Rivoluzione ridotti in condizioni di estrema miseria. Ma la solidarietà autentica non si gira mai dall’altra parte quando incontra le crepe della storia: le affronta direttamente e cerca soluzioni concrete e praticabili.

Ed è proprio in questo contesto che la storia trova una rotta precisa e trasformativa. In calle San Ignacio, lo Stato cubano ha ceduto un antico edificio di epoca spagnola ai Comités de Defensa del Barrio con un obiettivo nobile e ambizioso: trasformarlo in una mensa di quartiere attiva trecentosessantacinque giorni all’anno, pensata per garantire tre pasti quotidiani alle fasce più fragili e indifese della popolazione locale. Il grande ostacolo da superare è rappresentato dall’energia. La struttura possiede già dei pannelli solari installati, ma per renderli pienamente operativi e del tutto indipendenti dalla traballante rete elettrica statale, occorrono commutatori e cavi specifici. Senza questi componenti tecnologici fondamentali, i pannelli restano totalmente inerti e i fornelli rischiano di spegnersi prima ancora di accendersi.

Di fronte alla richiesta d’aiuto lanciata dalla dottoressa Surama, la risposta è arrivata in modo inaspettato ma potentissimo dal mondo della cultura e della letteratura. Ad aprile, Silvia Zaramella ha pubblicato con la prestigiosa casa editrice Sensibili alle foglie di Renato Curcio il romanzo intitolato Perfetto. Si tratta di un’opera intensa, amara e ironica, che racconta la storia di una quarantenne ferrarese il cui mondo viene sconvolto dall’arresto improvviso del fidanzato. Un diario lucido e profondo sulla solitudine, sulla capacità di rialzarsi tra le nebbie della provincia, sulla complessità della vita quotidiana e sul necessario rifiuto dell’ossessione tossica per la perfezione. Per finanziare l’acquisto immediato dei commutatori necessari alla mensa, è nato così il progetto solidale battezzato Un libro per Cuba. L’autrice ha messo a disposizione ben centottanta copie del proprio romanzo. Se nelle librerie e online il valore commerciale del volume sarebbe di quattordici euro, per questa specifica campagna di solidarietà viene offerto al prezzo speciale di dieci euro. Non si tratta di un semplice sconto promozionale, ma di un invito caloroso affinché la cultura e l’amore fraterno siano davvero alla portata di tutti.

L’intero ricavato di questa lodevole iniziativa sarà devoluto interamente, senza intermediari o costose passerelle retoriche, all’acquisto dei dispositivi elettrici per la mensa popolare cubana. È una filiera cortissima che unisce idealmente la pianura padana alle strade vibranti e dolenti dell’Avana. Con soli dieci euro non si sta semplicemente comprando un libro da leggere con passione, ma si sta donando un pasto caldo, un sorriso sincero e un briciolo di speranza concreta a chi, in questo momento storico drammatico, affronta difficoltà inimmaginabili. Si sta letteralmente trasformando l’inchiostro in pane. Sfogliando le pagine di questo romanzo, il lettore saprà che, grazie al proprio contributo, dall’altra parte del mare qualcuno stasera siederà a tavola con una preoccupazione in meno e una luce nuova nel cuore.

Ci sono storie che meritano di essere lette, e storie che meritano di essere cambiate. Oggi hai l’opportunità di fare entrambe le cose con un unico, semplicissimo gesto d’amore. Non restiamo inerti a guardare l’oceano o a voltarci dall’altra parte. Partecipa anche tu a questa catena di umanità, sostieni la mensa popolare e stringiti con forza al popolo cubano. Per avere il libro, sostenere la campagna e fare una donazione diretta, è possibile utilizzare il bonifico bancario tramite IBAN o visitare il link ufficiale su Instagram per tutte le informazioni di dettaglio. La spedizione dei volumi viene effettuata comodamente con la modalità Piego di Libri, ed è sufficiente scrivere un messaggio diretto sulla pagina Instagram dedicata per concordare l’invio.

Link Instagram del progetto e per ordinare il libro: https://www.instagram.com/p/DeuI7arjUaC/
IBAN per il versamento e sostegno della campagna: IT51F3253203200006572007406
Spedizione: Gestita tramite Piego di Libri (scrivere direttamente in privato su Instagram per concordare i dettagli).

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“Tutti mi davano del ciula, ma io lo rifarei”: la vita pazzesca del rocker Ricky Gianco che è stato “battezzato” da Adriano Celentano

25 October 2026 at 16:14

Se qualcuno mi chiedesse quali album mettere nella top ten di tutti i tempi, gli altri nove così su due piedi non saprei dirli, ma È rock ‘n’ roll di Ricky Gianco ci sarebbe senza indugi e pure in posizione altissima. Se non conoscete l’album (Gianco spero di sì, altrimenti sono dolori) andate su Youtube a cercarlo.

C’è tutto intero e pure di buona qualità. Oppure aprite lo scrigno autobiografico di Ricky, Non si può smettere di sognare, appena uscito in libreria per Baldini e Castoldi. Lì del disco del 1991 inciso a Los Angeles con Jeff Porcaro dei Toto a dirigere un’orchestra mostruosa, mezza sezione fiati dei Tower of Power, James Burton alla chitarra, Giorgio Gaber, Gino Paoli e Pino Donaggio a duettare con Gianco nei più incredibili brani rock italiani di fine cinquanta inizio sessanta, ci sono parecchi ricordi inediti di quella trasferta americana.

Del resto l’autobiografia di Gianco curata da Paolo Crespi è una macchina dei ricordi continua, riff personali e familiari di chitarra, graffi di rock limpidi e leonini come il timbro southern di Gianco stesso. Sfogli Non si può smettere di sognare (titolo, per inciso, che richiama il brano Non si può smettere di fumare) e rivedi Riccardo Sanna piccino nella Milano del dopoguerra, ciuffo e jeans, ugola d’oro minorenne nelle estati di Varazze, che spicca il volo tra gli ingranaggi della musica leggera italiana mentre sta diventando essa stessa un’industria gigantesca. Precipitati dallo swing (a Gianco piaceva il pezzo Crapa Pelada), dal jazz, Elvis e Ricky Nelson (da cui la trasformazione di Riccardo in Ricky), il rock italiano e le sue timide tracce, la sua curiosa ribellione sociale e culturale ante cantautorato.

“Tutti mi davano del ciula ma io lo rifarei”, canta Ricky proprio nel brano fiume È rock ‘n’ roll. Strani tizi con camici bianchi a registrare dischi, contratti che svolazzano, celentani che si incazzano. Gian Franco Reverberi e la Ricordi, Gian Pieretti (Il vento dell’est, Pietre) sodale storico, risse e pantomime al Cantagiro tra le vecchie ugole e i nuovi ragazzini del rock, le chiacchiere con John Lennon e Paul McCartney, Mike Bongiorno che accudisce in diretta tv il rocker con i basettoni finito all’ospedale, Andreotti che (probabilmente) lo fa riformare e scappare dalla naia. Poi, appunto, c’è Celentano con Il Clan. Gianco è tra i fortunati (o sfortunati) che hanno sfiorato l’Adriano dei 24mila baci. Il Molleggiato e la sua etichetta lo vogliono nel 1961 poi lo vampirizzano (Pregherò e Sei rimasta sola, bastano?). Nessun rancore, per carità, Celentano toglie la “r” alla parlata di Riccardo poi una notte gli telefona e gli dice di cambiare cognome: “che ne dici di Gianco?”. Però la storia è curiosa.

Dà, toglie, ridà di nuovo. Gianco incontra nei primi settanta Gianfranco Manfredi (“indimenticabile compagno di strada”, nel libro) ed è come se la ribellione rock and roll si fondesse naturalmente e plasticamente con l’iconoclastia politica anni settanta. Ascoltate Precipito, che poi tornerà nel 1979 live nel film Liquirizia di Salvatore Samperi con Gianco Jack Blues prima di John Belushi, in Cavallina rock o Siamo tutti nella merda, per capire un concept come Zombie di tutto il mondo unitevi (1977) e uno come l’Arcimboldo (1978). Gianco attraversa sempre a suo modo, sempre da ribelle, “non mi piace questo mondo che non vuole la fantasia” sia Sanremo, tre le partecipazioni alla “messa cantata della canzone italiana” tra cui la soul track Accidenti con il Supergruppo; il cinema – oltre a Liquirizia appare pure in un porno -; e perfino il Controfestival (vero!) di Mantova nel 2004 perché di là il “Festival” lo organizza Tony Renis. Lui dice: “Tutto ciò che ho realizzato è frutto dell’amore, degli sbagli e della passione”. Onesto, sincero, generoso Ricky.

Non c’è fiele per nessuno nell’autobiografia, solo gioia “per aver visto la luce”. E un capitolo che è un brano, solo testo (se la pagine potessero suonare), lungo lungo, quattro pagine: Un amore. È la canzone fiume stralunata, sporcacciona e malinconica che Gianco scrive dopo qualche anno di silenzio. Un capolavoro. Ascoltata dal vivo in un centro sociale tanti anni fa con Gianco e la sua instancabile chitarra a tracolla. Alla faccia dell’AutoTune.

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