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Abderrahim Fakir morto durante un controllo di polizia: “Tre le concause, anche lo schiacciamento”. La relazione dei consulenti della Procura

27 October 2026 at 15:01

Non un’unica causa della morte, ma tre concause. Secondo quanto trapela, sono queste le conclusione presenti nella relazione della consulenza tecnica sulla morte di AbderrahimFakir avvenuta 19 luglio scorso durante un intervento di polizia al Pilastro di Bologna. La relazione, nelle mani dei pm della Procura di Bologna, rivela che l’insufficienza respiratoria acuta che ha provocato il decesso del 42enne sarebbe stata causata da tre elementi che hanno contribuito e sono quindi individuati come concause: lo schiacciamento provocato dalla posizione prona del corpo mentre i due poliziotti lo tenevano fermo a terra, l’assunzione di cocaina e problemi cardiaci.

La causa della morte di Abderrahim Fakir è “ascrivibile ad insufficienza respiratoria acuta in soggetto in corso di intossicazione acuta da cocaina (abusatore cronico) e con severa cardiopatia“. Al determinismo del decesso “su base ipossica” hanno contribuito l’agitazione psicomotoria e l’ipertermia (effetto dell’intossicazione acuta da cocaina) nonché la posizione prona“: scrivono così i consulenti dei Pm di Bologna, nelle conclusioni della relazione. Le analisi, poi, “hanno messo in evidenza un esteso quadro traumatico di natura contusiva” che “non ha avuto un ruolo nel determinismo del decesso”.

Spetterà adesso ai magistrati che si occupano del caso – la procuratrice aggiunta Morena Plazzi e i pm Domenico Ambrosino e Francesca Arienti – valutare se la consulenza affidata al pool di esperti, e la relazione di quasi 200 pagine, mette o no una parola definitiva su questo aspetto. I tre magistrati hanno fissato un incontro per mercoledì, in cui si confronteranno per capire come procedere e valutare l’incisività di un dato rispetto ad un altro, per poi passare alla fase successiva.

Le cause del decesso avevano creato uno scontro tra i legali dei familiari della vittima e gli avvocati dei poliziotti. Per Fabio Anselmo, che segue i familiari di Fakir, il quadro emerso dal confronto sarebbe quello di una “morte ipossica da posizione prona”, e ha citato il caso di Riccardo Magherini. Secondo Anselmo la cocaina non avrebbe avuto alcun ruolo: se non quello di aumentare, insieme allo stato di agitazione, il fabbisogno di ossigeno, “di cui è stato privato a causa del mantenimento della posizione prona da parte degli agenti”. Anselmo aveva già ricordato che gli esami tossicologici hanno rilevato circa 300 nanogrammi per millilitro di cocaina, che corrisponderebbe “alla metà della quantità che, per letteratura, può essere causa di morte autonoma”. E aveva sostenuto che “senza la componente asfittica non sarebbe morto”. Diametralmente opposta la lettura di Gabriele Bordoni, che assiste i due poliziotti, dopo il confronto con il proprio consulente, il medico legale Matteo Tudini. “La causa centrale dell’ipossia è la droga”, sostiene. E imputa lo stesso sanguinamento rilevato nei polmoni “all’utilizzo smodato della cocaina”, che per Bordoni sarebbe stata rilevata in un valore “superiore di tre volte alla dose letale”.

Nelle prossime ore si comprenderanno le mosse della procura. Al momento ci sono sei persone iscritte nel registro delle annotazioni preliminare, il cosiddetto “scudo” previsto quando c’è una possibile causa di giustificazione, per omicidio colposo: i due agenti intervenuti per bloccare Fakir e i quattro volontari della Croce Rossa arrivati in via Svevo per soccorrerlo quando stava male. I tempi però stanno per scadere (il 19 novembre) e i pm dovranno decidere se indagare le sei persone coinvolte oppure archiviare le posizioni.

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Inchiesta sulla ricostruzione post sisma, il presidente della Marche Acquaroli: “Basito e amareggiato”. La scelta di Pistarelli “non fu congrua”

23 October 2026 at 19:43

“Sono basito, amareggiato e incredulo”. Francesco Acquaroli prende posizione sull’inchiesta della Procura di Ancona che ha acceso i riflettori sulle presunte infiltrazioni criminali e sulle irregolarità negli appalti della ricostruzione post sisma nelle Marche. L’indagine, che ha portato a otto arresti e 51 indagati in diverse regioni, coinvolge anche Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente, finito ai domiciliari con l’accusa di corruzione.

Da Corridonia, dove il governatore è intervenuto per presentare i dati sulla ricostruzione a dieci anni dal terremoto del 2016, Acquaroli respinge ogni ipotesi di un proprio coinvolgimento e rivendica l’estraneità dell’amministrazione regionale. “Questa indagine riguarda una persona in tutta la regione Marche, ma non ha toccato nessuno all’interno della Regione”, ha dichiarato. E a chi sostiene che il presidente avrebbe potuto sapere, replica: “Chiedo di portarmi una prova che io sapessi. Devo difendere la mia integrità morale e quella delle istituzioni regionali”.

Il governatore ha riconosciuto, tuttavia, di aver commesso un errore nella scelta del suo collaboratore. “Al di là di come finirà l’indagine, era chiaro che quella era stata una scelta che oggi ritengo non congrua. È stato un errore di valutazione”, ha ammesso, escludendo però l’ipotesi di dimissioni: “Lasciare sarebbe la conferma di qualcosa che non c’è e l’ingiustizia più grande che potrei fare a me stesso, alla mia squadra e alla mia comunità”.

Il rapporto con l’ex capo di gabinetto

Acquaroli ha ricostruito il rapporto con Pistarelli, conosciuto negli anni Novanta e scelto nel 2020 per l’esperienza istituzionale e la conoscenza del territorio. Alla fine della prima legislatura, ha raccontato, aveva manifestato al collaboratore alcune criticità rispetto al lavoro svolto. Gli aveva poi chiesto di prolungare l’incarico per tre mesi, durante i quali sarebbero arrivate alcune voci sul suo conto.

“Le trasmisi alla vigilanza del segretario generale della Regione”, ha riferito il presidente, precisando che non ne era stata riscontrata la fondatezza. A quel punto, ha aggiunto, chiese a Pistarelli di fare un passo indietro. Il rapporto professionale si sarebbe interrotto nel dicembre 2025 e, secondo Acquaroli, da allora non ci sarebbero stati altri rapporti di lavoro con la Regione. Il presidente ha espresso fiducia nella magistratura e richiamato la presunzione d’innocenza: “Se una persona ha sbagliato è giusto che sia giudicata e, se condannata, paghi“. Ma ha anche sottolineato che eventuali responsabilità individuali non devono cancellare il lavoro svolto da tanti nel percorso di ricostruzione.

Regione e commissario pronti a costituirsi parte civile

La Regione Marche e la Struttura commissariale per la ricostruzione hanno annunciato che si costituiranno parte civile qualora l’inchiesta dovesse approdare a processo. “Faremo tutto quello che è necessario“, hanno dichiarato il commissario straordinario Guido Castelli e Acquaroli, indicando la tutela degli interessi pubblici e delle famiglie terremotate come una priorità.

Castelli ha espresso indignazione e dolore per quanto emerso, ricordando i risultati raggiunti negli ultimi anni e il ritorno di migliaia di cittadini nelle proprie abitazioni.

Intanto Pistarelli respinge le accuse. Il suo difensore, l’avvocato Gabriele Cofanelli, ha incontrato l’ex capo di gabinetto nel carcere di Montacuto, ad Ancona, e ha avviato l’esame dell’ordinanza di custodia cautelare, composta da oltre 800 pagine. L’interrogatorio è fissato per lunedì 26 ottobre alle 10. La difesa sta inoltre valutando un ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere la revoca della misura cautelare, sostenendo che le dimissioni dall’incarico, risalenti a un anno fa, potrebbero ridurre il rischio di inquinamento delle prove.

L’inchiesta dovrà ora chiarire le responsabilità individuali e la portata delle presunte irregolarità negli appalti di una ricostruzione che riguarda migliaia di persone e territori ancora segnati dal terremoto.

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