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Finlandia e Norvegia trattano con Putin: il fronte europeo mostra le prime crepe

 

Finlandia e Norvegia rompono il fronte europeo e contattano direttamente Vladimir Putin per discutere una possibile soluzione del conflitto ucraino. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Store hanno avuto un colloquio telefonico con il presidente russo, concentrandosi sulle prospettive di pace e sui prossimi incontri negoziali ad Abu Dhabi. Stubb ha riconosciuto una realtà difficile da ignorare: porre fine alla guerra richiede un dialogo diretto con Mosca. Per due Paesi confinanti con la Russia, il risultato del conflitto avrà conseguenze immediate sulla sicurezza nazionale ed europea.

Store ha insistito sulla necessità di una de-escalation. L’iniziativa, tuttavia, ha provocato irritazione tra alcuni partner europei. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la scelta di procedere senza coordinamento, mentre il capo del governo svedese ha espresso scetticismo sulle reali intenzioni russe, arrivando a evocare il rischio di una resa ucraina. Dietro queste reazioni si nasconde una contraddizione sempre più evidente. Mentre Washington e Mosca intensificano i contatti, le capitali europee temono di essere escluse dalle trattative che potrebbero decidere il futuro dell’Ucraina.

Bruxelles vuole sedersi al tavolo, ma continua a sostenere una linea che rischia di restringere gli spazi per la diplomazia. Il problema è anche politico. Dopo aver investito centinaia di miliardi di dollari nel sostegno al regime di Kiev e aver legato la propria credibilità alla prospettiva di una sconfitta strategica russa, molti leader europei faticano a cambiare rotta. Friedrich Merz lo ha ammesso apertamente: una capitolazione ucraina equivarrebbe, nella sua visione, alla capitolazione dell’intera Europa. Ma proprio questa identificazione tra il destino dell’Ucraina e quello dell’Unione rischia di diventare una trappola.

Aprire un negoziato non significa necessariamente arrendersi, così come prolungare il conflitto non garantisce di ottenere gli obiettivi proclamati. La domanda, dunque, è se l’Europa voglia contribuire a una soluzione diplomatica oppure continuare a difendere una strategia che ne ha ridotto il peso negoziale e l’ha fatta sprofondare in una profonda crisi tanto economica quanto politica.

 

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Cuba smentisce le accuse infondate dell'ambasciatore USA all'ONU

Per la 34ª volta, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite è tornata a discutere e votare la risoluzione presentata da Cuba per chiedere la fine del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Durante la sessione, la delegazione cubana ha interrotto l’intervento del rappresentante statunitense Michael Waltz, presentando una mozione d’ordine ai sensi dell’articolo 71 del regolamento dell’Assemblea. Waltz aveva accusato il governo cubano di confiscare i beni dei lavoratori, mostrando immagini e dati relativi a presunti patrimoni, proprietà e beni di lusso attribuiti ai vertici del Paese.

Secondo la ricostruzione statunitense, le risorse destinate alla popolazione sarebbero state dirottate. La delegazione dell’Avana ha chiesto alla presidenza di richiamare all’ordine il funzionario americano, contestando le sue dichiarazioni come menzogne pronunciate con arroganza e lesive della dignità degli Stati membri, oltre che offensive nei confronti del popolo e del governo cubani. Ma al di là dello scontro diplomatico, resta la questione centrale: il bloqueo imposto da Washington, che da decenni colpisce l’economia cubana e limita l’accesso a risorse, beni e servizi essenziali. Una misura coercitiva unilaterale che, per la sua portata extraterritoriale e i suoi effetti sulla popolazione civile, solleva gravi questioni di diritto internazionale e viene condannata da anni dalla comunità internazionale.

Le ripetute risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU chiedono la fine dell’embargo, pur non avendo carattere giuridicamente vincolante. Dietro le accuse rivolte all’Avana, dunque, non può essere oscurata la responsabilità di una politica di pressione economica che punisce un intero popolo per piegarne le scelte politiche.

Un bloqueo criminale nei suoi effetti sociali, che nega a Cuba il diritto di svilupparsi senza coercizioni esterne.



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Bolsonaro: il dopo-elezioni si trasforma in un caso giudiziario internazionale

La sconfitta elettorale contro Luiz Inácio Lula da Silva potrebbe non essere l’unica brutta notizia per Flávio Bolsonaro. Il candidato dell’estrema destra brasiliana è al centro di un caso giudiziario che rischia di trasformarsi in un terremoto politico: secondo diversi media brasiliani, avrebbe lasciato il Paese insieme alla moglie e alle due figlie, diretto negli Stati Uniti, con l’intenzione di chiedere asilo politico a Donald Trump. La vicenda si è sviluppata dopo che il giudice Alexandre de Moraes, del Supremo Tribunale Federale, ha disposto il ritiro dei suoi passaporti e il divieto di lasciare il Brasile. Il provvedimento si inserisce in indagini per presunti reati di corruzione e riciclaggio di denaro, legate anche a operazioni nel settore delle scommesse sportive e allo scandalo del Banco Master. Secondo quanto riportato da Folha de S.Paulo e Metrópoles, Flávio avrebbe comunicato ai suoi collaboratori più stretti la decisione di partire per gli Stati Uniti, dove lo attende il fratello Eduardo, già residente in Florida.

La polizia federale brasiliana ha avviato verifiche ai confini e sui collegamenti aerei per ricostruire i suoi spostamenti. Un possibile indizio conduce all’Argentina. Un pilota ha riferito che un jet privato della società Baires Fly, partito da Buenos Aires e atterrato a Puerto Iguazú, avrebbe atteso quattro passeggeri, tra cui il senatore. Problemi con i documenti avrebbero impedito il decollo nelle prime ore del mattino. Le autorità migratorie argentine, tuttavia, hanno dichiarato di non avere registrazioni di un ingresso ufficiale di Bolsonaro nel Paese. La vicenda presenta ancora zone d’ombra. Gli Stati Uniti e l’Argentina non hanno confermato il presunto trasferimento, mentre esponenti della famiglia e del Partito Liberale hanno inizialmente negato la fuga.

Il passaporto brasiliano sarebbe stato inoltre cancellato nei sistemi della polizia, ma resta da chiarire se Bolsonaro abbia potuto utilizzare un documento italiano, considerata la cittadinanza ottenuta nel 2023. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Alcuni esponenti della maggioranza hanno accusato il candidato sconfitto di voler sottrarsi alla giustizia, mentre la deputata Érika Hilton ha annunciato l’intenzione di chiedere il blocco dei suoi beni e dei suoi conti qualora le notizie fossero confermate.In ogni caso, la vicenda assume un significato che va oltre la sconfitta elettorale.

Dopo aver contestato le iniziative giudiziarie come una persecuzione politica, Flávio Bolsonaro rischierebbe di alimentare i sospetti sulla propria condotta proprio nel momento in cui dovrebbe affrontare le accuse nelle sedi competenti. Per la destra neoliberista brasiliana, la partita non si chiuderebbe con il risultato delle urne: si sposterebbe sul terreno, ben più delicato, della responsabilità giudiziaria.


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La guerra alla scuola, i miliardi alle armi: le priorità del governo Meloni

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

“Sta mano po’ esse’ ferro e po’ esse’ piuma”. Come nella battuta cult dell’iconico Mario Brega, nel celebre film Bianco Rosso Verdone, lo Stato con una mano agita il bastone contro studenti, famiglie, lavoratori e imprese, con l’altra allenta i cordoni del borsello e sgancia miliardi di euro alle industrie di armi.

In difesa delle vetrine di via Montenapoleone e del diritto delle ‘Sciure di prendere il tè macrobiotico nei migliori bar delle nostre città, senza proteste o movimenti che possano turbare la sensibilità dei turisti stranieri, la Polizia ha iniziato una vera e propria caccia ai bambini.  Nel mirino della repressione, infatti, non sono finiti semplicemente studenti, ma adolescenti, anche di età inferiore ai 14 anni. Italiani e non.

A Padova, sabato, la polizia ha portato in Questura quattro ragazzini di età compresa tra i 14 e i 17 anni che si recavano ad una manifestazione. Per loro, è stato disposto il fermo preventivo e attivato l’Anticrimine. Il reato: portavano con sé due maschere di V per Vendetta e Art the Clown, due passamontagna e dei miniciccioli.

I miniciccioli sono dei petardi a carica ridotta la cui vendita è perfettamente legale, sostanzialmente innocui. Il reato di questi adolescenti sarebbe dunque quello di andare in giro mascherati con l’intenzione di sparare petardi per la festa dei Morti/Halloween?  

Lunedì a Roma la polizia ha fatto irruzione nel Liceo Giordano Bruno per impedirne l’occupazione, a seguito della chiamata della dirigente scolastica. In base a quanto si apprende dal comunicato de La Rete degli Studenti Medi, si è trattato di una vera e propria retata. Gli studenti sono stati bloccati dentro l’edificio, mentre uscivano dall’ingresso principale o dal retro.

I ragazzi sono stati prima chiusi in un’aula per l’identificazione, poi caricati nelle auto della polizia. Sette di loro sono finiti al commissariato. Gli altri sono stati rilasciati solo perché nel frattempo compagni e familiari hanno bloccato la strada, fa sapere l’Osservatorio contro la Repressione, riportando le testimonianze dei presenti.

Gli studenti medi sono entrati in mobilitazione per il diritto allo studio, un diritto garantito dalla costituzione, la cui garanzia è effettiva solo se sostenuta con adeguate risorse economiche. Che non ci sono. Per questo i giovani chiedono più soldi alla scuola pubblica, per l’edilizia scolastica e la messa in sicurezza dei luoghi in cui si svolgono le lezioni.

Protestano contro il Decreto Scuola, per l’inclusione e per l’abolizione dei percorsi Scuola Lavoro.

Molti istituti, sia a Roma che in altre città di Italia, sono già stati occupati. Gli studenti vorrebbero essere ascoltati. Il ministro Valditara, per tutta risposta, ha detto che non si confronterà con loro, ma con la Consulta.

“La collaborazione non passa dalle piazze ma dalle istituzioni”.

Lo stesso governo che sguinzaglia la polizia contro adolescenti e giovani, riserva tutt’altro trattamento alle fabbriche di armi. Proprio mentre Piantedosi mandava le forze dell’ordine a identificare gli autotrasportatori in mobilitazione e rimuovere i blocchi nelle autostrade del Sud Italia, il ministero della Difesa firmava contratti miliardari per la produzione dei nuovi carri armati italiani con Leonardo e Rheinmetall.  Ne hanno dato notizia Milano Finanza, RID e Reuters il 21 e 22 ottobre.

La joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles si è aggiudicata all’inizio del mese una doppietta da 3,7 miliardi di euro, con opzioni per ulteriori 850 milioni, nell’ambito del piano di ammodernamento dei mezzi corazzati dell’Esercito italiano. Le due commesse riguardano l’acquisto di:

- 48 carri armati MBT, basati sul tedesco KF51 Panther di Rheimetall, che sostituirà l’Ariete in dotazione alle nostre forze armate.

-  30 veicoli corazzati da combattimento Lynx KF-41 di Rheimetall adattati ai requisiti dell’esercito italiano. Sono blindati cingolati con torretta Leonardo e cannone da 30 mm. Portano il totale del primo lotto a 51veicoli.

Grazie a queste commesse, il titolo del gruppo guidato da Lorenzo Mariani ha guadagnato in borsa il 2,8% e circa 766 milioni di capitalizzazione. In un anno, Leonardo S.P.A ha visto una crescita senza precedenti: il titolo, quotato a Piazza Affari con ticker LDO.MI, ha registrato un rialzo di oltre il 130%, trascinato dalle politiche di riarmo e dalle prospettive di lungo periodo sulle politiche di difesa.

Non è che un inizio. In base a quanto si apprende da Milano Finanza, l’alleanza italo-tedesca è “nata proprio per sviluppare e produrre una nuova generazione di mezzi pesanti destinati all’Esercito italiano, con l’ambizione di allargare poi l’offerta ad altri Paesi e aggiudicarsi commesse internazionali”.

L’obiettivo dell’Esercito è l’acquisto di 1.050 veicoli corazzati di nuova generazione per l’Army Armoured Combat System (A2CS)  e 270 per l’Mbt. Il valore complessivo dell’investimento è di circa 23 miliardi di euro spalmati in dieci anni.

Il governo si aspetta che questi investimenti nel complesso militare industriale abbiano un effetto a cascata sul mercato del lavoro e sull’indotto, dato che gli accordi tra Rheimetall e Leonardo prevedono che il 60% delle attività siano svolte nei siti italiani.

Il governo, insomma, ha scelto la guerra alla scuola, ai giovani, alle normali attività economiche. Forse per questo che, mentre firmava un contratto miliardario per carri armati tedeschi, stanziava appena 172 milioni di euro per autotrasportatori, pescatori e agricoltori.  Davanti alla difficoltà di spiegare le diverse priorità politiche ed economiche, allo stato non resta che rispondere con la repressione. 

Ecuador: gli avvocati di Luisa González chiedono la scarcerazione

Il collegio difensivo dell'ex candidata alla presidenza dell'Ecuador, Luisa González, ha presentato un ricorso contro l'ordine di custodia cautelare emesso nei suoi confronti nell'ambito di un'indagine su un presunto riciclaggio di denaro legato al finanziamento della campagna elettorale del 2023.

Il documento è stato presentato alla Procura dall'avvocato Diego Guarderas, il quale sostiene che la misura cautelare violi i diritti fondamentali della sua assistita. Il legale chiede che il procedimento giudiziario prosegua senza che González rimanga privata della libertà personale durante lo svolgimento delle indagini.

Secondo l'avvocato, non sussistono i presupposti per giustificare la detenzione della leader politica dell'opposizione. Inoltre, ha sottolineato che tale situazione ha ripercussioni dirette sulla sua famiglia, tra cui il figlio adolescente e l'anziano padre, affetto da una patologia renale.

Allanamientos, agentes encapuchados, traslados entre provincias y horas de audiencia con el objetivo de exhibir y amedrentar. ¿La respuesta de Luisa González? Templanza, firmeza y una dignidad inquebrantable, las imágenes hablan por sí solas: serenidad absoluta y una sonrisa que refleja la tranquilidad de tener las manos limpias y la conciencia en paz. La fuerza de un liderazgo no se define por el poder que ejerce, sino por la serenidad con la que resiste el poder que se impone sobre él. Luisa nos demuestra que la fuerza no está en quien utiliza el aparataje del poder para perseguir, sino en quien sostiene sus principios con valentía frente a la injusticia. Podrán vulnerar el debido proceso, pero la verdad no se encarcela. ???????? @bbcmundo @el_pais @agenciaefe @dw_espanol

— Luisa González (@LuisaGonzalezEc) October 24, 2026

Guarderas ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui González potrebbe lasciare il Paese una volta tornata in libertà. Parlando ai media, ha affermato che l'ex candidata alla presidenza rimarrà a disposizione delle autorità giudiziarie.

"Non andrà da nessuna parte, poiché ha solidi legami professionali, sociali e familiari nel Paese. Inoltre, è determinata a fare chiarezza su questa vicenda, così come ha fatto in occasione di ogni altra indagine che l'ha riguardata. Ha sempre affrontato queste questioni a viso aperto", ha dichiarato il legale, riferendosi al caso noto come "Laberinto" (Labirinto).

L'ex candidata si trova in stato di fermo dal 23 ottobre, in seguito all'esecuzione di un mandato di arresto emesso da un giudice su richiesta della Procura. Da allora, è rimasta in custodia cautelare mentre prosegue l'iter giudiziario.

González, figura di spicco dell'opposizione al regime neoliberista di Daniel Noboa, si è candidata alla presidenza sia nelle elezioni del 2023 che in quelle del 2025. In entrambe le occasioni, è stata sconfitta dall'attuale presidente.

L'indagine trae origine da accertamenti precedenti relativi al finanziamento della sua prima campagna presidenziale, un caso noto come "Caja Chica" (Piccola Cassa). Le autorità stanno esaminando presunti contributi irregolari e l'origine dei fondi che sarebbero stati utilizzati durante il processo elettorale del 2023. Inoltre, nell'ambito del caso "Laberinto", gli inquirenti stanno verificando se siano stati impiegati per le attività di campagna elettorale fondi provenienti da una società legata al sindaco di Guayaquil, Aquiles Álvarez.

In attesa che venga esaminato il ricorso presentato dal suo collegio difensivo, Luisa González rimarrà in carcere. Secondo Guarderas, la donna continua a dichiararsi innocente ed è fiduciosa che le indagini faranno luce sui fatti alla base delle accuse mosse contro di lei.

L’Europa s’è desta: conto salato a Bruxelles


di Marco Bonsanto

Negli ultimi tempi pare che i popoli di parecchi Stati membri abbiano finalmente conseguito l’obbiettivo così alacremente incentivato dalle rispettive élite nazionali in decenni e decenni di alata propaganda sistemica: considerarsi prima di tutto cittadini dell’Unione Europea. Il crogiolo d’acciaio nel quale illuminati tecnoburocrati hanno riversato mielate e inesauste promesse di magnifiche sorti e progressive, ha effettivamente realizzato la fusione delle nazioni europee nel sentimento d’esser un solo popolo, senza più distinzioni e con un solo destino. Purtroppo, questa consapevolezza è stata raggiunta nell’unico modo in cui la Storia ci insegna che si paga la pervicace dabbenaggine di affidarsi ciecamente a guide politiche, più spesso tecniche, senza reale legittimazione popolare. E cioè, con la rovina economica – nel nostro mondo malato qualcosa d’assai peggiore della guerra (che al massimo ne è una conseguenza). Se sei ricco, infatti, puoi pure permetterti di perderla, la guerra; ma se sei povero, non ti basta nemmeno vincerla.

Dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia all’Italia, dall’Olanda alla Germania, dall’Austria alla Grecia (con Scozia ed Inghilterra ancora in abbrivio dall’UE), le proteste che infiammano il continente da settimane e settimane partono tutte più o meno direttamente, più o meno consapevolmente, dalla stessa matrice: l’impoverimento cronico comunitario di tutte le fasce sociali. Le stesse che i pifferai magici del mondo della finanza hanno illuso per interi lustri col miracolo della moltiplicazione virtuale dei pani e dei pesci. Le rivolte a cui assistiamo nelle principali città europee sono dunque le jacquerie delle nuove plebi del tecnofeudalesimo. Qualcosa di molto meno compatto delle masse novecentesche, divisi ormai come siamo in flussi di dati algoritmici e sequenze di codici d’accesso. E tuttavia ancora desiderosi di sopravvivere, in qualche modo. Sarebbe velleitario voler vedere, in queste proteste, qualcosa di più di questo.

Per esempio, un risveglio simil-sessantottino con forme di collegamento sovranazionali tra i manifestanti in grado di elaborare progetti di riforma dell’UE; magari verso quel federalismo nato a Ventotene e poi, a quanto si dice, “tradito” dai banchieri europei. Quali soggetti, infatti, potrebbero prendersi in carico l’elaborazione di questa trasformazione, forse le nazioni, i popoli, i partiti? – Ammesso e non concesso che una riforma del genere sia auspicabile, nessuno di questi gruppi pare all’altezza del compito. Nel mondo globalista di cui l’UE è l’ultima roccaforte, le nazioni sono infatti soltanto una trascurabile maggioranza, per dirla con Flaiano. Quanto ai popoli, queste figure dei romanzi d’appendice, nessuno ne ha più avvistato uno dalla diffusione della ferrovia in poi. Restano infine sindacati e partiti politici, avide compagnie di ventura guidate da leader ormai talmente squalificati, che come Woody Allen dovrebbero semplicemente rifiutarsi di appartenere a club che li vedessero tra i loro membri!

No, più credibilmente il risveglio di piazza a cui assistiamo non ha nulla a che fare con richieste politiche di correzione ragionata delle istituzioni dell’UE e dei suoi Trattati, dei compiti dei suoi organi decisionali e delle prerogative di questi ultimi sugli Stati membri. Manifestazioni delle famiglie contro il caro-vita, dei lavoratori contro la stagnazione dei salari e la precarizzazione del lavoro, delle periferie cittadine contro politiche immigrazionistiche scellerate, degli studenti contro i tagli all’istruzione, degli universitari contro la speculazione insostenibile degli affitti, dei trasportatori contro il caro-carburante, dei giovani contro il riarmo e l’emigrazione forzata, e infine degli adolescenti alienati nel mondo virtuale contro un lusso promessogli e insieme negatogli – potrebbero apparire scollegate tra loro nelle

modalità di protesta e nelle finalità, ma sono tutte da considerarsi declinazioni sintomatiche di uno stesso astio, accumulato contro le conseguenze delle politiche globaliste espresse per mandato costituzionale dagli euroburocrati, fin dalla nascita dell’UE. Conseguenze che oggi assumono il nome di un male purtroppo diventato assai comune in Europa: povertà. L’unico, tra tutti, che non si presta al mezzo gaudio.

Prima del Trattato di Maastricht (1992) l’area CEE contava per il 32% del PIL mondiale (gli USA per il 26%), possedeva circa il 34% del patrimonio netto mondiale (pubblico e privato) e una Parità di Potere d’Acquisto (PPA) pari a quella degli USA (23% sul PIL mondiale). Dopo trentacinque anni di UE, vale a dire di politiche che hanno volutamente smantellato interi settori industriali, di cieca austerity per mantenere alto il valore dell’Euro, di salvataggi bancari a ripetizione, di smantellamento delle garanzie lavorative, di contenimento degli stipendi e di contrazione della domanda interna, di transizioni informatiche green e woke – i parametri suddetti sono crollati come di seguito: oggi l’UE produce solo il 18% del PIL mondiale, detiene il 25% del patrimonio netto mondiale e la sua PPA è scesa al 14% del PIL mondiale. Certo, considerando che l’UE ha soltanto il 5% della popolazione mondiale, si tratta di numeri ancora molto alti. Ma mentre la ricchezza complessiva del continente si è drasticamente ridotta, la forbice delle diseguaglianze è invece mostruosamente cresciuta: oggi l’1% più ricco dell’UE detiene il 25% della ricchezza complessiva, e la metà più povera soltanto il 3%. Nel 1992 i dati erano rispettivamente il 15% e il 9%. Il ceto medio ha perso dieci punti percentuali di ricchezza complessiva.

Arriviamo così al punto di caduta di tutto il discorso. L’UE si è mostrata nei fatti un sistema sapientemente orchestrato per permettere a pochissimi ma potenti speculatori di realizzare senza rischi profitti stratosferici, scaricando progressivamente i costi della loro penetrazione economica nei sistemi welfare degli Stati membri, su cittadini via via più indeboliti, fino a coinvolgere nella tosatura finale pure le fasce un tempo benestanti. Proprio quel ceto medio che più di tutti ha creduto ai “competenti” di Bruxelles, e che ora si rivolta in piazza gridando al ladro! Perché non riesce più a pagare l’affitto, a mantenere i figli all’Università, a fare un mese di villeggiatura l’anno, a sostenere le spese di auto e case di proprietà, ad andare decentemente in pensione. Siamo al paradosso di un continente potenzialmente ricchissimo, decaduto a dover scegliere se curarsi il cancro o continuare a garantire lo shopping di lusso ai propri figli.

Insomma ci scopriamo, sì, finalmente tutti europei, ma nella fregatura generale ai nostri danni che abbiamo avallata chi per idealismo, chi per opportunismo, chi per comodità, chi per indifferenza e chi per semplice insipienza. Ora che l’acqua è bassa ovunque, ci si scopre tutti sulla stessa barca – a secco. A tempo scaduto, resta tuttavia piena la legittimità della protesta generale. E benvenuta quella delle fasce più giovani, finalmente ridestate dal sonno dogmatico di un benessere fittizio promessogli in cambio di diritti e libertà fondamentali, come quello di farsi una famiglia. Quale sarà la risposta delle vestali di Bruxelles? La stessa di sempre, possiamo scommetterci.

In una recente intervista rilasciata a Bloomberg, l’ineffabile Mario Draghi afferma che i giovani protestano perché nessuno li ascolta e perché non vedono prospettive di futuro. La soluzione? Più crescita. Non “più equa distribuzione della ricchezza”, non “più soddisfacente inserimento lavorativo”, non “maggiori opportunità di vita”, e tanto meno “più efficace rappresentanza politica”, “ristrutturazione del welfare”, o “migliori garanzie per il lavoro”. Semplicemente: più ricchezza! Il

dogma centrale del neoliberismo in questi anni ripetuto all’infinito fino a trasfigurarsi in una specie di mistica invocazione di fanatismo medievale.

Dal rapporto commissionatogli dalla Commissione von der Leyen (Il futuro della competitività europea – 2024), sappiamo anche quale dovrebbe essere per Draghi la ricetta per conseguire questo vitale obbiettivo: accentrare ulteriormente i poteri decisionali dell’UE per riconvertire l’intera economia del continente in una economia pianificata di guerra in grado di competere con gli altri poli geopolitici (USA e BRICS), sia nella produzione di alto livello tecnologico che nel miglioramento delle catene di valore globale. Insomma, la stessa soluzione attuata da Hitler per la Germania negli anni Trenta.

Ci sarebbe di che ridere, dopo decenni di orwelliana prosopopea sulla pace, il benessere e l’ambientalismo garantiti dall’UE. E ci sarebbe di che preoccuparsi, se non conoscessimo la vera finalità di questo enorme piano strategico di riconversione totale dell’economia europea. Che non è la difesa contro l’inesistente nemico russo, del quale non manca giorno che i vertici dell’UE non denuncino all’opinione pubblica europea le sanguinose “provocazioni” a base di aeroplanini telecomandati, poi puntualmente declassati dall’informazione libera a grottesche trovate circensi. Ma quella che da sempre interessa ai padroni finanziari dell’Euro: mantenere alto sui mercati internazionali il valore della valuta europea, in questo caso contenendo quanto più possibile nell’eurozona tutti gli investimenti di ogni settore, pubblico e privato, ancorandoli all’industria bellica promossa al vertice dell’intera filiera produttiva.

A beneficiare dei poderosi investimenti per la Difesa previsti dal Piano Draghi (oltre 500 miliardi in più per il prossimo decennio) saranno infatti indirettamente soprattutto i detentori di grandi capitali, come banche, fondi d’investimento e fondi pensione, cui fa aggio la preservazione di un Euro forte (anche se a questo non corrisponde più una forte e variegata economia diffusa sul continente); mentre ad essere penalizzati saranno le attività manifatturiere per l’esportazione, e la spesa pubblica degli Stati membri (Istruzione, Sanità, Trasporti e Lavoro), per i forti vincoli di bilancio che dovranno ulteriormente subire da questa strategia. Il solito circuito, insomma.

Che nonostante l’allarmata e un po’ ridicola propaganda di guerra quotidianamente dispiegata dai principali euroburocrati sulla Stampa compiacente, il Piano Draghi non abbia realmente la finalità che proclama, quella cioè di rendere l’UE autonoma nella Difesa, lo si deduce dal punto cieco di tutto il suo articolato discorso: il fatto che l’Europa non dispone né di importanti fonti energetiche, né dei minerali rari indispensabili alla produzione dei più avanzati sistemi d’arma. Che sono invece quasi tutti nelle mani dei nostri potenziali “nemici”, vecchi e nuovi: Cina, Russia e USA. Solo la prima controlla da sola il 90% delle terre rare e della loro raffinazione, il 70% del cobalto e il 60% del litio. E questi dati costituiscono da soli la tomba del Piano Draghi... Perché da un punto di vista puramente logistico, non si può costruire un’autonomia strategica basata sulla deterrenza militare se le materie prime per produrre quelle stesse tecnologie avanzate rimangono saldamente nelle mani dei nostri rivali geopolitici! Senza parlare delle fonti energetiche che dovremmo utilizzare per produrle, raffinarle e inserirle nei processi produttivi ad alta complessità tecnologica, previsti per trasformarle in armi.

Si può dunque essere certi che la guerra contro la Russia o altri immaginari nemici non ci sarà. In tal caso, infatti, l’inevitabile imposizione da parte dei nostri avversari di pagare petrolio, gas e terre rare in moneta locale, farebbe crollare in un attimo tutto il castello messo in piedi dall’UE per preservare il valore di bene-rifugio dell’Euro. Ma la guerra delle élite europeiste contro i rispettivi popoli, invece,

quella c’è già da molti anni, e col Piano Draghi diventerà ancora più spietata, ideologica e autoritaria. Per questo le plebi digitali, soprattutto giovanili, vanno rivoltandosi proprio adesso, a seguito di questa retorica bellicista che sentono ipocrita ma non del tutto falsa; perché percepiscono forse in modo intellettualmente poco consapevole e tuttavia pragmaticamente chiaro di esserne i veri destinatari.

Fatta l’Europa, insomma, sono da ultimo fatti pure gli Europei. Ai formidabili Draghi di Bruxelles l’addition, s’il vous plâit!

Colonialità di potere, islamofobia e cittadinanza sotto sospetto: una lettura decoloniale del caso Youssef Siher

 

di Angela Lano*

Il caso di Youssef Siher richiede una riflessione sui rapporti tra potere istituzionale, razzializzazione e criminalizzazione del dissenso nell’Italia contemporanea. Il ricercatore italiano di origine marocchina, trentenne, è stato fermato il 24 ottobre 2026 nell’ambito di un’indagine relativa ai canali digitali del Movimento 17 ottobre. Le notizie riportano accuse di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Le indagini sono in corso, pertanto le ipotesi accusatorie non equivalgono a fatti giudizialmente accertati.

Il contesto delle mobilitazioni e della risposta statale.

Il fermo di Siher è avvenuto in uno scenario di mobilitazioni giovanili e di intensificazione delle misure securitarie del governo italiano. Il 17 e il 18 ottobre 2026, il centro di Milano è stato teatro di scontri e saccheggi, nel contesto di manifestazioni contro il carovita, i finanziamenti alle guerre e i tagli di spesa destinati a scuola, università, sanità, ecc. La presenza di partecipanti molto giovani, provenienti soprattutto dalle periferie, e la circolazione di appelli alla mobilitazione attraverso i social network sono diventate elementi centrali del dibattito pubblico. Allo stesso tempo, esponenti del governo hanno iniziato a discutere di possibili “interferenze esterne” e forme di manipolazione digitale. Queste interpretazioni devono essere identificate come ipotesi, senza sostituirsi all’indagine sulle condizioni sociali e sulle responsabilità individuali.

È fondamentale distinguere questi avvenimenti dalla successiva nascita delle pagine del Movimento 17 ottobre: la pagina attribuita a Siher è stata creata dopo le proteste. Nei manifesti diffusi, il movimento adottava un linguaggio di rottura con la rappresentanza politica tradizionale, rivendicava autonomia ed esprimeva sfiducia nei confronti del governo e delle istituzioni. Questa dimensione permette di collocare la sua comunicazione nell’ambito di una contestazione generazionale.

La distinzione cronologica ha conseguenze sull’interpretazione pubblica del caso. Amministrare canali sorti dopo gli scontri non dimostra di aver organizzato gli avvenimenti precedenti, e tantomeno emergono finora collegamenti diretti tra Siher, sua moglie e gli autori degli scontri e dei saccheggi di quel fine settimana.

L’episodio si inserisce anche in un ampliamento delle misure di sicurezza. Il 24 ottobre si sono svolte manifestazioni in diverse città italiane sotto una forte presenza delle forze di polizia, con migliaia di identificazioni e centinaia di persone accompagnate in questura. Le mobilitazioni attribuite al Movimento 17 ottobre non si sono concretizzate come erano state annunciate.

Una lettura decoloniale interroga su ciò che accade quando questo scenario eterogeneo comincia a essere interpretato principalmente attraverso il linguaggio della minaccia. Il costo della vita, l’incertezza sul futuro e la crisi della rappresentanza possono perdere spazio a favore di una narrazione che concentra la spiegazione su leader occulti, influenze straniere o identità percepite come esterne alla comunità nazionale. Ciò significa ridurre gli avvenimenti a un problema di ordine pubblico e di repressione.

In questo processo, l’origine marocchina di Siher, la sua attività negli ambienti musulmani e la sua solidarietà alla Palestina possono essere pubblicamente accostate come se formassero una continuità esplicativa e costituenti una minaccia. Tale accostamento merita di essere contestato: un percorso intellettuale e politico non rappresenta una prova di finalità terroristiche. Il rischio di razzializzazione emerge precisamente quando le informazioni biografiche cominciano a conferire verosimiglianza a un’accusa prima che siano dimostrati i collegamenti pertinenti. Il modo in cui è stato presentato il suo percorso professionale rafforza questa questione.

Merita di essere esaminata anche la notizia secondo cui i procuratori avrebbero collegato le sue conoscenze informatiche alla capacità di sviluppare una strategia rivoluzionaria. Si tratta di un’argomentazione attribuita all’accusa, la cui pertinenza dipende dagli atti e dagli elementi concreti presentati. Competenza tecnologica, capacità organizzativa e critica politica non dimostrano un progetto terroristico e, inoltre, non vi sono elementi sui presunti contatti con hacker filorussi, ipotesi che circolava nella precedente copertura mediatica. La distinzione tra congettura ed evidenza è indispensabile per impedire che associazioni successive producano una colpevolezza per accumulo di sospetti.

Il contesto amplia, pertanto, la portata della riflessione sull’islamofobia istituzionale. La questione riguarda la possibilità che un cittadino italiano identificato come arabo e musulmano venga trasformato in una figura esplicativa di una crisi sociale più ampia. L’analisi decoloniale deve seguire il modo in cui questa rappresentazione viene costruita, quali differenze di trattamento produce e se influenza le decisioni istituzionali. Collocare il caso in questo scenario significa sostenere un’esigenza democratica concreta: indagare sulle condotte senza trasformare le appartenenze culturali in indizi, riconoscere le dimensioni sociali delle mobilitazioni e garantire che la risposta statale rimanga vincolata alla dimostrazione dei fatti. La cittadinanza di Siher non può essere messa tra parentesi a causa della sua origine familiare, così come la legittimità della critica politica non può dipendere dalla sua conformità alle aspettative del governo.

Una prospettiva decoloniale interroga le condizioni attraverso le quali determinate persone diventano più facilmente riconoscibili come minacce. Si domanda chi possa esprimere indignazione senza che venga messa in discussione la sua appartenenza nazionale, quali soggetti ricevano il beneficio del dubbio e quali identità vengano mobilitate per conferire plausibilità pubblica a un’accusa. Nel caso di Siher, questo approccio permette di esaminare i meccanismi attraverso i quali origine familiare, riferimenti culturali, partecipazione politica e produzione intellettuale possono essere riuniti in una narrazione del sospetto. Gli elementi pubblicamente disponibili, tuttavia, non bastano a stabilire che il procedimento giudiziario sia stato motivato da discriminazione religiosa o razziale. Consentono invece di analizzarne criticamente l’inquadramento pubblico e i rischi di riproduzione istituzionale dell’islamofobia.

L’islamofobia può funzionare come razzismo perché non si limita all’ostilità nei confronti di una dottrina religiosa. Trasforma le persone percepite come musulmane in appartenenti a una categoria presumibilmente omogenea, alla quale vengono attribuite caratteristiche come incompatibilità culturale, dubbia lealtà o propensione alla violenza. In questa operazione, nome, ascendenza, aspetto e legami comunitari possono contare più delle effettive convinzioni di ciascun individuo. L’identità attribuita comincia a orientare anticipatamente l’interpretazione delle sue parole e azioni.

È in questo senso che l’espressione “italiano di seconda generazione”, ripetuta nella copertura mediatico-politica su Siher, merita attenzione. Sebbene possa descrivere un percorso familiare, può anche produrre una cittadinanza permanentemente accompagnata da riserve. Alcuni cittadini appaiono semplicemente come italiani; altri devono portare con sé, a ogni esposizione pubblica, il ricordo di un’origine considerata esterna. Il confine nazionale viene così riprodotto all’interno della cittadinanza stessa. Il servizio biografico della Rai, la televisione di Stato italiana, sottolinea tanto la sua origine marocchina quanto il suo percorso accademico e la sua partecipazione all’organizzazione studentesca musulmana. Questi dati non costituiscono indizi di reato e devono rimanere chiaramente separati dalle condotte effettivamente oggetto d’indagine.

La colonialità del potere (Quijano, Grossfoguel) aiuta a comprendere questo confine interno. Il concetto permette di pensare la persistenza di gerarchie che distribuiscono in modo diseguale autorità, credibilità e appartenenza. Applicata al dibattito italiano, questa prospettiva mette in discussione una rappresentazione nazionale nella quale la presenza araba e musulmana continua a essere trattata come un elemento esterno, soggetto a ricorrenti dimostrazioni di integrazione. Un cittadino razzializzato può studiare, lavorare e partecipare alla vita pubblica e, ciò nonostante, vedere messa in discussione la propria legittimità quando assume una posizione politica di contrapposizione.

In questo contesto, la figura del ricercatore musulmano politicamente attivo può produrre una tensione particolare. La sua presenza contraddice l’aspettativa secondo cui il soggetto razzializzato debba apparire soprattutto come destinatario di integrazione, assistenza o sorveglianza. Quando produce conoscenza e organizza discorsi propri, rivendica l’autorità di interpretare la società in cui vive. Una lettura decoloniale esamina precisamente il passaggio attraverso il quale questa autonomia intellettuale può essere rappresentata come capacità di manipolazione o pericolo.

La definizione di Siher come “mente” del movimento deve essere discussa in questa prospettiva. La parola suggerisce comando, pianificazione e responsabilità centrale, potendo conferire un’apparenza di conclusione a un’ipotesi investigativa. Esiste, inoltre, una questione cronologica rilevante: secondo la Rai, i canali amministrati da Siher sono stati creati dopo gli scontri del 17 ottobre. Questa posteriorità impedisce che l’amministrazione delle pagine venga assunta automaticamente come prova della direzione degli avvenimenti precedenti. Ogni responsabilità deve essere dimostrata mediante elementi specifici.

La dimensione istituzionale del problema emerge quando categorie prodotte dall’indagine circolano come verità accertate tra autorità politiche e mezzi di comunicazione. Nel materiale pubblicato dalla Rai, le dichiarazioni di esponenti del governo presentano l’identificazione dell’indagato come dimostrazione dell’efficacia statale e associano il suo percorso professionale all’episodio. Un’interpretazione decoloniale può leggere questo inquadramento come un’aspettativa di gratitudine: le opportunità di studio e lavoro appaiono implicitamente come concessioni che dovrebbero produrre conformità. Tuttavia, diritti, formazione e partecipazione pubblica non costituiscono favori la cui contropartita sia il silenzio politico.

L’origine geografica di un riferimento politico non ne dimostra la natura terroristica; né basta individuare un linguaggio politicamente antagonico per risolvere la questione della responsabilità penale: l’esame critico deve domandarsi che cosa sia stato effettivamente proposto, contro chi, con quali mezzi e attraverso quali collegamenti dimostrabili.

Qui si pone una questione di giustizia epistemica: i riferimenti politici arabi ricevono lo stesso trattamento interpretativo riservato ad altre tradizioni di contestazione? Quando viene evocata un’esperienza di mobilitazione, ne viene analizzato il contenuto oppure la sua provenienza culturale produce già una presunzione di pericolo? Queste domande mirano a impedire che la conoscenza delle società arabe e musulmane venga trasformata, per associazione, in un segnale di adesione alla violenza.

Un’analisi decoloniale deve anche evitare la confusione tra categorie distinte: essere arabo, essere musulmano, studiare l’Islam politico e partecipare alla solidarietà con la Palestina non costituiscono prove di partecipazione criminale. Quando queste dimensioni vengono concatenate senza dimostrare i collegamenti pertinenti, si forma un sospetto cumulativo: ogni elemento biografico sembra confermare gli altri, sebbene l’insieme possa continuare a non provare la condotta contestata.

È in questa trasformazione dell’identità in indizio che il razzismo islamofobico acquisisce un potenziale istituzionale. Può operare senza dichiarazioni esplicitamente ostili, attraverso criteri apparentemente neutrali che attribuiscono pesi diversi a comportamenti simili.

La questione centrale, pertanto, è la possibilità di una cittadinanza senza tutela razziale: le persone italiane di origine araba o identificate come musulmane devono poter produrre conoscenza, organizzarsi e contestare le politiche pubbliche con le stesse garanzie assicurate alle altre. L’attribuzione di responsabilità per eventuali reati deve fondarsi su condotte dimostrate; l’origine familiare, la religione e la solidarietà politica non possono colmare lacune probatorie.

Alla luce delle informazioni disponibili al 26 ottobre 2026, il caso di Youssef Siher consente una critica decoloniale dei meccanismi di razzializzazione presenti nel dibattito pubblico e dei rischi della loro incorporazione nell’azione istituzionale.

*Storica, docente universitaria e giornalista.

 

Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Almeida, Silvio. Racismo estrutural. São Paulo: Pólen, 2019.

Bonilla-Silva, Eduardo. Rethinking racism: toward a structural interpretation. American Sociological Review, v. 62, n. 3, p. 465–480, 1997.

Bonilla-Silva, Eduardo. Racism without Racists: Color-Blind Racism and the Persistence of Racial Inequality in America. Lanham: Rowman & Littlefield.

Du Bois, W. E. B. The Souls of Black Folk. Chicago: A. C. McClurg, 1903.

Feagin, Joe R. Systemic Racism: A Theory of Oppression. New York: Routledge, 2006.

Grossfoguel, Ramo?n. Para descolonizar os estudos de economia política e os estudos pós-coloniais: transmodernidade, pensamento de fronteira e colonialidade global. Coimbra:

Revista Critica de Ciencias Sociais n. 80, mar. 2008,

https://journals.openedition.org/rccs/697

Quijano, Anibal. Colonialidade do poder.

https://it.scribd.com/document/982795777/Colonialidade-Do-Poder-Anibal-Quijano

https://www.scielo.br/j/inter/a/wbtt55LdndtrwkfkvRN5vqb/?format=html&lang=pt

SAID, Edward. Orientalismo, 1978

 

«Israele fa scuola nei Balcani: una miccia nella polveriera». L'inchiesta di Marjo Durmishi


di Geraldina Colotti

 

Marjo Durmishi è un'avanguardia di fabbrica, un operaio metalmeccanico albanese immigrato da anni in Italia, che unisce la conoscenza diretta delle dinamiche produttive a una profonda sensibilità geopolitica sul suo territorio d'origine. In un incisivo articolo di denuncia accende i riflettori su una realtà drammatica e troppo spesso taciuta: la nuova corsa al riarmo che sta attraversando i Balcani occidentali.

Ricchissimo di numeri esatti, dati di bilancio e un inventario puntuale di sistemi d'arma di ultima generazione, il lavoro di Durmishi svela l'inquietante "israelizzazione" degli eserciti della regione.

Nel suo testo, l'autore documenta come i colossi delle armi — a partire dalla multinazionale israeliana Elbit Systems — stiano traendo profitto nell'alimentare entrambi i blocchi in contrapposizione: da un lato l'asse tra Albania, Kosovo e Croazia, dall'altro il blocco serbo composto da Belgrado e Banja Luka. Tra droni d'attacco provati nei cieli di Gaza, artiglieria pesante, nuove fabbriche di armi in territorio balcanico e una retorica nazionalista sempre più aggressiva, Durmishi ci offre una mappa precisa di una polveriera che rischia di riaccendersi a spese delle classi popolari della regione.

Con lui abbiamo affrontato i punti chiave della sua inchiesta.

 

Nel suo articolo, lei descrive una vera e propria "israelizzazione" delle dotazioni militari nei Balcani, con Elbit Systems che vende droni, artiglieria e sistemi EW sia a Belgrado che a Tirana. Come spiega il fatto che un gigante dell'industria bellica israeliana riesca a stringere partnership strategiche così profonde con due attori in aperto contrasto tra loro?

In effetti, il tutto risulta assai curioso. Gli israeliani hanno dimostrato negli anni una superiorità militare; le armi sono testate sulla pelle del popolo palestinese. Per i guerrafondai, quindi, i “prodotti” israeliani sono buoni ed efficaci. Israele siede al tavolo con albanesi e serbi facendo la parte del pesce più grosso. Tra l'establishment dell'Albania e quello serbo, c'è una specie di tacita intesa. Vedremo ora gli studenti serbi, con la vittoria alle elezioni, come si comporteranno nei rapporti con l'Albania e il Kossovo. Il problema scottante è la relazione tra gli albanesi del Kossovo e il governo di Belgrado. I kossovari-albanesi si stanno riarmando con gli aiuti di Turchia e degli USA. Nessuno si fa scrupoli. Gli albanesi sono proni agli Stati Uniti, e non mi meraviglia la loro postura verso Israele. È la Serbia che mi incuriosisce: è parere di molti analisti che Israele stia costruendo nei Balcani, un contro-accerchiamento nei confronti della Turchia. E la Turchia è presente pesantemente sia in Bosnia che in Albania che in Kossovo. Un groviglio intricato.

 

Lei fa un preciso riferimento al report delle Nazioni Unite firmato da Francesca Albanese e al modo in cui molte di queste tecnologie siano state ampiamente impiegate a Gaza (penso ai droni Lanius X o Magni X). Da lavoratore e osservatore politico, qual è l'impatto etico e quali sono i rischi di questa "importazione di modelli d'ingaggio" israeliani nel contesto balcanico?

Quando parliamo di industria delle armi e di governi delegittimati, al servizio delle oligarchie, non possiamo parlare di etica. Conosciamo l'etica e la morale delle IDF e dello Stato di Israele: forme aperte di terrorismo. L'israelizzazione del contesto balcanico può certamente aumentare le tensioni latenti. Si stanno riarmando tutti gli Stati balcanici. Albanesi, croati e serbi si spiano a vicenda. Possibili sconfinamenti di droni potrebbero aumentare la tensione. I missili a lunga gittata serbi parlano chiaro: posso colpirti in profondità. E Israele fa scuola. Abbiamo visto in azione a Gaza algoritmi, droni, missili. Il premier albanese Rama afferma di aver comprato dai migliori.

 

Oltre all'acquisto diretto di armamenti, lei rileva l'apertura di vere e proprie joint venture per la produzione locale e l'apertura di "fabbriche di droni" sia in Serbia che in Albania. Si tratta soltanto di un business milionario o c'è una precisa strategia geopolitica di Tel Aviv per radicarsi nei Balcani?

Tel-Aviv vuole radicarsi nei Balcani, terra di collegamento tra Europa e Medio Oriente. Come dicevo prima, Israele sta costruendo un'intera “infrastruttura” anti-turca. Poi, in questo grande gioco, abbiamo un tale Ron Yeffet, faccendiere Israelo-statunitense con passaporto albanese, alla corte del premier Rama. Ron Yeffet è implicato nella creazione di joint venture all' interno della KAYO, azienda statale albanese per il comparto Difesa. È una figura oscura, con molti interessi nel mercato delle armi. È molto vicino al governo Rama. Il radicamento israeliano è in atto anche nella Repubblica Srpska: in questo 2026 c'è stata l'apertura di una camera di commercio proprio a Banja Luka. Il cordone sanitario anti-turco parte dalle spiaggie di Tel-Aviv, poi verso Cipro e Grecia, e poi su in Albania, Bosnia, Belgrado, Serbia. Gli israeliani sono una miccia nella polveriera balcanica. Possiamo dire lo stesso di turchi e statunitensi.

 

L'Albania punta ad aumentare la spesa per la Difesa fino al 3,5% del PIL entro il 2030, concedendo persino sgravi fiscali per chi investe nel settore militare. In un Paese con stipendi e pensioni tra i più bassi d'Europa, come viene giustificato o percepito questo enorme sforzo economico dall'opinione pubblica e dal mondo del lavoro albanese?

Il riarmo non rientra nel dibattito pubblico. Da 5 mesi in Albania ci sono manifestazioni quotidiane contro la corruzione del governo “socialista” di Rama, in carica dal 2013. Alla richiesta di dimissioni si risponde con una brutale repressione poliziesca. L'Albania è un baluardo degli USA nei Balcani; i governanti albanesi eseguono gli ordini di Washington da 36 anni. Il riarmo non fa notizia, gli apparati controllano la popolazione attraverso un nazionalismo galoppante e una mentalità da guerra permanente. Russia, Serbia e Grecia sono “nemici” storici del popolo albanese. C'è una paura ancestrale nei Balcani, e il nazionalismo nutre questa paura. In mancanza di partiti di classe, di sindacati e di organizzazioni di classe, il riarmo può tranquillamente andare avanti. La sinistra in Albania è ancora troppo debole.

 

Citando la percezione dell'establishment albanese, lei evidenzia il timore per un possibile disimpegno degli USA e per le condanne all'Aja dei vertici UÇK. Il riarmo di Tirana e l'alleanza triangolare con Prishtina e Zagabria sono quindi una reazione alla paura di rimanere "scoperti" di fronte a Belgrado?

Gli albanesi delusi dagli Stati Uniti parlano di un avvicinamento tra Washington e Belgrado. Si sentono traditi, e dell'Europa non si fidano. Questa è la percezione dei circoli più nazionalisti e atlantisti. L'alleanza Croazia-Albania-Kossovo è un sotto-gruppo regionale della NATO. Si preparano, si addestrano, scambiano informazioni. La Serbia, da parte sua, non è mai stata ferma. I serbi hanno firmato accordi militari, e anche l'Ungheria. C'è dinamismo. Le guerre in Ucraina, l'Iran e il genocidio in Palestina hanno scosso tutti. I Balcani sono una sfera d'influenza. I Balcani sono un “fronte”, è la Storia.

 

Dall'altra parte, la Serbia ha registrato acquisizioni imponenti con cifre che sfiorano i 2 miliardi di euro, dotandosi di armi a lunga gittata e droni da combattimento Hermes 900. Vu?i? parla di "fattore di stabilità", ma i Paesi vicini vedono sistemi nettamente offensivi. Quanto è reale la sensazione di accerchiamento di Belgrado e della Republika Srpska e quanto invece viene usata in chiave propagandistica?

La propaganda nazionalista nei Balcani è quotidiana. La Serbia è un peso massimo, è quella più armata. I missili a lunga gittata vengono esibiti, sono un messaggio agli altri Paesi confinanti. La sensazione di accerchiamento è concreta, basta guardare la cartina: Albania, Croazia, Slovenia, Montenegro, Macedonia del nord, sono tutti Paesi membri della NATO. In Kossovo c'è, dal 1999, Camp Bondsteel, quartiere generale della Kosovo Force ( K-FOR) , a guida NATO. Si sentiva accerchiato pure Slobodan Milosevic.

 

C'è un dato economico che salta subito all'occhio nel suo testo: l'aumento di circa 42 volte delle vendite di munizioni e proiettili serbi a Israele dopo il 7 ottobre 2023, che è arrivato a oltre 130 milioni di euro. Come si concilia questo pragmatismo economico di Belgrado con la linea e la retorica ufficiale della diplomazia serba?

Il premier serbo Vucic ha bloccato le esportazioni militari verso Israele ma inchieste giornalistiche basate su dati doganali dicono il contrario. Vucic è un politico molto scaltro. La diplomazia serba è dinamica, si destreggia bene in molti fronti. Sono attivi nei consessi internazionali perché devono “smontare” l'indipendenza del Kossovo.

 

Nel testo lei si chiede se queste manovre e le dichiarazioni muscolari dei vari leader (Rama, Vu?i?, Dodik, Da?i?) siano destinate al semplice "consumo interno" per distrarre dai problemi sociali e dalle contestazioni politiche, oppure se la presenza materiale di così tante armi ad alta tecnologia renda reale il rischio di una scintilla. Come stanno le cose?

Il riarmo regionale rientra nel più ampio riarmo europeo. Ci si prepara al prossimo scontro. Poi, certo, si parla di deterrenza, di difesa, di alleanze difensive. Le mosse balcaniche vanno viste nel più ampio contesto mondiale. L'ingerenza imperialista ha sempre portato sofferenze nei Balcani, strumentalizzando la questione nazionale e le differenze religiose.

 

In conclusione, lei mette in guardia dal rischio che, una volta congelato il fronte ucraino, gli interessi dell'imperialismo e il profitto dell'industria bellica tornino a scaricarsi sui Balcani. Quali sono, a suo avviso, i punti di frattura più pericolosi nei prossimi mesi — come il Nord del Kosovo o la Bosnia-Erzegovina — e quali margini esistono affinché i movimenti popolari e i lavoratori della regione si oppongano a questa logica di guerra?

Sì, il nord del Kossovo e la Bosnia-Erzegovina sono i punti più caldi. I serbi di Bosnia si stanno sganciando sempre di più. Il blocco serbo è compatto, fiero delle radici cristiano ortodosse, dei legami storici con la Russia, fiero delle proprie forze armate moderne. I serbi del Kossovo vogliono più autonomia, ma il governo kossovaro di Kurti risponde picche.

Un tempo, i popoli e i lavoratori balcanici solidarizzavano fra loro, questo accadeva ai tempi della seconda guerra mondiale, durante la guerra antifascista di Liberazione nazionale in Jugoslavia e in Albania. Questo fu possibile grazie alle brigate partigiane comuniste. I comunisti di Albania e Jugoslavia si opposero alla guerra fratricida portata avanti dal nazi-fascismo e dai collaboratorazionisti. I comunisti della penisola balcanica cercarono di superare le secolari inimicizie e di andare oltre il sangue versato. Poi i rapporti tra comunisti albanesi e jugoslavi si interruppero, ma questa è un'altra storia. Mancano ad oggi organizzazioni e sindacati di classe, non c'è dialogo tra popolo serbo e popolo albanese. Ci conosciamo poco. Sono curioso di vedere ora quale sarà la posizione degli studenti serbi.

Khamenei: Nessun compromesso su Hormuz

 

In una fase segnata da altissime tensioni geopolitiche e dalla prosecuzione delle ostilità nella regione, la Guida Suprema dell'Iran, l'ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, ha ricevuto il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, il generale Mohsen Rezai. L'incontro è servito a delineare le direttive strategiche della Repubblica Islamica in materia politica, economica, culturale e di difesa.

Durante il colloquio, il Leader ha definito il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e il suo segretariato come il vero e proprio «crocevia decisionale» del Paese. Khamenei ha rimarcato l'urgenza di adottare risoluzioni solide e determinate, supportate da una tabella di marcia strutturata che prefiguri chiaramente l'intero sviluppo di ogni iniziativa, dalla fase embrionale fino al conseguimento degli obiettivi finali.

Coesione interna e architettura costituzionale

Al centro delle discussioni figurano la stabilità del Fronte Interno e l'esigenza di saldare il patto di fiducia tra la popolazione e le istituzioni statali. Per accelerare la risoluzione delle criticità economiche e sociali che gravano sull'esecutivo, il Leader ha raccomandato di sfruttare appieno il potenziale offerto dalla Costituzione, orientando le prerogative dell'articolo 176 a supporto dell'azione del Presidente e degli organi di governo.

Sul piano del consenso interno, la Guida Suprema ha ribadito che la disperazione delle potenze avversarie rappresenta il diretto risultato della resistenza mostrata dalla nazione. In quest'ottica, ha sollecitato il ripristino di una comunicazione pubblica trasparente e tempestiva, ritenuta indispensabile per garantire il coinvolgimento attivo dei cittadini nella difesa del sistema politico e della sovranità nazionale.

Il nodo di Hormuz, i confini e la linea del Fronte di Resistenza

Dalla riunione sono emerse indicazioni perentorie in merito alla postura di sicurezza e alla geopolitica regionale. In primo luogo, il mantenimento della sicurezza nazionale ed extra-territoriale passa attraverso la gestione strategica dello Stretto di Hormuz, considerata una leva ineludibile per gli equilibri dell'intera area. In secondo luogo, è stata riconfermata la volontà di consolidare i rapporti bilaterali con i Paesi vicini, a patto che siano fondati sulla reciprocità e su interessi strategici duraturi. Infine, Khamenei ha riaffermato la necessità di tutelare con fermezza i diritti del popolo iraniano e dell'asse del Fronte di Resistenza, imponendo le condizioni di Teheran per superare la dannosa fase di "né guerra né pace" e giungere a una conclusione del conflitto alle proprie condizioni.

La relazione di Rezai: verso un ordine regionale endogeno

Da parte sua, il generale Mohsen Rezai ha illustrato un quadro dettagliato dello stato delle infrastrutture e delle iniziative di difesa intraprese dal Segretariato. Tra i dossier prioritari, Rezai ha evidenziato il costante monitoraggio della linea strategica volta a favorire la nascita di un "ordine regionale endogeno", un'architettura di sicurezza collettiva gestita dalle nazioni dell'area al di fuori di ogni ingerenza o tutela da parte delle potenze occidentali.

 

L'Iran al fianco dell'Avana: "L'unico 'crimine' di Cuba è voler preservare la propria indipendenza"

 

L'asse di solidarietà tra le nazioni colpite dalle misure coercitive unilaterali di Washington si rafforza. Durante la consueta conferenza stampa settimanale, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha condannato con fermezza la linea politica adottata dall'amministrazione statunitense contro Cuba e il Venezuela, qualificandola come un'ingerenza sistematica che mina i fondamenti dell'ordine giuridico internazionale.

Secondo Teheran, l'ostilità dimostrata nei confronti del governo cubano rientra in una più ampia strategia di pressione bellicista destinata a destabilizzare la pace e la sicurezza globale. Di fronte al progressivo sgretolamento dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite — in primis il rispetto rigoroso della sovranità e del diritto all'autodeterminazione dei popoli —, il portavoce iraniano ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché abbandoni qualsiasi posizione di passività. Il silenzio e l'indifferenza delle diplomazie mondiali, ha avvertito Baghaei, finiranno inevitabilmente per legittimare un precedente pericoloso che minaccia l'incolumità e l'autonomia politica di ciascuno Stato.

Sette decenni di blocco illegittimo

Il portavoce del ministero iraniano ha rimarcato la contraddizione di fondo che caratterizza le sanzioni imposte a L'Avana. A differenza di altri dossier internazionali al centro delle controversie diplomatiche, Cuba non dispone di alcun programma nucleare né porta avanti attività di arricchimento dell'uranio. Ciononostante, il Paese subisce da ormai sette decenni un embargo economico e finanziario stringente che ha generato enormi sofferenze materiali alla popolazione civile.

L'unica "colpa" attribuita all'isola e al suo popolo, ha sottolineato Baghaei, risiede nella ferma volontà di difendere la propria sovranità nazionale, scegliendo in totale autonomia il proprio modello di sviluppo economico e la propria forma di governo senza subire ingerenze o tutele esterne. È proprio questo rifiuto della subalternità che la leadership di Washington si ostina a non accettare, trasformando il sanzionamento economico in uno strumento punitivo permanente.

La condanna del neo-colonialismo di Washington

Esprimendo la piena solidarietà della Repubblica Islamica al popolo e al governo cubano, Baghaei ha concluso evidenziando come le recenti dichiarazioni dei funzionari americani tradiscano una pericolosa deriva verso forme di neocolonialismo dichiarato. La pretesa di sollecitare direttamente sovvertimenti interni o condizionare la politica di uno Stato sovrano rappresenta una palese violazione delle norme del diritto internazionale moderno, contro la quale Teheran ribadisce la propria ferma opposizione politica e diplomatica.

Ucraina, perché UE e NATO puntano ancora sulla guerra contro la Russia

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Dalle 4 del mattino del 27 ottobre, le forze russe hanno dato avvio a un “regime del silenzio”, interrompendo il fuoco sulla direttrice di Kherson, per consentire operazioni umanitarie nell'area di Alëški, come il transito di convogli con prodotti alimentari e medicinali e l'evacuazione di coloro che desiderano lasciare la città.

Ma, intanto, i droni ucraini continuano a colpire ?r?l, Belgorod, Voronež, provocando altre vittime civili; l'obiettivo di Zelenskij, osserva il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, è quello di alzare la posta in vista dei colloqui trilaterali di metà novembre a Abu Dhabi. Guardate il calendario, dice Kots: in vista ci sono le trattative negli Emirati e questa settimana Zelenskij incontrerà a Bruxelles americani, europei e Mark Rutte. Dato che sul campo è in ritirata e, quindi, non ha nulla da offrire, l'unica risorsa è quella di mostrarsi “forte” colpendo le retrovie; quasi a dire "Riusciamo ancora a raggiungere Orël e Voronež, fare pressione su di noi è inutile”, puntando così ad alzare la posta: cessate il fuoco sull'energia, accordi sul mar Nero, compromessi sul grano.

Il cambiamento di tattica, nota il colonnello Anatolij Matvijchuk su Moskovskij Komsomolets, indica che Kiev è completamente passato al terrore e all'intimidazione della popolazione civile e concentra tutte le forze su città specifiche, invece di distribuirle su vari fronti. L'obiettivo non è militare: è quello di terrorizzare le persone, sconvolgere la vita normale e creare un senso di vulnerabilità personale. Questa non è più guerra nel senso tradizionale del termine: è terrore contro la popolazione civile. D'altra parte, questo è quello che Bruxelles chiede ai nazigolpisti. L'Europa non accetterà di por fine alla guerra, perché in tal caso i politici europei sarebbero ritenuti responsabili della morte di oltre un milione di persone, dice Michael von der Schulenburg, ex diplomatico ONU e membro del Parlamento europeo: «Non abbiamo possibilità di negoziare. Se gli americani se ne andassero, non avremmo praticamente più alcun contatto con la Russia... e se iniziassimo i negoziati ora, dopo quasi quattro anni di guerra, la prima cosa che dovremmo ammettere è che la questione verte sulla sicurezza, non sul territorio. Ciò significa che dovremmo ammettere che la vera causa della guerra è stata l'espansione della NATO... Non possiamo più parlare di una guerra non provocata. Dobbiamo ammettere che la guerra è iniziata a causa del nostro comportamento, perché all'epoca non abbiamo dialogato con la Russia e .non abbiamo preso sul serio le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza». E se l'Ucraina, dice Schulenburg, con i negoziati, diventerà neutrale, le persone si chiederanno perché l'Europa non ha posto fine a una guerra durata cinque anni e si è rifiutata di discutere la questione prima.

Quell'Europa che è tornata a riunirsi a Parigi col summit delle cinque potenze militari europee nella Nato – “E5”: Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia, Polonia – un incontro esaltato dai guerrafondai del Corriere della Sera, perché Trump «sembra preferire la Russia di Putin ai tradizionali partner occidentali» e allora «i Cinque cercano di pesare di più nella Nato»; ma, soprattutto, magnificato da via Solferino, perché in risposta alla Lega che (a parole) dice no agli aiuti a Kiev, «Crosetto ha ribadito la posizione dell’Italia: “La linea sull’Ucraina non può cambiare... L’aiuto all’Ucraina non va a una terza nazione, ma innanzitutto al nostro futuro, alla nostra sicurezza”». Eja eja alalà.

Questo perché, a giudizio del giornalista tedesco Ralf Niemeyer, presidente del Consiglio tedesco per la Costituzione e la Sovranità, gli europei, dopo aver scelto la tattica del sabotaggio di qualsiasi contatto tra Moskva e Washington, sponsorizzando gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ora si indignano per non essere coinvolti nei negoziati. Alla domanda di “Berlin 247” su cosa vogliano gli europei, dato che ogni volta che iniziano i negoziati, arrivano sempre più droni di fabbricazione europea, Niemeyer replica che si tratta della tattica europea per prolungare il conflitto e trascinarvi nuovamente gli americani. Guardando all'indignazione suscitata dall'incontro tra Putin e Witkoff, a Bruxelles si sono davvero offesi per non essere stati invitati: «Quindi cosa vogliono? Bombardare qualcosa o ordinare a Kiev di continuare a bombardare, e allo stesso tempo voler negoziare. Le due superpotenze hanno più o meno raggiunto un accordo e il resto verrà deciso a porte chiuse». In sostanza, risposte concrete arriveranno al vertice APEC, dove Putin e Trump dovrebbero incontrarsi; mentre «gli europei sono seduti al “tavolo dei bambini” e, francamente, non sono nemmeno realmente presenti».

Questo non impedisce a Kaja-Fredegonda-Kallas, in margine al summit “E5”, di spargere lacrime per l'Ucraina che, dice, si trova ad affrontare un inverno rigido e ha bisogno di aiuto, che consisterà in un nuovo round di sanzioni alla Russia. E se le lacrime di Fredegonda non erano così appariscenti, quelle versate in diretta da Vladimir Zelenskij, durante l'intervista, in diretta televisiva, al giornalista britannico Stephen Barlett, erano da autentica comparsata melodrammatica. Barlett si è rivolto al nazigolpista-capo con tono comprensivo, chiedendogli come stesse affrontando i problemi che lo affliggono: «È dura per me. Sarò sincero: non riesco a dormire. È un dolore terribile, insopportabile, che non augurerei a nessuno», ha singhiozzato il giullare euro-atlantista, scoppiando in lacrime proprio davanti alla telecamera, lo sguardo inesprimibilmente triste, che racchiudeva tutte le sofferenze di questo mondo, commenta sarcastico Aleksandr Sokurenko su Ukraina.ru. A beneficio dei telespettatori, Barlett ha sussurrato «Vedo le lacrime nei suoi occhi», cercando di enfatizzare la drammaticità del momento. Al che, secondo copione, «Sì», ha risposto triste Zelenskij, con un luccichio negli occhi. Da notare che l'intervista di Stephen Bartlett ha segnato l'apice del tour propagandistico di Zelenskij che, negli ultimi tredici giorni, ha rilasciato tredici interviste ai media occidentali: ABC News, Fox News, Financial Times, NBC News, Bloomberg, Corriere della Sera, rappresentanti di media online; e sempre gli è stato chiesto della sua condizione, dipingendolo come un eroe esausto, ferito dalla mancanza di comprensione di Trump. Che prostrazione!

Perché, in sostanza, dietro alle lacrime da avanspettacolo, c'è la realtà di una junta nazigolpista che, sponsorizzata da UE e NATO, continua a colpire il territorio russo, agendo a ragion veduta. Persino un nazista come Igor Mosijchk, veterano delle stragi  in Donbass ed ex deputato della Rada, ammette che con gli attacchi alla Russia, Kiev tenta di ostacolare le prospettive di cooperazione economica USA-Russia. Per dire, Togliatti ospita il più grande impianto mondiale di produzione di ammoniaca e proprio durante l'incontro con Wittkoff, Putin ha annunciato che la Russia potrebbe fornire un'enorme quantità di fertilizzanti al mercato statunitense e, di fatto, al mondo intero, con ciò contribuendo alla sicurezza alimentare globale. Secondo Mosijchuk, colpire Togliatti costituisce un danno per le prospettive di accordo commerciale russo-americano, ma compromette anche gli interessi ucraini a lungo termine, poiché l'impianto di Togliatti è collegato tramite gasdotto all'impianto portuale di Odessa. Non appena si inizia a parlare di pace e di negoziati, dice l'ex deputato, Zelenskij comincia a colpire obiettivi che inevitabilmente provocheranno una reazione negativa, intensificheranno la guerra e mineranno i colloqui di pace.

Ma questo rientra nei piani UE-NATO. Le richieste di Moskva di porre fine all'espansione NATO verso est continueranno a essere respinte dall'Alleanza atlantica durante i negoziati, scrive The Telegraph: Moskva «ha incluso i paesi europei tra i partecipanti ai negoziati, allo scopo di ottenere concessioni sull'espansione della NATO, che Vladimir Putin definisce “causa principale' della guerra”». In effetti, il Cremlino aveva suggerito che Putin avrebbe potuto scendere a compromessi su altre questioni, se fossero state accolte le sue richieste principali di un'Ucraina neutrale e dell'abbandono dell'espansione a est della NATO. Ma, secondo The Telegraph, «Fonti autorevoli affermano che l'Europa continua a respingere con fermezza le richieste della Russia... La nostra posizione rimane la stessa del gennaio 2022, ha dichiarato un funzionario europeo».

Così che, afferma il politologo Roman Travin, commentando le dichiarazioni di Zelenskij secondo cui Kiev non accetterà uno status di neutralità e un esercito limitato come parte di una possibile risoluzione del conflitto, per l'Occidente, l'Ucraina non ha ancora perso il suo valore di strumento anti-russo. Da un lato, dice Travin, se confrontiamo la sua posizione con quella di qualche anno fa, Kiev pare disposta a fare alcune concessioni, ma, dall'altro, non è ancora pronta ad accogliere termini accettabili per Moskva. D'altra parte, le cose che la Russia era disposta ad accettare agli accordi di Minsk non sono più attuali. Nemmeno quelle accettate a Istanbul nel 2022 lo sono più: «Con le cose che sono attuali oggi, Kiev non è d'accordo. Ciononostante, vediamo queste “linee rosse” spostarsi verso ovest, territorialmente parlando».

Tra l'altro, il Rappresentante permanente russo all'OSCE Dmitrij Poljanskij ha detto che obiettivo primario dell'operazione speciale non è l'occupazione di territori, bensì il rovesciamento del regime neonazista ucraino, che rappresenta una minaccia per la popolazione russa. La questione territoriale, ha detto Poljanskij, è diventata «rilevante solo in seguito, quando le popolazioni di queste quattro regioni hanno deciso, con referendum, di entrare a far parte della Russia». Dunque, se l'Occidente, in primo luogo gli sponsor europei del regime di Kiev, vuol preservare intatto quel regime, preservare tutto ciò che ha fatto alla popolazione di lingua russa, preservare la glorificazione dei nazisti, penso che su questo non ci sarà alcun accordo.

E nonostante tutti gli aspetti che appaiono piuttosto terribili dal punto di vista della diplomazia classica, dice ancora Travin, Zelenskij riesce a mantenere il sostegno degli europei e persino l'amministrazione americana, piuttosto dura nei suoi confronti, non lo è ancora quanto potrebbe essere. Perché? Perché ci sono punti di vista diversi all'interno degli stessi Stati Uniti e Trump teme il dissenso interno al Partito Repubblicano e altrove. Nonostante tutti i problemi con Starlink, internet e l'informazione, Zelenskij resiste. Questo significa che sfrutta al massimo ogni opportunità: «non si tratta tanto di diplomazia ucraina, quanto del fatto che l'Ucraina deve mantenere il suo ruolo di strumento anti-russo» e, comunque, quando sorgono difficoltà nei rapporti tra Kiev e Washington,  Zelenskij si rivolge immediatamente agli europei, che lo sostengono.

In fondo, le parole di Travin a proposito dei timori di Trump, si accordano alle osservazioni dell'ex analista e agente del Centro antiterrorismo della CIA John Kiriakou: colui che, specifica PolitNavigator, nel 2007 denunciò il programma di tortura della CIA e divenne il sesto informatore perseguitato dall'amministrazione Obama. Dunque, afferma Kiriakou, nonostante i tentativi di Trump di migliorare le relazioni con la Russia, l'intelligence americana continuerà ad assistere l'Ucraina. Alla domanda su come sia possibile che gli USA acquistino prodotti petroliferi dalla Russia, mentre la CIA continua a insegnare agli ucraini come distruggere le infrastrutture russe e uccidere i russi, l'ex agente risponde che le sanzioni sono una «cattiva idea, a prescindere dall'obiettivo. Potremmo chiedere ai cubani cosa ne pensino delle sanzioni. Ci direbbero tutto quello che vogliamo sapere. Potremmo chiedere agli iraniani cosa ne pensino delle sanzioni. Non funzionano». Oggi però, incalza l'intervistatore, l'ex giudice della Corte Suprema del New Jersey Andrew Napolitano, c'è un presidente che almeno fa un passo nella giusta direzione e non dovrebbero esserci sanzioni contro l'energia russa. A quanto pare, però, insiste Kiriakou, la CIA non ha ricevuto il messaggio e, finché non le verrà ordinato di smettere, continuerà ad aiutare Kiev ad attaccare le infrastrutture russe, in particolare quelle energetiche. Naplitano ha allora chiesto a un altro ex analista della CIA, Larry Johnson, se Trump controlli la CIA e la risposta è che «Trump potrebbe controllare la CIA, se fosse intelligente. Trump dà un ordine: “Non voglio che trasmettiate informazioni di intelligence all'Ucraina” e la CIA risponde: “Sì, signore”». Trump, purtroppo, non ha detto che non possiamo trasmetterle agli inglesi, che a loro volta possono inoltrarle. Trump, dice Johnson, dovrebbe «dire: "John Ratcliffe, voglio che entro 24 ore l'Ucraina non riceva alcuna informazione di intelligence americana, da nessuna fonte e voglio che questo venga fatto entro 24 ore". Dopo 24 ore, Trump lo convoca e gli dice: "Non hai fatto quello che ti ho detto. Sei licenziato"... un presidente intelligente avrebbe potuto controllare la situazione, ma noi non abbiamo un presidente intelligente. E non è solo Trump a essere un idiota. Obama, Bush, Clinton, George H.W. Bush».

Beh: idioti, ma molto pericolosi; come lo sono del resto i banchieri e gli azzeccagarbugli che siedono ai vertici delle cancellerie belliciste europee.

 

L'ANALISI DEL MESE - Corea del Nord: come un paese sotto assedio ha riscritto le regole della geopolitica


di Fabrizio Verde

 

Per anni è stato ripetuto a reti unificate che la Corea del Nord fosse un paese a fine corsa, ormai sull'orlo del collasso. Una sorta di anomalia storica destinata a svanire non appena le sanzioni avessero stretto irrimediabilmente il cappio al collo di Pyongyang. Eppure, la Corea popolare è ancora a testa alta. Non solo è ancora in piedi, ma sta dettando i suoi tempi di crescita e ritorno sulla ribalta internazionale.

Mentre le capitali occidentali si affannavano a prevederne la fine, Pyongyang ha lavorato in silenzio, trasformando l'assedio in una forma di sovranità assoluta. La narrazione dominante parla di isolamento, ma la realtà dei fatti ci mostra una storia diversa. Una storia di alleanze strategiche ridefinite, di un'economia che ha imparato a respirare nonostante i blocchi e di una presenza sulla scena globale che oggi non può più essere ignorata o liquidata come una semplice eccentricità.

La Repubblica Popolare Democratica di Corea ha capito per prima una verità che l'Occidente si ostina a non accettare: il mondo unipolare è finito. E in questo nuovo scenario multipolare, chi possiede la propria autonomia energetica, alimentare e militare non è un reietto, ma un interlocutore necessario.

Questa analisi vuole andare oltre la superficie delle parate militari e dei titoli sensazionalistici. L’obiettivo è quello di osservare e provare a descrivere con occhi liberi da pregiudizi come un paese abbia saputo riscrivere il proprio destino, trasformando le proprie vulnerabilità in leve di potere e candidandosi a pieno titolo tra i protagonisti del mondo in ascesa a trazione eurasiatica. Non c'è bisogno di cercare scuse o aggiustare il tiro con moralismi di facciata. Basta guardare i fatti. La Corea del Nord ha scelto la propria strada e, contro ogni previsione, quella strada la sta portando dritta al centro della nuova geografia multipolare.


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Un’altra visione del mondo: a Cremona Fulvio Grimaldi presenta “Uno sguardo dal fronte”

Sabato 7 novembre, alle 17, la Sala Zanoni di Cremona (via del Vecchio Passeggio 1) ospita il quarto appuntamento del ciclo “Un’altra visione del mondo – Incontri con la geopolitica”. Ospite d’eccezione è Fulvio Grimaldi, che presenta il suo libro Uno sguardo dal fronte.

A 92 anni, laureato in giurisprudenza, Grimaldi è una delle voci più esperte del giornalismo italiano sui teatri di guerra. Ha lavorato per la BBC, documentando la strage di Derry del 1972, di cui è stato testimone. Ha collaborato con Paese Sera, Giorni-Vie Nuove e Lotta Continua. Alla Rai è stato inviato di guerra e si è occupato del conflitto nella ex Jugoslavia, fino a lasciare l’azienda nel marzo 1999. Da allora ha realizzato video-documentari sulle crisi globali e sui conflitti.

Nel libro racconta, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ‘68 fino a decano degli inviati di guerra in attività, il secolo più controverso dei tempi moderni. Segue le guerre combattute con le armi, le rivoluzioni colorate o meno e le lotte di classe, con lo sguardo di chi prova a distinguere il vero dal falso e la realtà dalla propaganda, schierandosi dalla parte dei “dannati della Terra”.

Per chi vuole ascoltare una testimonianza diretta, da chi quei fronti li ha visti di persona, è un appuntamento da non perdere.

L’incontro, a ingresso libero, è organizzato da Italia-Cuba (Circolo Hilda Guevara di Cremona) con Casa Igueiros e Arci Soresina, con la collaborazione e il patrocinio del Comune di Cremona

Serbia. Lista Studentesca conferma il saldo asse con Mosca

 

Nonostante il terremoto politico che ha travolto la Serbia, la rotta geostrategica di Belgrado non cambia di una virgola. La clamorosa vittoria elettorale della Lista Studentesca, che ha conquistato il 52,73% dei consensi alle parlamentari spazzando via il regime di Aleksandar Vucic, non tradurrà il Paese in un protettorato obbediente ai desiderata dell'Unione Europea. Chi a Bruxelles o nei corridoi della NATO sperava in un repentino cambio di casacca e nell'allineamento cieco al regime sanzionatorio contro la Russia dovrà fare i conti con la realtà.

A mettere subito in chiaro le cose ci ha pensato Jovo Bakic, docente universitario e figura di spicco del movimento vincitore. Ai microfoni di RT Balkan, Bakic ha spento ogni illusione filo-occidentale: "Rispettiamo la Russia sia come grande potenza sia come nostro partner storicamente cruciale e, in molti casi, protettore. Su questo fronte non ci sarà alcun cambiamento". Una presa di posizione netta che smentisce sul nascere le illazioni dello sconfitto Vucic, il quale – nel tentativo di avvelenare i pozzi dopo aver ammesso la resa – aveva vaticinato una Serbia pronta a cedere ai ricatti dell'UE nel giro di pochi mesi.

Stop alle armi per la NATO e il nodo energetico

La vera rottura con la gestione di Vucic si manifesterà sull'ambiguo business delle forniture belliche. Se l'ex presidente aveva tollerato – con la tecnica del doppio gioco – che le munizioni serbe finissero sul fronte ucraino attraverso intermediari occidentali, la nuova leadership intende stringere i bulloni. Secondo quanto trapelato, il nuovo governo bloccherà l'esportazione di armi verso qualsiasi zona di conflitto, chiudendo il rubinetto ai triangolamenti con la NATO.

Sul fronte energetico, l'autonomia strategica di Belgrado passa inevitabilmente dalla collaborazione con Gazprom. La Russia garantisce al Paese circa tre quarti del fabbisogno di gas a prezzi fuori mercato, nettamente inferiori ai costi insostenibili che i Paesi membri dell'UE hanno accettato di pagare in nome del diktat atlantico. L'accordo in vigore copre l'intero 2026 e rappresenta un polmone vitale per l'economia serba.

Resta aperta la partita del petrolio e delle sanzioni statunitensi contro NIS (l'azienda energetica nazionale controllata da capitale russo), la cui deroga operativa è in scadenza. Mentre il colosso ungherese MOL valuta l'acquisizione delle quote russe, il nuovo esecutivo si trova a gestire un dossier caldissimo, ma con la determinazione di non accettare ingerenze.

“Non siamo qui per accontentare gli stranieri”

Il messaggio che emerge dalle urne serbe è un monito per le diplomazie occidentali. Alle pressioni di chi pretende di imporre l'agenda energetica e politica di Bruxelles, Bakic ha risposto con una formula priva di diplomatismi: «Non siamo qui per accontentare gli stranieri, ma per agire nell'esclusivo interesse nazionale».

Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha preso atto del cambio al vertice prendendo le distanze dalle speculazioni e ribadendo la disponibilità a mantenere relazioni di reciproco vantaggio. La Serbia dimostra così di non voler essere una pedina sulla scacchiera altrui: il nuovo governo punta a una sovranità reale, lontana dai diktat comunitari e ancorata alla propria storia.

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I prezzi del gas nell'UE raggiungono il massimo degli ultimi quattro anni

 

Le contraddizioni della politica energetica europea stanno per scontrarsi con il rigore dell'inverno. Secondo i dati di Trading Economics, i prezzi del gas naturale in Europa sono schizzati ai massimi degli ultimi quattro anni, guidati dalla combinazione micidiale tra l'escalation militare nel Medio Oriente e il cieco accanimento ideologico dell'UE nell'eliminare ogni residuo di energia russa.

Lunedì i prezzi all'ingrosso hanno sfondato la soglia dei 97 euro (108 dollari) al megawattora, toccando picchi che non si vedevano dalla fine del 2022. Il dato più allarmante riguarda gli impianti di stoccaggio dell'Unione Europea, pieni appena al 74,62% alla data del 25 ottobre: una cifra spaventosamente al di sotto delle medie stagionali e insufficiente ad affrontare i primi cali di temperatura.

Il collo di bottiglia di Hormuz e le bollette alle stelle

A strangolare le forniture globali è la paralisi dello Stretto di Hormuz. A causa del conflitto mosso da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, i transiti di Gas Naturale Liquefatto (GNL) attraverso questa arteria vitale rimangono crollati dell'80% rispetto ai livelli pre-crisi. L'illusione atlantista di poter sostituire senza costi il gas da gasdotto con le spedizioni marittime di GNL si sta rivelando un drammatico errore di calcolo.

Le proiezioni stimano che la materia prima raggiungerà i 98,20 euro al megawattora entro la fine del quarto trimestre del 2026. Nel Regno Unito i contratti a termine sono saliti del 4%, mentre il petrolio Brent oscilla sui 115 dollari al barile dopo i picchi di 117. Il colosso energetico EDF stima che da gennaio le famiglie britanniche subiranno un salasso del 27% sulle bollette, portando la spesa media annua a quasi 2.200 sterline (2.940 dollari), ben oltre i calcoli correttivi di Cornwall Insight. Già ad agosto il Guardian denunciava la deriva degli stoccaggi, costringendo il commissario UE all'Energia, Dan Jørgensen, ad ammettere che il blocco si trova di fronte alla peggiore crisi dal 2022.

Germania: la stangata da 3 miliardi e le crepe nell'opposizione

Dalla Germania arriva la conferma di un modello economico in affanno. Il governo di Berlino intende scaricare su cittadini e imprese un conto da oltre 3 miliardi di euro nei prossimi dieci anni per finanziare una "riserva di emergenza statale". Un balzello pensato esclusivamente per gestire potenziali sabotaggi o guasti strutturali, che non servirà in alcun modo a calmierare i prezzi di vendita.

Di fronte al disastro economico, il fronte politico tedesco inizia a spaccarsi. Alice Weidel, co-leader di Alternativa per la Germania (AfD), ha apertamente chiesto la riapertura dei canali commerciali energetici con Mosca sulla scia dell'approccio pragmatico della presidenza Trump negli Stati Uniti, sollecitando un accordo bilaterale per le forniture di diesel ed energia.

L'ineluttabilità del fattore russo

Nel 2021 la Russia copriva circa il 45% del fabbisogno di gas dell'Unione Europea, una quota crollata a circa il 12% nel 2025. Ma il prezzo di questa transizione forzata si è tradotto in una deindustrializzazione strisciante e in un'inflazione record, dopo i picchi storici oltre i 300 euro al megawattora registrati all'inizio del contenzioso sanzionatorio.

Da Mosca, la definizione del processo di recissione dei legami energetici è secca: un "suicidio economico". Kirill Dmitriev, inviato presidenziale russo per gli investimenti, ha evidenziato come l'establishment europeo si rifiuti di ammettere i propri fallimenti sistemici, affermando che la cooperazione economica con la Russia tornerà a essere inevitabile. L'Europa scommette sulla rigidità geopolitica, ma a pagare il conto di una strategia priva di alternative reali restano le imprese e i cittadini.

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Entra in vigore una tregua temporanea per l'operazione umanitaria ad Alyoshki, assediata dai droni ucraini.

 

Dalle 4:00 di questa mattina (ora di Mosca) è entrato in vigore il cessate il fuoco nell'area di Alyoshki, la città sulla sponda sinistra del Dnepr nella provincia di Kherson, nell'ambito di un'operazione umanitaria internazionale d'emergenza. Isolata da mesi da ogni linea di rifornimento e bersagliata da bombardamenti quotidiani, la città si trova allo stremo a causa di quello che la garante per i diritti umani russa, Yana Lantratova, ha denunciato come un vero e proprio "blocco artificiale" creato dalle forze armate ucraine per soffocare la popolazione rimasta.

A confermare la gravità del disastro è stata anche la First Lady statunitense Melania Trump, intervenuta direttamente tra le diplomazie per favorire la tregua localizzata. Parlando dalla Casa Bianca, la Trump ha dipinto un quadro drammatico: una città di prima linea sull'orlo del collasso, abitata ormai quasi esclusivamente da anziani privi di cure mediche, farmaci salvavita, cibo e acqua potabile.

Droni e mine: il blocco dei soccorsi civili

Le modalità del blocco sono state nel dettaglio dal Ministero della Difesa russo. Oltre all'artiglieria, che da più di due anni martella le infrastrutture viarie e ferroviarie, dal maggio 2026 l'esercito ucraino ha intensificato l'uso di droni per effettuare il minamento a distanza delle uniche vie d'accesso rimaste. L'obiettivo sistematico, denunciato da Mosca, è impedire sia l'evacuazione dei civili che l'ingresso dei convogli d'emergenza.

Neanche gli sforzi del volontariato si sono salvati dalla carneficina: secondo quanto riferito da Lantratova, persino una colonna di veicoli privati chiaramente contrassegnati dalla scritta "Popolo" è stata distrutta dal fuoco dei droni. Il capo del distretto municipale, Ruslan Khomenko, ha segnalato che le forze di Kiev arrivano a sganciare dall'alto tra le 7 e le 36 mine al giorno sul centro abitato, accusando l'altra parte del campo di voler "semplicemente annientare i civili".

La denuncia di Mosca sui "metodi terroristici"

Sulla vicenda è intervenuto duramente anche Rodion Miroshnik, ambasciatore russo per i crimini del regime di Kiev, che ha definito la situazione di Alyoshki «uno dei tanti progetti terroristici orchestrati da Kiev». Secondo l'ambasciatore, le forze ucraine stanno impiegando in modo massiccio il materiale bellico e i droni forniti dalle potenze occidentali non per obbiettivi militari, ma per cacciare e colpire indistintamente qualsiasi veicolo civile provi a rompere l'assedio.

La tregua scattata all'alba rappresenta un'esile finestra di soccorso in un teatro bellico dove la sopravvivenza dei non combattenti è diventata merce di scambio e bersaglio tattico. Resta da verificare se le garanzie sul campo consentiranno finalmente il passaggio dei beni di prima necessità o se il corridoio umanitario verrà travolto dall'ennesima ripresa delle ostilità.

 

Cosa significa la vittoria di Lula per la Cina e per il mercato delle terre rare

 

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva al ballottaggio presidenziale in Brasile segna un punto di svolta non soltanto per l'America Latina, ma per l'intera architettura geopolitica globale. Come sottolineato dall'analisi del South China Morning Post, l'inizio del suo quarto mandato non consecutivo all'inizio del 2027 blinda e rafforza il ruolo di Pechino quale primario partner strategico di Brasilia, piazzando il gigante sudamericano al centro della contesa egemonica tra Cina e Stati Uniti.

In questo scontro tra potenze, la posizione del Brasile non è secondaria né neutrale per caso, ma si fonda su un peso minerario d'importanza critica: il Paese possiede le seconde riserve di terre rare più grandi al mondo. Si tratta dei metalli indispensabili per le tecnologie avanzate, la transizione energetica e l'industria bellica, un settore in cui la Cina punta a consolidare la propria posizione di forza sulle catene di approvvigionamento globali.

Oltre la dottrina atlantica: la sovranità delle risorse

Sotto la guida di Lula, il Brasile ribadisce di non voler scivolare nel ruolo di satellite subalterno alle direttive di Washington. La riconferma della leadership del Partito dei Lavoratori garantisce a Pechino l'interlocutore ideale per dare continuità ai progetti del blocco BRICS e per sviluppare partnership industriali nel settore dell'estrazione e della raffinazione delle risorse strategiche.

La Casa Bianca osserva con crescente apprensione la penetrazione economica cinese nel cortile di casa sudamericano. L'accesso privilegiato della Cina ai giacimenti di terre rare brasiliane indebolisce gli tentativi americani di affrancarsi dalla dipendenza mineraria orientale, confermando la volontà di Brasilia di sfruttare la propria ricchezza di materie prime come leva di autonomia geopolitica e di sviluppo nazionale.

Il Brasile nel nuovo ordine multipolare

Il quarto mandato di Lula consolida la trasformazione del Brasile in un hub imprescindibile del nuovo ordine multipolare. Rifiutando l'allineamento dogmatico ai blocchi tradizionali, il governo serba l'iniziativa diplomatica nel Sud Globale, sfruttando la cooperazione con Pechino per accelerare gli investimenti in infrastrutture e tecnologia.

Per la Cina, il successo di Lula rappresenta la garanzia di un alleato di peso nel continente americano, capace di resistere alle contromisure statunitensi. Per Washington, la presenza di un gigante industriale ricco di risorse chiave come il Brasile, sempre più integrato con il sistema economico cinese, rende la competizione geostrategica nel continente estremamente complessa e priva di soluzioni immediate.

 

Allarme ONU in Cisgiordania: Turk evoca il rischio di pulizia etnica ad Al-Khalil

 

L'incursione delle forze di occupazione israeliane nella città di Al-Khalil (Hebron), nella Cisgiordania occupata, finisce sotto il tiro delle Nazioni Unite. L'Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, ha lanciato un monito perentorio, intimando a Tel Aviv di fermare immediatamente le operazioni militari e denunciando come il sistematico sfollamento forzato della popolazione araba delinei un reale rischio di pulizia etnica.

UN Human Rights Chief @volker_turk calls for an end to #Israel’s aggressive operation in the #WestBank city of #Hebron, which forcibly displaced nearly 2,000 Palestinians, demolished homes and commercial property, and deprived residents of the ability to move freely. "Collective punishment is a grave violation of international law. Threats to empty and erase entire neighbourhoods also raise serious concerns of ethnic cleansing," Türk says. https://t.co/EGRf5Iw9vZ

— UN Human Rights (@UNHumanRights) October 26, 2026

Secondo i dati diffusi da Ginevra, le operazioni avviate nel fine settimana hanno già sradicato dalle loro abitazioni oltre 2.000 palestinesi, radendo al suolo interi complessi residenziali e attività commerciali e imponendo una rigida limitazione alla libertà di movimento.

Punizioni collettive e terrore della popolazione

Il quadro delineato dall'Alto Commissariato è quello di una vera e propria punizione collettiva disposta ai vertici dell'esecutivo israeliano. Commentando l'uso sproporzionato e ingiustificato della forza militare, Türk ha sottolineato come le disposizioni impartite dal primo ministro Benjamin Netanyahu tradiscano l'intento di instillare il terrore e punire indiscriminatamente i civili dopo le recenti azioni di rappresaglia della resistenza palestinese.

Le punizioni collettive costituiscono una palese violazione del diritto internazionale e delle convenzioni umanitarie, mentre gli ordini di evacuazione e le demolizioni di interi rioni configurano un preciso piano di sradicamento demografico. Di fronte a questo scenario, l'ONU esige l'immediato rientro degli sfollati nelle proprie case e l'erogazione di risarcimenti per le distruzioni arbitrarie perpetrate dall'esercito.

La chiusura della Cisgiordania alla vigilia del voto

La stretta militare su Hebron si inserisce in un quadro di chiusura ermetica dell'intera Cisgiordania occupata disposto dalle forze di occupazione fino al 27 ottobre, in concomitanza con lo svolgimento delle elezioni legislative in Israele. Un blindaggio che si traduce in un ulteriore soffocamento economico ed esistenziale per i residenti palestinesi.

Il monito delle Nazioni Unite riaccende i riflettori sull'impunità delle politiche di occupazione territoriale, accusate di spingersi oltre ogni limite legale pur di creare fatti compiuti sul terreno a danno della popolazione autoctona.

 

Egitto. Parlamento autorizza l'invio di forze "difensive" a sostegno dell'Arabia Saudita

 

Sotto la pressione delle continue rappresaglie yemenite che martellano il territorio saudita, il Cairo compie il passo formale per integrarsi nella coalizione a guida di Riyadh. Il 26 ottobre, il parlamento egiziano, riunito in una sessione a porte chiuse ai sensi dell'articolo 152 della Costituzione, ha approvato l'autorizzazione esecutiva per inviare supporto militare "difensivo" al regno saudita, ratificando la raccomandazione espressa dal Consiglio di Difesa Nazionale ed evadendo la richiesta avanzata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Il provvedimento fornisce il quadro giuridico formale per potenziare i sistemi di difesa aerea sauditi, schierare assetti militari sul campo e tutelare le infrastrutture strategiche del regno da ulteriori attacchi. Una decisione giunta dopo giorni di rinvii voluti per raggiungere un "consenso" unanimemente condiviso, e preceduta da un vertice al vertice svoltosi il 21 ottobre a Riyadh, dove il ministro degli Esteri Badr Abdelatty e il capo dell'intelligence Hassan Rashad hanno consegnato nelle mani del principe ereditario Mohammed bin Salman una lettera personale di Sisi in cui si perimetrava la natura esclusivamente "difensiva" dell'intervento.

L'escalation nel Golfo e l'avanzata delle forze yemenite

La svolta del Cairo si inserisce in una fase di drammatica recrudescenza del conflitto. Da quando, a luglio, Riyadh ha intensificato la sua campagna d'attacco decennale contro lo Yemen, le Forze Armate Yemenite (YAF) collegate ad Ansarallah hanno risposto con operazioni di rappresaglia su larga scala, colpendo a raggio sistematico basi militari, aeroporti e impianti energetici nel cuore dell'Arabia Saudita.

La reazione del regno non si è fatta attendere: lunedì le forze aeree saudite hanno scatenato pesanti incursioni bombardando la capitale Sana'a e la città portuale di Mokha. Tuttavia, l'ampiezza dell'offensiva yemenita ha evidenziato le vulnerabilità difensive di Riyadh, spingendo la monarchia a sollecitare l'attivazione delle garanzie di sicurezza dei propri alleati regionali ed extra-regionali.

La geometria del Patto della Mecca e l'ambiguità dell'Occidente

L'Egitto va così ad affiancarsi all'architettura di sicurezza del Patto della Mecca, l'alleanza di difesa congiunta siglata tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan basata sulla clausola di mutua assistenza in caso di attacco. Il Pakistan mantiene migliaia di uomini di stanza nel regno e, pur smentendo attacchi aerei diretti, assicura una copertura di terra. La Turchia garantisce personale, supporto logistico e fornitura di droni, mentre il Regno Unito fornisce un sostegno definito "puramente difensivo" che include il rifornimento in volo dei caccia sauditi impegnati nei raid sullo Yemen.

Derubricando le proprie operazioni sotto la formula retorica del "supporto difensivo", le potenze coinvolte cercano di difendere l'infrastruttura energetica e politica saudita senza assumersi formalmente la responsabilità del disastro umanitario provocato dai bombardamenti sullo Yemen. Con l'ingresso dell'Egitto, l'asse della coalizione si salda ulteriormente, trasformando lo scontro con lo Yemen in un contenzioso regionale a largo raggio.

 

Terzo vertice “Russia-Africa” 2026: partecipanti, ordine del giorno e risultati dei precedenti forum

 

di Michele Merlo

 

Il terzo vertice «Russia-Africa» si terrà a Mosca il 28 e 29 ottobre, in concomitanza con il Forum economico e umanitario. Il tema principale del Forum economico e umanitario Russia-Africa di quest’anno è «Insieme sviluppiamo una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e il potenziale di ogni paese africano». All’inizio di ottobre avevano confermato la loro partecipazione 30 Stati africani; la parte russa prevede che alla fine saranno presenti rappresentanti di quasi tutti i 54 paesi del continente, oltre che di associazioni regionali e del mondo imprenditoriale.

Il principale risultato organizzativo del vertice dovrebbe essere il nuovo piano d’azione del Forum di partenariato «Russia-Africa» per il periodo 2027–2029, che subentra al documento adottato a San Pietroburgo per il periodo 2023–2026.

 

Formato e contesto storico

I legami di Mosca con l’Africa hanno una storia di lunga data: l’URSS sosteneva i movimenti anticolonialisti, formava personale qualificato nelle università sovietiche, forniva armi e contribuiva alla costruzione di impianti industriali e infrastrutture. Dopo il crollo dell’URSS la presenza della Russia si è ridotta, ma a partire dagli anni 2000 Mosca ha iniziato a ristabilire le relazioni attraverso la fornitura di energia e armamenti, progetti nucleari, prodotti alimentari, sicurezza e programmi educativi. Il formato «Russia-Africa» è stato lanciato nel 2019 a Sochi. Il suo obiettivo era quello di riunire in un’unica piattaforma il dialogo politico, la sicurezza, il commercio, gli investimenti, la scienza, l’istruzione, la sanità e i legami umanitari. Si è svolto all’insegna del motto «Per la pace, la sicurezza e lo sviluppo». Vi hanno partecipato rappresentanti di tutti i 54 paesi africani, mentre 43–45 paesi erano rappresentati dai capi di Stato o di governo. È stata adottata una dichiarazione su politica, sicurezza, economia, scienza e cooperazione umanitaria; sono stati firmati memorandum con l’Unione Africana e, complessivamente, sono stati siglati 92 accordi per un valore superiore a 12,5 miliardi di dollari.

Il secondo vertice si è tenuto nel luglio 2023 a San Pietroburgo. In tale occasione sono stati adottati una dichiarazione in 74 punti e un piano d’azione per il periodo 2023–2026; sono state inoltre approvate dichiarazioni specifiche sul terrorismo, sulla sicurezza informatica e sulla prevenzione della corsa agli armamenti nello spazio.

 

Le basi economiche 

Nel 2024 il volume degli scambi commerciali della Russia con i paesi africani ha raggiunto i 27,8 miliardi di dollari, mentre la quota dell’Africa sul totale degli scambi commerciali della Russia è cresciuta fino al 3,9%. Nel 2024 le esportazioni di prodotti agroalimentari russi verso l’Africa hanno superato i 7 miliardi di dollari, registrando un aumento del 19%; il commercio reciproco di prodotti del settore agroalimentare ha raggiunto quasi 10 miliardi di dollari.  Ciò rende la sicurezza alimentare, i fertilizzanti, le forniture di cereali, l’energia, i trasporti, l’estrazione di minerali e la formazione del personale i temi pratici più probabili del forum di Mosca.

 

Quali legami esistono tra i partecipanti al vertice?

 ??Egitto

L’Egitto è uno dei partner chiave della Russia in Nord Africa e ha copresieduto il primo vertice del 2019 insieme alla Russia.  Quest’anno è prevista la partecipazione del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Il Cairo mantiene una politica estera multivettoriale: è strettamente legato agli Stati Uniti, ai paesi del Golfo e all’Europa, ma allo stesso tempo sviluppa relazioni con Mosca. L’economia egiziana è sotto pressione a causa dell’elevato debito estero, della svalutazione della sterlina e della dipendenza dalle importazioni alimentari; il grano e i fertilizzanti russi rimangono per il Paese importanti voci di importazione. Ma la Russia e l’Egitto sono legati da un partenariato di lunga data e multiforme: le relazioni diplomatiche sono state stabilite nel 1943 e dal 2021 è in vigore un accordo di partenariato globale e cooperazione strategica. Le relazioni si basano su un dialogo regolare ai massimi livelli e sulla cooperazione sulle questioni relative al Medio Oriente e all’Africa. Negli anni ’50 e ’60 l’Unione Sovietica era un alleato chiave dell’Egitto: contribuì alla costruzione della diga di Assuan e di oltre cento impianti industriali; dopo il crollo dell’URSS i legami sono stati ripristinati e si sono particolarmente intensificati a partire dagli anni 2010. Tra le tappe fondamentali figurano le visite di Putin e al-Sisi tra il 2014 e il 2018 e la firma di un accordo strategico nel 2018. Il volume degli scambi commerciali nel 2021 è stato pari a 4,77 miliardi di dollari, mentre nel 2022 ha superato i 6 miliardi di dollari, con una crescita di circa il 30% rispetto all’anno precedente.

??Sudafrica

Il Sudafrica è la più grande economia industriale dell’Africa e membro del BRICS. È prevista la partecipazione di una sua delegazione al vertice di Mosca. Pretoria conduce una politica cauta ma autonoma di «neutralità amichevole»: non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia e sottolinea il proprio impegno a favore del multilateralismo. L’economia del Paese deve affrontare un alto tasso di disoccupazione, una crisi energetica e disuguaglianze, ma vanta settori minerario, automobilistico e finanziario ben sviluppati.

Le relazioni tra la Russia e il Sudafrica si sono evolute da contatti sporadici nel XIX secolo a un partenariato strategico; tuttavia, la vicinanza politica continua a superare nettamente la portata della cooperazione economica e culturale. Il Sudafrica e la Russia si posizionano come sostenitori di un mondo multipolare, del rafforzamento del ruolo dell’ONU e del coordinamento nell’ambito dei formati BRICS e del «Gruppo dei Venti». I documenti chiave sono stati il Trattato di amicizia e partenariato del 2006 e la dichiarazione sul partenariato strategico globale del 2013.

I legami economici rimangono limitati rispetto al partenariato politico: nel 2021 il volume degli scambi commerciali è stato pari a circa 1,14 miliardi di dollari, una cifra modesta per entrambe le economie. La Russia esporta fertilizzanti, prodotti petroliferi, materie plastiche e cereali; dal Sudafrica verso la Russia vengono esportati, in particolare, manganese e agrumi. La cooperazione si sta sviluppando nei settori dell’estrazione mineraria, dell’energia, dell’agricoltura e degli investimenti, ma il suo potenziale è stato realizzato solo in parte a causa della distanza geografica, della logistica e dell’orientamento del Sudafrica verso i mercati occidentali e asiatici.

??Mali, Burkina Faso e Niger

I leader dei tre paesi del Sahel — Assimi Goïta, Ibrahim Traoré e Abdourahmane Tchiani — sono stati annunciati come partecipanti al vertice. Questi Stati formano la Confederazione degli Stati del Sahel e, a seguito del raffreddamento dei rapporti con alcuni partner occidentali, puntano sulla diversificazione delle relazioni esterne.

Tutti e tre i paesi devono affrontare la minaccia dei gruppi jihadisti, l’instabilità politica a seguito dei colpi di Stato militari e le difficoltà di un’economia che dipende dall’agricoltura, dall’oro e dagli aiuti esteri. Per loro la Russia è innanzitutto un partner nel campo della sicurezza, della formazione del personale e della fornitura di armi; i legami storici con l’URSS includevano la formazione di specialisti militari e civili.

Mali

Il Mali e la Russia intrattengono relazioni dal 1960: queste si sono sviluppate come un partenariato amichevole tra l’URSS e il giovane Stato africano e, dopo la transizione politica del 2020, si sono notevolmente rafforzate in ambito politico, militare ed economico; Bamako ha iniziato a guardare a Mosca come a un partner chiave in materia di sicurezza: La Russia ha fornito armi e attrezzature, oltre a partecipare all’addestramento delle forze di sicurezza maliane.  Nel giugno 2025 sono stati firmati a Mosca un accordo quadro sulle relazioni bilaterali, un accordo sulla commissione commerciale ed economica e un accordo sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. Il volume degli scambi commerciali rimane per ora modesto, ma le parti vedono un potenziale nell’estrazione dell’oro, nella prospezione geologica, nel settore energetico, nell’agricoltura, nei trasporti e nella logistica.  La Russia forniva al Mali grano, fertilizzanti e prodotti petroliferi, in un’ottica di sicurezza alimentare e di sostegno al settore agricolo.  In passato l’Unione Sovietica ha aiutato il Mali a costruire strutture industriali, sanitarie, scolastiche e di irrigazione; questa base storica influenza ancora oggi la percezione della Russia nel Paese. Dal 1961, docenti, medici, sportivi e artisti sovietici si recavano in Mali, mentre gli studenti maliani studiavano in URSS. Numerosi progetti sono attualmente in fase di accordo, preparazione e realizzazione. Tra questi:

  • Una centrale solare nei pressi di Bamako con una potenza di 200 MW,
  • La cooperazione con Rosatom nel settore dell’energia nucleare a fini pacifici, con lo sviluppo di prospezioni geologiche, l’estrazione di minerali e la possibile estrazione e lavorazione congiunte del litio, al fine di aumentare l’attrattiva del Paese per gli investitori.
  • L’apertura nel 2027 di un impianto di lavorazione dell’oro a Bamako: capacità iniziale fino a 100 tonnellate di oro all’anno, con possibilità di espansione fino a 200 tonnellate.
  • Costruzione e ristrutturazione delle ferrovie, sviluppo del trasporto acquatico e della navigazione fluviale.
  • Creazione sul territorio del Mali di uno stabilimento di assemblaggio KamAZ, che dovrebbe garantire posti di lavoro a livello locale e il trasferimento di tecnologie.
  • Standardizzazione e rimozione delle barriere commerciali, sviluppo dell’industria petrolchimica e dell’agricoltura.
  • Formazione universitaria di specialisti maliani in intelligenza artificiale, robotica, tecnologie digitali nell’industria, settore minerario, energia, medicina e conservazione del patrimonio culturale.

La questione della sicurezza riveste un’enorme importanza. Il Mali rimane una zona di intensa attività di gruppi armati legati ad «Al-Qaeda» e ai separatisti tuareg; questi attaccano strutture economiche, convogli di carburante e vie di trasporto.  Per le miniere, la centrale solare, la ferrovia e i corridoi di esportazione ciò comporta la necessità di costose misure di sicurezza, il rischio di interruzione dei lavori e la perdita di attrezzature.

 

Burkina Faso

Le relazioni tra la Russia e il Burkina Faso hanno attraversato un percorso che va dalla cooperazione sovietico-africana degli anni ’60-’80 a un notevole avvicinamento dopo il 2022. Nel periodo sovietico la cooperazione si limitava principalmente alla formazione di studenti burkinabé nelle università dell’URSS, a prestiti e ad accordi specifici in materia di commercio, collegamenti aerei e relazioni culturali e scientifiche. Dopo il crollo dell’URSS, i rapporti bilaterali si sono indeboliti a lungo e le ambasciate sono state chiuse. La svolta è avvenuta dopo l’ascesa al potere del capitano Ibrahim Traoré nel settembre 2022. Il governo del Burkina Faso, di fronte alla minaccia jihadista e prendendo le distanze dalla Francia e dall’ECOWAS, ha iniziato a perseguire una politica di avvicinamento a Mosca e ai partner dell’Alleanza degli Stati del Sahel. La Russia ha riaperto l’ambasciata a Ouagadougou alla fine del 2023 e, dopo il vertice «Russia-Africa» tenutosi a San Pietroburgo nel luglio 2023, le parti hanno intensificato il dialogo politico e la cooperazione militare. Mosca fornisce armamenti, invia consiglieri militari e aiuta il Burkina Faso nella lotta contro i gruppi armati.  L’attuale partenariato si fonda su tre pilastri: sicurezza, sovranità e diversificazione delle relazioni esterne. Per il Burkina Faso la Russia rappresenta una fonte di sostegno militare, generi alimentari, energia e opportunità nel campo dell’istruzione; per la Russia, invece, è una piattaforma per rafforzare la propria influenza nel Sahel.

I legami economici rimangono per ora modesti in termini di volume, ma si stanno rapidamente espandendo. Le esportazioni russe comprendono generi alimentari, materie prime agricole, macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto; sono in fase di discussione progetti nei settori dell’estrazione mineraria, dell’energia, dell’agricoltura, della prospezione geologica e della digitalizzazione della pubblica amministrazione.

Tra le aree di maggiore rilevanza figurano le forniture di grano russo per mitigare la crisi alimentare e la cooperazione con «Rosatom» nell’uso pacifico dell’energia nucleare. La Russia manifesta inoltre interesse per lo sviluppo del settore aurifero del Burkina Faso. La presenza culturale della Russia in Burkina Faso si è notevolmente rafforzata: a Ouagadougou si tengono festival di graffiti, proiezioni cinematografiche, conferenze, tornei di sambo e trasmissioni radiofoniche in lingua francese e russa. Circa 3.500 cittadini del Burkina Faso hanno conseguito una formazione presso università sovietiche e russe. Le parti stanno inoltre sviluppando la formazione professionale e universitaria, mentre la Russia offre borse di studio e collaborazioni accademiche.


Niger

Fino all’indipendenza del Niger nel 1960, i contatti diretti con l’Impero russo erano praticamente inesistenti. L’URSS stabilì relazioni diplomatiche con il Niger nel 1972, ma la cooperazione rimase modesta: il Niger guardava alla Francia, agli Stati Uniti e alle istituzioni occidentali. Durante il periodo sovietico furono firmati accordi in materia di commercio, cooperazione culturale e tecnica; diverse centinaia di nigerini ricevettero un’istruzione nelle università sovietiche. Dopo il crollo dell’URSS, i legami si indebolirono a lungo e le ambasciate furono chiuse. Il colpo di Stato del 26 luglio 2023 ha rappresentato una svolta: in seguito ad esso, le autorità del Niger hanno preso le distanze dalla Francia e dall’Occidente e hanno iniziato a cercare appoggio a Mosca. Per il Niger si tratta di una parte di una più ampia strategia di diversificazione dei partner esterni e di rafforzamento della sovranità; per la Russia, è un’opportunità per espandere la propria influenza nel Sahel. I legami economici sono stati storicamente modesti, ma ora si stanno spostando verso le risorse strategiche e le infrastrutture. Il Niger possiede ingenti riserve di uranio e, dopo la nazionalizzazione della società uranifera Somair nel 2025, Niamey ha iniziato a coinvolgere più attivamente partner alternativi, tra cui la Russia.

All’inizio del 2024 i due paesi hanno firmato memorandum di cooperazione nel settore agricolo e nella fornitura di fertilizzanti, in relazione alla sicurezza alimentare del Niger. In precedenza, le aziende russe avevano partecipato a progetti nel settore energetico e nell’estrazione dell’uranio, sebbene alcuni contratti, tra cui la costruzione della diga di Kandaji, siano stati interrotti. Inoltre, il Niger considera la Russia un partner nei settori della scienza, dell’istruzione e della cultura, nel tentativo di ridurre la dipendenza dal modello educativo e informativo francofono.

Il fattore principale di questi cambiamenti è il passaggio del Niger, dopo il 2023, da un orientamento occidentale a una politica estera più autonoma e multivettoriale.

 

??Libia

Il Paese rimane diviso tra centri di potere rivali, pur disponendo delle riserve accertate di petrolio più grandi dell’Africa. Per la Russia, la Libia è importante come potenziale partner nei settori dell’energia, della ricostruzione e della politica mediterranea.

Le relazioni diplomatiche sono state instaurate nel 1955. Dopo la rivoluzione del 1969 e l’ascesa al potere di Muammar Gheddafi, l’URSS fu il primo Stato a riconoscere il nuovo regime libico; negli anni ’70 e ’80 i due Paesi collaborarono attivamente nei settori dell’energia, dell’edilizia, dei trasporti e in ambito militare-tecnico. Dopo il crollo dell’URSS la cooperazione si è ridotta, ma dalla fine degli anni ’90 ha iniziato a riprendersi: si è discusso di debiti, energia, gasdotti e grandi progetti infrastrutturali. Nel 2008 le relazioni si sono notevolmente intensificate, tuttavia gli eventi del 2011 — la caduta del regime di Gheddafi e la guerra civile — hanno portato al congelamento di molti contratti russi e hanno complicato i rapporti bilaterali. La Russia si schiera a favore del mantenimento di una Libia unita, sovrana e territorialmente integra e mantiene contatti con diverse forze politiche del Paese. Dopo una relativa stabilizzazione, nel 2023 Mosca ha ripreso la propria presenza diplomatica in Libia.

Le principali prospettive di cooperazione riguardano l’energia, il petrolio e il gas, l’agricoltura, i trasporti e le infrastrutture. In Libia continuano a operare alcune aziende russe, anche nel settore petrolifero e del gas; la Libia è inoltre un importante acquirente di gasolio, orzo e mais russi. Il volume degli scambi commerciali nel 2022 è stato pari a circa 492 milioni di dollari e nel 2023 ha continuato a crescere. Tuttavia, lo sviluppo su larga scala dell’economia è frenato dall’instabilità politica, dalla frammentazione del potere e dall’incompiutezza di molti progetti precedenti.

 

??Ghana

La Russia e il Ghana intrattengono relazioni diplomatiche dal 1958. La loro cooperazione si è sviluppata in modo particolarmente intenso durante il mandato del primo presidente Kwame Nkrumah (1957–1966), quando l’URSS forniva sostegno ad Accra nei settori dell’industria, dell’energia, dell’istruzione, della medicina e della cultura; furono firmati accordi in materia di commercio, cooperazione economica e tecnica, cultura, collegamenti aerei e uso pacifico dell’energia atomica. Migliaia di cittadini ghanesi hanno ricevuto istruzione e formazione professionale nell’URSS e molti di loro hanno successivamente contribuito allo sviluppo del proprio Paese. Dopo la destituzione di Nkrumah e durante il periodo dei regimi militari, i rapporti si sono notevolmente indeboliti; tuttavia, in seguito all’adozione della Costituzione del Ghana nel 1992, è iniziata una graduale ripresa del dialogo politico e della cooperazione concreta. Settori chiave rimangono il commercio, l’energia, l’agricoltura, l’industria mineraria, l’istruzione e i rapporti scientifici e tecnologici. Di particolare importanza è l’energia nucleare a fini pacifici.

Tuttavia, negli ultimi anni le relazioni si sono complicate: il Ghana ha condannato l’operazione militare speciale russa in Ucraina, mentre le sanzioni e la pandemia hanno frenato una serie di progetti economici. Ciononostante, Mosca e Accra mantengono contatti diplomatici e continuano a sviluppare singoli settori di cooperazione, soprattutto nei campi dell’energia, dell’istruzione e degli affari.

Il presidente del Ghana John Mahama, secondo quanto riferito, spera di incontrare Vladimir Putin a Mosca. Il Ghana è una delle democrazie più stabili dell’Africa occidentale, nonché un importante produttore di oro, cacao e petrolio. Negli ultimi anni la sua economia ha attraversato una crisi del debito e un programma di ristrutturazione, motivo per cui Accra è interessata a investimenti, commercio e progetti tecnologici.

 

??Ruanda

Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, ha confermato la propria partecipazione al vertice.

Il Ruanda è una delle economie in più rapida crescita dell’Africa orientale, nota per i servizi pubblici digitali, lo sviluppo del turismo e una governance relativamente efficiente. La sua politica è caratterizzata da un forte potere presidenziale e da un ruolo attivo nella sicurezza regionale.

La Russia e il Ruanda intrattengono relazioni diplomatiche dal 1963. Durante il periodo sovietico, i rapporti si basavano principalmente sul dialogo politico, sulla formazione del personale e sui legami umanitari, sebbene la portata della cooperazione rimanesse limitata. Oggi la cooperazione abbraccia i settori dell’istruzione, della sicurezza, della sanità, delle tecnologie digitali e dell’uso pacifico dell’energia nucleare. Nel 2019, in occasione del vertice Russia-Africa a Sochi, le parti hanno concordato la creazione in Ruanda di un Centro di scienze e tecnologie nucleari con la partecipazione di «Rosatom». Di particolare importanza sono i programmi formativi nei settori della medicina, del diritto, delle relazioni internazionali e di altre discipline. Gli scambi commerciali tra i due paesi rimangono modesti, ma entrambe le parti dichiarano l’intenzione di ampliare gli investimenti e i legami commerciali. I contatti politici si sono intensificati dopo gli incontri tra Vladimir Putin e Paul Kagame nel 2018–2019. Nel complesso, le relazioni tra Russia e Ruanda possono essere descritte come un partenariato pragmatico e in graduale espansione: il Ruanda mira a diversificare i propri legami con l’estero, mentre la Russia rafforza la propria presenza in Africa attraverso l’istruzione, l’energia e la sicurezza.

 

??Nigeria

La Nigeria è il Paese africano con la popolazione più numerosa e uno dei principali mercati potenziali per le esportazioni russe. Il Paese dispone di ingenti riserve di petrolio e gas, ma dipende dalle importazioni di prodotti petroliferi e deve affrontare problemi legati alla sicurezza, all’inflazione e alla diversificazione dell’economia.

La Russia e la Nigeria intrattengono relazioni diplomatiche dal 1960. La loro cooperazione si è evoluta dal sostegno sovietico-nigeriano durante gli anni della guerra civile fino ai progetti odierni nei settori dell’energia, della sicurezza, dell’istruzione e del commercio.

Negli anni ’70 e ’80 la cooperazione si è ampliata: sono stati firmati accordi sul commercio, sui collegamenti aerei, sugli scambi scientifici, tecnici e culturali, e si sono sviluppati progetti nel settore petrolifero e del gas, nella geologia e nella metallurgia. Nel 2001 i presidenti Vladimir Putin e Olusegun Obasanjo hanno firmato la Dichiarazione sui principi delle relazioni amichevoli e di partenariato, mentre nel 2009 Dmitrij Medvedev ha effettuato la prima visita ufficiale di un presidente russo in Nigeria.

Oggi la cooperazione abbraccia i settori dell’energia, del petrolio e del gas, dell’agricoltura, dell’industria, della scienza, dell’istruzione e della sicurezza. Nel 2021 i due paesi hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare che prevede la fornitura di attrezzature, la formazione del personale e il trasferimento di tecnologie.

Mosca e Abuja sottolineano il reciproco interesse per l’espansione del commercio, degli investimenti, dei progetti energetici e tecnologici, nonché per la cooperazione in materia di sicurezza. Nel 2025 i due paesi hanno celebrato il 65° anniversario delle relazioni diplomatiche, descrivendole come un partenariato solido, fondato sul rispetto reciproco e sugli interessi comuni.

 

??Sudan e Sud-Sudan

Il Sudan sta attraversando un devastante conflitto armato interno, una crisi umanitaria e un collasso economico. Il Sud-Sudan dipende dai proventi del petrolio e deve affrontare una situazione di instabilità politica. Storicamente, l’URSS ha aiutato il Sudan nella realizzazione di progetti infrastrutturali e nella formazione di personale specializzato; la Russia mantiene il proprio interesse per il porto sudanese, il settore energetico, l’estrazione dell’oro e il dialogo politico.

La Russia intrattiene con il Sudan relazioni di lunga data, prevalentemente strategiche, mentre con il Sud Sudan ha instaurato un partenariato più recente, ma in rapido rafforzamento. In entrambi i casi, Mosca punta sulla diplomazia, sulla sicurezza, sulle risorse e sui progetti economici.

Le relazioni diplomatiche tra l’URSS e il Sudan furono stabilite nel 1956, si svilupparono attraverso accordi a lungo termine, poi subirono un periodo di stasi e, a partire dagli anni ’90, furono ripristinate. I legami divennero particolarmente stretti durante il mandato di Omar al-Bashir: nel 2017 egli visitò Mosca.

La Russia è stata tra le prime a riconoscere l’indipendenza e a stabilire relazioni diplomatiche con il Sud Sudan, nel 2011. L’attuale cooperazione riguarda il petrolio e l’energia, la prospezione geologica, l’agricoltura, l’istruzione e i legami umanitari. Le aziende russe partecipano a progetti petroliferi, tra cui la costruzione di raffinerie, mentre il Sud Sudan beneficia di borse di studio russe. La visita del presidente Salva Kiir a Mosca nel settembre 2023 e l’apertura dell’ambasciata della Federazione Russa a Juba nel 2025 hanno rappresentato importanti tappe nel ravvicinamento tra i due paesi. Le parti stanno inoltre discutendo la creazione di una commissione intergovernativa per la cooperazione economica, scientifica e tecnica.

Tuttavia, le relazioni con entrambi i paesi sono complicate dai loro conflitti interni e dalle controversie reciproche tra Khartoum e Juba.

 

??Uganda

Le relazioni diplomatiche tra i due Paesi furono instaurate nel 1962, pochi giorni dopo la proclamazione della Repubblica. Durante il periodo sovietico, Mosca sosteneva i movimenti anticoloniali africani e sviluppava legami commerciali ed economici con Kampala: nel 1964 furono firmati accordi sul commercio e sulla cooperazione tecnica, che includevano un prestito da parte dell’URSS. Negli anni 2000 e 2010 i contatti si sono intensificati, anche grazie alle visite a Mosca del presidente ugandese Yoweri Museveni e alla firma di un accordo di cooperazione tecnico-militare nel 2012. Oggi il settore di cooperazione più rilevante rimane quello della difesa: l’Uganda utilizza equipaggiamenti militari sovietici e russi, mentre la Russia fornisce armamenti, forma specialisti e offre assistenza nella manutenzione dei mezzi. Nel 2026 i due paesi hanno presentato una serie di progetti russi: centri di riparazione dei mezzi, strutture per la sicurezza marittima e infrastrutture di addestramento per le forze armate ugandesi. Parallelamente si sviluppano il commercio, l’energia, l’istruzione e lo scambio tecnologico. In particolare, si sta discutendo di una collaborazione con «Rosatom» per l’uso pacifico dell’energia nucleare, mentre l’Uganda sta cercando di ampliare i programmi di borse di studio per i propri studenti in Russia.

 

??Kenya

La Russia e il Kenya intrattengono relazioni diplomatiche da oltre 60 anni.

Durante la Guerra Fredda, il Kenya, in quanto membro del Movimento dei Paesi Non Allineati, manteneva rapporti pragmaticamente amichevoli con l’URSS. L’Unione Sovietica offriva ai kenioti borse di studio e partecipava alla formazione del personale. Una tappa importante è stata il vertice «Russia-Africa» tenutosi a Sochi nel 2019, in cui i presidenti Vladimir Putin e Uhuru Kenyatta hanno concordato di istituire un consiglio commerciale russo-keniota per lo sviluppo del commercio e degli investimenti. Oggi le relazioni si sviluppano nei settori del commercio, dell’agricoltura, dell’energia, dell’istruzione, delle tecnologie e della cultura. La Russia fornisce al Kenya grano e fertilizzanti, mentre il Kenya esporta tè, caffè, fiori e altri prodotti agricoli; nel 2025 il volume degli scambi commerciali bilaterali era stimato a circa 600 milioni di dollari. La Russia sta ampliando i programmi educativi e presso l’Università di Nairobi è stato inaugurato il Centro di studi russi. Le parti stanno inoltre discutendo di cooperazione nei settori dell’energia nucleare, del turismo e delle tecnologie digitali.

 

??Burundi

La Russia e il Burundi intrattengono relazioni amichevoli dal 1962. Durante il periodo sovietico, la cooperazione comprendeva sostegno politico, formazione del personale e aiuti umanitari. Dalla fine degli anni 2010 e soprattutto dopo il 2022, i contatti si sono intensificati: il Burundi assume spesso una posizione vicina a quella di Mosca all’ONU e sottolinea i principi di sovranità e non ingerenza. Nel 2023 si sono tenuti negoziati a Sochi, la prima visita del ministro degli Esteri russo in Burundi e l’incontro tra i presidenti in occasione del vertice «Russia-Africa» a San Pietroburgo. In quell’occasione sono stati discussi accordi in materia di sanità, giustizia, istruzione, lavoro e energia nucleare a fini pacifici. A Bujumbura è stato inaugurato il centro russo-burundese per lo studio delle malattie infettive; la Russia fornisce apparecchiature diagnostiche e contribuisce alla lotta contro le infezioni pericolose. Si sta sviluppando la cooperazione nel settore dell’energia nucleare a fini pacifici, compresa la formazione del personale e l’interesse del Burundi per i reattori modulari di piccole dimensioni. In pratica, le relazioni tra Russia e Burundi si sono evolute dal sostegno sovietico al giovane Stato africano a un partenariato moderno, in cui l’accento è posto sul ravvicinamento politico, la medicina, l’energia, l’istruzione e la diplomazia multilaterale.

 

??Madagascar

La Russia e il Madagascar intrattengono relazioni dal 1972. La cooperazione si è sviluppata nei settori del commercio, dell’industria, dell’agricoltura e della formazione del personale. Durante il periodo sovietico, Mosca forniva al Madagascar assistenza tecnica e finanziaria; con il sostegno dell’URSS, sull’isola furono costruiti 14 impianti industriali. Nel 1974–1975 le parti hanno firmato accordi di cooperazione economica, tecnica e commerciale. Oggi la Russia considera il Madagascar uno dei suoi partner più importanti nei settori dell’energia, della prospezione geologica, della sanità, dell’istruzione e delle infrastrutture. Nel febbraio 2026 il presidente del Madagascar Michael Randrianirina si è recato in visita a Mosca e le parti hanno dichiarato la propria disponibilità ad ampliare la partnership, includendo la sfera culturale e umanitaria e la cooperazione in seno all’ONU. Gli scambi commerciali rimangono modesti: nel 2021 il volume degli scambi ammontava a circa 29,6 milioni di dollari, con la Russia che esportava prevalentemente cereali.   Le relazioni possono essere descritte come un partenariato pragmatico, in cui si intrecciano interessi economici, educativi e, sempre più, politico-militari.

 

?? Mozambico, Zimbabwe, Guinea-Bissau

Il Mozambico dispone di notevoli riserve di gas naturale, ma deve affrontare una rivolta islamista nel nord del Paese e un pesante indebitamento. Lo Zimbabwe è ricco di risorse minerarie, tra cui litio e platino, ma è afflitto da problemi valutari e inflazionistici. La Guinea-Bissau è una piccola economia agricola, nota per la produzione di anacardi.

L’URSS sosteneva attivamente i movimenti di liberazione nazionale in Mozambico, Zimbabwe e Guinea-Bissau, fornendo armi, addestramento del personale e sostegno politico. Questi legami storici influenzano ancora oggi la percezione della Russia da parte di una parte delle élite politiche.

 

??Ciad e Gabon

Anche il Ciad e il Gabon dovrebbero essere tra i partecipanti. Il Ciad, dopo la morte di Idriss Déby nel 2021, ha attraversato un periodo di transizione sotto la guida di suo figlio Mahamat Idriss Déby Itno; l’economia dipende dal petrolio, dall’oro e dall’allevamento. Il Gabon è un paese ricco di petrolio e manganese, con un reddito pro capite relativamente elevato per gli standard africani, ma caratterizzato da notevoli disuguaglianze e da una forte dipendenza dalle esportazioni di materie prime. Durante il periodo sovietico entrambi i paesi ricevevano assistenza militare e tecnica; oggi la Russia sta sviluppando con loro rapporti nei settori della sicurezza e delle risorse.

Nel 2025 le esportazioni della Russia verso l’Africa ammontavano a circa 22,7 miliardi di dollari, mentre le importazioni a 4,4 miliardi di dollari. Le importazioni sono aumentate del 126,1% rispetto al 2024, registrando uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi anni. Le esportazioni russe sono costituite principalmente da petrolio e prodotti petroliferi, grano, metalli e fertilizzanti. Dall’Africa la Russia importa prevalentemente prodotti agricoli: frutta, cacao, caffè e altri prodotti agricoli. Petrolio, prodotti petroliferi e metalli rimangono le voci principali delle esportazioni russe. Nel giugno 2025, la quota dei pagamenti in rubli tra la Russia e i paesi africani ha raggiunto l’85,4%, riducendo così la dipendenza dai tradizionali canali di pagamento occidentali e i rischi economici legati alla realizzazione dei progetti.

Tra i temi previsti per il terzo vertice figurano: l’adozione di un piano d’azione per il periodo 2027–2029; l’espansione del commercio, della cooperazione industriale e degli investimenti; il settore energetico, compresi petrolio, gas, energia elettrica e uso pacifico del nucleare; la sicurezza alimentare, le forniture di cereali e fertilizzanti; la sicurezza, la lotta al terrorismo e la formazione del personale; la digitalizzazione, la scienza, l’istruzione e la sanità; il coordinamento in seno alle Nazioni Unite e il sostegno all’idea di un mondo multipolare.

Il terzo vertice consoliderà il percorso della Russia verso l’istituzionalizzazione delle relazioni con l’Africa con un piano d’azione triennale, in un contesto caratterizzato da sanzioni costanti e dai tentativi dell’Occidente di esercitare pressioni sui paesi africani.

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